Che materia stai cercando?

Lettereatura teatrale italiana - La figlia di Iorio Appunti scolastici Premium

Appunti di Letteratura teatrale italiana riguardante "La figlia di Iorio", un’opera drammatica in versi, scritta in tre atti nell’estate del 1903 da Gabriele D’Annunzio, e da egli stesso definita "tragedia rustica d’argomento abruzzese". La vicenda è ambientata in un Abruzzo rurale, patriarcale e superstizioso,... Vedi di più

Esame di Letteratura teatrale italiana docente Prof. B. Alfonzetti

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

cani!, che la volevano conoscere.

Ed ella ci pregava la salvezza.

E niuno di noi, Cosma, si mosse.

Sola la mia più piccola sorella

corre e s'ardisce chiudere la porta.

Ed ecco che la porta da quei cani

è percossa con ogni vitupèro.

E s'apre contro questa creatura

bocca di frode con parole d'odio.

E il parentado vuol gittarla al branco.

Ed ella trista presso il focolare

chiede pietà, che non ne faccian strazio.

Ma io stesso l'afferro e la trascino,

per odio e frode: e trascinar mi sembra

il mio cuore di quando era fanciullo.

Ed ella grida, ed io sopra di lei

levo la mazza. E le sorelle piangono.

Ed ecco, dietro a lei, Cosma, con queste

pupille vedo l'Angelo che piange!

Lo vedo, o santo! L'Angelo mi guarda

e piange, e tace. Io cado ginocchioni.

Perdóno chiedo. E, per punire questa

mia mano, prendo di sul focolare

un tizzo ardente: “No, non ti bruciare!”

grida la creatura. E poi mi dice.

O Cosma, o santo, con acque di neve

tu ti sei battezzato alba per alba;

e tu, vecchia, conosci tutte l'erbe

che sànano la carne cristiana,

sai la virtù di tutte le radici;

e tu, Malde, con quella tua forcina

tu saper puoi dove i tesori sien

nascosti a piè dei morti che son morti

or è cent'anni, or è mill'anni, è vero?..

e profonda, profonda è la montagna.

Or io vi chiederò: Voi che sentite

venir le cose di tanto lontano

quella voce di qual mai lontananza

venne e parlò perché l'udisse Aligi?

Rispondetemi voi! Ella mi disse:

“E come pascerai tu la tua mandra

se la tua mano ti s'inferma, Aligi?”

E con questa parola ella mi colse

l'anima mia di dentro le mie ossa

così, come tu, vecchia, cogli un semplice!

(Mila piangerà silenziosamente).

ANNA ONNA: V'è un'erba rossa che si chiama Glaspi

e un'altra bianca che si chiama Egusa,

e l'una e l'altra crescono distanti;

ma le ràdiche loro si ritrovano

sotto la terra cieca e là s'annodano,

tanto sottili che neppur le scopre

Santa Lucia. Diversa hanno la foglia

ma fan l'istesso fiore, ogni sett'anni.

E questo è anche scritto nelle carte.

Cosma sa le potenze del Signore.

ALIGI: Ascolta, Cosma. Il sonno d'oblianza

m'era stato mandato al capezzale,

da chi? La mano innocente aveva chiuso

la porta di salute; e m'era apparso

l'Angelo del consiglio; e una parola

di labbra s'era fatta pegno eterno.

Qual era dunque la mia donna, innanzi

al buon frumento, al pane mondo e al fiore?

COSMA: Pastore Aligi, la stadera giusta

e le giuste bilance son di Dio.

Tuttavia prendi pure intendimento

da Colui che t'ha fatta sicurtà;

prendi pegno da Lui per la straniera.

Ma quella che non fu tocca, dov'è?

ALIGI: Mi partii per lo stazzo dopo vespro,

la vigilia di San Giovanni. All'alba

io mi trovai di sopra a Capracinta

e stetti ad aspettare il sole. E vidi

dentro dal cerchio sanguinare il capo

del Decollato. Poi venni allo stazzo,

ripresi a pasturare e a dolorare.

E mi parea che mi durasse il sonno

e la mandra brucasse la mia vita.

Allora il cuore mio chi lo pesò?

O Cosma, vidi prima l'ombra e poi

la sua persona, là, sul limitare.

Era il giorno di Santo Teobaldo.

Stava seduta questa creatura

sopra la pietra; e non poté levarsi

ché i piedi eran piagati. Disse: “Aligi,

mi riconosci?” Io dissi: “Tu sei Mila”.

E non parlammo più, ché più non fummo

due. Né quel giorno ci contaminammo

né dopo mai. Lo dico in verità.

COSMA: Pastore Aligi, tu hai certo accesa

una làmpana pia nella tua notte

ma tu l'hai posta in luogo di quel termine

antico che inalzarono i tuoi padri.

Tu rimosso hai quel termine sacrato.

E se questa tua làmpana si spegne?

Il consiglio nel cuor dell'uomo è un'acqua

profonda; e l'uomo pio l'attignerà.

ALIGI: Io prego Iddio che ponga sopra a noi

il suggello del sacramento eterno!

Vedi che faccio? Con l'anima in mano

lavoro questo legno, a simiglianza

dell'Angelo apparito. Incominciai

nel giorno dell'Assunta, pel Rosario

lo vo' compire. Or ecco il mio disegno.

Calerò con la mandra verso Roma;

e porterò quest'Angelo con meco

sopra una mula. Andrò dal Santo Padre

nel nome di San Pietro Celestino

che sul Morrone fece penitenza,

me n'andrò dal Pastore dei Pastori

con questo vóto a chiedere dispensa,

perché colei che non fu tocca torni

alla sua madre, sciolta dal legame,

ed alla mia conduca io la straniera

che sa piangere senza farsi udire.

Ora domando al tuo conoscimento,

Cosma: La grazia mi sarà concessa?

COSMA: Tutte le vie dell'uomo sembran dritte

all'uomo; ma il Signore pesa i cuori.

Alte mura, alte mura ha la Città,

e gran porte di ferro, e intorno intorno

gran sepolture dove cresce l'erba.

L'agnello tuo non bruchi di quell'erba,

pastore, Aligi. Interroga la madre...

UNA VOCE (di fuori gridando): Cosma, Cosma! Se sei là dentro, esci!

COSMA: Chi m'ha chiamato? Avete udito voce?

LA VOCE: Esci, Cosma, pel sangue di Gesù!

O cristiani, fatevi la croce!

COSMA: Eccomi. Chi mi chiama? Chi mi vuole?

Scena terza

Appariranno alla bocca della caverna due pastori vestiti di pelli, tenendo fermo tra loro un

giovinetto magro e verdastro come una locusta, che avrà le braccia constrette contro i fianchi da

più giri di corda passati intorno al tronco seminudo.

L'UN PASTORE: O cristiani, fatevi la croce!

Il Signore vi salvi dal Nemico.

Per guardarvi la bocca, dite un pater.

(Tutti i presenti si segneranno).

L'ALTRO PASTORE: O Cosma, questo giovine ha i demonii.

Or è tre giorni che l'hanno invasato.

E vedi vedi come lo travagliano!

Ed egli schiuma e stride e si fa verde.

Noi l'abbiamo legato con le corde

per portartelo. Tu già liberasti

Bartolomeo del Cionco alla Petrara.

Uomo di misericordia, anche questo

libera! Tu fa che escano da lui!

Tu cacciali da lui, e lo guarisci!

COSMA: Qual è il suo nome e il nome del suo padre?

L'UN PASTORE: Salvestro di Mattia di Simeone.

COSMA: Salvestro, vuoi tu essere sanato?

Sta di buon cuore, figliuolo. Abbi fede.

Io te lo dico: Non temere. E voi

perché l'avete legato? Scioglietelo.

L'ALTRO PASTORE: Cosma, vieni con noi alla cappella.

Là noi lo scioglieremo. Qui ci fugge:

e sempre ha frenesia di rotolarsi

e di precipitare; e schiuma. Vieni!

COSMA: Verrò con Dio. Sta di buon cuore, figlio!

(I due pastori trascineranno l'indemoniato. Malde e Anna Onna li seguiranno per un tratto; si

soffermeranno a guatare: il cavatesori, roso dal suo pensiero di sotterra, tenendo in mano un

ramo sfrondato d'ulivo terminante in forcina, fornito d'una pallottola di cera all'estremità più

robusta; la vecchia dell'erbe poggiata alla sua stampella, con la sua sacca di semplici

penzoloni sul ventre. In breve, anch'essi scompariranno. Il santo si volgerà dal limitare, verso

l'ospite). Vado con Dio. Pastore Aligi, sii

rimeritato del conforto ch'ebbi

nel ricovero tuo. M'hanno chiamato

ed ho risposto. Prima che tu prenda

la via nova, considera la legge.

Chi perverte la via, sarà fiaccato.

