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LA LETTERATURA DELL’ESPERIENZA VISSUTA

La letteratura che precede e segue la parentesi erasmista va sotto il nome di letteratura

dell’esperienza vissuta. Possiamo distinguere questa letteratura in due fasi:

1. quella che accompagna gli inizi dell’impero di Carlo V (fino agli anni 20-30)

2. quella che segue le persecuzioni e la messa al bando del pensiero di Erasmo.

La prima letteratura dell’esperienza vissuta riguarda viaggi veri e propri, proprio perché questo è

un secolo viajero, caratterizzato dall’apertura delle coscienze e dal cosmopolitismo, insieme a

viaggi metaforici e allegorici. Un ruolo molto importante occupano I CRONISTI DELLE INDIE come

Colombo e Cortés e i conquistadores delle nuove terre, ma anche i pellegrini, gli umanisti, i frati

che viaggiano per queste terre con lo scopo di evangelizzarle. Questi cronisti sentono l’urgenza di

raccontare all’imperatore soprattutto, primo destinatario di questa letteratura viajera, ma anche a

tutta la Spagna, a tutto il mondo, di restituire subito, con termini reali, questo grande impatto con

un mondo nuovo, con una nuova civiltà, nuovi usi, nuovi costumi, nuovi paesaggi, di restituire

quello che stanno vedendo. Il yo narrante è, quindi, un yo che sta costruendo dei documenti che

sono anche opere letterarie, nel momento stesso in cui vive questa grande esperienza. Potremmo

quindi definire questa letteratura realistica, nel senso che c’è un rapporto tra l’io narrante e

l’esperienza vissuta. Con Colombo si tratterà di veri e propri diari di bordo, con Cortès avremo

anche una riflessione e un resoconto delle imprese militari.

La gamma delle testimonianze è già ricchissima nei primi cinquant’anni del secolo. Via via che ci si

allontana dalla leggenda del primo sbarco, la documentazione si accumula in tutti i sensi, a tutti i

livelli.

COLOMBO

Nel famoso giornale di bordo della traversata oceanica e nelle “cartas de relaciòn” inviate ai Re

cattolici durante i quattro viaggi realizzati fra il 1492 e il 1506, il genovese si muove già su due

piani distinti: di chi penetra e osserva, abbandonandosi all’emozione dell’inesplorato, e di chi, nello

stesso tempo, confronta e aggiusta le cose viste, anche le più strabilianti (ed egli non esita a

chiamarle così), con la propria tradizione: scienza, consuetudini, religiosità, volontà di potenza. Ad

esempio all’inizio del terzo viaggio, Colombo si trova al delta dell’Orinoco, e scruta l’altopiano che

lo sovrasta osservando come l’abbondanza delle acque dolci penetri in mare e si estenda fino al

lago. Dall’altopiano sbocca il fiume reale e visibile, eppure il primo sguardo della cultura europea lo

trasforma in un abbozzo di allegoria religiosa. Essendo un immagine che non corrisponde ad

immagini presenti nel vecchio mondo, Colombo deve ricorrere a passi dei vangeli, della Bibbia, a

modelli letterari per rendere l’idea di ciò che sta vedendo.

Forse in tutta questa storiografia, Colombo rimane, per la forza delle proprie intuizioni e per la

circostanza eccezionale in cui si trova, il solo autore capace di descrivere la realtà mentre è ancora

in movimento. In nessuna cronaca posteriore si ripeterà il miracolo di questa trattenuta emozione

di incontri, di questa discreta e insieme ostinata volontà connotativa.

CORTES

Il documento più importante nel quale ci imbattiamo dopo il Giornale di Colombo è “las cartas de

relaciòn” del conquistatore del Messico Hernan Cortès, il solo dei grandi capitani d’oltremare che

riferisca immediatamente al re ciò che gli accade mentre penetra, combatte, distrugge un impero.

Cortés scrive come Colombo le sue lettere, o “relaciones” direttamente al monarca: per l’esattezza

cinque, sulle fasi più importanti della campagna messicana fino alla conquista definitiva dell’impero

di Montezuma, fra il 1519 e il 1526. E perciò, come Colombo (tranne che nella prima lettera,

firmata da tutto il “regimento” di Vera Cruz), usa la prima persone, un “yo” pieno di significato

storico mediatore. L’ “io” di Colombo era quello del primo testimone vivente, che scopre e segnala

le nuove terre a nome della regina, ma anche in certo modo per la cultura di tutti gli uomini. L’ “io”

di Cortés è la mediazione del potere affermato: lo si ostenta a nome del re, ma da parte di chi

conquista, vince e possiede in persona propria. E perciò le cinque “cartas” non hanno

l’immediatezza informativa del giornale di bordo. Fra le imprese e le lettere, Cortés trova il tempo

di fare una scelta linguistica; in lui la semplicità espositiva, la rapidità del disegno, sono il frutto di

un atteggiamento intellettuale, non solo di una pratica urgenza. E se Colombo rassomigliava ad

uno straordinario giornalista, Cortés è già in qualche modo uno storico.

