Che materia stai cercando?

Letteratura spagnola - l'incontro con il Nuovo mondo nei testi spagnoli

Appunti di Letteratura spagnola con particolare attenzione ai seguenti argomenti: l'incontro con il Nuovo Mondo esaminato dagli autori spagnoli, il "De pacificatione" di Jan Luis Vives, "Memoria del fuego" di Eduardo Galeano, Hernàn Cortés e la sua prosa, la testimonianza di Bartolomé de las Casas... Vedi di più

Esame di Letteratura spagnola II docente Prof. F. Gambin

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

quella spedizione, con rette intenzioni e con lo zelo di una Fede ortodossa,

vogliate e dobbiate indurre i popoli che abitano in quelle isole e terre a

ricevere la Religione cristiana». In seguito aggiunse un precetto formale che

diceva così: «Vi ordiniamo inoltre, in nome della santa obbedienza (come

del resto avete promesso e non dubitiamo che farete, data la vostra

grandissima devozione e la vostra regale magnanimità) di inviare in quelle

terre ferme e nelle citate isole degli uomini virtuosi e timorosi di Dio, abili ed

esperti, per istruire i suddetti indigeni e abitanti nella Fede cattolica ed

educarli nei sani costumi, ponendo in quanto abbiamo detto tutta la debita

24

diligenza.

Il re si sentiva incaricato dal Papa di una missione importante, e la compiva in

segno di sudditanza. Alcuni studiosi ritengono che l'aver affidato tale missione alla

Spagna fosse stato un atto politico del Papa teso a favorire la potenza di Castiglia;

per altri, invece, l'intervento papale è stato di fondamentale importanza per evitare

una guerra sanguinosa tra Spagna e Portogallo.

Papa Alessandro VI riteneva di avere l'autorità di donare i territori

d'oltreoceano alla Spagna, essendo egli depositario del potere di Cristo. Ciò, però,

non gli concedeva il potere temporale. Il papa, dunque, aveva compiuto un atto

politico - la donazione- con finalità spirituali - l'evangelizzazione. Più tardi Francisco

De Vitoria preciserà: che il potere civile è di origine naturale e umana, comune a

fedeli e infedeli; che il papa non ha potere temporale; che il papa ha potere

spirituale e deve diffondere la fede cristiana, nel rispetto del diritto naturale altrui.

1493

Roma

El testamento de Adán

En la penumbra del Vaticano, fragante de perfumes de Oriente, el

papa dicta una nueva bula.

Hace poco tiempo que Rodrigo Borgia, valenciano del pueblo de

Xátiva, se llama Alejandro VI. No ha pasado todavía un año desde el día en

que compró al contado los siete votos que le faltaban en el Sacro Colegio y

pudo cambiar la púrpura del cardenal por el capuchón de armiño del Sumo

Pontefice.

Más horas dedica Alejandro VI a calcular el precio de las indulgencias

que a meditar el misterio de la Santísima Trinidad. Nadie ignora que prefiere

las misas muy breves, salvo las que en su cámara privada celebra,

enmascarado, el bufón Gabriellino, y todo el mundo sabe que el nuevo papa

es capaz de desviar la procesión del Corpus para que pase bajo el balcón de

una mujer hermosa.

24 Tratto da I Regni del Perù di Bartolomé de las Casas, trad. di Riccardo Campa, in I trattatisti spagnoli del

diritto delle genti, Viterbo, Union Printing Edizioni, 1992. 4 1

También es capaz de cortar el mundo como si fuera un pollo: alza la

mano y traza una frontera, de cabo a rabo del planeta, a través de la mar

incógnita. El apoderado de Dios concede a perpetuidad todo lo que se haya

descubierto o se descubra, al oeste de esa línea, a Isabel de Castilla y

Fernando de Aragón y a sus herederos en el trono español. Les encomienda

que a las islas y tierras firmes halladas o por hallar envíen hombres buenos,

temeroros de Dios, doctos, sabios y expertos, para que instruyan a los

naturales en la fe católica y les enseñen buenas costumbres. A la corona

portuguesa pertenecerá lo que se descubra al este.

Angustia y euforia de las velas desplegadas: ya Colón está

preparando, en Andalucía, su segundo viaje hacia los parajes donde el oro

crece en racimos en las viñas y las piedras preciosas aguardan en los

25

cráneos de los dragones.

Il padre domenicano lottò perché fosse abolita la schiavitù e quel sistema ad

esso strettamente connessa che fu l’«encomienda», sistema con cui si concedevano

ai conquistatori e funzionari, che si erano resi benemeriti verso la corona, terre e

indios che venivano costretti a lavorare appunto come schiavi. Il fenomeno

dell'encomienda fu motivo non solo di discussione giuridica, ma anche di forte

contrasto tra i conquistatori e la corona. Gli indios erano riconosciuti quali sudditi del

re e pertanto la Corona in alcun modo poteva legittimare il loro annientamento. I Re

Cattolici, ancora prima della scoperta delle nuove terre, avevano stabilito che

l'obiettivo principale della spedizione di Colombo dovesse essere la diffusione del

messaggio di Cristo, proposito ribadito nelle Instrucciones del 1501. Le denunce dei

domenicani di Santo Domingo - tra cui l'omelia di padre Antonio di Montesinos del

1511, tramandata poi da Bartolomé de Las Casas - sui maltrattamenti inflitti agli

indios indussero re Ferdinando a convocare a Burgos una giunta di teologi, giuristi e

rappresentanti dei coloni per conoscere le modalità di governo dei popoli appena

scoperti. 1511

Santo Domingo

La primera protesta

En la iglesia de troncos y techo de palma, Antonio de Montesinos,

fraile domínico, está echando truenos por la boca. Desde el púlpito,

denuncia el exterminio:

-¿Con qué derecho y con qué justicia tenéis a los indios en tan cruel y

horrible servidumbre? ¿Acaso no se mueren, o por mejor decir los matáis,

25 Eduardo Galeano, op. cit. , p. 56.

Spagna e Portogallo stipulano il trattato di Tordesillas (1494) con cui dividono il mondo in due parti. Creano una

46º 35’) al est della quale tutti i territori conquistati sarebbero appartenuti al

raya immaginaria (meridiano

Portogallo, mentre a ovest alla Spagna. 4 2

por sacar oro cada día? ¿No estáis obligados a amarlos como a vosotros

mismos? ¿Esto no entendéis, esto no sentís?

Después Montesinos se abre paso, alta la cabeza, entre la

muchedumbre atónita.

Crece un murmillo de furia.

No esperaban esto los labriegos extremeños y los pastores de

Andalucía que han mentido sus nombres y sus historias y con un arcabuz

oxidado en bandolera han partido, a la ventura, en busca de las montañas

de oro y las princesas desnudas de este lado de la mar. Necesitaban una

misa de perdón y consuelo los aventureros comprados con promesas en las

gradas de la catedral de Sevilla, los capitanes comidos por las pulgas,

veteranos de ninguna batalla, y los condenados que han tenido que elegir

entre América y la cárcel o la horca.

-¡Será denunciado ante el rey Fernando! ¡Será expulsado!

Un hombre, aturdido, calla. Ha llegado a estas tierras hace nueve

años. Dueño de indios, de veneros de oro y sementeras, ha hecho buena

fortuna. Se llama Bartolomé de Las Casas y pronto será el primer sacerdote

26

ordenado en el Nuevo Mundo.

Spiega Las Casas che la schiavitù è un fenomeno accidentale, in cui l’uomo è

incorso a opera del caso. «Ogni cosa segue la sua specie in ciò che è essenziale e

non in ciò che è accidentale». Citando San Tommaso e Aristotele sostiene che le

cose sono accidentali quando accadono al margine di quello che la natura reclama, e

devono essere giudicate per ciò che sono essenzialmente e non accidentalmente. La

schiavitù non deriva, quindi, da cause naturali ma, appunto, da quelle accidentali.

Secondo il diritto civile e canonico, dice Las Casas, ogni giuramento di fedeltà e il

dovere di vassallaggio sono una forma di servitù. Risulta evidente che nessun uomo è

vassallo o persona fedele al servizio di un altro uomo fintanto che non si dimostri il

suo contrario. «Nessun uomo integro perde la libertà se non gli si toglie la vita», scrive

Las Casas, citando Sallustio. Anche le terre, i poderi ed altre cose del genere, per

analogia, sono libere per diritto naturale. Nulla può essere imposto al popolo se esso

non dà il suo consenso ed il re deve promuovere gli interessi collettivi del popolo

senza pregiudicare la sua libertà. In opposizione con la politica imperiale condotta nei

territori americani, ribadisce che nessun re né principe può cedere per donazione o

vendita città, villaggi ed altro senza il libero consenso dei sudditi residenti in quei

luoghi. Conclude Las Casas che «secondo i giuristi, né i re, né gli imperatori hanno un

potere fondato giuridicamente sulle proprietà terriere dei cittadini, né sul possesso dei

loro territori, provincie o terre del regno, e neppure sul dominio utile o diretto degli

26 Eduardo Galeano, op. cit. , p. 68 4 3

abitanti. Per la qual cosa non si può dire che coloro che possiedono tali cose sono per

questo vassalli dei re o signori, ma solo che sono loro sottoposti, che si chiamano

sudditi o soggetti dei sovrani o signori del territorio per ciò che concerne la

giurisdizione».

