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Letteratura teatrale italiana - Le voci di dentro Appunti scolastici Premium

Appunti di Letteratura teatrale italiana con analisi dell'opera Le voci di dentro, una commedia in tre atti di Eduardo De Filippo la cui composizione risale al 1948 inserita dall'autore nella raccolta "Cantata dei giorni dispari". E' caratterizzata dai traumi di un Paese dove tutti sospettano di tutti.

Esame di Letteratura teatrale italiana docente Prof. B. Alfonzetti

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ESTRATTO DOCUMENTO

ATTO SECONDO

In casa Saporito. Uno stanzone enorme ingombro di ogni rifiuto e cianfrusaglie. Colonne di sedie, l'una sull'altra,

ammassate negli angoli, ai lati, al centro e nei posti più impensati; perfino dal soffitto pendono grappoli di sedie.

Spezzoni di tappeti arrotolati e legati a fascio. Arcate di festoni da luminarie a petrolio, che servirono per le antiche

feste nei vicoli di Napoli.

Stendardi, pennacchi, lampioncini piedigrotteschi, fiori di carta, santi e immagini sacre d'ogni genere. In un punto della

scena a criterio del regista, figurano, su delle tavole inchiodate al muro, fuochi d'artificio d'ogni forma e colore. Una

grezza scala a pioli, costruita alla buona, porta su di un mezzanino, sul quale si troverà un vecchio sgangherato divano

dorato che serve da letto a Zi' Nicola. Il mezzanino è riparato da vecchi stracci e da una lamiera di zinco, che servi un

tempo come reclame d'un prodotto farmaceutico. Il tutto seppellito dalla polvere e dalla fuliggine. La luce stenta a

entrare dai vetri sporchi d'un finestrone in alto.

Pomeriggio. Zi' Nicola, dall'interno del mezzanino, traffica per conto suo. Ogni tanto si affaccia e sputa. Seduto accanto

a un piccolo tavolo, Carlo va elencando su di un foglio di quaderno gli oggetti e le cose che si trovano nella camera.

Mentre «Capa d'Angelo», rigattiere di piazza Francese, nel dettarne il quantitativo, ne osserva il valore e la qualità.

Le sedie sono quattrocentocinquanta, comprese quelle che avete contate nell'altra

CARLO camera. (Zi' Nicola sputa). Zi' Nico', nuie stammo 'a sotto!

' Sta vota m'aggio scanzato pe' miracolo.

CAPA D ANGELO

Lo dovete compatire; è vecchio.

CARLO ' Ma l'ha capito che non deve sputare? Voi ce l'avete detto tre volte... Non risponde.

CAPA D ANGELO

Non può rispondere.

CARLO ' È muto?

CAPA D ANGELO

No. La storia è un po' lunga. Non parla perché non vuol parlare. Ci ha rinunziato. Eh,

CARLO sono tanti anni. Dice che parlare è inutile. Che siccome l'umanità è sorda, lui può

essere muto. Allora, non volendo esprimere i suoi pensieri con la parola... perché

poi, tra le altre cose, è pure analfabeta... sfoga i sentimenti dell'animo suo con le

«granate», le «botte» e le girandole. Perciò a Napoli lo chiamano Sparavierze.

Perché i suoi spari non sono spari: sono versi. È uno stravagante.

' Parla sparando, e voi lo capite?

CAPA D ANGELO

Io no, mio fratello si. Mio fratello capisce tutto quello che dice. Io capisco poche

CARLO cose. «Dammi un bicchier d'acqua»: due tracchi e un fuie-fuie. «Che ora so'?»: tre

tracchi intramezzati da una botta col fischio. «Tengo appetito!»: una botta col

fischio, un fuie-fuie e tre tracchi.

' Vostro fratello invece capisce tutto?

CAPA D ANGELO

Comme no? Certe volte si fanno delle chiacchierate talmente lunghe che sembra la

CARLO festa del Carmine.

' Cos' 'e pazze!

CAPA D ANGELO

Poco fa è venuto un signore a ordinare dei fuochi per l'onomastico della moglie:

CARLO avrebbe speso qualunque cifra... niente. Ha detto che non poteva... perché sta

preparando un «biancale» verde per la sua morte.

' E perché... verde?

CAPA D ANGELO

Perché verde è il segnale di «via libera». Perché, dice, l'uomo è libero soltanto di

CARLO morire... È uno stravagante, ve l'ho detto.

' (al corrente) Sparavierze... E comme, no? è conosciuto.

CAPA D ANGELO

Dunque, le sedie sono quattrocentocinquanta...

CARLO ' Don Carlu', quelle sono tutte scassate.

CAPA D ANGELO

Ma voi veramente fate? Ma sapete che queste sedie qua furono costruite dentro 'a

CARLO Nunziata quando si lavorava con coscienza... Tommaso Saporito, mio padre, quando

parlava di queste sedie, qualunque cosa teneva in testa, se la toglieva: se teneva il

cappello, si toglieva il cappello; se teneva la còppola, si toglieva la còppola.

' Ma che c'entra?

CAPA D ANGELO 13

Le volete pagare meno di cinquanta lire l'una?

CARLO ' Don Carlu', dovete domandare a piazza Francese chi è Ciccillo Capa d'Angelo, 'o

CAPA D ANGELO

figlio 'e Nannina 'e Zupperelle. Vuie ve ne venite cinquanta lire!... Sentite a me, qua

facciamo uno scampolo...

Sentite, Capada', qua se valutiamo tutto il materiale pezzo per pezzo, bene. Se no,

CARLO non ne facciamo niente.

' Sentite, Sapori'... a me nun me piace 'e perdere tiempo: se vi decidete a vendere...

CAPA D ANGELO

Se succede una cosa che dico io...

CARLO ' Se succede la cosa che dite voi, mi venite a chiamare. Io porto 'a carretta, carico la

CAPA D ANGELO

robba e vi dò cinquanta bigliette 'e mille lire, uno sopra all'altro.

Ma vuie state pazzianno? Là solamente 'e striscie 'e tappete...

CARLO ' Don Carlu', chelle so' quatte pezze vecchie e tarlate. Nun se sape si pesa cchiù 'a

CAPA D ANGELO

polvere che ce sta ncoppa, o 'e sputazze che ce mena 'o zio vuosto.

Questo è un altro conto. Ma quando voi mi venite a dire...

CARLO ' Facciamo così. Io mo' me ne vado, perché devo andare a vedere certa robba che

CAPA D ANGELO

m'interessa, sopra Salvator Rosa. Quando vi siete deciso...

Meno di duecentocinquantamila lire, la robba nun esce di casa.

CARLO ' Un soldo più di settanta... settantacinquemila lire, è inutile che mi venite a

CAPA D ANGELO

chiamare. (Avviandosi per la comune) Cheste so' quattro scartapelle...