In effetti, le “cartas de relaciòn” non sono solo il rendiconto di una campagna di guerra. Toccano

fino in fondo una materia che Colombo aveva appena sfiorato: quella del primo scontro prolungato

tra una cultura dell’Occidente europeo, sia pure espressa da un esiguo drappello di soldati, e una

comunità umana remota e,in parte, indecifrabile. Sul racconto delle imprese guerresche aleggia un

certo gusto dell’esorbitante. Cortés conta sul sentimento dell’iperbole cavalleresca che è nei suoi

lettori; egli conosce bene l’efficacia del modulo dei pochi armati che escono indenni e vittoriosi da

duelli con eserciti interi e lo combina al suo stile classico e sobrio. Per legittimare l’incredibile cita

spesso Dio, la bandiera, il re. Con impassibile unità di stile ci racconta la distruzione di interi

villaggi inermi e la laboriosa animazione di un mercato locale; l’episodio di un perdono concesso

ad alcuni guerrieri e quello in cui, ad altri, fa tagliare entrambe le mani. Fa apparire la conquista

“così com’è” proprio perché assimila e livella tutti i contrasti, trattenendo le emozioni sul piano

innocente della meraviglia estetica per il nuovo.

LAS CASAS

L’emozione è forte quando, dopo aver letto Cortés, ci imbattiamo quasi negli stessi anni in una

voce che arriva dal versante opposto, pur se muove dai medesimi centri di potere e dalla stessa

cultura in cui s’è formato Cortés: quella del domenicano Bartolomé de Las Casas, predicatore di

tendenza evangelista. Le sue opere, la grande “Historia de las Indias” e la sua continuazione, la

Apologética historia de las Indias (scritta durante un quarantennio, fra il 1527 e la morte) e

soprattutto la famosa Brevìsima relaciòn de la destruyciòn de las Indias (edita nel 1552),

rappresentano l’altra faccia della medaglia: il punto di vista del religioso e del vescovo illuminato,

che condanna il genocidio dei conquistatori e gli abusi delle “encomiendas” e si fa ideologo delle

popolazioni soggette, rovesciando clamorosamente la logica della”civiltà superiore”. Con Las

Casas entra, nella storiografia delle Indie, l’osservazione lenta e sistematica, il senso della ricerca

che procede per gradi e si arricchisce formando l’interesse di tutta una vita. Colombo e Cortés

contavano unicamente, pur se in modi diversi, su un linguaggio di fatti, e di cose; Las Casas

costruisce attorno ai fatti e alle cose avvertimenti, valutazioni e riflessioni teoriche. Attorno alla

cronaca della conquista nasce ora il problema di una forma letteraria precisa. Nelle “cartas” e

“relaciones” il problema non si poneva neppure; se c’era, in esse, un qualche abbozzo di schema

interno, un tentativo di disegno più controllato, consisteva praticamente nella durata stessa degli

eventi. Las Casas, invece (e come lui Fernàndez de Oviedo) fonda prima il disegno narrativo, o

didattico, e poi vi cala dentro la sequenza dei fatti. Nasce, da queste pagine, la “leyenda negra”

della dominazione spagnola in America.

(insieme alla leyenda negra, con altri storiografi come Oviedo, si crea il mito del buon selvaggio,

che poi ritroveremo anche nella letteratura del 600, nel teatro, nel romanzo).

E ormai è chiaro: non si tratta dell’atteggiamento isolato di un frate fanatico. È una scintilla che

scoppi all’interno di un ampio e generale dibattito, durante il quale l’imperialismo carlista, sostenuto

da agguerriti “cesariani” entra in conflitto aperto coi principi dell’etica erasmiana. Sono in gioco il

diritto di guerra e di conquista, la personalità giuridica, in senso cristiano, degli indios, la liceità del

potere che si esercita su di essi da parte degli spagnoli. La disputa si allarga già nei primi

cinquant’anni del secolo. La “quaestio de Indiis” diventa uno dei nodi della spiritualità “riformata”

dell’età imperiale. Senza di essa, riuscirebbero incomprensibili molte iniziative del potere centrale e

dei futuri colonizzatori: dalla promulgazione delle “Leyes Nuevas” concesse da Carlo V per una

migliore regolamentazione dei diritti degli indios, ai criteri di gestione delle comunità gesuitiche;

dall’alternarsi di violenza e di tolleranza nell’incontro fra le due razze, al peso dell’evangelismo nei

processi di assimilazione e di “mestizaje”, che saranno infinitamente più rapidi e spontanei che

nelle colonie inglesi e francesi del Nordamerica. Vediamo che la nuova storiografia, salvo contate

eccezioni, si muove nel senso opposto, delle legittimità del dominio spagnolo e di un diritto fondato

sulla “superiorit

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/05 Letteratura spagnola

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher annalikkia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura spagnola e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Cancelliere Enrica.
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