Le prime Leggi di Burgos (1512-1513), conseguenti all’operare dei frati

domenicani guidati da Fra Pedro de Córdoba, corrispondono ad un primo tentativo

fatto da Ferdinando il Cattolico per limitare gli abusi commessi in terra americana.

Con esse sottolineò la dipendenza diretta dei sudditi dalla corona senza

l’intermediazione dei conquistatori. Le leggi furono uno strumento attraverso cui si

vollero limitare i soprusi e le vessazioni in terra americana, sebbene non abbiano

avuto degli effetti concreti sulla situazione in corso. Ciò che le rende storicamente

significative è che rappresentarono il primo segno della gravità del problema che

portava insito in sé la conquista: l’impossibilità di effettuare un controllo sicuro

sull’azione dei coloni. Più tardi, anche Carlo V si occupò del problema

dell’«encomiendas», proprio nel momento in cui Cortés, possidente di molti territori,

stava consolidando il potere in Messico. In una famosa lettera, Cortés illustra

all’imperatore il motivo per cui era ormai impossibile fare a meno dell’«encomienda»:

non potevano, in primo luogo, venir tradite le aspettative dei coloni, e in secondo

luogo gli indios erano già organizzati secondo il preesistente sistema lavorativo

azteco difficile da trasformare. In realtà negli anni 20-’30 si consolidò il sistema

dell’«encomienda» quale strumento di furto e massacro nei confronti delle

popolazioni locali. 1531

Santo Domingo

Una carta

Se estruja las sienes persiguiendo las palabras que asoman y

huyen: no miren a mi bajeza de ser y rudeza de decir, suplica, sino a la

voluntad con que a decirlo soy movido.

Fray Bartolomé de Las Casas escribe al Consejo de Indias. Más

hubiera valido a los indios, sostiene, irse al infierno con su infidelidad, su

poco a poco y a solas, que ser salvados por los cristianos. Ya llegan al

cielo los alaridos de tanta sangre humana derramada: los quemados vivos,

asados en parrillas, echados a perros bravos...

Se levanta, camina. Entre nubes de polvo flamea el hábito blanco.

Después se sienta al borde de la silla de tachuelas. Con la pluma

de ave se rasca la larga nariz. La mano huesuda escribe. Para que en 4 4

América se salven los indios y se cumpla la ley de Dios, propone fray

Bartolomé que la cruz mande la espada. Que se sometan las guarniciones

a los obispos; y que se envíen colonos para cultivar la tierra al abrigo de

las plazas fuertes. Los colonos, dice, podrían llevar esclavos negros o

moros o de otra suerte, para servirse, o vivir por sus manos, o de otra

27

manera que no fuese en perjuicio de los indios...

Esiste quasi un forma di parallelismo tra le azioni condotte dal padre

domenicano e gli effetti diretti che si riversarono sulle posizioni prese dalla Corona. I

suoi testi accusavano passo dopo passo i metodi adottati dai colonizzatori spagnoli

ed ebbero ripercussioni immediate non solo sull’imperatore, a cui Las Casas in varie

occasioni si rivolse personalmente, ma anche sulle decisioni concrete che doveva

prendere il Consiglio delle Indie. Nel severo ammonimento che presenta nel 1531 al

Consiglio è interessante notare la citazione che riproduce dal Vangelo: il figlio di Dio

dice agli apostoli «Yo os envío como ovejas entre lobos para amansarlos y traerlos a

Cristo» e rivolgendosi ai consiglieri Las Casas dice «¿por qué en lugar de enviar

ovejas que conviertan los lobos, enviáis lobos hambrientos, tiranos, crueles, que

despedacen, destruyan, escandalicen y avienten las ovejas». Questa immagine, in

cui gli indigeni rappresentano le pecore e gli spagnoli lupi famelici, appare

frequentemente nei suoi scritti ed è in qualche modo rappresentativa della situazione

americana.

Negli anni ’30, contemporaneamente alle azioni di Las Casas, due eventi

rafforzarono in modo decisivo la posizione del domenicano: la bolla papale di Paolo

III, Sublimis Deus, in cui gli indigeni non potevano venire privati dei loro beni e della

loro libertà e dovevano essere attirati alla nuova fede attraverso il buon esempio e la

predicazione: «i nostri indios e tutti gli altri Gentili che in futuro conosceranno il

Cristianesimo, anche se vivono fuori dalla fede in Cristo, non sono né devono essere

tuttavia privati della loro libertà o della proprietà delle loro cose; anzi possono servirsi

e godere liberamente e lecitamente di tale libertà e proprietà e non devono essere

sottoposti a schiavitù; e quanto sia fatto in contrario sia nullo, vano e privo di forza o

valore e decretiamo e dichiariamo con la presente, con autorità apostolica, che i detti

indios e altri Gentili siano invitati alla Fede con la predicazione della Parola di Dio e

27 Eduardo Galeano, op. cit., p. 98 4 5

l'esempio di una vita degna”; e le citate lezioni a Salamanca di Francisco de Vitoria

sui diritti degli indios e contro la guerra.

Le Nuove Leggi del 1542-1543, furono la risposta che Carlo V diede al

problema dell’«encomienda», ed esse sono sicuramente anche frutto dell’intensa

attività e azione rivendicatrice di Las Casas. Esse rappresentarono in un primo

momento l’abolizione progressiva delle «encomiendas», la soppressione della

schiavitù degli indios e un tentativo di regolamentazione e controllo delle conquiste.

Ebbero però vita brevissima. Gli effetti che queste leggi provocarono sui coloni

furono così negative che di fatto non vennero messe in pratica. Tre anni dopo ci fu la

revoca e con ciò venne consolidata l’«encomienda» e consentita la sua trasmissione

ereditaria. Ciò che contribuì alla progressiva abolizione dell’encomienda fu, di fatto,

la diminuzione della popolazione indigena. Le cifre per quanto riguarda il viceregno

della Nuova Spagna parlano di un calo demografico che va da circa 25 milioni di

indios nei primi anni del Cinquecento a un milione nel 1609.

Francisco De Vitoria

I fondamentali principi riguardanti le problematiche che poneva la scoperta del

Nuovo mondo vennero inquadrati nell’ambito del diritto internazionale nella famosa

28

, De indis, nel 1539.

lezione di de Vitoria

Le posizioni dominanti riguardo alla legittimità o meno della conquista e della

guerra contro gli indios furono fondamentalmente due. Da una parte, coloro che

sostennero che il re della Spagna, in quanto sacro imperatore romano, aveva il diritto

di dominio sulle terre americane visto che il papa, con la bolla apostolica del 1493,

aveva deposto sui sovrani la giurisdizione temporale universale che gli apparteneva

2 8 Teologo e professore a Salamanca si era occupato dei problemi e rapporti concernenti la potestà civile e quella

ecclesiastica riprendendo i principi del giusnaturalismo tomista, De potestate civili XI.1528, De potestate

Ecclesiae 1532-1533, De potestate Papae et Concilii 1534, a cura di Jaime Torrubiano Ripoll, Madrid, 1917, in

De iustitia e Relectiones theologicae (1567). Nelle lezioni, raccolte dai suoi studenti riguardanti i problemi

concreti che presentava la scoperta del Nuovo Mondo, De Indis e De Iure Belli (a cura di E. Nys, Washington,

Carnagie Instn., 1917), egli pose le basi del nuovo diritto delle genti, base del diritto internazionale nell’età

moderna. De Vitoria fu un profondo rinnovatore delle dottrine scolastiche nel metodo e nella forma proprio

sotto l’influsso della cultura rinascimentale e trattò temi nuovi per il suo tempo e fondamentalmente attuali come

il diritto che regola i rapporti tra gli stati sovrani. 4 6

29

per diritto divino. Juan Ginés de Sepúlveda fu uno dei sostenitori più convinti di

questa posizione. Fondamentalmente conosciuto per la lunga disputa che lo vide

coinvolto insieme al padre Bartolomé de Las Casas, nel Democrate secondo o delle

30

giuste cause della guerra contro gli indios , sostenne che le nazioni civili

conoscevano il concetto di diritto e di morale, mentre i popoli conquistati erano

incivili, e pertanto incapaci di comprendere ed adeguarsi ad essi. Basandosi

sull’autorità di Aristotele, sostenne che le razze inferiori dovevano essere governate

dalle superiori, le nazioni civili avevano il mandato naturale di sottomettere le nazioni

incivili, la guerra pertanto contro gli indios era moralmente legittima se essi si

opponevano alla sottomissione volontaria. Sepúlveda, con le sue tesi in contrasto

con quelle di de Vitoria, difendeva, pertanto, il diritto alla conquista e alla schiavitù.