Ma chi vi dice che ve le dovete prendere per forza?

CARLO

Escono.

Zi' Nicola scende la scala. Indolente e pigro, raggiunge un angolo della camera, fruga tra un cumulo di rifiuti, traendo

da essi una lunga cordicella annodata su se stessa diverse volte. Poi cerca un bicchiere, e lo trova fra le vecchie

stoviglie, lo riempie fino all'orlo di un vino torbido che trova in un fiasco dimezzato, e se ne torna sul mezzanino.

Appena giuntovi, solleva la tenda, si affaccia, sputa e scompare. Carlo torna, si avvicina al tavolo, mette in ordine certe

carte che evidentemente lo interessano.

(internamente) Carlu'!

ALBERTO Albe', fratu mio... c'he' fatto?

CARLO (dalla destra, seguito da Michele) Quello che era mio dovere di fare. Mo' vediamo

ALBERTO che succede. (Siede affranto sotto l'incubo di qualche cosa di grave che può avvenire

da un momento all'altro).

Io quando ho visto tornare la famiglia Cimmaruta, mi sono meravigliato. Don

MICHELE Pasquale teneva la faccia del morto. Ho domandato: «Don Pasqua', mbe'?» Non mi

ha risposto. Solo <>: la moglie mi ha detto: «Oggi non ricevo». Poi come appresso

ad un funerale, don Pasquale avanti e tutta la famiglia dietro, hanno salito le scale,

hanno aperta 'a porta e se so' nchiuse 'a dinto.

Ma tu hai parlato col commissario?

CARLO Come no. Ho dichiarato che non avevo né prove né documenti, che ho denunziato un

ALBERTO fatto che non esiste, e che non sono sicuro se me lo sono sognato o no.

Ma come, uno non si ricorda si na cosa se l'ha sunnata o no?

CARLO Nun m' 'o rricordo, Carlu': nun m' 'o rricordo. E pure 'o commissario chesto ha ditto.

ALBERTO M'ha guardato e po' ha ditto: «Queste sono cose nuove... Ma vuie fusseve pazzo?»

Poi m'ha fatto accompagnare fuori. Dopo una mezz'ora è venuto 'o brigadiere e m'ha

ditto: «Per ora ve ne potete andare. Speriamo che passate nu guaio così così».

E che vuoi dire: «Così così»?

CARLO Non tanto grave.

ALBERTO Ma un guaio sempre lo passi?

CARLO (convinto) Sempre lo passo.

ALBERTO Io credo che il guaio più grosso lo passate quando la famiglia Cimmaruta sa che siete

MICHELE tornato dalla questura, e state qua.

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Che vuoi dire?

ALBERTO Che voglio dire? Che se foss'io don Pasquale Cimmaruta, v'aspettasse sott' 'o palazzo

MICHELE e ve facesse na schiaffiata cu tutt' 'e sentimente.

Questo io pure l'ho pensato.

ALBERTO E io pure.

CARLO Siamo tutti d'accordo... (Dopo aver riflettuto) Miche', tu mi devi fare un piacere. Tu

ALBERTO dovresti andare al vicolo Lammatari n. 15, 3° piano, e domandare se il signor Aniello

Amitrano ce sta e se s'è ritirato ierisera.

Allora vado subito, perché solamente adesso ci ho un poco di tempo. (Si avvia) Voi

MICHELE però non uscite. Pecché io so' sicuro che se don Pasquale Cimmaruta vi incontra per

le scale, vi fa nuovo nuovo. (Esce).

Albe', bello d' 'o frato... assettàmmoce, e stamme a senti'.

CARLO 'E che se tratta?

ALBERTO (d. d.) Accomodatevi, brigadie'... (Entrando seguito dal brigadiere) 'O brigadiere.

MICHELE T'è venut' 'arresta'.

CARLO Don Albe', permettete che m'assetto, perché sto stanco, ca nun me fido manco 'e me

BRIGADIERE movere.

Prego.

ALBERTO (siede) Dunque, don Albe', la faccenda si è complicata.

BRIGADIERE Io ll'aggio ditto.

CARLO Si è complicata, perché ora non dipende né da me né dal commissario, ma dal

BRIGADIERE procuratore della Repubblica.

He' capito? (Disperandosi) Vedete che guaio!...

CARLO La denunzia firmata sta in mano a lui. Due sono i punti; se vi considera in buona

BRIGADIERE fede, vi lascia in pace come ha fatto 'o commissario; se invece entra in sospetto,

spicca il mandato di cattura. E io vi devo arrestare.

E... brigadie', ma quali possono essere questi sospetti? Ma, allora... qua siamo ridotti

ALBERTO che uno non si può fare un sogno?

Nu suonno, sì. Ma no nu castigo 'e Dio. Voi, poi, prima di tutto non siete sicuro di

BRIGADIERE aver sognato, e d'altra parte mille ragioni possono avervi spinto a commettere il reato

di falsa denunzia. Noi, mo', stiamo pigliando informazioni di questo Aniello

Amitrano: se esiste, chi è, se è vivo, se è muorto overamente. Perché si può dare

anche il caso che voi, spinto da un impulso di giustizia, avete fatto la denunzia, e che

poi, di fronte al fatto compiuto, avete avuto paura degli assassini, e avete inventato 'o

fatto 'e «me ricordo e nun me ricordo».

Ma io v'assicuro...

LBERTO Non c'è bisogno. Ce ne assicuriamo noi. Io sono venuto per dirvi una cosa: non

BRIGADIERE uscite di casa. Prima perché state a disposizione mia, e poi perché sono sicuro che se

il fatto non è vero, don Pasquale Cimmaruta o il figlio vi mandano a Poggioreale.

Brigadie', ma la famiglia Cimmaruta, diciamo... oltre al fatto che possono prenderlo

CARLO a mazzate, legalmente possono far niente?

O legalmente o a mazzate, non è che possono fare tutte e due le cose!

ALBERTO Come no? (Indicando Alberto) Se la famiglia Cimmaruta si costituisce parte civile,

BRIGADIERE possono chiedere danni morali e materiali. I testimoni ci sono.

E la pena, la pena che deve prendere?

CARLO Che dovrei prendere...

ALBERTO Questo non ve lo so dire. Vi ripeto: dipende dal procuratore della Repubblica. Allora

BRIGADIERE noi siamo intesi? (Si alza in piedi) Non vi movete di casa, cosi se vi vengono ad

arrestare, non perdiamo tempo.

Va bene, brigadie', vi pare?

ALBERTO Buonasera. (Esce).

BRIGADIERE 15

Io vado al vicolo Lammatari. (Esce appresso al brigadiere).

MICHELE Ci siamo inguaiati, distrutti.

CARLO Non esageriamo, l'ho fatto a fin di bene, io non ho ucciso nessuno.

ALBERTO Albe', allora tu sei un incosciente, che veramente non si rende conto di niente?