Guarda il comandamento di tuo padre.

Segui l'insegnamento di tua madre.

Tienli sempre legati in sul tuo cuore.

E Dio guidi il tuo piè, che non sia preso

nei lacci e non incappi nella brace.

ALIGI: Cosma, hai tu bene udito? Io sono puro.

Non mi contaminai ma ebbi fede.

Hai bene udito i segni che l'Iddio

altissimo ha mandati verso me?

Attendo quel che è giusto, e mi mortifico.

COSMA: Io te lo dico: Interroga il tuo sangue,

prima di condur teco la straniera.

UNA VOCE (di fuori gridando): Cosma, non t'indugiare! Ora l'uccide.

COSMA (vòlto a Mila): Pace a te, donna. Se il bene sia teco,

fa che da te si versi come il pianto,

senza che s'oda. Forse tornerò.

ALIGI: Vengo, ti seguo, ché tutto non dissi...

MILA: Aligi, è vero: tutto non dicesti!

Va sul cammino e cerca del crocifero

e pregalo che porti la parola.

(Il santo si allontanerà per i pascoli. Si udrà, or sì or no, il cantare dei pellegrini).

Aligi, Aligi, tutto non dicemmo!

E meglio m'è avere nella bocca

un buon pugno di polvere o una pietra

che me la chiuda. Ascolta solo questo

da me, Aligi. Io non ti feci male;

male non ti farò. Sanàti sono

i miei piedi, e conoscono la via.

Venuta è l'ora della dipartita

per la figlia di Iorio. E così sia.

ALIGI: Io non so, tu non sai l'ora che viene.

Rimetti l'olio nella nostra làmpana.

Prendi l'olio dall'otro. Ancor ve n'è.

E aspettami, che vado dal crocifero.

Bene ho pensato quel che gli dirò.

(Si volgerà per andare. La donna, vinta dallo sgomento, lo richiamerà).

MILA: Aligi, fratel mio! Dammi la mano.

ALIGI: Mila, il cammino è là, poco lontano.

MILA: Dammi la mano tua, ch'io te la baci.

È il sorso che concedo alla mia sete.

ALIGI (appressandosi): Mila, col tizzo io la volli bruciare.

È quella mano trista che t'offese.

MILA: Non mi rammento. Io son la creatura

che trovasti seduta su la pietra,

che veniva chi sa da quali strade.

ALIGI (appressandosi ancóra): Su la tua faccia il pianto non s'asciuga,

creatura. Una lacrima ti resta

nei cigli; trema, se parli; e non cade.

MILA: S'è fatto un gran silenzio. Aligi, ascolta.

Non cantan più. Con l'erbe e con le nevi,

siamo soli, fratello, siamo soli.

ALIGI: Mila, tu sei come la prima volta

là su la pietra, quando sorridevi

con gli occhi e avevi i piedi sanguinosi.

MILA: E tu, tu non sei quello inginocchiato

che i fioretti di San Giovan Battista

posò per terra? Ed una li raccolse

e se li porta nello scapolare.

ALIGI: Mila, una risonanza nella voce

tu hai, che mi consola e mi contrista

come d'ottobre quando con le mandre

si cammina cammina lungo il mare.

MILA: Camminare con te per monti e spiagge,

vorrei che questa fosse la mia sorte.

ALIGI: O compagna, prepàrati al viaggio.

Lungo è il cammino, ma l'amore è forte.

MILA: Aligi, passerei sul fuoco ardente,

e che l'andare non avesse fine!

ALIGI: Pei monti coglierai le genzianelle

e per le spiagge le stelle marine.

MILA: Se dovessi pontare i miei ginocchi

nelle tue péste, mi trascinerei.

ALIGI: Pensa ai riposi, quando farà notte!

La menta e il timo avrai per origlieri.

MILA: Non penso, no. Ma lascia, anche per questa

notte, ch'io viva dove tu respiri,

ch'io t'ascolti dormire anche una volta,

che anch'io vegli per te come i tuoi cani!

ALIGI: Tu lo sai, tu lo sai quel che s'attende.

Con te partisco l'acqua il pane e il sale.

E così partirò la giacitura

fino alla morte. Dammi le tue mani!.

(Si prenderanno per le mani guardandosi fisamente).

MILA: Ah, si trema, si trema. Tu sei freddo,

Aligi, tu ti sbianchi... Dove va

il sangue del tuo viso che si perde?

(Ella si scioglierà e con le mani gli sfiorerà le gote).

ALIGI: O Mila, Mila, sento come un tuono...

E tutta la montagna si sprofonda.

Dove sei? dove sei? Tutto si perde.

(Anch'egli tenderà le mani verso di lei, come uno che brancoli. E si baceranno. Poi cadranno

entrambi in ginocchio, l'uno di contro all'altra).

MILA: Miserere di noi, Vergine santa!

ALIGI: Miserere di noi, Cristo Gesù!

(Sarà grande silenzio).

UNA VOCE (di fuori cruda): Pecoraio, ti cercano all'addiaccio.

Una pecora nera s'è sciancata.

(Aligi si alzerà vacillando, e andrà verso il richiamo).

Il massaro ti cerca, che tu corra.

E dice che c'è una con la còscina,

non so chi sia, che ti va dimandando.

(Aligi volgerà indietro il capo a guardare la donna rimasta in ginocchio; e il suo sguardo

abbraccerà tutte le cose).

ALIGI (a bassa voce): Mila, rimetti l'olio nella làmpana

che non si spenga. Vedi ch'arde appena.

Prendi l'olio dall'otro. Ancor ve n'è.

E aspettami, che arrivo fino al giaccio.

Paura non avere. Dio perdona;

perché tremammo, Maria ci perdona.

Rimetti l'olio, e prega per la grazia.

(Si allontanerà per i pascoli).

MILA: Vergine santa, fatemi la grazia,

ch'io mi rimanga con la faccia in terra

freddata qui, ch'io sia trovata morta,

di qui rimossa per la sepoltura.

Non fu peccato, sotto gli occhi vostri.

Non fu peccato. Voi lo concedeste.

Non furono le labbra (siete voi

testimone) non furono le labbra.

Posso morire sotto gli occhi vostri.

Forza non ho d'andarmene, Maria.

E vivere con lui Mila non può!

Madre clemente, malvagia non fui.

Fui una fonte calpestata. E troppo

mi fu fatta vergogna innanzi al Cielo.

Ma chi mi tolse dalla mia memoria

la mia vergogna, se non voi, Maria?

Rinata fui quando l'amore nacque.

Voi lo voleste, Vergine fedele.

Tutte le vene di quest'altro sangue

vengono di lontano di lontano,

dal fondo della terra ove riposa

quella che m'allattò (fate che anch'ella

ora mi vegga!), dalla più lontana

innocenza. O Maria, voi lo vedete.

Non le labbra, dianzi (siete voi

testimone) non furono le labbra.

E, s'io tremai, ch'io porti nel trapasso

il tremito con me nell'ossa mie.

Mi chiudo gli occhi miei con le mie dita.

(Con l'indice e il medio di ciascuna mano si premerà le pàlpebre; e curverà la faccia sino a

terra).

Sento la morte, me la sento appresso.

Cresce il tremito. E il cuore non si ferma.

(Si leverà impetuosamente).

Ah sciagurata! Quel che mi fu detto

non feci, e per tre volte me lo disse:

“Rimetti l'olio”. Ed ecco, ora si spegne!

(Correrà verso l'otro, appeso a un asse, ma vigilando con l'occhio la fiammella tremula

dinanzi all'imagine e cercando di sostenerla con la preghiera mormorata).

Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum...

(Spiccherà l'otro che le si affloscerà tra le mani. Cercherà la caraffa per versarvi l'olio; ma

non potrà dall'otro spremuto trarre se non qualche stilla).

È vuoto! È vuoto! Vergine, tre gocce,

che mi sien sante per l'estrema Unzione,

due per le mani, l'altra per la bocca

e tutt'e tre sopra l'anima mia!

Ma se ancóra son viva, quando torna,

che gli dirò, Madre, che gli dirò?

Certo che, prima di veder me, vede

che la làmpana è spenta. E se l'amore

non mi valse a tenerla accesa, Madre,

che mai varrà per lui quest'amor mio?

(Ella spremerà anche una volta l'otro, frugherà una bisaccia, capovolterà gli orciuoli,

mormorando la preghiera). Fate che v'arda, Madre intemerata,

ancóra per un poco, ancóra quanto

dura un'Avemaria, dura una Salve

regina, Madre di misericordia!

(Nella ricerca affannosa ella andrà verso il limitare, udrà un passo, scorgerà un'ombra. Si

farà a chiamare, gridando). O donna, buona donna, cristiana,

accòstati, che Dio ti benedica!

Accòstati, ché forse Dio ti manda.