1554

Ciudad de México

Sepúlveda

El cabildo de la ciudad de México, flor y nata del señorío colonial,

resuelve enviar a Juan Ginés de Sepúlveda doscientos pesos de oro, en

reconociemiento de su tarea y para animarle en el futuro.

Sepúlveda, el humanista, no es solamente doctor y arcipreste,

cronista y capellán de Carlos V. Brilla también en los negocios, según

prueba su creciente fortuna, y en las cortes trabaja como ardoroso agente

de propaganda de los dueños de las tierras y los indios de América.

29 J.G. de Sepúlveda, conosciuto fondamentalmente per la disputa che lo accomuna a Bartolomé de Las Casas,

nacque a Pozoblanco nel 1490. Fece gli studi umanistici a Córdoba e quelli artistici ad Alcalá de Henares. A

San Antonio de Sigüenza inizió gli studi in teologia dove sotto la guida di Pietro Pomponazzi si familiarizzò

con i testi di Aristotele. Conobbe profondamente il latino e tradusse del filosofo greco Meteorum e De Ortu et

interitu. Fu cappellano e cronista dell’imperatore dal 1535. Si oppose decisamente alle tendenze erasmiste

dell’epoca.. Ebbe il favore di Clemente VII, dopo aver confutato Lutero sul libero arbitrio (1526) . Difese

Caterina di Aragona contro Enrico VIII (1530), ed il Principe di Capri contro Erasmo (1530). Risiedette a

Valladolid, in seguito a Córdoba e Pozoblanco dove muore nel 1573. Due anni prima del Democrate (1545)

scrisse i seguenti trattati: De convenientia militaris disciplinae cum christiana religione, dialogus que

inscribitur Democrates, in cui difende la tesi espressa nel titolo; De Regno et Regis officio sul diritto dei popoli

colti a sottomettere quelli selvaggi, anche con l’uso delle armi. Scrisse inoltre la cronaca De rebus gestis

Caroli V, trenta volumi in latino.

30 L’opportunità o meno di dare alla stampa il manoscritto provocò varie discussioni già prima della disputa che

si aprirà tra Las Casas e Sepúlveda nel 1550-51. Il parere contrario alla stampa del testo venne più volte espresso

dal Consiglio delle Indie. Le Treinta proposiciones muy jurídicas, compendio della teoria di Las Casas sui

rispettivi diritti della corona spagnola e dei capi indiani ulteriormente ampliarono la discussione intorno al

trattato di Sepúlveda. Infatti, il testo di Sepúlveda, dovette passare alla revisione delle università di Alcalà e

Salamanca che, dopo molte discussioni espressero un giudizio contrario all’opera. In seguito Sepúlveda scrisse

l’Apologia pro libro de justis belli causis, riassunto delle sue teorie che mandò a Roma dove venne pubblicata

nel mese di maggio del 1550. Nonostante ciò venne dato l’ordine che tutti gli esemplari stampati fossero ritirati

dalla circolazione in Spagna e nelle Indie. 4 7

Ante los alegatos de Bartolomé de Las Casas, sostiene Sepúlveda

que los indios son siervos por naturaleza, según lo quiere Dios, y que

sobrados ejemplos brindan las Sagradas Escrituras del castigo a los

injustos. Cuando Las Casas pretende que los españoles aprendan las

lenguas de los indios tanto como los indios la lengua de Castilla, contesta

Sepúlveda que la diferencia entre los españoles y los indios es la misma

que separa a los machos de las hembras y casi la que distingue a los

hombres de los monos. Lo que Las Casas llama abuso y crimen, para

Sepúlveda es legítimo sistema de dominio y recomienda el arte de la

cacería contra quienes, habiendo nacido para obedecer, rehúsan las

esclavitud.

El rey, que publica los ataques de Las Casas, prohíbe, en cambio,

el tratado de Sepúlveda sobre las justas causas de la guerra colonial.

Sepúlveda acepta la censura sonriendo y sin protestar. Puede más, al fin y

al cabo, la realidad que la mala conciencia, y bien sabe él lo que en el

fondo saben todos los que mandan: que es el afán de ganar oro, y no el de

31

ganar almas, el que levanta imperios.

Dall'altra parte, ci furono coloro che si opposero a queste formulazioni

rielaborando il pensiero di Tommaso d'Aquino riguardo a quattro punti fondamentali.

Il primo concerneva la distinzione ed i limiti tra la potestà civile e quella ecclesiastica.

Entrambe necessarie ma distinte in quanto perseguono fini distinti: l'una riguarda

l’organizzazione e conduzione della vita sociale dell’uomo, l’altra il terreno spirituale.

Pertanto due ordini indipendenti. Il principe è colui che ha il potere legittimo per la

realizzazione del buon governo, e non può in alcun modo giudicare o sentenziare in

materia religiosa. Il secondo riguarda la schiavitù: per natura nessun uomo è schiavo

di un altro uomo, sebbene basandosi sulle tesi aristoteliche Tommaso d'Aquino

sostenesse il principio della schiavitù per natura per le persone incapaci di

governarsi da sé. Accetta l’istituzione della schiavitù, la giustifica come male minore

e per la sua utilità sociale. Il terzo punto si riferisce alla liceità della guerra che è

condizionata dai seguenti fattori: essa è un mezzo per rimediare la giustizia ed

assicurare la pace, non è un fine ambizioso. Deve, pertanto, essere promossa

dall’autorità suprema, essere difensiva e condotta rettamente. Per ultimo il tema

della infedeltà in cui, per Tommaso d'Aquino, la non conoscenza della fede non

costituisce di per sé peccato. Non è così per coloro che essendo stati portati a

conoscenza della religione, la rifiutano e le si oppongono. Nonostante ciò la

conversione non può essere imposta con la forza.

De Vitoria fu contrario all'idea che il papa possedesse una giurisdizione

universale di carattere temporale. Motivo per cui non poteva, in alcun modo,

31 Eduardo Galeano, op. cit. , p. 144 4 8

delegare tale giurisdizione ad un re o altro governante. I sovrani spagnoli non

potevano, quindi, rivendicare su tali fondamenti il diritto di possesso delle terre

americane. Gli indios erano esseri pienamente razionali, liberi per natura, come tutti

gli uomini e pertanto gli unici legittimi padroni del Nuovo Mondo. De Vitoria fu il primo

a stabilire i concetti basici del diritto internazionale moderno: tutta la razza umana

rappresenta una sola famiglia, e l’amicizia e la libera comunicazione tra gli uomini è

la regola del diritto naturale. Quindi gli spagnoli potevano stabilire dei rapporti

commerciali con gli indios, ma non avevano il diritto di fare loro la guerra eccetto in

caso di difesa del diritto dell’umanità alla libera comunicazione e al libero commercio.

Vitoria elencò delle giuste cause per le quali il re della Spagna avrebbe potuto

sottomettere al suo dominio gli indios fondando i giusti titoli, da un lato, sui diritti di

ordine soprannaturale, ovvero la fede e la Chiesa, dall'altro, sui diritti basati sul

principio di sociabilità naturale, con esigenze e responsabilità comuni a tutti i popoli.

Egli affermò le libertà fondamentali delle relazioni tra le nazioni: libertà di

parola, di comunicazione, di commercio e transito nei mari. Gli Spagnoli potevano

dunque stabilire dei rapporti commerciali con gli indios, ma non avevano alcun diritto

di muovere loro guerra. Trattandosi di civiltà che avrebbero esercitato il commercio in

termini non previsti dagli spagnoli, de Vitoria propose il sistema del "mandato", che

prevedeva il diritto e il dovere di uno stato di preparare i popoli arretrati ad esercitare

la propria supremazia in un piano di uguaglianza con gli altri stati: el dominio español

debía ejercerse en interés de los indios, y no tan sólo en provecho de los

españoles.