CARLO Capisco l'ottimismo, ma fino ad un certo punto. Allora, nascondiamoci la verità,

diciamo che tutto è bello, tutto è color di rosa, e facciamoci piovere addosso. Io ho il

dovere di aprirti gli occhi, perché sono tuo fratello. Albe', sotto processo... Albe', 'o

procuratore d' 'a Repubblica? Albe', falsa denunzia... Se i fatti si mettono male,

quattro o cinque anni non te li leva nessuno.

Ma non credo, se no non mi facevano andar via dalla questura.

ALBERTO Fanno indagini, Albe'. Fanno finta di niente, per fare indagini e scoprire.

CARLO È vero?...

ALBERTO Ti hanno rilasciato, però 'o brigadiere come ti ha detto? «Non vi movete di casa».

CARLO Albe', il guaio è pesante, soprattutto per me.

E tu che c'entri?

ALBERTO Per il fatto specifico, no. Vorrei vedere!... Io faccio casa e chiesa. È grave soprattutto

CARLO per me, perché oltre allo strazio del dolore... capisci che significa avere un fratello

sotto processo... c'è il fatto morale. «Carlo Saporito tiene un fratello in galera per

calunnia!» Albe', è la fame! Chi sa quali saranno i provvedimenti... sarai interdetto

dai pubblici uffici, evitato da tutti... ed io con te.

Allora?

ALBERTO Allora, voglio sistemare le cose in modo da poterci difendere come meglio è

CARLO possibile. Assettate. (Siedono. Mostrando intorno) Qua ci sta un capitaluccio, che

appartiene a me e a te. Albe', io ho preparato una carta (gliela mostra) dove tu

dichiari che, durante la tua assenza... non è specificato di che natura... io posso

disporre di questo materiale come credo. Perché ho pensato: Se mi vengono a

chiedere le sedie per una festa, che faccio? Vengo in carcere da te e dico: «Albe', tu

permetti?»... Tu capisci che un fratello in carcere è un fratello in carcere! Possono

occorrere soldi da un momento all'altro.

Ma non credo che la faccenda è cosi nera. Tu forse, Carlu', esageri un poco. Io mi

ALBERTO sento tranquillo di animo.

Allora, non ne facciamo niente. (Pausa). Vuol dire che io son esagerato, e non ne

CARLO parliamo più.

Non dico che sei esagerato, ma si potrebbe aspettare un poco, prima di decidere.

ALBERTO Come non detto, Albe'. (Pausa). Facciamo che da un momento all'altro... io resto con

CARLO le mani attaccate. Te la devo mandare una camicia pulita? Nu pacchetto 'e sigarette

te lo devo portare? Te pozzo fa manca' quatto arance a Natale? Tu staie 'a dinto, tu...

io sto fuori. Ho il dovere di pensare a te. E se non firmi con le buone, ti faccio

firmare con la forza.

Io non firmo, né con le buone né con la forza. Carlu', qua non è finito il mondo. Se

ALBERTO succede qualche cosa, nell'attimo stesso in cui mi arresteranno, ti nomino gestore del

patrimonio...

Con pieni poteri...

CARLO Con pieni poteri, precisamente. Ma famme prima arresta'. Allora prima di vedere il

ALBERTO serpe chiamiamo San Paolo? Aspettiamo che arrivi prima il serpe, e poi chiamiamo

San Paolo. Se no, chiamiamo San Paolo, il serpe non arriva... ci troviamo un San

Paolo in mezzo...

(D'un tratto, considerando con esasperazione la singolarità del caso) ...Vedite nu

poco in che condizioni mi trovo. Cos' 'e pazze! Io mi vado a sognare un fatto che non

so se l'ho sognato o no. Con una evidenza di particolari... Io li ho spiati, sono andato

appresso... per mesi e mesi, ho visto il posto dove avevano nascosto i documenti. Na

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camicia insanguinata e na scarpa, ca poi nun erano na camicia e na scarpa, ma una

sciabola e una bilancia. Come poi avrei potuto provare il misfatto cu na sciabola e na

bilancia? (Rimane assorto) Mi fece male quel piede di porco di ieri sera.

'O ccredo. T' 'o mangiaste tutto tu. Basta, io scendo un momento.

CARLO Addo' vaie?

ALBERTO Tengo un appuntamento a piazza Francese. Ci vediamo fra un'oretta.

CARLO (preoccupato) E me lasce sulo?

ALBERTO Tu ti chiudi dentro. (Prende l'ombrello e il cappello) Ci vediamo più tardi. (Poi

CARLO riflette) Aspe'... (Lascia l'ombrello e prende in cambio un nodoso bastone) È meglio

che me porto 'o bastone. Po' essere che m'incontra Cimmaruta per le scale.

E allora è meglio che lasci qua bastone e ombrello... Tu non sei tanto svelto, chillo t'

ALBERTO 'o leva 'a mano e te spacca 'a capa.

E pure dici bene. Mo' lascio tutto qua. (Mette via il bastone) Statte buono. (Esce).

CARLO

Zi' Nicola dal mezzanino spara dei colpi ritmati.

(come rispondendo ad un interrogativo) E non avete sentito? Abbiamo parlato fino

ALBERTO adesso. Sono stato in questura e mi hanno rilasciato. (Zi' Nicola e. s., con qualche

variante) Ma niente affatto, non vi preoccupate: io sono tranquillo. (Zi' Nicola spara

ancora). Va bene. Starò in guardia.

(Campanello interno).

E chi è, mo'? (Prende il bastone, lo nasconde sotto la giacca, ed esce, pavido, per la

prima a destra. Dopo poco si sente la sua voce) Chi è? (Pausa). E che volete? (c.s.)

Ma siete sola? Se mi assicurate che siete sola, apro. Se no, no. (Tornando

preoccupato seguito da Rosa) Non capisco che si vuole da me.

(bonaria, cerimoniosa. Reca una tazza di latte caldo) Una buona vicina è sempre

ROSA una benedizione del Signore. Dato l'incidente di stamattina... Noi figuratevi, quando

siamo tornati dalla questura, eravamo talmente stanchi che non abbiamo avuto la

calma di preparare niente per mangiare... C'era il latte in casa, ed ho pensato: l'unica

cosa è una buona tazza di latte e caffè caldo. E quello ci siamo preso tutti quanti.

(Pausa). Mio fratello si è messo sul letto, e sta riposando; mia cognata pure... Così,

ho pensato di portarvene una pure a voi, che avete avuto lo stesso strapazzo nostro, e

certamente non vi sarete preso nemmeno un sorso d'acqua.

Molto gentile. (Sospettoso) Ma... non siete arrabbiata con me?