Che porti nella còscina? Hai un poco

d'olio? Per carità, dàmmene un poco!

Poi entra e scegli e piglia quel che vuoi:

cucchiai mortai conocchie fusi, tutto!

Bisogno c'è per la Signora nostra,

per rimettere l'olio nella làmpana

che non si spenga; ché, se mi si spenge,

non vedo più la via del Paradiso.

M'intendi, cristiana? Me la vuoi

tu fare questa carità d'amore?

(La donna apparirà sul limitare, col volto coperto dall'ammantatura nera, si toglierà dal capo

lo staio di legno, senza dir parola, e lo poserà a terra; di sopra vi toglierà il pannolino,

cercherà dentro, prenderà un utello pien d'olio e lo porgerà a Mila di Codra).

Ah benedetta, benedetta! Dio

ti rimeriterà in terra e in cielo.

Tu l'hai, tu l'hai! Vestita a lutto sei;

ma la Madonna ti concederà

di riveder la faccia del tuo morto

per questa carità che tu mi fai.

(Ella prenderà l'utello e si volgerà con ansia per correre alla làmpana moribonda).

Ah, perdizione sopra me! S'è spenta.

(L'utello le sfuggirà dalle mani e si spezzerà sul suolo. Ella rimarrà immobile per alcuni

attimi, stretta dall'orrore dei presagi. La donna ammantata si chinerà con un atto rapido e

tacito verso l'olio sparso, toccandolo con le dita della destra e poi segnandosi).

Scena quarta

Mila guarderà la donna con una tristezza composta, e la rassegnazione disperata farà sorda e

tarda la sua voce. MILA: Perdóno, passeggiera di Cristo.

La tua carità non mi valse.

L'olio è sparso, e rotto l'utello.

La mala ventura è su me.

Dimmi che vuoi. Queste cose

le ha lavorate il pastore.

Una conocchia nuova col fuso

vuoi? Vuoi mortaio e pestello?

Dimmi tu, ché io nulla so.

Ormai son nel mondo di giù.

L'AMMANTATA (con la voce tremante): Figlia di Iorio, venni per te,

e ti portai questa còscina,

per dimandarti una grazia.

MILA: Ah voce di cielo, nel mezzo

dell'anima mia, sempre udita!

L'AMMANTATA: Per te venni dall'Acquanova.

MILA: Ornella! Ornella tu sei!

(Ornella si scoprirà la faccia).

ORNELLA: Sono la sorella di Aligi,

sono la figliuola di Lazaro.

MILA: Ti bacio i tuoi piedi umilmente,

che ti portarono a me

perch'io rivedessi il tuo viso

nell'ora dell'ambascia mortale.

Tu alla pietà fosti la prima

ed ora sei l'ultima, Ornella!

ORNELLA: Se la prima fui, penitenza

grande n'ho fatta. Te lo dico

in verità, Mila di Codra.

E la penitenza mi dura.

MILA: Ti trema la voce tua dolce.

Nella piaga il coltello che trema

fa più strazio, ah quanto più strazio!

E tu non lo sai, giovanetta.

ORNELLA: Sapessi quale ho io dolore!

Sapessi quanto male rendesti

per quel poco di bene ch'io feci!

Dalla casa mia desolata

venni, dove si piange e perisce.

MILA: Perché vestita sei a lutto?

Chi ti morì? Tu non rispondi.

Forse... forse... la cognata tua?

ORNELLA: Ah quella vorresti tu morta!

MILA: No, no. Dio mi vede. Ho temuto,

ho avuto spavento di dentro.

Dimmi, dimmi: Chi dunque? Rispondi,

per Dio e per l'anima tua!

ORNELLA: Nessuno ancor ci morì,

ma tutti il lutto si fa

del caro che andarsene volle

in ruina del capo suo.

Però se vedessi tu quella,

se tu la mia madre vedessi,

tremito ti prende. Per noi

venne la state nera, venne

l'autunno amaro intoscato,

ché più tristo l'anno bissesto

non poteva a noi essere. Pure,

quand'io chiusi la porta a salvarti,

in ruina del capo mio,

tu non parevi già dispietata,

tu che ci pregavi pietà.

E tu mi dimandasti il mio nome

per volermi in lode nomare!

E al mio nome è fatta vergogna

mane e sera nella mia casa,

e vituperata e cacciata

io sono in disparte, ché ognuno

grida: “Eccola dunque colei

che mise la spranga alla porta

perché dentro restasse il malanno

appiattato nel focolare”.

E più non posso. E dico: “Piuttosto

cavate le vostre coltella

e a pezzi stracciatemi”. Questa

è la mercé, Mila di Codra.

MILA: È giusto, è giusto che tu

mi percuota, è giusto che tu

m'abbeveri in questa amarezza,

con questo patimento accompagni

la mia colpa nel mondo di giù.

Forse per me il sasso e la stipa

e la paglia e il legno insensato

parleranno, e l'Angelo muto

che al fratel tuo è vivo in quel ceppo

e la Vergine senza il suo lume

parleranno; e non io parlerò.

ORNELLA: Creatura, ora sembra che a te

l'anima tua sia vestimento

e ch'io possa toccarla stendendo

verso te la mia mano di fede.

Or come tu sai tanto male

gettare alla gente di Dio?

Se Vienda nostra vedessi,

tremi tutta. Fra poco la pelle

le si schianta su l'ossa per l'arido,

e le sue gengive più bianche

son che i denti nella sua bocca.

E, come cadeva la prima

pioggia, sabato, mamma ci disse

piangendo: “Ecco, ecco, ora sen va,

nella frescura si piega e si disfa”.

Ma non piange il mio padre: il suo fiele

ei mastica senza far motto.

Gli s'invelenì la ferita.

La resipola trista lo colse

(San Cesidio e San Rocco ci guardi!)

e nell'enfiagione la bocca

gli lasciò per dì e notte latrare.

Tutto un fuoco scuro eragli il capo.

E incanito le grandi biasteme

ei facea, da scuoter la casa:

e noi sbigottivamo... Tu batti

i denti, creatura. Hai la febbre,

che così ti ricorre riprezzo?

MILA: Sempre, a calata di sole,

m'entra addosso il freddo; ché usa

non sono alla sera dei monti.

A quest'ora s'accendono i fuochi.

Ma parla, parla senza pietà.

ORNELLA: Ieri da un motto compresi

ch'ei s'era messo in pensiero

di salire quassù allo stazzo.

Tornar non lo vidi iersera,

e il sangue mi si fermò.

Allora apprestai questa còscina.

M'aiutarono le mie sorelle;

ché tre siamo, nate di madre,

tutte e tre segnate al dolore.

E stanotte lasciai l'Acquanova,

passai il fiume alla scafa

e la montagna pigliai...

Ah, creatura di Cristo,

a questa pena non reggo.

Che posso io fare per te?

Or tu tremi più malamente

che quando eri presso il camino

e i mietitori incanivano.

MILA: E tu l'hai scontrato? Tu sai

che venuto egli è allo stazzo?

Sei certa, Ornella, sei certa?

ORNELLA: Non l'ho più veduto. Né so

s'egli siasi partito per monte.

So che anco aveva faccenda

al Gionco. E forse non viene.

Non isbigottire! Ma sentimi,

sentimi. Per l'anima tua

salvare, Mila di Codra,

abbi pentimento e rimuovi

questo malificio da noi.

Ridónaci Aligi: e con Dio vatti,

che abbia misericordia di te!

MILA: Sorella d'Aligi, contenta

sempre sono a te d'ubbidire.

È giusto che tu mi percuota,

me femmina malvagia, me figlia

di mago, svergognata sortiera,

che per carità supplicai

alla viatrice di Cristo

che un poco d'olio mi desse

da nutrire una làmpana santa!

Forse dietro a me l'Angelo piange

un'altra volta; e forse le pietre

per me parleranno, ma io

non parlerò. Soltanto, pel nome

di sorella, ti dico (se il vero

non dico, in questo punto sobbalzi

dalla fossa la madre mia cara

e pe' capegli prendami e in nera

terra mi sbatta e testimonio

faccia contro la figlia bugiarda)

soltanto ti dico: Io son senza

peccato inverso il fratel tuo.

Te lo dico: Innanzi al giaciglio

del fratel tuo, sono monda.

ORNELLA: Dio possente, miracolo fai!

MILA: E questo è l'amore di Mila,

questo è l'amor mio, giovanetta.

Altra cosa non parlerò.

Contenta sono a te d'ubbidire.

Sa le sue vie la figlia di Iorio;

e incamminata già s'era

l'anima sua, prima che tu

venissi a chiamarla, o innocente.

E non diffidare, sorella

d'Aligi, che non hai d'onde.

ORNELLA: Fede ho più ferma che pietra.

Tra ciglio e ciglio t'ho vista

la verità. E il resto è caligine.