In Relectio de Indis de Vitoria sottolineò che i primi conquistatori avevano

trovato nel Nuovo Mondo delle popolazioni organizzate in comunità, legittimi

proprietari delle terre che gli spagnoli avevano loro strappato. Gli indios avevano il

diritto di abitare quelle terre e di darsi la forma di governo che avessero ritenuto

migliore, eleggendo i propri capi; inoltre, anche se essi erano colpevoli di idolatria,

ciò non significava affatto che fossero incapaci di governarsi: il principe era legittimo

sia in condizione di grazia che di peccato. Disobbedire al Dio cristiano non

provocava la perdita dei diritti naturali. De Vitoria, quindi, giustificava la Conquista nel

caso in cui gli indios non avessero permesso agli spagnoli di attraversare le loro terre

né di commerciare con loro; se si fossero mostrati ostili nei confronti degli spagnoli –

4 9

la guerra, in questo caso, doveva essere proporzionata all'offesa subita. Infine, gli

spagnoli dovevano proibire i sacrifici umani, non perché ciò fosse considerato

peccato dalla Chiesa, ma perché costituiva la violazione del diritto naturale degli

uomini che ne erano vittime.

Nel De Iure Belli De Vitoria si chiese se fosse lecito muovere guerra alle

popolazioni americane. Stabilì che la guerra era giusta solo se difensiva. Essa

doveva essere determinata da una grave ingiuria subita che non poteva essere

riparata in altro modo. Per quanto riguarda il trattamento dei nemici, essi non

dovevano essere torturati, né uccisi. Il dominio sulle popolazioni locali doveva essere

costruttivo: portarli, quindi, in modo naturale, verso la conversione al cattolicesimo e

al mantenimento della pace.

La guerra agli indigeni diventava legittima nei seguenti casi:

se gli indigeni avessero impedito la predicazione della religione cattolica – la

- guerra, però, non doveva porre altri ostacoli alla conversione o alla

convivenza tra i due popoli;

per difendere il diritto degli spagnoli a rimanere in quei territori per predicare la

- religione cattolica;

per deporre quei principi pagani che perseguitavano gli indios convertiti.

- La fede, dunque, non poteva essere imposta, ma agli spagnoli doveva essere

permessa la libera predicazione. Le soluzioni proposte da De Vitoria non furono

applicabili: gli spagnoli non avevano subito alcun torto da parte delle popolazioni

locali. 1511

Yara

Hatuey

En estas islas, en estos humilladeros, son muchos los que eligen

su muerte, ahorcándose o bebiendo veneno junto a sus hijos. Los

invasores no pueden evitar esta venganza, pero saben explicarla: los

indios, tan salvajes que piensan que todo es común, dirá Oviedo, son

gente de su natural ociosa e viciosa, e de poco trabajo... Muchos dellos por

su pasatiempo, se mataron con ponzoña por no trabajar, y otros se

ahorcaron con sus propias manos.

Hatuey, jefe indio de la región de la Guahaba, no se ha suicidado.

En canoa huyó de Haití, junto a los suyos, y se refugió en las cuevas y los

montes del oriente de Cuba.

Allí señaló una cesta llena de oro y dijo: 5 0

-Éste es el dios de los cristianos. Por él nos persiguen. Por él han

muerto nuestros padres y nuestros hermanos. Bailemos para él. Si nuestra

danza lo complace, este dios mandará que no nos maltraten.

Lo atrapan tres meses después.

Lo atan a un palo.

Antes de encender el fuego que lo reducirá a carbón y ceniza, un

sacerdote le promete gloria y eterno descanso si acepta bautizarse. Hatuey

pregunta:

-En ese cielo, ¿están los cristianos?

-Sí.

Hatuey elige el infierno y la leña empieza a crepitar.

Insieme a Francisco de Vitoria (1483-1546), il gruppo di teologi e giuristi

spagnoli, conosciuti come gli esponenti della Seconda Scolastica, si occupano di

definire alcuni principi fondamentali riguardo alla legittimità della guerra contro gli

indios e ai diritti ad essi spettanti. Melchor Cano (1509-1560), Domingo de Soto

(1494-1570), Fernando de Vásquez (m. 1568), Covarrubias (1512-1577), Francisco

Suárez (1548-1617) sono dei pensatori indipendenti che fondano le proprie teorie

sulla base di un profondo umanesimo critico. Essi rappresentano il rinascimento

teologico-giuridico spagnolo e pongono le basi del Diritto Internazionale del mondo

moderno.

Questa feconda corrente ideologica del secolo XVI si nutre del pensiero di

32

San Tommaso. Alcune riflessioni del teologo – menzionate precedentemente –

trovano riscontro nelle nuove questioni di ordine giuridico che poneva la scoperta del

nuovo mondo. Le ripetiamo:

la distinzione e i limiti tra la potestà civile e quella ecclesiastica: entrambe risultano

necessarie, ma vanno distinte in quanto perseguono fini diversi. La prima riguarda l'organizzazione e

32 Il principio che fonda la tesi di San Tommaso sostiene che la grazia non annulla la natura, ma la completa, e il

diritto divino non abroga in alcun modo quello umano. Rifacendosi ad Aristotele, sostiene che un uomo può

pretendere da un altro uomo alcuni servizi, ma non può renderlo schiavo in quanto gli uomini sono tutti uguali

per natura. Nemmeno il bene comune può giustificare la violazione dei diritti umani. Inoltre, l'autorità di un

principe è sacra, anche se tale principe è "infedele". I sudditi cristiani, dunque, devono obbedire anche a un

principe non cristiano, purché non comandi cose contrarie all'etica naturale. San Tommaso manifesta la propria

opposizione alla teoria teocratica, sostenendo che il Papa deve possedere soltanto il primato sul potere spirituale.

Nella sua opera Secondo Secundae, il teologo analizza il rapporto tra il Papa e gli infedeli distinguendo due tipi

di infedeltà: l'infedeltà negativa, che comprende coloro che non hanno mai sentito predicare il Vangelo e non

possono dunque essere considerati peccatori; l'infedeltà positiva, che riguarda chi è stato istruito nella religione

cristiana e ancora la rifiuta. San Tommaso ritiene che la fede non può essere imposta con la forza a chi non la

conosce; credere è un atto di volontà libera. La guerra giusta per San Tommaso è quella in difesa dei propri

diritti – come mezzo ultimo quando tutti gli altri mezzi si fossero dimostrati inadeguati. Requisiti necessari sono

la retta intenzione e il motivo valido; se questi due presupposti si dimostrano adeguati, il principe ha l'autorità di

condurre la guerra. L'uso della forza per propagare la fede è lecito solo se gli infedeli impediscono ai cristiani la

pratica della propria religione. 5 1

la conduzione della vita sociale dell'uomo, la seconda la sfera spirituale. Da tale prospettiva, il

principe, nel momento in cui realizza il buon governo, non può in alcun modo giudicare o sentenziare

in materia religiosa.

la schiavitù: San Tommaso sostiene che nessun uomo per natura può essere schiavo

di un altro uomo, ma, basandosi sulle tesi aristoteliche, espone anche la tesi sulla schiavitù per natura

necessaria per le persone incapaci di governarsi da sé. Il teologo accetta dunque l'istituzione della

schiavitù, giustificandola come male minore per la sua possibile utilità sociale.

la liceità della guerra: essa deve essere mezzo per rimediare la giustizia ed

assicurare la pace, non deve in alcun modo avere un fine ambizioso e deve essere promossa

dall'autorità suprema. La guerra deve essere esclusivamente difensiva, e va condotta rettamente.

l’infedeltà: la non-conoscenza della fede non costituisce di per sé peccato. Il peccato

subentra quando coloro che sono stati portati a conoscenza della religione, la rifiutano e le si

oppongono. La conversione, inoltre, non può essere imposta con la forza.

La disputa

Come abbiamo accennato precedentemente, uno dei testi che provocò

maggiori controversie intorno alla giustezza o meno della guerra di conquista contro

gli indios fu il Democrate secondo o delle giuste cause della guerra contro gli indios

di Juan Ginés de Sepúlveda. Il testo del cappellano e cronista dell’imperatore dal

1535, non venne pubblicato negli anni della controversia proprio per le forti

33

opposizioni suscitate dal suo contenuto .

La disputa tra Las Casas e Sepúlveda si svolse a Valladolid nel 1550 e 1551.

Domingo de Soto fu incaricato di fare un Sommario con le argomentazioni di

entrambi sulla base delle quali si sarebbe dovuto sentenziare nella sessione del

1551. Nel Sommario Soto osserva che Sepúlveda e Las Casas discussero su: “Si

es lícito a Su Majestad hacer guerra a aquellos indios antes que se les predique la fe

para subjetallos a su Imperio y que después de subjetados puedan más fácil y

comodamente ser enseñados y alumbrados por la doctrina evangélica del

conoscimiento de sus errores y de la verdad cristiana. El docto Sepúlveda sustenta

la parte afirmativa, afirmando que la tal guerra no solamente es lícita, más

expediente. El señor obispo defiende la negativa diciendo que no tan solamente no

33 Venne pubblicato per la prima volta nel 1892 da Marcelino Menéndez Pelayo con la traduzione in castigliano.

5 2

34

es expediente, mas no es lícita, sino inicua y contraria a nuestra cristiana religión”.