ALBERTO Arrabbiata? Chissà quanto avete sofferto voi, nel farvelo. Un sogno di quel genere là

ROSA ti lascia scosso, ti butta giù. Come si dice? Un poco di pazienza. Volevo solamente

domandarvi una cosa. Don Albe', con me potete parlare. Sono una donna anziana, ho

sofferto nella vita, e questi occhi miei ne hanno viste che ne hanno viste. Voi, siete

proprio sicuro di aver sognato il fatto?

Come s'intende?

ALBERTO (piange) Dio mio, dammi la forza per andare avanti.

ROSA Donna Ro', calmatevi. Dite a me.

ALBERTO Dico a voi? Perché, secondo voi... non vi prendete collera... al giorno d'oggi ci si può

ROSA più fidare di nessuno? Io non lo so... o sono i nervi scossi che ti fanno vedere le cose

sotto un altro aspetto... ma certo che io, certe volte, aprirei la finestra, e mi butterei di

sotto. (Piange) Don Albe', io tengo solo quel nipote maschio... Io per Luigino mi

farei tagliare a pezzi... Lo vedo cosi sbandato... Si vorrebbe occupare e non trova

niente di conveniente per lui. Poi fa discorsi cosi sfiduciati! Sarà questa gioventù

moderna, che non crede più a niente...

Non è colpa loro, donna Ro'... Poveri ragazzi... hanno vissuta un'epoca tremenda.

ALBERTO 17

... Che vi so' dire... Quando parla ha sempre delle battute acide, tossiche, scontente...

ROSA non piglia sul serio niente. Certi atteggiamenti che non capisco. Voi dite che il fatto

ve lo siete sognato... dite la verità, don Albe'; qua siamo io e voi soli...

Ma ho detto la verità: il fatto me lo sono sognato.

ALBERTO E se non è vero? Se i documenti non li avete voluti presentare, per paura, o per pietà

ROSA verso una povera famiglia colpita da una sventura simile? Non mi vorrei ingannare

l'anima, e Iddio mi punisca se quello che vi sto per dire non mi strazia il cuore... se

l'amico vostro, Aniello Amitrano, è stato ucciso da mio nipote? (Piange

disperatamente).

Non lo dite nemmeno per ischerzo.

ALBERTO Se voi avete i documenti che possono provare il delitto, non vi mancheranno

ROSA certamente le prove per accertare il responsabile. Che vi posso dire? Ricordatevi di

quello che vi ha detto questa povera donna. Tengo solo quel nipote...

Ma è stato un sogno, ve lo giuro.

ALBERTO Proprio così: è stato un sogno. Permettete, voglio scendere un momento per

ROSA comprare qualche cosa per cena dal friggitore, perché non ho la testa per cucinare.

Porterò pure qualche cosa a voi: due zeppolelle, quattro scagliozzi, un poco di pesce

fritto. (Avviandosi) Una buona vicina è sempre una benedizione del Signore! (Esce).

Alberto rimane assorto in pensieri cupi. Zi' Nicola dal mezzanino, spara dei colpi.

(sussulta, comprimendosi con una mano il cuore) È venuta donna Rosa, la sorella di

ALBERTO Pasquale Cimmaruta. (Zi' Nicola c.s. spara ancora). Ha portato una tazza 'e latte e

cafè.

(Campanello interno).

Chisto chi sarrà?... (Esce, poi di dentro) Entrate, signuri', entrate. (Torna seguito da

Elvira).

Zia Rosa se ne è andata?

ELVIRA Sì, è andata dal friggitore.

ALBERTO Avete cinque minuti di tempo?

ELVIRA Certo. Dite.

ALBERTO

(Campanello interno).

Vengo subito. (Entra e torna dopo poco) È vostro fratello.

Come faccio? Io non ho detto che venivo da voi. E perché è venuto lui? Ha detto che

ELVIRA sarebbe uscito.

Che facciamo?

ALBERTO Fatelo entrare. Io aspetto dentro. (Indica la prima porta a sinistra) Quando se ne sarà

ELVIRA andato, mi chiamate. (Esce).

(esce per la destra. Dopo poco torna con Luigino) Mi dovete dire qualche cosa?

ALBERTO Voialtri della generazione passata... che tra le altre cose è sempre più presente del

LUIGI presente stesso... non sapete parlare senza aprire il vocabolario dei luoghi comuni e

delle convenzioni. Se sono venuto da voi, è chiaro che qualche cosa da dirvi ce l'ho.

Allora, col vocabolario della generazione vostra, come si deve dire?

ALBERTO Si dice: «mbe'?». Con un punto interrogativo di due metri e mezzo!

LUIGI (rifacendolo) Mbe'? (Fa il gesto di un punto interrogativo alto un metro e mezzo).

ALBERTO Dunque, ascoltate.

LUIGI Se ho detto «mbe'» vuol dire che la mia intenzione è di ascoltarvi. Quindi, «dunque,

ALBERTO ascoltate» è inutile.

(imbarazzato) Già. Io sono venuto per dirvi questo...

LUIGI Se siete venuto, o questo o quello, una cosa si capisce che me la dovete dire.

ALBERTO Mi state sfottendo?

LUIGI No, mi sto aggiornando.

ALBERTO 18

Niente, non possiamo andare di accordo: se non morite voi, non c'è scampo per noi...

LUIGI Un poco di pazienza, e moriremo tutti quanti.

ALBERTO Io sono uno sbandato e va bene; non è il caso di discutere adesso per colpa di chi. Vi

LUIGI dico solamente che, in relazione al fatto del delitto, ho dei sospetti, sento il dovere di

parlare perché, ove mai vi decideste a presentare le prove, non sarebbe giusto che

venisse coinvolta tutta la famiglia. Il vostro amico l'ha ucciso mia zia.

E lo dite cosi semplicemente?

ALBERTO E come lo dovrei dire? Mia zia tiene una camera chiusa dove non fa entrare nessuno.

LUIGI Una specie di laboratorio. Là dentro fabbrica sapone e candele... Le conseguenze e le

conclusioni, traetele voi.

(trasecolato) Ma voi calcolate quello che dite?

ALBERTO (confermando) Sapone e candele, Sapuri'. E una mano ce l'ha messa pure mia sorella,

LUIGI perché mia zia solo a lei permette di entrare in quella camera.

Lo avrebbero incandelito? Ma siete proprio sicuro?

ALBERTO E voi, siete sicuro di aver sognato?

LUIGI Ma io i documenti non ce li ho, quanto è certo Iddio.

ALBERTO Nun me fate ridere, don Albe'. A chi volete raccontare il fatto del sogno? Vi siete

LUIGI messo paura e avete fatto marcia indietro. Io il sospetto ce l'ho, adesso regolatevi

come volete. (Avviandosi) Nuie tenimmo una casa piena di candele e sapone. (Via).