E io poverella mi sperdo.

Per ciò ti bacerò i tuoi piedi

che sanno le vie, umilmente.

T'accompagnerò nel viaggio

col mio compianto nascosto;

pregherò che ti sieno contati

tutti i tuoi passi e ti sia

rallentato il dolore ad ognuno.

E la pena che abbiamo patita

non più la metterò sopra te.

Non giudicherò la sciagura.

Non giudicherò l'amor tuo.

Poiché tu inverso fratelmo

sei senza peccato, in cuor mio

ti chiamerò la mia suora,

la mia suora sbandita; e vederti

vo' talvolta ne' sogni dell'alba.

MILA: Ah, coricata già fossi

su la terra nera con chiusi

già gli occhi, e fossero queste

le ultime parole da me

udite in promessa di pace!

ORNELLA: Per la vita tua ho parlato.

E t'ho recato il consólo,

che almeno nel primo cammino

non ti manchi un po' di viatico.

Per te apprestai questa còscina

col mangiare e col bere (ora l'olio

è versato!); ma un fiore non misi,

perdonami, ché non sapevo...

MILA: Un fiore turchino, l'acònito,

messo non me l'hai nella còscina:

e messo non m'hai né il lenzuolo

tagliato nella tela tessuta

in quel tuo telaio che vidi

tra il focolare e la porta!

ORNELLA: Mila, aspetta l'ora da Cristo.

Dov'è il fratello? Allo stazzo

non era, dianzi. Dov'è?

MILA: Tornerà, certo, prima di notte.

Bisogna ch'io m'affretti, bisogna.

ORNELLA: Non vuoi tu rivederlo? parlargli?

Dove andrai tu di notte? Rimanti

e anch'io mi rimarrò nel ricetto,

e dinanzi al dolore saremo

noi tre. Poi all'alba tu andrai

per la tua via, noi per la nostra.

MILA: Son già lunghe le notti. Bisogna

ch'io m'affretti. Non sai.

Te lo dico: Da lui anche m'ebbi

il viatico, che non si può

dare due volte. Addio. Vagli incontro,

cercalo: ora è certo allo stazzo.

Trattienilo intanto; raccontagli

quel che si soffre laggiù.

E ch'ei non m'insegua! Ma in via

nascosta sarò. Benedetta,

sempre benedetta! Sii dolce

al suo dolore come al mio fosti.

Addio, Ornella, Ornella, Ornella!

(Ella così parlando si ritrarrà di continuo verso l'ombra del fondo; mentre la giovanetta,

soffocata dal singulto, si allontanerà fuggendo. Riapparirà sul limitare la vecchia dell'erbe.

Ancor si udrà, ma sempre più fievole, il cantare dei pellegrini giù per il valico).

Scena quinta

Anna Onna entrerà, arrancando, poggiata alla sua stampella, con la sua sacca di semplici

penzoloni sul ventre.

ANNA ONNA (affannata): L'ha liberato, donna del piano,

l'ha liberato! Di dentro

cacciato gli ha le dimonia

Cosma, all'ossesso. Egli è santo.

Ha dato un gran grido di toro

il giovine, e caduto è di colpo

come se scoppiato gli fosse

il suo petto. Udito non l'hai

fin qui? Ora dorme su l'erba,

ora dorme profondo; e i pastori

gli stanno d'intorno a guatarlo.

Vieni, vieni e lo vedi anche tu.

Ma dove sei, che poco ti scopro?

MILA: Anna Onna, fa dormir me!

Vecchia mia, ti do quella còscina

che piena è di mangiare e di bere...

ANNA ONNA: Chi era colei che fuggiva?

Trafugato t'ha il cuore del petto,

che tu la chiamavi così?

MILA: Vecchia, ascolta. Ti do quella còscina

piena, ch'è posata là in terra,

se per farmi dormire mi dài

di quei semi neri che sai...

di ioscìamo... Poi va, mangia e bevi.

ANNA ONNA: Non ne ho, non ne ho più nella sacca.

MILA: Per giunta la pelle di pecora

dove oggi hai dormito ti do

e tu di quelle coccole dammi

rosse che sai... bacche di nasso...

Poi va, satòllati e cionca.

ANNA ONNA: Non ne ho, non ne ho più nella sacca.

Adagio un po', donna del piano,

adagio adagio, col tempo.

Pensaci un giorno un mese e un anno.

MILA: Vecchia mia, e per giunta ti do

un fazzoletto a saltèro

e di pannolano tre braccia,

se mi dài di quelle radici

che vendi ai pastori, di quelle

che ammazzano sùbito i lupi...

le barbe dell'erba lupària...

Poi va, e raccónciati l'ossa.

ANNA ONNA: Non ne ho, non ne ho più nella sacca.

Adagio un po', donna del piano.

Col tempo c'è sempre guadagno.

Pensaci un giorno un mese e un anno.

Con l'erbe di Madre Montagna

si guarisce ogni male e malanno.

MILA: Tu non vuoi? Bene, io te la strappo

la tua sacca e dentro la frugo

e quel che mi giova mi prendo.

(Tenterà di strappare la sacca alla vecchia barcollante).

ANNA ONNA: No, no. Tu mi rubi, a me vecchia,

mi fai forza! A me caverà gli occhi

il pecoraio, a pezzi mi straccia...

(S'udrà un passo e apparirà l'ombra d'un uomo al limitare della spelonca).

Ah, sei tu, Aligi? sei tu?

Guarda la forsennata che fa!

Scena sesta

Mila di Codra lascerà cadere la sacca strappata alla vecchia; e guarderà l'uomo sopraggiunto,

alto nel campo del chiarore. Ma, riconoscendolo, gitterà un grido e si rifugerà nell'ombra del

fondo. Allora Lazaro di Roio entrerà, in silenzio, portando una corda avvolta al braccio, come un

bifolco che abbia sciolto il bue. Si udrà sonare sul sasso la stampella frettolosa di Anna Onna

andata in salvo. LAZARO DI ROIO: Femmina, non avere paura.

Lazzaro di Roio è venuto

ma senza portare la falce;

ché a pena di talione

obbligarti non vuole. Cavato

più che un'oncia di sangue gli fu

sul campo di Mispa; e tu sai

la cagion della sciarra e la fine.

Che tu gli renda oncia per oncia

non vuole, se bene gli brucia

la cicatrice nel capo.

Penna nera e fronda d'ulivo,

olio forte e filiggine di camino,

mane e sera, sera e mane

per la resipola cane!

(Riderà d'un riso breve e crudo).

E, dov'era colcato, sentiva

piangere e lagnare le donne

non per lui ma sì pel pastore

magato da una magalda

su la montagna distante.

Certo, femmina, male scegliesti.

Ma s'è rifatto il mio sangue,

e troppe altre parole non dico,

ché la lingua risecca m'è già;

ed è sempre l'istessa cagione.

Or tu verrai meco senz'altre

parole, figlia di Iorio.

Ho quaggiù l'asina e il basto

e anco una corda di canapa

e una di sparto, Dio grazia.

(Mila resterà immobile, addossata alla roccia, senza rispondere).

Hai tu inteso, Mila di Codra?

O mutola e sorda sei fatta?

Or io te lo dico con pace:

Ben so come fu quella volta

dei mietitori di Norca.

Se pensi di star contro me

su l'istesse difese, t'inganni.

Qui non v'è focolare, né v'è

parentado; né Santo Giovanni

suona la campana a salute.

Io muovo tre passi e ti prendo.

E due buoni compari ho con meco.

Per ciò, te lo dico con pace,

t'è meglio farti grado di quello

a che la necistà ti costringe.

MILA: Che vuoi tu da me? Sopraggiunto

sei quando la morte era là,

che s'è tratta da parte a lasciarti

entrare, e rimasta è pur là.

Raccatta quella sacca. V'è dentro

ràdica da ammazzar dieci lupi.

E tu légamela alla mascella

tu stesso, ché io di buona bocca

dentro vi mangerò - tu vedrai -

come la giumenta che trita

la sua biada. Poi anche me

raccattami fredda e sul basto

mettimi traverso legata

con le tue corde e mandami giù

con l'asina innanzi al balivo

dicendo: “Ecco la svergognata

sortiera!” E m'ardano il corpo,

e vengan le tue donne a guardare

e si rallegrino. Forse

una caccerà la sua mano

nelle fiamme senza bruciarsi,

per trarne fuora il mio cuore.

(Lazaro, alla prima incitazione, avrà raccattata la sacca dei semplici e scrutata. La gitterà

dietro a sé con diffidenza e dispregio).

LAZARO: Ah, ah, tu mi vuoi tendere un laccio.

Chi sa a che agguato mi tiri.

Nella voce ti sento l'insidia.

Ma io ti prenderò nel mio cappio.