Nella prima sessione, Sepúlveda espresse le tesi esposte nel Democrate a cui Las

Casas rispose con l’Argumentum Apologiae che lesse alla Giunta per cinque giorni.

Non è stata conservata la decisione di Valladolid, gli storici suppongono che non

35

fosse concludente .

Sepúlveda era tornato alle teorie del «Requerimiento», prima sottomettere e

dopo indottrinare. La guerra contro gli Indios era lecita per i seguenti motivi: 1) per i

peccati che commettevano gli indios, soprattutto quello di idolatria e contro natura e

che giustamente dovevano essere castigati, 2) d’accordo con la dottrina di Aristotele,

gli indios, erano esseri inferiori di capacità limitate e costumi barbari che dovevano

servire gli spagnoli che possedevano doti superiori di prudenza, ingegno, religione e

governo, 3) perché la sottomissione facilita la predicazione e conversione, 4) per le

ingiurie che fanno gli indios tra di loro, facendo sacrifici e mangiando carne umana.

Democrate secondo o delle giuste cause della guerra contro

gli indios

di Juan Ginés de Sepúlveda

Prologo All’illustrissimo signore Luis de Mendoza, conte di Tendilla e

marchese di Mondejar

Se sia giusta o ingiusta la guerra con la quale i re di Spagna

e i nostri compatrioti hanno assoggettato e cercano di ridurre al loro

dominio quei popoli barbari che vivono nella regione occidentale e

australe, chiamati comunemente indios in spagnolo, e su quale diritto può

fondarsi l’impero su queste genti, è, come tu sai, illustre marchese, un

problema fondamentale e dalla cui soluzione dipendono conseguenze di

somma importanza. Da tale problema dipendono la fama e la giustizia di

così grandi e devoti principi e il governo di innumerevoli individui al punto

che, non senza ragione, su questa materia sono sorte accese polemiche,

sia in privato tra uomini [dotti], sia in pubblico di fronte all’autorevole

consiglio reale, istituito per il governo di quei popoli e di quelle regioni,

Consiglio che tu presiedi e dirigi per volontà di Carlo re e imperatore dei

Romani, grazie alla tua sapienza e al tuo acuto talento. In tanta

discordanza di pareri di uomini tra i più eruditi e prudenti, poiché mentre

riflettevo sul caso in questione mi sono venute alcune idee con le quali

forse si potrebbe dirimere la controversia, ho pensato che non dovevo

disinteressarmi di una questione d’interesse pubblico nella quale tanti

34 Domingo de Soto, «Sumario» in Ravignani Emilio, Colección de Tratados, Buenos Aires, 1924, p. 115

35 Esteso riferimento sui termini del dibattito si trovano in Hanke Lewis, La lucha por la justicia en la

Conquista de América, Buenos Aires, 1949. 5 3

intervenivano né tacere quando tanti parlavano, soprattutto quando

persone di così grande importanza e di così grande autorità m’invitavano

a esporre la mia opinione per iscritto e a illustrare le mie teorie, alle quali,

dopo averle loro brevemente esposte, essi sembravano favorevoli.

Volentieri quindi mi sono accinto a trattare la questione in un dialogo

secondo lo stile socratico, come hanno fatto in molte occasioni i nostri

santi Girolamo e Agostino; e a compendiare in esso le giuste cause per

intraprendere una guerra in generale e il retto modo di condurla e via via

altre questioni minori non estranee al mio fine e meritevoli di essere

conosciute (…)

L: Non c’è motivo che continuiamo a discutere, Democrate,

sulla giustizia di questa guerra e di questo dominio che tu hai dimostrato

essere solidamente basato sui principi della filosofia e della teologia e

che ha profonde radici nella natura stessa delle cose e nella legge eterna

di Dio. Per parte mia ti confesso che dopo aver ascoltato la tua

dissertazione sono svaniti tutti i dubbi e gli scrupoli che mi tormentavano.

Se dunque vogliamo onestamente riassumere la discussione,

quattro sono le cause che hai illustrate e su ognuna delle quali sembra

possa fondarsi la giustizia della guerra che gli Spagnoli fanno ai barbari.

La prima è che essendo per loro natura servi, barbari, incolti e inumani,

essi rifiutano il potere dei più saggi, dei più forti e perfetti, che pure

dovrebbero accettare per il loro bene, come è giusto per quella giustizia

naturale secondo la quale la materia dev’essere sottoposta alla forma, il

corpo all’anima, l’appetito alla ragione, gli animali bruti all’uomo, ossia ciò

che è imperfetto al perfetto, il peggiore al migliore. Questo è dunque

l’ordine naturale che la legge divina ed eterna ci comanda di osservare

sempre, come dice sant’Agostino; e in appoggio a tale dottrina tu hai

citato l’autorità non soltanto di Aristotile, col quale concordano tanti

filosofi oltreché teologi più eminenti perché egli maestro nella giustizia e

nelle altre virtù morali e sagacissimo interprete della natura e delle leggi

naturali, ma anche quella di san Tommaso, che è sicuramente il principe

dei teologi scolastici, commentatore ed emulo di Aristotile nella

spiegazione delle leggi della natura, le quali hanno dimostrato di essere

tutte divine e di procedere dalla legge eterna di Dio. La seconda causa

che hai addotto è quella [della necessità] di sradicare quel crimine

spaventoso di divorare la carne umana, che particolarmente offende la

natura, e inoltre di evitare che i demoni siano adorati al posto di Dio, che

è ciò che maggiormente provoca la Sua ira; soprattutto quel rito

mostruoso di immolare vittime umane. Poi, ti sei riferito a qualcosa che a

mio giudizio ha moltissimo peso per affermare la giustizia di questa

guerra, ossia il fatto di salvare da gravi ingiurie moltissimi mortali

innocenti che i barbari immolavano ogni anno, e hai dimostrato che tutti

gli uomini sono tenuti per legge divina, se è loro possibile, a salvare dalle

offese qualsiasi individuo. In quarto luogo hai addotto la necessità di

propagare estesamente la religione cristiana ogniqualvolta se ne presenti

l’occasione e sempre che sia conveniente, per mezzo della predicazione

evangelica, dopo che ai predicatori e ai maestri della morale e della

religione è stata aperta la via e dopo che questa è stata munita di difese

in modo tale che quei predicatori non soltanto possano annunciare la

dottrina evangelica senza pericolo, ma i barbari del luogo possano essere

sottratti al timore dei loro principi e sacerdoti e, dopo essersi convinti,

ricevere liberamente e senza tema la religione cristiana; in poche parole,

allorché sia possibile, si faranno scomparire tutti gli impedimenti e il culto

degli idoli e si rinnoverà la pia e giustissima legge dell’imperatore

Costantino contro i pagani e l’idolatria; tutte cose che tu hai dimostrato si

devono fare, secondo la testimonianza di sant’Agostino e di san Cipriano, 5 4

e che non possono essere compiute se non dopo aver pacificato i barbari

con la forza o in qualsiasi altro modo. Nell’illustrare questo ragionamento,

tu hai addotto l’esempio dei Romani, il cui imperio su tutte le altre nazioni

hai dimostrato essere giusto, citando san Tommaso e sant’Agostino […]

E non hai passato sotto silenzio il decreto del Sommo Sacerdote e

Vicario di Cristo e la sua volontà nei riguardi di questo dominio, che sta

alla base della guerra. Ma pur sostenendo la liceità di tale dominio, hai

condannato severamente le azioni temerarie, crudeli e dettate dalla

cupidigia che si compiono a quel fine e hai affermato che la colpa dei

delitti perpetrati dai soldati o dai capi ricade sui principi, i quali dovranno

essere condannati da Dio se non si adopereranno, con ogni mezzo e

tenacemente, a impedire che tali crimini siano compiuti da uomini ingiusti.

Ho dunque riassunto bene e in poche parole la tua estesa dissertazione

sulla giustizia di questa guerra?

D: Perfettamente. Ma per il momento fermiamoci quei,

perché il nostro ospite ci chiama ormai per andare a pranzo. Nel

pomeriggio potremo discutere su ciò che resta da esaminare, se credi

che ci sia ancora materia su questo argomento che valga la pena di

essere discussa.

Dopo queste parole essi si recarono al banchetto preparato

dal loro nobile ospite in quello stesso giardino, con grande magnificenza,

36

come si conveniva a tali amici.