(siede affranto, coprendosi il volto con le due mani) Oh, Madonna... (Parlando verso

ALBERTO il mezzanino) Zi' Nico', hai ragione tu, che nun vuo' parla' cchiù... L'umanità ha

perduto ogni ritegno. Ma allora io veramente ho fatto la spia a questa gente. Il sogno

non esiste? Quello che ho detto è la verità?

(Intanto annotta. Campanello interno. Alberto va ad aprire. Rientra poco dopo

seguito da Pasquale, il quale porta con sé un involto, fatto con un panno nero).

E voi che volete?

(pallido, emozionato per quanto dovrà dire) Ho approfittato che mia moglie si è

PASQUALE messa a dormire... Mio figlio è uscito... Mia figlia pure... Mia sorella Rosa è scesa

per un poco di spesa e cosi sono venuto da voi. Non vi farò perdere tempo: la mia

storia è più breve di quella di Mimi. Non potevo rimanere in casa, nun pozzo sta'

sulo. Quando sono solo parlo, ragiono nella mia mente, con me stesso, e mi sembra

di impazzire. Avevo bisogno che qualcuno sapesse, sentisse... non posso essere

sempre io ad ascoltarmi...

Si capisce, certe volte si ha bisogno di una parola, di un consiglio...

ALBERTO Si fa presto a giudicare: «Quello? È così!» «Quell'altra? È così, così...» Ma che ne

PASQUALE sanno perché uno è «così» e perché l'altra è «così»? Se mi ricordo della mia infanzia,

mi faccio la croce con la mano sinistra... (Come rivedendosi negli anni lontani e

felici) Ma come, quel ragazzo vestito alla marinara sono io? Quel bambino paffuto,

che cerca il fischietto api, peso al cordone bianco della giubba e che fa i capricci

perché passando davanti a Pintauro vuole la sfogliatella frolla, sono io? Sono sempre

io, quel giovane sedicenne che torna tutto allegro a casa, gridando: «Papà, papà, mi

sono diplomato... Papà, sono ragioniere». (Schiaffeggiandosi ripetutamente) Tu...

tu... sei tu, grandissimo schifoso! Sei tu la figura oscena di oggi, sei tu colui che

scendeva sempre più in basso, senza calcolare che gli ultimi gradini della scala

sociale li aveva già scesi.

Voi siete in uno stato di abbattimento morale veramente penoso. Fatevi coraggio.

ALBERTO Sono stato travolto dalla vita, ma non ero cattivo, credetemi. Mi sono torturato,

PASQUALE sentendomi bruciare le vene per non poter indovinare qual'era la vera condotta di mia

moglie. 19

Avevate dei dubbi?

ALBERTO Avevamo praticato un nascondiglio in casa, all'epoca dei fascisti e dei tedeschi. Si

PASQUALE spostava l'attaccapanni e usciva un foro di sessanta centimetri per sessanta... che

portava in un quadrato di un metro e mezzo per un metro e mezzo... Una specie di

casotto per il cane. Mia moglie, ogni tanto, diceva: «Mi hanno avvertita che ti devi

nascondere perché sei ricercato. Staie dint' 'a nota». «Ma io non ho fatto niente...»

«Sei segnato come antifascista». Mi metteva nel nascondiglio e io, con una paura da

ammazzare le mosche col fiato, che poi mi è costata la disfunzione cardiaca che non

mi ha permesso più di lavorare, rimanevo nascosto. Certe volte mi ha lasciato tre

giorni di seguito. Mi portava da mangiare... E io dicevo: «Chi vuoi che si occupi di

me?» «Ho avuto una telefonata!» «Ma io non ho fatto mai politica...» «Sono

vendette personali, Pasca'». Io saccio mia moglie che faceva quando mi metteva nel

nascondiglio?... Finita la guerra, un poco la disfunzione cardiaca, un poco

l'artritismo, che Dio lo sa, certe volte mi fa piegare in due... non ho potuto più

lavorare. Mia moglie, che una volta si dilettava a fare le carte per le amiche, viste le

ristrettezze della famiglia, in seguito se le mise a fare per speculazione. Clienti che

vanno e che vengono... e in massima parte uomini. E io fuori all'ingresso: «Avanti,

avanti signori! Rispettate il turno. Madama Omarbey è stata oggi illuminata di nuova

luce!» Con qualcuno, certe volte, si trattiene in camera per più di un'ora. E io fuori:

«E che fanno? Perché non finisce sta seduta?» Un pensiero mi dice: «Guarda dal

buco della serratura». Infatti dal corridoio opposto all'ingresso che porta ad un

tramezzo che divide la camera di mia moglie con una di sbarazzo, al centro del

tramezzo, ci sta un finestrino. Salendo su di una sedia, ho fatto un buco di traverso

dal quale posso vedere tutto.

Beh?

ALBERTO Non ho il coraggio. Arrivo fino al tramezzo... e me ne torno indietro. Ma che vi

PASQUALE vengo a raccontare... Voi sapete tutto... Lo avete detto cosi chiaro, stammatina... E

questo volevo dirvi... Tutto quello che voi avete dichiarato, può avere un fondo di

verità che a me non risulta... Ma che addirittura mi ritenete un assassino, no... Don

Albe', le mie mani non si sono macchiate di sangue...

Don Pasqua', io non so niente più. Il sogno che mi sono fatto...

ALBERTO Tirate fuori i documenti. Vuol dire che il colpevole paga. La vita torce le cose e gli

PASQUALE uomini! Non ero così, don Albe'. Il fondo del mio animo è buono: è buono ancora.

Sente ancora il profumo della sua infanzia. E pure quando sto all'ingresso col

turbante in testa... Ve l'ho portato a vedere... (Apre l'involto che ha portato con sé e

mostra il turbante indiano) Eccolo qua... il turbante di Pasquale Cimmaruta! Anche

quando si mette il turbante e fa entrare i clienti nella camera di sua moglie, sente

sotto le dita il fischietto del vestitino alla marinara... Anche quando grida: «Avanti,

rispettare il turno!», sente l'odore della sfogliatella di Pintauro. (Disperatamente a se

stesso) Mettiti il turbante, caro Cimmaruta! Fai vedere come ti ha ridotto la vita.

(Mette in capo il turbante, raggiunge rapido l'ingresso, e, girandosi verso Alberto, si

erge «eroico» sul busto per mostrarsi nella pienezza del suo abbrutimento morale.

Ora, prova quasi gioia nello «spiazzare» scandalosamente la cantilena che è

costretto a ripetere quotidianamente all'ingresso di casa sua, quando i clienti della

moglie fanno ressa per entrare) «Avanti, madama Omarbey è stata illuminata, oggi,

di nuova luce!... Rispettare il turno!»... (Un singhiozzo lo ferma per un attimo) Sono

indiano, don Albe'... Pasquale Cimmaruta fa l'indiano!

Zi' Nicola, dal mezzanino, gli sputa addosso; ma egli non se ne accorge, ed esce.