(Egli farà un cappio alla sua corda).

Né morta né fredda ti vuole

Lazaro, per la Dio grazia!

Mila di Codra, vendemmia

vuol fare con te, quest'ottobre.

Acconciate già son le sue tina.

L'uva vuol pigiare con te

Lazaro e azzuffarsi col mosto.

(Si avanzerà verso la donna ridendo bieco. Mila si terrà pronta a sfuggirgli. L'uomo la

incalzerà. Ella balzerà di qua e di là, ma senza scampo).

MILA: Non mi toccare! Abbi vergogna.

Il tuo figlio è dietro di te.

Scena settima

Aligi apparirà sul limitare. Scorgendo il padre, perderà ogni colore di vita. Lazaro s'arresterà per

volgersi a lui. Il padre e il figlio si guarderanno fisamente.

LAZARO: Che c'è egli, Aligi? Che è?

ALIGI: Padre, come siete venuto?

LAZARO: Succhiato ti fu il sangue, che sei

sbiancato così? Te ne coli

come il siero dalla fiscella,

pecoraio, per lo spavento.

ALIGI: Padre, che volete voi fare?

LAZARO: Che voglio io fare? Dimanda

rivolgere a me, non t'è lecito.

Ma ti dirò che prendere voglio

la pecora cordesca nel cappio

e trarla dove più mi talenta.

Poi giudicherò del pastore.

ALIGI: Padre, non farete voi questo.

LAZARO: Come ardimento hai di levare

il viso inverso me? Tu bada

ch'io non te l'arrossi di sùbito.

Va e torna allo stazzo, e rimanti

con la tua mandra dentro la rete

finché io non venga a cercarti.

Per la vita tua, obbedisci.

ALIGI: Padre, tolga il Signore da me

ch'io non vi faccia obbedienza.

E voi giudicare potete

del figliuol vostro; ma questa

creatura lasciate in disparte,

lasciatela piangere sola.

Non l'offendete. È peccato.

LAZARO: Ah mentecatto di Dio!

Di quale santa tu parli?

Non vedi (ti cascassero gli occhi)

non vedi che costei ha di sotto

le sue pàlpebre, intorno il suo collo

i sette peccati mortali?

Certo, se la vedono i tuoi

montoni, la cozzano. E tu

hai temenza ch'io non l'offenda!

io ti dico che la carrareccia

della strada maestra assai meno

delle costei vergogne è battuta..

ALIGI: Se non mi fosse a Dio peccato,

se all'uomo non mi fosse misfatto,

padre, io vi direi che di questo

per la strozza avete mentito.

(Farà alcuni passi obliqui e si frapporrà fra il padre e la donna, coprendo lei della sua

persona).

LAZARO: Che dici? Ti si secchi la lingua!

Mettiti in ginocchio e domanda

perdóno con la faccia per terra,

e non t'ardire più di levarti

innanzi a me, ma carpone

vattene e statti coi cani.

ALIGI: Il Signore sia giudice, padre;

ma questa creatura alla vostra

ira non posso lasciare,

se vivo. Il Signore sia giudice.

LAZARO: Io ti son giudice. Chi

sono io a te, pel tuo sangue?

ALIGI: Voi siete il mio padre a me caro.

LAZARO: Io sono il tuo padre; e di te

far posso quel che m'aggrada,

perché tu mi sei come il bue

della mia stalla, come il badile

e la vanga. E s'io pur ti voglia

passar sopra con l'erpice, il dosso

diromperti, be', questo è ben fatto.

E se mi bisogni al coltello

un manico ed io me lo faccia

del tuo stinco, be', questo è ben fatto;

perché io son padre e tu figlio,

intendi? E a me data è su te

ogni potestà, fin dai tempi

dei tempi, sopra tutte le leggi.

E come io fui del mio padre,

tu sei di me, financo sotterra.

Intendi? E se del cervello

questo ti cadde, io tel riduco

in memoria. Inginòcchiati, e bacia

la terra, ed esci carpone,

e va senza volgerti indietro!

ALIGI: Passatemi sopra con l'erpice

ma non toccate la donna.

(Lazaro gli s'accosterà, senza più contenere il furore; e, levando la corda, lo percoterà su la

spalla).

LAZARO: Giù, giù, cane, mettiti a terra!

(Aligi cadrà su i ginocchi).

ALIGI: Ecco, padre mio, m'inginocchio

dinanzi a voi, bacio la terra.

E al nome di Dio vivo e vero,

pel mio primo pianto di quando

vi nacqui, di quando prendeste

me non ancóra fasciato

nelle vostre mani e m'alzaste

verso il Santo Volto di Cristo,

io vi prego, vi prego, mio padre:

Non calpestate così

il cuore del figlio dolente,

non gli fate quest'onta! Vi prego:

Non gli togliete il suo lume,

non lo date alla branca del falso

nemico che gira d'intorno!

Vi prego, per l'Angelo muto

che vede e che ode nel ceppo!

LAZARO: Va, va, esci fuori, esci fuori

e dopo ti giudicherò.

Esci fuori, ti dico. Esci fuori.

(Crudelmente egli lo percoterà con la corda. Aligi si solleverà tutto tremante).

ALIGI: Il Signore sia giudice, e giudichi

fra voi e me, e vegga, e mi faccia

ragione; ma io sopra voi

non metterò la mia mano.

LAZARO: Maledetto! T'appicco il capestro...

(Gli getterà il cappio per prendergli il capo; ma Aligi schiverà la presa afferrando la corda e

togliendola al padre con una stratta improvvisa).

ALIGI: Cristo Signore, aiutami tu,

ch'io non gli metta addosso la mano,

ch'io non faccia questo al mio padre!

(Furente, Lazaro correrà al limitare chiamando).

LAZARO: O Ienne, o tu, Femo, venite,

venite a vedere costui

quel che fa (lo freddasse una serpe!).

Portate le corde. Invasato

è per certo. Minaccia il suo padre!

(Accorreranno due bifolchi membruti, portando le corde).

Mi s'è ribellato costui!

Maledetto fu sin nel ventre

e per tutti i suoi giorni e di là.

Lo spirito malo gli è entrato.

Guardatelo, senza più sangue

la faccia. O Ienne, tu prendilo.

O Femo, hai la corda, tu legalo.

Legatelo e gettatelo fuori

ché io non mi voglio macchiare.

E correte a chiamare qualcuno

che l'escongiurazione gli porti.

(I due bifolchi si getteranno su Aligi per sopraffarlo).

ALIGI: Fratelli in Dio, non fatemi questo!

Non ti perdere l'anima tua,

Ienne. Ti riconosco. Di te

mi rammento, quand'ero bambino,

che venni a raccoglier l'olive

nel tuo campo, Ienne dell'Eta.

Mi rammento. Non farmi quest'onta,

non vituperarmi così!

(I bifolchi lo terranno serrato e cercheranno di legarlo, trascinandolo, mentre egli si

divincolerà).

Ah, cane! Di peste perissi!

No, no, no! Mila, Mila, corri,

prendimi là un ferro. Mila! Mila!

(Si udrà ancóra la sua voce rauca e disperata, mentre Lazaro chiuderà a Mila lo scampo).

MILA: Aligi, Aligi, Dio ti vaglia!

Dio ti vendichi! Non disperare.

Forza non ho, forza non hai.

Ma, finché m'è in bocca il mio fiato,

sono di te, sono per te!

Abbi fede. L'aiuto verrà.

Fa cuore, Aligi. Dio ti vaglia!

Scena ottava

Mila starà con gli occhi fissi a quella parte, con l'orecchio teso per cogliere le voci. Nella breve

tregua, Lazaro scruterà la caverna insidiosamente. Si udrà in lontananza il cantare di un'altra

compagnia trapassante pel valico.

LAZARO: Femmina, or hai tu veduto

che il padrone son io. Do la legge.

Rimasta sei sola con me.

Si comincia a far sera; e qui dentro

è già quasi notte. Paura

non avere, Mila di Codra,

né di questa mia cicatrice

se accesa la vedi, che ancóra

mi ci sento batter la febbre...

Accòstati. Consunta mi sembri.

Nel giaccio del pecoraio

non avesti per certo la grassa

pasciona. Da me tu potresti

averla, se tu la volessi,

alla pianura; ché Lazaro

di Roio è capoccio fornito...

Ma che guati per là? che aspetti?

MILA: Nulla aspetto. Non viene nessuno.

(Vigilerà, nella speranza di vedere apparire Ornella per salvazione. Dissimulando e

temporeggiando, tenterà d'ingannare l'uomo).

LAZARO: Sei sola con me. Non avere

paura. Ti sei persuasa?

MILA (lentamente): Ci penso, Lazaro di Roio,

ci penso, a quel che prometti...

Ci penso. Ma chi m'assicura?