Sepúlveda fu conosciuto nella sua epoca come un profondo umanista e come

tale credette profondamente nell’idea della creazione di un impero universale retto

sul concetto che tutti gli uomini sarebbero stati condotti sotto l’egida di un unico

sovrano. 37

John Elliott in La Spagna e il suo impero nei secoli XVI e XVII sostiene che

gli Spagnoli ebbero una forte coscienza della propria missione imperiale. Regnava

l’idea di un’illimitata espansione dei domini e del potere di Carlo V. Coscienza che

stavano costruendo un impero che avrebbe compreso territori in tutto il mondo. Per

estensione e numero l’impero di Carlo superava quello di Roma. Essi prendevano a

modello l’impero romano e si consideravano i loro successori, ma con una missione

in più: quella di difendere e diffondere, appunto, la vera fede. Conseguenza di questa

ideologia imperiale: da una parte, si crede il popolo eletto a cui Dio ha affidato la

missione di costruire un impero universale, dall’altra si sviluppa un atteggiamento

fondato sull’arroganza e la violenza verso i popoli conquistati, con i loro sudditi.

36 Trad. di Riccardo Campa in I trattatisti spagnoli del diritto delle genti, Viterbo, Union Printing Edizioni,

1992.

37 Elliott, John. H., in La Spagna e il suo mondo 1500-1700, Torino, Einaudi, 1996, pp.9-39, trad, di Sandro

Perini, pp. 10-11. 5 5

Accusa dalla quale i castigliani non hanno potuto sottrarsi sui loro modi e sugli effetti

devastanti della conquista.

Las Casas rimase deluso. Il metodo di predicare senza sottomissione era

insostenibile per la Corona. Rispose a Sepúlveda con le argomentazioni ben

conosciute in tutta la sua opera. Fece, inoltre, dei paragoni con i sacrifici maggiori e

generali che commettono gli spagnoli in guerra e dimostrò che Sepúlveda

conosceva come unica fonte della realtà americana i testi di Fernández de Oviedo e

la sua “falsísima y nefanda historia”, cioè la Historia general y natural de las Indias,

Islas y Tierra Firme del mar Océano pubblicata da Amador de los Ríos nel 1851-

1855. In questa Storia Las Casas vide delle contraddizioni nella posizione di Oviedo

nei confronti degli indios.

Bartolomé de Las Casas scrisse in quegli anni la sua famosissima Brevísiama

relación, che fece circolare segretamente per dieci anni e che sarà pubblicata a

Siviglia nel 1552, insieme ad altri sette trattati lascasiani tra cui Treinta proposiciones

muy jurídicas, Tratado comprobatorio del Imperio soberano, Tratado sobre los indios

que se han hecho esclavos. Fino agli ultimi anni della sua vita continuò a

denunciare le atrocità commesse agli indios Doce Dudas e De Thesauris sulle

estorsioni in Perù. In I tesori del Perù Las Casas ribadisce vari concetti già presenti

nelle sue opere riferendosi agli abusi che venivano commessi nelle terra degli Incas.

Egli parla dei saccheggi di «… immensi e stupendi tesori di oggetti vari, ossia: vasi o

coppe di varia forma in oro purissimo e argento, pietre preziose, ornamenti o mobili

di materiale prezioso e meravigliosa fattura… impossibile che esistano cose del

genere in questo mondo anziché nelle immagini sognate dai dormienti» che si

trovavano negli antichissimi sepolcri dei loro morti e che i conquistatori facevano

proprie dissotterrandole, offendendo il loro morti e violando i loro culti. Las Casas

cerca, nuovamente e già quasi vicino alla morte, di stabilire secondo quali criteri gli

spagnoli avevano il diritto di appropriarsi di quei tesori. Facendo ricorso a esempi del

passato dimostra che gli spagnoli erano del tutto indegni di possedere beni temporali

di quel mondo perché nei loro comportamenti non c’era nemmeno l’ombra del vivere

da veri cristiani. Essi avrebbero dovuto offrire il buon esempio ed attirare con esso le

‘nuove’ popolazioni alla fede cristiana. Al contrario gli spagnoli avevano disonorato,

fra quelle genti, la fede cattolica con le loro opere nefande e reso «orribile e

5 6

esecrato» il nome di Cristo. Scrive Las Casas che a «nessuno è lecito dalla

malvagità trarre un beneficio per sé: è detto nella Regola che nessuno deve trarre

dei frutti da ciò che si era impegnato invece a impedire». Essi hanno agito contro

giustizia commettendo dei peccati mortali come il furto e la rapina. Egli sottolinea che

nessuna persona al mondo, nemmeno il re degli Spagnoli può, senza il permesso del

legittimo proprietario, disseppellire o fare propri beni che non gli appartengono. Chi

commette questi peccati non avrà la salvezza.

Las Casas stabilisce un relazione tra il mezzo e il fine. Il primo deve essere

adatto al secondo. Così come il costruttore costruisce la casa perché sia abitabile,

scrive il frate domenicano, così anche i Re Spagnoli e i loro inviati, nonché le

istituzioni da loro create, devono essere un mezzo per aiutare il conseguimento del

bene supremo che è l’espansione della fede, del Vangelo, l’istituzione del culto

divino, la conversione e la salvezza delle anime. Tutto ciò deve essere fatto in modo

ordinato, non causare danni e soprattutto con il previo consenso dei principi di quei

paesi. Per Las Casas ogni nazione che ha l’incarico di governo e che non riconosce

superiori può vietare a uno straniero di entrare nel suo regno. Ciò vale anche per le

nazioni indie. Infatti scrive «lo sbarco o ingresso in una qualsiasi terra sia ordinato,

non provochi danni e non si effettui senza il permesso degli abitanti». Se ciò non

fosse rispettato si farebbe violenza agli indigeni e pertanto, in base al diritto naturale,

essi potrebbero ricorrere alle armi ed impedire la entrata degli stranieri.

Val la pena ricordare che nel suo Testamento, annuncia la prossima

«destruyción» della Spagna, come castigo per le ingiustizie perpetrate dagli spagnoli

in America. 1566

Madrid

El fanático de la dignidad humana

Fray Bartolomé de Las Casas está pasando por encima del rey y del

Consejo de Indias. ¿ Será castigada su desobediencia? A los noventa y

dos años poco le importa. Medio siglo lleva peleando. ¿No están en su

hazaña las claves de su tragedia? Muchas batallas le han dejado ganar,

hace tiempo lo sabe, porque el resultado de la guerra estaba decidido de

antemano.

Los dedos ya no le hacen caso. Dicta la carta. Sin permiso de nadie,

se dirige directamente a la Santa Sede. Pide al papa Pío V que mande

cesar las guerras contra los indios y que ponga fin al saqueo que usa la

cruz como coartada. Mientras dicta se indigna, se le sube la sangre a la

cabeza y se le quiebra la voz que le queda, ronca y poca. 5 7

38

Súbitamente, cae al suelo.

Il pensiero di Bartolomé de Las Casas, e dei teologi e giuristi della Seconda

Scolastica, si inseriscono all’interno di quella corrente umanistica e critica di cui si

parlava all’inizio. Rimane al margine di questo pensiero Sepúlveda per le idea

esposte antecedentemente. Tutta la Spagna e parte di chi fu in America si fece

interprete di una sorta di malcontento nei confronti del potere precostituito. Ci fu la

voce di una Spagna che non volle farsi complice degli strumenti dell’assolutismo,

della persecuzione, delle cacciate. E che, in prima persona pagò il prezzo di quella

posizione. E’ noto quale fosse il pensiero di Juan Luis Vives e quanto egli esortasse

alla pace e alla convivenza umana secondo i principi autenticamente cristiani. «Gli

autentici sentimenti dell’uomo saggio sono sacrificare se stesso e la propria salvezza

alla salvezza altrui e non temere di perdere alcunché perché gli altri si salvino».

Il De pacificatione è un esempio di quel «margine di tolleranza», per dirla con

Castro, di cui la Spagna fu capace. Vives, da profondo umanista e uomo del

rinascimento, depose tutta l’autorità e responsabilità sull’agire dell’uomo. In primo

luogo sui ministri di Dio e poi su chi possedeva gli strumenti e le possibilità di influire

ed agire sull’amministrazione della giustizia. I sacerdoti sono interpreti e arbitri della

pace «degli uomini tra loro e degli uomini con Dio». Pertanto hanno la missione di

pacificare. Juan Luis Vives visse, in parte per scelta fuori dalle Spagna, ma tutta la

sua famiglia dovette soffrire le umiliazioni delle persecuzioni perché conversa. «La

Fortuna continua ad essere uguale e fedele a se stessa contro mio padre, contro tutti

i miei e anche contro me stesso, poiché ciò che fa contro di loro, io penso che lo

39

faccia contro me, perché io li amo tutti non meno di me stesso» (25 gennaio 1525).

Naturalmente qui la fortuna deve essere intesa come l'Inquisizione. Il padre di Luis

Vives fu bruciato nel 1526; i resti di sua madre furono dissotterrati e bruciati.