(dopo poco di dentro, inveendo contro il marito) Sei venuto qua per sparlare di me...

MATILDE è vero? A fare il ridicolo col turbante in testa. (Entra furiosa rivolgendosi ad Alberto

20

e trascinando Pasquale in scena) Mi ha ridotto una serva e nemmeno è contento. A

furia di bugie e fiumi di parole, riesco a mantenere tutta la famiglia... e quello fa il

geloso! (Come un'accusa) Quando la sera, verso le cinque e mezzo, finisco le

consultazioni, se ne va. E lo vedete più voi fino alle quattro, cinque del mattino? Se

ne va con gli amici... e che va facendo, ne potete sapere qualche cosa? Giuoca. E

quando gli mancano i soldi per giuocare, commetterebbe qualsiasi cattiva azione.

Io?

PASQUALE Sì, tu. Dove sei stato due notti, senza tornare a casa? E perché hai fatto la faccia

MATILDE bianca e non hai avuto il coraggio di parlare, quando il commissario ha detto:

«Potete andare. Alberto Saporito ha dichiarato che il fatto del delitto se l'è

sognato»?... Perché?

Che vuoi dire con questo?...

PASQUALE Che ti credo capace di tutto.

MATILDE Anche di aver assassinato Aniello Amitrano?

PASQUALE Sì.

MATILDE E allora perché non mi dici dove sei stata domenica scorsa, che dicesti: «Ho bisogno

PASQUALE di stare sola... Aria, sole!...» e tornasti alle due dopo mezzanotte?...

(gridando) Dove mi è parso e piaciuto!

MATILDE Di tutto ti credo capace. Le amiche che tieni... la gente che pratichi...

PASQUALE (esasperata) Basta!

MATILDE No, non basta. Il sospetto è troppo forte e non riesco a tenermelo dentro. L'accusa di

PASQUALE don Alberto è fondata. Uno della nostra famiglia ha ucciso: e non puoi essere che tu.

(dalla sinistra correndo verso la madre) Mammà! (E le dice qualche cosa

ELVIRA all'orecchio).

(spaventata, alla figlia) No! E comme può' penza' na cosa 'e chesta? Sospetti,

MATILDE nientemeno, di tuo fratello?

(disperata) Sì... Sì... Sì... (E corre via).

ELVIRA Elvira, Elvira, per carità! (Esce dietro a lei).

MATILDE (ad Alberto) Don Albe', tirate fuori i documenti, sentite a me... (Esce appresso alle

PASQUALE donne).

(entrando dalla destra ad Alberto) Ch'è stato?

CARLO Carlu', io nun capisco niente cchiù. Il delitto pare che sia stato commesso veramente,

ALBERTO perché si accusano l'uno con l'altro. Quando dico che i documenti non ce l'ho, non mi

credono.

Albe', ma di' la verità, tu sti documenti 'e tiene o no?

CARLO Nun 'o ssaccio! Nun 'o ssaccio cchiù! Non so' nemmeno sicuro si sto dormendo

ALBERTO adesso e sto sognando, o stavo sveglio quando dormivo e sognavo il fatto... 'E

documente li vedo e poi spariscono. Li tocco e non li riconoscerei se li vedessi

un'altra volta... La porta l'hai chiusa?

Comme no!

CARLO Mettici il paletto e non fare entrare nessuno: aggi' 'a sta' sulo. (Campanello interno).

ALBERTO È na parola!

(verso l'ingresso) Chi è?

CARLO (di dentro) So' io, so' Michele. Aprite.

MICHELE 'O faccio trasi'?

CARLO

A A Michele, sì. (Carlo esce, poi torna con Michele).

LBERTO Eccomi qua.

MICHELE

A Sei stato al vicolo Lammatari?

LBERTO Come no... (Verso la comune) Entrate, signo'. Qua c'è la moglie di Amitrano. Parlate

MICHELE con lei. 21

(entra e fila diretta verso Alberto) Me l'hanno ucciso, me l'hanno ucciso a mio

TERESA marito. Povero Aniello! Ma come, adesso stava così bene! La cura che gli aveva dato

il dottore lo aveva rimesso a posto completamente... S'era ingrassato. Nel tubetto ci

sono le ultime due pillole che non s'è arrivato a piglia'... (Piange) È uscito tre giorni

fa... e non ho avuto più notizie. Me l'hanno ucciso... schifosi delinquenti!

Sedetevi, calmatevi.

ALBERTO Non commettete la vigliaccheria di non presentare i documenti. Chi ha commesso il

TERESA delitto deve essere punito. Se vi rifiutate, diventate complice pure voi.

Albe', caccia 'e documente, non avere paura!

CARLO Nun 'e ttengo! Ma insomma: m'aggi' 'a mena' 'a copp'abbascio?

ALBERTO (sempre piangendo) Dice che avete trovato la camicia sporca di sangue...

TERESA (a Michele) Ce l'he' ditto tu?

ALBERTO 'O ddicisteve vuie.

MICHELE Almeno datemi la scarpa.

TERESA Nun tengo niente, credetemi, donna Tere'!

ALBERTO (gridando disperata) Aniello! Aniello mio, rispondi! Tenevo 'o presentimento.

TERESA Quattro notti fa mi sognai che mi cadevano tutti i denti. Aniello mio!

Z ' N (sporgendosi dal mezzanino e rivolgendosi un po' a tutti, con voce chiara e

I ICOLA pronunciando perfettamente ogni parola) Per favore, un poco di pace. (E rientra).

Ha parlato... Zi' Nicola ha parlato!

CARLO Ha rotto 'a cunzegna.

ALBERTO

Dal mezzanino s'intravede una violenta luce verde.

Zi' Nico'... zi' Nico'...

CARLO Ha acceso 'o bengala verde...

ALBERTO Zi' Nico'... zi' Nico'... (Zi' Nicola, nel sollevare la tenda, mostra un bengala verde

CARLO acceso; dopo averlo innestato in un tubo di ferro fissato appositamente alla

ringhiera del mezzanino, malinconicamente rientra. Carlo sale sul mezzanino) Zi'

Nico' che ve sentite? (Sempre più allarmato) Rispunnite, zi' Nico'... zi' Nico'...

(Affacciandosi) Albe', zi' Nicola è muorto!

(costernato) Tu che dice?

ALBERTO È muorto... Saglie.

CARLO Tu si' pazzo. Io nun me fido 'e vede'.

ALBERTO Povero zi' Nicola! Mi dispiace veramente.

MICHELE Com'è bello! Pare nu santo... (La sera è scesa. Intorno è quasi buio). Albe', appiccia

CARLO 'a luce...

No, è inutile. Manca in tutto il palazzo. Stanno riparando la linea.

MICHELE (prova a girare l'interruttore, ma la lampadina centrale rimane spenta. Seccato) 'E

ALBERTO guaie nun vèneno maie sule.