LAZARO: Non ti scostare. Mantengo

quel che prometto, ti dico,

se Dio mi dà bene. Vien qua.

MILA: E Candia della Leonessa?

LAZARO: Metta amara saliva e con quella

bagni il filo di canapa e torca.

MILA: E tre figlie tu hai nella casa,

e la nuora. Non mi confido.

LAZARO: Vien qua. Non ti scostare. Qua, senti:

ho vénti ducati cuciti

dentro la pelle. Li vuoi?

(Palperà l'orlo della sua casacca di pelle di capra. Poi se la toglierà di dosso e la getterà per

terra, ai piedi della donna). Tieni! Non li senti che suonano?

Sono vénti ducati d'argento.

MILA: Vo' prima vedere; vo' prima

contare, Lazaro di Roio.

Ora prendo le forbici e sdrucio.

LAZARO: Ma che guati? Ah, magalda, tu certo

preparando mi vai qualche sorte

e tenermi a bada ti credi.

(Egli l'assalirà per prenderla. La donna gli sfuggirà nell'ombra, andrà a rifugiarsi presso il

ceppo di noce). MILA: No! No! No! Lasciami! Lasciami!

Non mi toccare. Ecco, viene! Ecco, viene

la tua figlia... Ornella ora viene.

(Ella si aggrapperà all'Angelo perdutamente, per resistere alla violenza).

No, no! Ornella, Ornella, aiuto!

(D'improvviso, alla bocca della caverna, apparirà Aligi disciolto. Vedrà il viluppo nell'ombra.

Si precipiterà contro il padre. Scorgerà nel ceppo rilucere l'asce ancóra infissa. La brandirà,

cieco di orrore). ALIGI: Lasciala, per la vita tua!

(Colpirà il padre a morte. Ornella, sopravvenuta, si chinerà a riconoscere nell'ombra il corpo

stramazzato a piè dell'Angelo. Gitterà un gran grido).

ORNELLA: Ah! E io t'ho sciolto! E io t'ho sciolto!

ATTO TERZO

Si vedrà un'aia grande; e al fondo una quercia venerabile per vecchiezza; e, dietro il tronco, la

campagna limitata dai monti, solcata dalla fiumana. Si vedrà a manca la casa di Lazaro, la porta

aperta, il portico ingombro di strumenti rurali; a dritta, il fienile il frantoio il pagliaio.

Scena prima

Il cadavere di Lazaro sarà steso sul nudo suolo, dentro la casa, poggiato il capo a un fascio di

sermenti, secondo il costume. E le Lamentatrici gli staranno d'intorno inginocchiate. Di loro una

intonerà, l'altre in coro voceranno; e per fare il lamento si chineranno l'una verso l'altra tenendo

fronte con fronte. Sotto il portico, fra l'aratro e il tino, staranno le donne del parentado, e

Splendore e Favetta. Più oltre, Vienda di Giave sarà seduta su una pietra, con l'aspetto di una

morente, confortata dalla sua madre e dalla sua madrina. Sola Ornella sarà sotto l'albero, con lo

sguardo rivolto verso il sentiero. Tutte in gramaglia.

IL CORO DELLE LAMENTATRICI: Iesu Cristo, Iesu Cristo,

l'hai possuto sofferire!

D'esta morte scellerata

dovìa Lazaro morire!

S'è veduto a vetta a vetta

tutto, 'l monte isbigottire.

S'è veduto in ciel lo sole

la sua faccia ricuoprire.

Ahi, ahi! Lazaro, Lazaro, Lazaro!

Ahi, che pianto si piange per te!

Requiem æternam dona ei, Domine.

ORNELLA: Ora viene! Ora viene! Si vede

lo stendardo nero, e la polvere.

Sorelle, sorelle, pensate

alla madre, che si prepari...

che il cuor non le scoppi... Fra poco

viene. Ecco, laggiù alla svolta,

lo stendardo nero apparito!

SPLENDORE: Maria della Pietà, pel tuo Figlio

messo in croce, tu sola puoi dirlo

alla madre, e tu parlale dentro!

(Alcune donne esciranno del portico a guardare).

ANNA DI BOVA: È il cipresso del campo a Fiumorbo.

FELÀVIA SÈSARA: È l'ombra del nuvolo in terra.

ORNELLA: Non è né il cipresso né l'ombra

del nuvolo, donne. Io lo vedo:

né il cipresso né il nuvolo, ahimè.

Lo stendardo è del Malificio,

che l'accompagna. Ora viene,

per il commiato di morte,

per aver dalla madre la tazza

del consólo e andarsene a Dio.

Ah perché non moriamo noi tutte

dietro a lui? Sorelle, sorelle!

(Le sorelle si volgeranno alla porta e guateranno).

IL CORO DELLE LAMENTATRICI: Iesu Iesu, meglio era

ch'esto tetto si sfacesse.

Ahi che troppo è gran dolore,

Candia della Leonessa,

l'uomo tuo su nuda terra,

e guancial non gli è permesso!

Solo un fascio di sermenti

sotto il capo gli fu messo!

Ahi, ahi! Lazaro, Lazaro, Lazaro!

Ahi, che pena si pena per te!

Requiem æternam dona ei, Domine.

SPLENDORE: Favetta, va tu; va e parla.

Va tu; e le tocca una spalla,

ch'ella senta e si volga. Seduta

su la pietra del focolare

sta, fisa; e ciglio non muove,

e par che non veda e non oda,

e pare sia tutta una pietra.

Vergine di misericordia,

non le togliere il senno, alla misera!

Fa che ci guardi e negli occhi

nostri si riconosca la misera!

Ma io cuore non ho di toccarla.

E chi le dirà la parola?

Sorella, va e dille: Ecco viene.

FAVETTA: Né io non ho cuore. Ho spavento.

Non me la ricordo com'era,

e né mi ricordo la voce

com'era prima che fossimo

in doglia. Incanutita s'è tutta,

e ogni ora più bianco diventa

il suo capo. Mi pare che nostra

non sia più; mi pare distante

e che stia seduta su quella

pietra da cent'anni e per altri

cent'anni, e più non si ricordi

di noi... Vedete, vedete

come tien chiusa la bocca!

Più chiusa di quella ch'è fatta

muta per sempre là in terra.

Come dunque parlare potrà?

Io non la tocco, io non le dico:

Ecco viene. Se si scuote,

cade, stramazza. Ho spavento.

SPLENDORE: Ah perché siamo nate, sorelle?

Perché ci partorì nostra madre?

Ci prendesse tutte in un fascio

la morte, ci portasse con sé!

IL CORO DELLE PARENTI: - Ah che pietà, creature!

- Che pietà di voi, creature!

- Su, fate cuore, che Dio

vi rialzerà, se v'ha stronche.

- Dio vi dà la trista vendemmia

ma forse l'oliva sarà

meno scura. Abbiate fidanza.

- E c'è una che forse è più misera

di voi, c'è una che stava

nella sua casa, in mezzo al suo pane,

qui entrò, s'addormì, si svegliò

a sorte perversa, e non ebbe

più bene e si muore: Vienda.

- È già nel mondo di là.

- E quella non si lagna e non lacrima.

- Ah che pietà della carne

cristiana, della vita nostra,

di tutta la gente che nasce

dolora trapassa e non sa!

ORNELLA: Ecco viene Femo di Nerfa

il bifolco, viene correndo.

E lo stendardo s'è fermo

al Tabernacolo bianco.

Sorelle, volete ch'io stessa

vada e la parola le porti?

Ahimè, forse non si rammenta

quel che bisogna. Ma, Dio

liberi, se pronta non è

ed ei sopraggiunge e la chiama

e all'improvviso ella ode la voce,

allora certo il cuore le scoppia.

ANNA DI BOVA: Ah che certo il cuore le scoppia,

Ornella, se tu vai e la tocchi.

Hai la mala ventura con te;

e tu fosti a chiuder la porta

e tu fosti a sciogliere Aligi.

IL CORO DELLE LAMENTATRICI: A chi lo lasci l'aratro,

oh Lazaro, a chi lo lasci?

Chi ti vanga il campo tuo,

la tua mandra chi la pasce?

Padre e figlio l'Inimico

ha pigliato con un laccio.

Morte infame, morte infame,

corda e sacco e ferro d'asce!

Ahi, ahi! Lazaro, Lazaro, Lazaro!

Ahi, che scempio si pate per te!

Requiem æternam dona ei, Domine.

(Apparirà il bifolco ansante).

FEMO DI NERFA: Dov'è Candia? Figliuole del Morto,

il giudizio è fatto. Baciate

la polvere, prendete la cenere.

Il Giudice del Malificio

ha dato sentenzia finale,

e tutto il popolo è giustiziere

del parricida e l'ha nelle mani.