Sorti altrettanto difficili ebbero molti uomini di pensiero dell’epoca. Basti

ricordare che Luis de León fu incarcerato per aver pubblicato senza licenza la

traduzione del Cantico dei Cantici. Di nulla valsero le dichiarazioni in sua difesa in

38 Eduardo Galeano, op. cit. , p. 164.

39 Juan Luis Vives, Obras completas, II. 5 8

cui sosteneva che la traduzione era stata divulgata, senza la sua autorizzazione, da

un religioso del suo convento. Egli rimase in carcere per quattro anni, 1572-1576,

finché il tribunale dell’Inquisizione decise di dargli la libertà, previo ammonimento di

agire con maggiore prudenza soprattutto quando si trattava dell’interpretazione dei

testi sacri.

La Spagna con la scoperta d’America sarebbe potuta diventare il paese più

importante nel mondo economico moderno, di fatto però si perdette in un'ostinata

tendenza verso l’unificazione spirituale forzata, La Spagna del ‘600 si presenta come

una società sconfitta nei suoi intenti. Essa non ha saputo trarre vantaggio dal proprio

impero. La Spagna inseguì un sogno che già nel ‘600 si rivela portatore più di danni

che di benefici. Con Carlo V i Castigliani sentivano la grandezza del loro impero e

tutte le possibilità di realizzazione di una grande potenza. Cento anni dopo, era

scomparsa ogni possibilità di quel sogno. 5 9

III

“Otras voces”

Isabel de Guevara

La storia ci insegna che c’è stata una prima fondazione – tragica – di Buenos

Aires nel 1536. Isabel de Guevara scrive, in quell’occasione, una lettera alla

goberbadora doña Juana narrando il lavoro realizzato dalle donne durante la

scoperta e conquista del Río de la Plata e chiede, contestualmente, un repartimiento

per suo marito.

Muy alta y muy poderosa señora:

A esta provincia del Río de la Plata, con el primer governador della, don Pedro de

Mendoza, avemos venido ciertas mugeres, entre las quales a querido mi ventura que

fuese yo la una; y como la armada llegase al puerto de Buenos Ayres, con mill è

quinientos hombres, y les faltase el bastimento, fué tamaña la hambre, que, á cabo

de tres mese, murieran los mill; esta hambre fué tamaña, que ni la Xerusalen se le

puede ygualar, ni con otra nenguna se puede comparar. Vinieron los hombres en

tanta flaqueza, que todos los travajos cargavan de las pobres mugeres; ansi en

lavarles las ropas, como en curarles, hazerles de comer lo poco que tenian,

alimpiarlos, hazer sentinelas, rondar los fuegos, armar las vallestas, quando algunas

vezes los yndios les venian á dar la guerra, hasta cometer á poner fuego en los

versos, y á levantar los soldados, los questavan para hello, dar arma por el canpo á

bozes sargenteando y poniendo en orden los soldados; porque, en este tienpo, como

las mugeres nos sustentamos con poca comida, no aviamos caydo en tanta flaqueza

como los hombres. Bién creerá V.A. que fué tanta la solicitud que tuvieron, que, sino

fuera por ellas, todos fueran acabados; y si no fuera por la honrra de los hombres,

muchas mas cosas escriviera con verdad y los diera á ellos por testigos. Esta

relación bien creo que la escrivierán á V. A. más largamente, y por eso sesaré.

Pasada esta tan peligrosa turbunada, determinaron subir en el rio arriba, así, flacos

como estavan y en entrada de ynvierno, en dos vergantines, los pocos que quedaron

vivos, y las fatigadas mugeres los curavan y los miravan y les guisavan la comida,

trayendo la leña á cuestas de fuera del navio, y animandolos con palabras varoniles,

que no se dexasen morir, que presto darian en tierra de comida, metiendolos á

cuestas en los vergantines, con tanto amor como si fueran sus propios hijos. Y como

llegamos á una generación de yndios que se llaman tinbues, señores de mucho

pescado, de nuevo los serviamos en buscarles diversos modos de guisados, porque

no les diese en rostro el pescado, á causa que lo comian sin pan y estavan muy

flacos.

Despues, determinaron subir el Parana arriba, en demanda de bastimento, en el

qual viaje, pasaron tanto trabajo las desdichadas mugeres, que limagrosamente

quiso Dios que biviesen por ver que hen ellas estava la vida dellos; porque todos los

servicios del navio los tomavan hellas tan á pechos, que se tenían por afrentada la 6 0

que menos hazia que otra, serviendo de marear la vela y governar el navio y sondar

de proa y tomar el remo al soldato que no podia bogar y esgotar, el navio, y ponendo

por delante á los soldados que no desanimasen, que para los hombres heran los

trabajos: verdad es, que á estas cosas hellas no heran apremiadas, ni la hazian de

obligacion ni las obligava, sí solamente la caridad.

Ansi llegaron á esta ciudad de la Asuncion, que dunque agora está muy fertil de

bastimientos, entonces estava dellos muy necesitada, que fué necessario que las

mugeres bolviesen de nuevo á sus trabajos, haziendo rosas con sus propias manos,

rosando y carpendo y sembrando y recogendo el bastimento, sin ayuda de nadie,

hasta tanto que los soldados quarnecieron de sus flaquezas y comenzaron á señrear

la tierra y adquerir yndios y yndias de su servicio, hasta ponerse en el estrado en que

agora está la tierra.

E querido escrivir esto y traer á la memoria de V. M. para hazerle saber la

yngratitud que conmigo se ha usado en esta tierra, porque al presente se repartió por

la mayor parte, de lo que ay en ella, ansi de los antiguos como de los modernos, sin

que de mi y de mis trabajos se tuviese nenguna memoria, y me dexaron de fuera, sin

me dar yndios ni ningun genero de servicios, Mucho me quisiera hallar libre, para me

yr a presentar delante de V. M, con los servicios que a S. M. he hecho y los agravios

que agora se me hazen; mas no está en mi mano, por questoy casada con un

caballero de Sevilla que se llama Pedro d’Esquivel, que, por servir á S.M., a sido

causa que mis trabajos quedasen tan olvidados y se me renovasen de nuevo, porque

tres vezes le saqué el cuchillo de la garganta, como allá V.A. sabrá. A que suplico

mande me sea dado mi repartimiento perpetuo y en gratificación de mis servicios

mande que sea proveydo mi marido de algun cargo, conforme á la calidad de su

persona; pues èl, su parte, por sus servicios lo merese. Nuestro Señor acreciente su

Real vida y estado por mui largos años. De esta ciudad de la Asuncion y de julio 2,

1556 años. 40

Servidora de Vuestra Alteza, que sus Reales manos besa.

NOTE:

1. ventura, usato nel senso di ‘buena suerte’

2. bastimento (de bastar; = provisiones, víveres) = rifornimento

3. flaqueza = debolezza,

4. rondar los fuegos = custodire le armi

5. vallestas = pezzi di artiglieria

6. versos = artiglieria

7. turbunada = tormenta

8. río arriba: navigano nel Río de la Plata, poi nel Paraná fino alle foci del Caracaraña, dove si trovava il

forte di Sancti Spiritu, fondato da S. Gaboto; en entrada de ynvierno si riferisce al mese di giugno del

1536.

9. vergantines = piccole navi

10. esgotar = togliere l’acqua

11. haziendo rosas (de rozar; limpiar las tierra de yuyos o hierbas para sembrar) = togliere dalla terra

l’erba cattiva per poter seminare

12. carpiendo (de carpir) = sarchiare

13. guarnecieron (de guarnecer, aparece en el s. XVI en lugar de guarnir = proveer, guarnecer, armar;

pertenece al lenguaje militar, acá en sentido metafórico) = guarirono

40 La lettera è stata estratta dal lavoro di Gladys Lopreto «Que vivo en esta conquista. Textos Río de la

Plata siglo XVI», Ed. Universidad Nacional de La Plata, 1996. 6 1

Las amazonas. Conlapayara, 1542.

Ana María Erra

Desde los bergantines, los hombres de Francisco de Orellana estaban vaciando de

enemigos las blancas canoas venidas de la costa.

Pero peló los dientes la bruja. Aparecieron las mujeres guerreras, tan bellas y feroces que

eran un escándalo y los perdieron más allá de la boca del río Tapajoz.

Eduardo Galeano

6 2

Terre alquanto inospitali: case di fango e paglia che crollano, peste, fame, la

resistenza armata e le lotte intestine tra gli spagnoli non permettono l’insediamento.

Pedro de Mendoza decide di abbandonare la città. Dei 1500 uomini che erano arrivati

insieme a lui, dopo pochi mesi ne erano morti 1000. Sale, quindi, lungo il fiume

Paraná in cerca di terre, come scrive Isabel, “de comida”. Si dirige verso il Paraguay

dove fonda Asunción, la capitale. La storia ricomincerà quaranta anni dopo, con

l’arrivo da Asunción di Juan de Garay, insieme a gente disposta a mettere ferme

radici in quelle terre e non spostarsi più.