(lamentandosi) Aniello mio! Aniello mio!

TERESA (dalla comune) Permesso? (Entra).

ROSA (a Michele) He' lasciato 'a porta aperta?

ALBERTO (dolcemente) Una buona vicina è sempre una benedizione del Signore. (Verso la

ROSA comune) Entra, Mari'. (Maria entra recando un candeliere con cinque candele

accese e lo passa a donna Rosa, che incamminandosi verso il tavolo dice) Grandezza

di Dio, don Albe', vedete che luce!

Ed esce soddisfatta, seguita da Maria. Mentre Teresa seguita a piagnucolare, Alberto guarda atterrito le cinque candele.

FINE SECONDO ATTO

22

ATTO TERZO

L'indomani mattina. La stessa scena del secondo atto. Nulla è mutato. Soltanto il mezzanino appare in disordine pietoso

e inconsueto. Gli stracci che lo nascondevano sono ammassati da una parte, in modo da lasciarne visibile l'interno. Zio

Nicola non c'è più. Il suo rifugio squallido, con tutte le sue inutili cose, tanto care a lui, ricorda con tenerezza gli sputi e

le «chiacchierate» pirotecniche.

All'alzarsi del sipario, Alberto cammina agitato, in largo e in lungo. Ogni tanto si ferma per rivolgersi a Michele, il

quale, in piedi presso la comune, ascolta e approva tutto ciò che Alberto dice.

Giesù, ma questa è la fine di tutto! Questa è la fine del mondo! Il giudizio

ALBERTO universale! Qui si sta facendo il giudizio universale e non ce ne accorgiamo. Ma io

mi vergogno di appartenere al genere umano. Io vulesse essere na scigna, nu

pappavallo. Il pappagallo parla senza sapere quello che dice... è compatibile.

Vuie state dicenno 'e stesse cose che io penzo e che non riesco a dire.

MICHELE Ma tu capisci dove arriva la falsità, la vigliaccheria?

ALBERTO Io ve l'ho detto per farvi stare in guardia, e per farvi difendere.

MICHELE Ma lo hai sentito proprio tu?

ALBERTO Con queste orecchie. Che il Padreterno me le deve far cadere fràcete, se non è vero.

MICHELE Questa persona è venuta pure ieri, ed è rimasta con don Carluccio vostro fratello più

di un'ora e mezza. Stammatina poi parlavano tutti e due fuori al portone. Io, dal

casotto, sentivo tutto quello che dicevano. Vostro fratello ha detto precisamente:

«Stammatina ho incontrato il brigadiere, e mi ha detto che è stato spiccato il

mandato di cattura, e che Alberto sarà arrestato in giornata. Se siete d'accordo sulla

cifra, prima di sera mandate il carretto, e io vi consegno le sedie e tutto il resto».

Tu capisci? Tu capisci: un fratello che aspetta che t'arrestano per spogliarti

ALBERTO completamente di questi quattro stracci?

E che vi credete, don Albe'? L'uomo è carnivoro: nfaccia 'e denare, non guarda

MICHELE nemmeno il proprio sangue. Non vi prendete collera, ma vostro fratello è antipatico a

tutti quanti. Qua, nel palazzo, è una voce: « Don Alberto è un buon uomo, ma il

fratello è troppo "fatto mio". Quando saluta, pare che te fa nu piacere 'a vota. Po' va

'a chiesia... »

Ma qua' chiesia... 'O ssaccio io perché ci va: fa le cattive azioni, se pente, se

ALBERTO confessa, ave l'assoluzione e accumencia 'a capo n'ata vota. Ma sta vota ha sbagliato.

Mo' assodo primma tutt' 'e fatte mieie, po' saccio io chello c'aggi' 'a fa'.

Non mi nominate, perché non ci voglio avere a che fare. Io me ne scendo. (Fa per

MICHELE andare, poi torna) Volevo sapere una cosa: il mezzo portone lo devo chiudere o no?

Ma perché, non lo avete chiuso ancora?

ALBERTO (incerto) No...

MICHELE E lo dovete chiudere. Ma ch'è muorto nu cane?

ALBERTO P' 'ammore 'e Dio, chi dice chesto... Siccome ieri sera lo portammo al pronto

MICHELE soccorso, e là è morto...

E che vuoi dire? Qua abitava.

ALBERTO No, vedete... Quello è stato 'o signurino 'e De Ferraris, al primo piano. Ha detto:

MICHELE «Miche', è meglio che nun 'o chiude... Tu saie mammà comme sta combinata...» Voi

lo sapete, la povera signora ci ha un cuore che è una schifezza... giustamente, passa,

vede 'o mezzo portone chiuso, e va longa longa nterra. Che faccio, 'o chiudo?

Miche', lascialo aperto.

ALBERTO Chillo, zi' Nicola, non ci teneva. Era superiore a queste formalità.

MICHELE 23

Sì, hai ragione. Era superiore. Mo' capisco come la pensava e perché si regolava

ALBERTO così. Era un saggio. Quanto avrà sofferto nella sua vita per aver deciso di non parlare

più... llaggi' 'a purta' duie garofani.

(insiste) Non ci teneva... Nun date retta. Niente fiori: opere di bene. Io vado. (Esce).

MICHELE

Si ode picchiare ripetuti colpi, dall'interno, alla porta di sinistra.

(accorrendovi) No. Mi dovete fare il piacere: dovete aspettare, e non dovete

ALBERTO picchiare. Si tratta di dieci minuti. (Campanello interno. Alberto esce per la prima a

destra, poi torna seguito da Maria) Ch'è stato, Mari'?

(reca con sé una vecchia valigia, malamente chiusa e legata con una cordicella. Un

MARIA involto, e qualche pacco. Appare emozionata) Mo' vi spiego, signo'... Mo' vi spiego.

Chiudete bene la porta.

L'ho chiusa. Ma che faie? Parte?

ALBERTO M'hanno licenziata. E si nun 'o ffacevano lloro, l'avarria fatto io. E chi puteva maie

MARIA penza' che mme capitava a ghi' a servi' dint' 'a chella casa.

Ma ch'è stato?

ALBERTO Mo' sentite. Faciteme assetta', però, Pecché stanotte non ho dormito nemmeno dieci

MARIA minuti. (Siede) A mme, quanno m'avite levato 'o ddurmi', m' 'avite distrutta.

Allora?

ALBERTO Ve ne dovete andare. Avit' 'a scappa'. E si nun 'o ffacite ampresso, nun site cchiu a

MARIA tiempo. Che gente... Giesu, che gente! Io mo' ve dico tutte cose, ma pe' carità... non

mi nominate... perché se quelli appurano che siete stato informato da me, chille so'

capace 'e me veni' a truva' 'o paese mio, e me fanno 'a pelle.

Ma ch' 'e saputo?

ALBERTO Quando ieri sera mancò la luce... ve ricurdate... ca donna Rosa purtaie 'e ccannéle?