Ora il fratel vostro lo portano

qui, a pigliar perdonanza

dalla madre sua, che la madre

la tazza gli dia del consólo,

prima che la mano gli tàglino,

prima che nel sacco lo sèrrino

col can mastino e lo gèttino

al fiume in dove fa gorgo.

Figliuole del Morto, baciate

la polvere, prendete la cenere.

E Nostro Signore Gesù

abbia pietà del sangue innocente!

(Le tre sorelle correranno l'una verso l'altra e si stringeranno insieme, capo con capo,

restando nell'atto. Si udrà a quando a quando il rullo sordo del tamburo funereo).

MARIA CORA: O Femo, e perché l'hai tu detto?

FEMO DI NERFA: Dov'è Candia che non apparisce?

LA CINERELLA: Su la pietra del focolare,

è là: non fa segno né motto.

ANNA DI BOVA: E nessuno si ardisce toccarla.

LA CINERELLA: Ne hanno spavento le figlie.

FELÀVIA SÈSARA: E tu, Femo, hai testimoniato?

LA CATALANA: E Aligi l'avesti vicino?

E, innanzi al giudice, che disse?

MÒNICA DELLA COGNA: Che disse? che fece? Urla mise

e diè nelle smanie il meschino?

FEMO DI NERFA: Sempre ginocchione si stette

e si guardava la mano.

E diceva ogni tratto: “Mea culpa”.

E innanzi a sé baciava la terra.

E aveva un viso umile e pio

così che pareva innocente.

E l'Angelo intagliato nel ceppo

era là con la macchia di sangue.

E molti piangevano intorno.

E taluno diceva: “È innocente”.

ANNA DI BOVA: E la mala femmina Mila

di Codra ritrovata non fu?

LA CATALANA: La figlia di Iorio dov'è?

Non se n'ha novella? Che sai?

FEMO DI NERFA: Cercata per gli stazzi fu molto

ma nessuna traccia lasciò.

I pastori non l'hanno veduta.

Solo Cosma, il santo dei monti,

dice averla veduta e che in qualche

forra è andata a gittar l'ossa sue.

LA CATALANA: La tròvino i corvi ancor viva

e gli occhi le bécchino, i lupi

la tròvino viva e la stràccino!

FELÀVIA SÈSARA: E sempre rinasca allo strazio

la carne sua maledetta!

MARIA CORA: Taci, taci, Felàvia. Silenzio!

Silenzio! Candia s'è alzata,

cammina, ora viene alla soglia,

ora esce. Figliuole, figliuole,

s'è alzata. Reggetela voi.

(Le sorelle si scioglieranno e andranno verso la porta).

IL CORO DELLE LAMENTATRICI: Candia della Leonessa,

dove vai? Chi t'ha chiamata?

Sigillata è la tua bocca,

il tuo piede è catenato.

Lasci dietro a te la morte

e t'imbatti nel peccato!

Unque vai, unque ti volti,

il cammino è disperato.

Ahi, ahi, cenere misera, ahi vedova,

ahi madre! Iesu Iesu, pietà!

De profundis clamavi ad te, Domine.

(La madre apparirà su la soglia).

Scena seconda

Le figlie faranno l'atto di sostenerla trepidando. Ella le guarderà attonita.

SPLENDORE: Madre cara, ti sei levata. Forse

ti bisogna qualcosa, un sorso almeno

di vin moscato, un po' di cordiale?

FAVETTA: E screpolato t'è il labbro tuo caro

dalla secchezza. Vuoi che ti si bagni?

ORNELLA: Mamma, fa cuore. Siamo qui con te.

Alla prova più trista Iddio ti chiama.

CANDIA DELLA LEONESSA: E d'una tela viense tanta trama

e d'una fonte viense tanto fiume

e d'una quercia viense tante rame

e d'una madre tante creature!

ORNELLA: Mamma, la fronte ti coce. Oggi è un tempo

che fa afa; e t'è grave questo panno.

Tutto in sudore t'è il tuo caro viso.

MARIA CORA: Gesù Gesù, che non esca di senno!

LA CINERELLA: Vergine, che il farnetico le passi!

CANDIA: È tanto tempo che non ho cantato,

non so se la ritrovo l'aria mia.

Ma oggi è venardì e non si canta;

il Signore s'è messo in penitenza.

SPLENDORE: O madre mia, dove sei con la mente?

Guardi e non ci conosci! Qual pensiero

ti trae? Misere noi, che è mai questo?

CANDIA: Questo è il pianeta, e questo è il Sacramento,

e questo è il campanile di San Biagio,

e questo è il fiume e questa è la mia casa.

Ma chi è questa che sta su la porta?

(Un terrore sùbito assalirà le giovanette. Si discosteranno alquanto a riguardare la madre, e

gemeranno sommesse).

ORNELLA: Ah, sorelle, sorelle mie, perduta

l'abbiamo! Anche la madre nostra abbiamo

perduta! Escita è di senno, vedete.

SPLENDORE: Sventura nostra! Maledette siamo

da Dio. Siamo rimaste sole in terra!

FAVETTA: O donne, buone parenti, scavateci

la fossa accanto a quell'altra, e metteteci

tutte e tre giù, così come siam vive.

FELÀVIA SÈSARA: No, non isbigottite, creature;

ché la percossa le ha riversa l'anima,

l'ha risospinta nel tempo di già.

Lasciatela che svaghi; e poi ritorna.

(Candia farà qualche passo).

ORNELLA: Madre, mi senti? Dove vuoi andare?

CANDIA: Il core ho perso d'un dolce figliuolo,

or è trentatre giorni, e non lo trovo!

L'hai tu veduto, l'hai tu riscontrato?

- Io sul Monte Calvario l'ho lasciato,

i' l'ho lasciato sul Monte distante,

l'ho lasciato con lacrime e con sangue.

MARIA CORA: Ah, dice l'ore della Passione.

FELÀVIA SÈSARA: Lasciatela, lasciatela che dica.

LA CINERELLA: Lasciatela, che il cuore le si scarichi.

MÒNICA DELLA COGNA: O Madonna del Santo Venardì,

miserere di lei. Ora pro nobis.

(Le donne del parentado s'inginocchieranno pregando).

CANDIA: Ecco e la Madre si mette in cammino,

viene alla vista del suo dolce figlio.

- O madre, madre, perché sei venuta?

Tra la gente giudea non v'è salute.

- Portato un braccio t'ho di pannolino

per ricuoprirti il tuo corpo ferito.

- Deh portato m'avessi un sorso d'acqua!

- Figlio, non so né strada né fontana;

ma, se la testa un poco puoi chinare,

una goccia di latte io ti vo' dare;

e, se latte non esce, tanto spremo

che tutta la mia vita esce del seno.

- O madre, madre, parla piano piano...

(Ella s'arresterà per qualche attimo nella cadenza; poi griderà d'improvviso, con una voce

disperata).

Madre, madre, dormii settecent'anni,

settecent'anni; e vengo di lontano.

Non mi ricordo più della mia culla.

(Colpita dal suo stesso grido, ella si guarderà intorno sgomenta, come risvegliandosi di

soprassalto. Le figlie correranno a sostenerla. Le donne si leveranno. Si udrà più presso il

rullo del tamburo allentato).

ORNELLA: Ah come trema, come trema tutta!

Ora vien meno. Più non regge l'anima.

Da due giorni è digiuna, e si svanisce.

SPLENDORE: Mamma, chi parla in te? Chi senti tu

dentro parlarti, dentro le tue viscere?

FAVETTA: Dacci udienza, poni mente a noi,

guardaci in viso. Siamo qui con te.

FEMO DI NERFA (dal fondo): Donne, donne, è qui presso con la turba.

Lo stendardo ora passa la cisterna.

Portano anche l'Angelo coperto.

(Le donne si aduneranno sotto la quercia a guatare verso il sentiero).

ORNELLA (a gran voce):Madre, ora viene Aligi, viene Aligi

a pigliar perdonanza dal tuo cuore,

a bevere la tazza del consólo

dalle tue mani. Svégliati e sta forte.

Maledetto non è. Col pentimento

il sacro sangue sparso ei lo riscatta.

CANDIA: È vero, è vero. Con le foglie trite

fu ristagnato il sangue che colava.

“Figlio Aligi” gli disse “figlio Aligi,

lascia la falce e prenditi la mazza;

fatti pastore e va su la montagna”.

E fu guardato il suo comandamento.

SPLENDORE: Hai bene inteso? Il figlio Aligi arriva.

CANDIA: E alla montagna deve ritornare.

Come farò? Le sue camicie nuove

non ho finito di cucirgli, Ornella!

ORNELLA: Madre, andiamo. Fa questo passo. Vòlgiti.

Aspettarlo bisogna innanzi casa.

Donàmogli commiato, a lui che parte.

E poi ci colcheremo tutte in pace,

a fianco a fianco, nel letto di giù.