MARIA Comme, nun me ricordo?

ALBERTO Succedettero cos' 'e pazze. Io, d' 'a cammarella mia, sentevo tutte cose. Strillavano

MARIA tutte quante. Don Pascale dette nu schiaffo 'a mugliera... 'a signurina Elvira avette nu

svenimento... Donna Rosa piangeva... «Si' stata tu!»... «No, tu!»... «È stato Luigi!»...

«Io nun ne saccio niente!»... Don Albe', l'inferno! Un inferno che continuò per più di

due ore. Po', se vede che avètten' 'a fa' pace... e se mettéttero a piangere tutte quante.

A un certo punto, sentette: «Qua nessuno vuole confessare?»... «Ma lo capite che

don Alberto tene 'e documente?»... Poi un silenzio. Doppo nu poco, bussarono vicino

'a porta d' 'a cammera mia. E mme veco nnanze 'a signora Matilde. «Signo', che

volete?»... «Te ne devi andare. Fatte 'a valigia, e vattenne!»... «E addo' vaco,

signo'?»... «Dove vuoi tu!»... «Va bene. Domani mattina...» «È meglio che esci

adesso. È ancora presto, e puoi cercarti un posto». «Ma comme, a quest'ora?» «Sono

le sei, fino alle nove... tiene tre ore 'e tiempo». Allora, io penzaie: ccà ce sta quacche

cosa sotto. Dicette: «Va bene, signo', mo' me levo 'o mantesino e scendo». Zitto zitto

arapette 'a porta d' 'e scale e po' 'a chiudette n'ata vota pe' fa' vede' ca ero scesa. Po'

ncopp' 'e ppònte d' 'e piede, me ne iette n'ata vota dint' 'a cammera mia e me mettette

a senti' che dicevano.

E che dicevano?

ALBERTO Da quello che ho capito vi vogliono uccidere. Pecché siccome vuie tenite 'e

MARIA documente, e chi sa pe' qua' ragione nun 'e vvulite caccia', l'unico mezzo pe' se salva'

lloro avit' 'a muri' vuie.

Aggi' 'a muri'?... Ma l'hanno detto chiaramente?

ALBERTO Così sospetto io, da quello che ho potuto sentire. Vengono ad invitarvi per portarvi

MARIA in campagna con loro, e là certamente ve fanno 'a pelle.

(niente affatto impressionato) Sì?

ALBERTO 24

E 'o ffanno, don Albe', 'o ffanno. Don Pasquale diceva: «Dopo mangiato m' 'o porto a

MARIA ffa' na passeggiata p' 'a campagna... e quanno veco ca stammo sule...» E po' nun

aggio capito! Don Luigino diceva: «Niente affatto. 'O purtammo a mare a ffa' na gita

in barca...» «Ma nossignore», diceva donna Rosa, «ce penz'i'». Che significa questo?

Che forse mi vogliono convincere a consegnare i documenti a loro?

ALBERTO E perché mi hanno licenziata? Perché vi vogliono portare a mare? Perché parlavano

MARIA zitto zitto?

Ma non credo...

ALBERTO Il sospetto mio questo è.

MARIA E va buono, nun fa niente. Te vuo' piglia' collera? Vuoi dire che se mi vengono ad

ALBERTO invitare, ci andrò volentieri.

Ma che site pazzo? Vuie ve n'avit' 'a scappa'. O si no, facitele arresta': presentate 'e

MARIA documente. Ma vuie sti documente 'e tenite o no?

(sicuro di sé) Mo' si, mo'. Mo' 'e ttengo. Tengo pure i documenti.

ALBERTO E allora a chi aspettate?

MARIA Aspetto che mi vengono ad invitare per il pranzo in campagna.

ALBERTO Io ve l'aggio avvertito pe' scrupolo 'e cuscienza. Po' regulateve come volete voi.

MARIA

A Hai fatto bene. (Si copre il volto con le mani) Che schifo! Mamma mia, che schifo!

LBERTO Tu si' piccerella... che brutto mondo che stai vedendo. E addo' te ne vaie mo'?

E che nne saccio. 'O paese mio nun ce pozz' 'i'... 'a famiglia mia nun me po' da' a

MARIA mangia'... Mo' vaco all'agenzia, e vedo si me pozzo piazza'.

Che vita curiosa che faci te pure vuie... Capitate in una casa che non conoscete... in

ALBERTO una famiglia che nun sapite chi è... nun sapite che ve succede... (Riflette un poco) ...

'A famiglia non sa quello che le succede con voi altre... Be', mo' vattenne: 'o signore

te benedice.

Ma vuie, nun ve ne scappate?

MARIA No, 'e documente 'e ttengo, mo'.

ALBERTO Io ve ll'aggio avvertito... Stateve buono. (Prende la sua roba e si avvia) Chella ca

MARIA m'era overamente antipatica, era donna Rosa. Guè, chella 'a matina nun me faceva

durmi', sa'!

'A porta lasciala aperta, così se mi vengono ad invitare non hanno nemmeno il

ALBERTO fastidio di suonare il campanello.

Io nun ve facevo accussì curaggiuso... a me ll'uommene accussì me piacene. (Esce).

MARIA (riflette un poco, poi esclama) E va bene. (Esce per la prima a sinistra).

ALBERTO

Dopo una piccola pausa, entra Pasquale dalla destra. Ha un aspetto sereno, gioviale. Indossa unabito nuovo e ha messo

un fiore all'occhiello della giacca.

Ma che d'è, qua non c'è nessuno? (Chiamando) Don Albe'.

PASQUALE (dalla prima a sinistra) Don Pasquale! Caspita... come stiamo elegante...

ALBERTO (modesto) Elegante? Non sia mai, don Albe'... Ho voluto rompere la iettatura. Ieri

PASQUALE sera, dopo tutto quel veleno e quella collera che ci prendemmo, dopo un'altra

litigata... (mostrando la mano destra) vedete, per battere la mano sul tavolo, mi si è

gonfiata tutta quanta... sapete come succede?... dopo il temporale viene il sereno...

facemmo pace, si calmarono gli animi, assodammo che, in fondo, si trattava di una

cosa tutta campata in aria... Voi, benedetto Iddio, vi andate a fare quel sogno...

Ah, vi siete convinto finalmente che si trattava di un sogno?

ALBERTO Ma certo. Ieri sera, un poco la stanchezza, un poco che si accumula, si accumula...

PASQUALE poi viene il momento che si coprono gli occhi... e quando gli occhi sono coperti, si

capisce che non si vede niente più. Allora, stammatina, m' 'aggio chiammata 'a

famiglia, chella povera sora mia, che non vede mai luce di libertà... e ho detto:

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ninja13

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in letteratura, musica e spettacolo
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura teatrale italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Alfonzetti Beatrice.

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