(Le figlie ricondurranno la madre sotto il portico).

CANDIA (tra sé mormorando): Io mi colcai e Cristo mi sognai.

Cristo mi disse: “Non aver paura”.

San Giovanni mi disse: “Sta sicuro”.

IL CORO DELLE PARENTI: - Oh che turba di gente viene dietro

lo stendardo! Vien tutta la contrada.

- Iona di Midia porta lo stendardo.

- E che silenzio, come a processione!

- Ah che pietà! Sul capo il velo nero.

- Le ritorte di legno alle sue mani,

come pesanti, grosse come un giogo!

- E col càmice bigio e i piedi scalzi.

- Ah chi ci regge? Io metto faccia in terra

e chiudo gli occhi, e non voglio vedere.

- Lonardo della Roscia porta il sacco

di cuoio; Biagio Gudo, il can mastino.

- Mettetegli nel vino un po' di ràdica

di solatro, che perda il sentimento.

- Cocetegli nel vino erba morella,

ch'esca della memoria e non s'accorga.

- Va, Maria Cora, che sai medicina,

aiuta Ornella a fare il beveraggio.

- Grande il misfatto ma grande il patire.

- Ah che pietà! Guarda la gente, come

è muta! Viene tutta la contrada.

- Han lasciato le vigne in abbandono.

- Oggi uva non si coglie. Anco la terra

è a lutto. Chi non piange? Chi non piange?

- Guarda Vienda. Pare in agonia.

- Meglio per lei, che ha perso conoscenza.

- Meglio per lei, se non ode e non vede.

- Ahi, che destino amaro! Or è tre mesi

che venimmo portando le canestre.

- E il male che verrà, chi lo misura?

- Non vi saranno lacrime per piangere.

FEMO DI NERFA: Silenzio, donne! Silenzio! Ecco Iona.

(Le donne si ritrarranno verso il portico. Si farà gran silenzio).

LA VOCE DI IONA: O vedova di Lazaro di Roio

o gente della casa sciagurata,

all'erta, all'erta! Viene il penitente.

Scena terza

Apparirà l'alta statura di Iona con lo stendardo funereo. Dietro di lui verrà il parricida vestito d'un

càmice, col capo coperto d'un velo nero, con ambe le mani strette da pesati ritorte di legno. Un

uomo gli starà da presso tenendo la mazza pastorale istoriata; un altro avrà la scure; altri

porteranno l'Angelo avvolto in un drappo e lo poseranno a terra. La turba si accalcherà nello

spazio, tra l'albero e il pagliaio. Le lamentatrici, trascinatesi carponi alla soglia della casa,

leveranno il grido verso il morituro.

IL CORO DELLE LAMENTATRICI: Figlio Aligi, figlio Aligi,

che hai fatto? che hai fatto?

Chi è questo insanguinato?

chi l'ha corco sopra il sasso?

È venuta l'ora tua.

Nero il vino del trapasso!

Mano mozza, morte infame,

mano mozza, corda e sacco!

Ahi, ahi! Figlio di Lazaro, Lazaro

è morto, ahi ahi, ucciso da te!

Libera, Domine, animam servi tui.

IONA DI MIDIA: Trist'a te, Candia della Leonessa.

O Vienda di Giave, trist'a te.

Trist'a voi, figlie del Morto, parenti.

Il Signore abbia pietà di voi, donne.

Nelle mani del popolo rimesso

è Aligi di Lazaro dal Giudice

del Malificio, perché vendicata

sia per le nostre mani questa infamia

caduta sopra a noi, che d'una eguale

i vecchi nostri non hanno memoria

e così la memoria se ne perda,

per la Dio grazia, ne' figli de' figli.

Or t'abbiamo condotto il penitente

perché da te la tazza del consólo

riceva, Candia della Leonessa.

Escito egli è dalle viscere tue.

T'è conceduto alzargli il velo nero,

accostargli alla bocca il beveraggio,

ché molto amara sarà la sua morte.

Salvum fac populum tuum, Domine.

Kyrie eleison.

LA TURBA: Christe eleison. Kyrie eleison.

(Iona porrà una mano su la spalla di Aligi per sospingerlo. Il penitente velato farà un passo

verso la madre; poi cadrà su i ginocchi, di schianto).

ALIGI: Laudato Gesù e Maria!

Ma voi madre chiamare non più

m'è dato, non più benedire

m'è dato, ché la bocca è d'inferno,

quella che da voi succhiò il latte,

che da voi le sante orazioni

imparò nel timore di Dio,

e i comandamenti e la legge.

Perché tanto male v'ho reso?

Volontà di dire m'è dentro;

ma ratterrò la mia bocca.

O la più sventurata di tutte

le donne che hanno nutrito

il suo figlio, che gli hanno cantato

il sonno nella culla e nel grembo,

oh no, non alzate il mio velo,

che non vi comparisca dinanzi

la faccia del peccato tremendo.

Non alzate il velo mio nero.

Io non abbia da voi beveraggio;

perché poco è quello che soffro,

poco è quello che debbo patire.

Ma scacciatemi ora, con legni

e con pietre, scacciatemi via;

scacciatemi come il mastino

che all'agonia sarà mio compagno,

che mi morderà la mia gola

quando l'anima mia disperata

vi chiamerà mamma mamma

nel sangue del mio moncherino

maledetto entro il sacco d'infamia.

LA TURBA (sommessamente): - Oh povera, povera! Guarda

guarda: tutta bianca in due notti!

- Non piange. Pianger non può.

- Escita sembra di senno.

- Non si move. E come la statua

dell'Addolorata. Oh pietà!

- Abbine pietà, buono Iddio!

Santa Vergine, misericordia!

- Miserere di lei, Iesu Cristo!

ALIGI: E voi, creature, non più

m'è dato chiamare sorelle,

né più nominare m'è dato

i nomi che il battesmo v'impose,

che m'eran le mie foglie di menta

in bocca, le mie foglie odorose,

che mi davan freschezza e piacenza

fino al cuore nel mio pasturare;

e me li sento qui a sommo

e poterli dire vorrei,

e non vorrei sorso d'altro

consólo pel mio trapassare.

Ma non più nominarvi m'è dato.

E s'appassiranno i bei nomi;

e non li canterà l'amor vostro

sotto la finestra al sereno;

ché nessuno vorrà le sorelle

di Aligi. E ora il miele è veleno!

Scacciatemi via come cane,

anche voi scacciatemi via,

battetemi, scagliatemi sassi.

Ma, prima di scacciarmi, soffrite

ch'io vi lasci a voi sconsolate

le due cose ch'io sole posseggo,

che questa gente cristiana

vi porta: la mazza di sànguine

dov'io feci le tre verginelle

a simiglianza di voi

per avervi compagne su l'erba;

la mazza, e l'Angelo muto

ch'io lavorai col mio cuore,

ahimè, dov'è la macchia tremenda.

E la macchia scomparirà

un giorno, e l'Angelo muto

parlerà un giorno. E vedrete

e udrete. Io patire patire

voglio per questo, e il patire

m'è poco al mio pentimento.

LA TURBA: - Oh povere, povere! Guarda,

guarda come sono disfatte!

Anch'elle non piangono più.

Non hanno più lacrime. Secche

sono, bruciate fin dentro.

- La morte le falcia e le lascia

per terra, che càmpino ancóra!

- Le taglia ma non se le porta.

- Abbine pietà, buono Iddio!

- Sono creature innocenti.

- Miserere, Gesù, miserere!

ALIGI: E tu, che sei vergine e vedova,

tu che nell'arche tue del corredo

portasti vestimenta di lutto,

pettine di rovi, collana

di spine, lenzuola tessute

di triboli, tu che piangesti


PAGINE

154

PESO

371.71 KB

AUTORE

Moses

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Letteratura teatrale italiana riguardante "La figlia di Iorio", un’opera drammatica in versi, scritta in tre atti nell’estate del 1903 da Gabriele D’Annunzio, e da egli stesso definita "tragedia rustica d’argomento abruzzese". La vicenda è ambientata in un Abruzzo rurale, patriarcale e superstizioso, nel giorno di San Giovanni. La sua rappresentazione avviene nel marzo del 1904 e il successo è stato immediato, La figlia di Iorio per lungo tempo è stata considerata l’unica opera teatrale di D’Annunzio veramente riuscita, poiché esprime apparente semplicità e popolarità della storia che ricorda per certi versi una vera e propria rappresentazione quasi verista.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in letteratura, musica e spettacolo
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura teatrale italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Alfonzetti Beatrice.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Letteratura teatrale italiana

Letteratura teatrale italiana - Natale in casa Cupiello
Appunto
Letteratura teatrale italiana - Così è se vi pare
Appunto
Letteratura teatrale italiana - Re Torrismondo
Appunto
Letteratura teatrale italiana - La Lupa
Appunto