La lettera è caratterizzata da un forte realismo. Isabel lascia da parte nomi e

4

1

date e sottolina chiaramente la “grandeza trágica de la situación que describe” . Il

fascino di questo testo ricorda la letteratura dei testimoni; ma ciò che lo rende degno

di considerazione è la prova della partecipazione femminile nella prima fondazione di

Buenos Aires, il ruolo e la funzione che ebbero le donne a seguito di Pedro de

Mendoza.

I cronisti, in genere, non parlano mai direttamente dell’implicazione del sesso

femminile nella conquista ma, nei loro testi, traspare implicitamente la loro presenza.

Carlo V aveva dato, riguardo ai viaggi, degli ordini ben precisi: «No vaya ninguna

mujer de cualquier calidad que sea»; e i capitani avevano l’obbligo di controllare la

tripulazione prima di partire. Scrive Enrique Larreta che nella spedizione di Mendoza,

«como gran excepción, vinieron muchas mujeres [...] Algunas se embarcaron con

42

disfraz y conservaron siempre el traje varonil» . Varie sono le posizioni che

sostengono gli storici sulla presenza o meno delle donne nelle diverse spedizioni. Nel

caso specifico di Isabel de Guevara, si ipotizza che sia partita sotto falso nome,

travestita, per seguire il marito.

Distinguiamo i seguenti momenti nella narrazione: l’ arrivo nel Río de la Plata,

le sofferenze vissute nella città fondata e il ruolo importante che ebbero le donne

nell’accudire gli uomini; un primo gruppo di persone si avvia salendo il fiume, Fuerte

de Sancti Spiritu, in seguito un secondo gruppo sale lungo il Paraná; finalmente

arrivano ad Asunción. Isabel comincia la sua narrazione sottolineando la fame

vissuta dagli spagnoli e le conseguenti morti. Emerge un senso maternale verso gli

uomini nel raccontare le cure e le attenzioni avute nei loro confronti. È evidente

4 1 Enrique Larreta, Las dos fundaciones de Buenos Aires, pp. 56-57.

4 2 Ibid. p. 52. 6 3

l’attegiamento diverso al quale la situazione obbliga le donne: venute per servire gli

uomini si trovano a comandarli e a fare le funzioni maschili. Dalla narrazione

possiamo supporre che le donne fossero molte di più di quelle che Isabel ci riferisce.

È poco probabile che solo una decina di donne sostenessero e badassero a centinaia

di uomini; quel che è certo è che ebbero un atteggiamento varonil.

Linguisticamente notiamo che usa la prima persona plurale cinque volte, solo

all’inizio dice “entre las cuales ha querido mi ventura que fuese yo la una” che può

voler dire molte cose, probabilmente, la prima del gruppo, quella che le comandava;

negli altri casi usa il nome mujeres per parlare di tutte.

Ricordiamo che Isabel viene considerata come la prima femminista della

regione: si rivolge direttamente a Juana per chiederle ciò che le è dovuto e lo fa

senza dubitare; esalta e mette in evidenza i suoi meriti e non quelli del marito

Bernardino de Sahagún 43

Bernardino de Sahagún è stato un missionario spagnolo impegnato

nell'evangelizzazione dell popolo azteco (Náhua), in Messico. A differenza di molti

missionari del periodo, non si impegnò solamente nel compito, seppur impegnativo,

di evangelizzare gli indigeni: egli consacrò la sua missione allo studio approfondito e

sistematico della cultura Náhua e della lingua náhuatl compilando un gran numero di

opere bilingui in náhuatl e spagnolo. Sahagún visse in un'epoca di transizione per le

due culture, ed ebbe modo di accorgersi che la cultura messicana era destinata a

soccombere alla prepotente e monolitica cultura spagnola; egli si addentrò con

impegno, costanza e intelligenza nelle complessità del mondo indigeno. Era

certamente mosso dallo zelo dell'evangelizzatore, poiché possedere tali conoscenze

della cultura Náhua costituiva un mezzo prezioso per combattere più efficacemente

la religione pagana autoctona; eppure, ciò che resta maggiormente impresso è quel

ruolo di mediatore culturale tra due mondi tanto distanti che egli si è scelto. Oggi

giorno, le sue opere costituiscono una delle fonti più importanti per la ricostruzione

∗ A cura di Sara Taucer.

4 3 Bernardino de Ribera, nato a Sahagún, in Castilla y León, nel 1499, e morto a Città de Messico il 5 febbraio

1590. 6 4

della storia del Messico precolombiano. Non a caso, il frate francescano è ritenuto il

primo antropologo della storia, nonché precursore della moderna etnografia.

Sahagún studiò all'università di Salamanca, e nel 1524 fu ordinato sacerdote.

Cinque anni più tradi si imbarcò, con altri frati, in un viaggio senza ritorno per il

Messico. Trascorse i primi anni a Tlalmanalco e Xochimilco, dove fondò un convento;

insegnò latino al Colegio Imperial de Santa Cruz de Tlatelolco, in cui si occupò per

quarant'anni dell'istruzione accademica e religiosa dei giovani indios e del clero

locale. Nell'istituto, di cui fu anche rettore, Sahagún formò i discepoli che sarebbero

stati successivamente i suoi preziosi collaboratori negli studi della lingua e della

cultura náhua. Senza mai smettere di esercitare il suo ministero sacerdotale, a

partire dal 1540 il frate si dedicò con metodo alla raccolta e redazione di notizie sul

Messico precortesiano, studi che avrebbero trovato stesura nella sua imponente

opera storico-antropologica Historia General de las Cosas de la Nueva España

(1547-1577).

Le fonti dell'opera di Sahagún erano dirette: si avvalse delle consultazioni dei

suoi studenti indigeni trilingui (conoscevano il náhuatl, lo spagnolo e il latino), che

riferirono sistematicamente tutti i dettagli necessari sulle credenze religiose, i culti, i

riti, la lingua, la vita familiare, le festività, l'alimentazione, l'arte, la scienza e

l'organizzazione sociale del popolo náhua. Alcuni messicani considerano la Historia

«el libro de México para regalo de la cultura universal» ; parimenti, gli etnologi la

considerano la miglior fonte sull'antichità messicana.

Il metodo di Sahagún era scientifico, e insolitamente moderno per i tempi:

realizzò dei questionari in náhuatl, avvalendosi della collaborazione degli studenti del

Colegio de la Santa Cruz di Tlatelolco, che poi sottopose agli indios antichi gerarchi

dei vari barrios, detti Tlamatanime; essi sono conosciuti come gli Informantes

(informatori) di Sahagún. Gli informatori provenivano da tre luoghi diversi: Tepepulco

(1558-1560), dove elaborarono Los Primeros Memoriales; Tlatelolco (1564-1565), in

cui vennero stesi Los Memoriales con escolios (entrambe le versioni vengono

identificate con i cosìdetti Códices maritrenses) ; infine, Città del Messico (1566-

1571), in cui Sahagún realizzò una nuova versione dell'opera, più completa delle

precedenti, ma sempre con l'aiuto dei suoi studenti di Tlatelolco. Il terzo testo, quello

definitivo, corrisponde alla Historia General de las Cosas de Nueva España. L'opera

6 5

si compone di 12 libri, scritti in náhuatl e tradotti in castellano, accompagnati da

illustrazioni. Il frate, dunque, raccolse dalla viva voce dei sopravvissuti al cataclisma

della Conquista un complesso fondamentale di testi in lingua náhuatl, provenienti

direttamente dal Calmenac precolombiano; tali testi, tramandati per lo più oralmente,

costituivano una sorta di codice morale dei popoli messicani: si trattava degli

Huehuetlatolli, o «discorsi degli anziani», una serie di consigli e invocazioni di

carattere didattico e moraleggiante. Negli anni in cui il frate condusse le sue ricerche,

i suoi informatori erano dei reduci che, a distanza di 20 anni, avevano formato una

propria versione dei fatti della conquista, la cosiddetta "visione dei vinti".

Sahagún vedeva nella sua monumentale opera un manuale per la formazione

dei missionari; per quanto riguarda la scelta di trascrivere i testi in lingua náhuatl, il

frate scrisse nel prologo del primo libro: «Quest'opera si può paragonare a una rete

destinata a far risalire alla luce del sole tutte le parole di questa lingua, con il loro

significato proprio e metaforico, tutti i modi di dire e la maggior parte delle tradizioni

buone e cattive». In sé, la Historia General è anche una risposta provocatoria

all'atteggiamento di quei conquistatori ed ecclesiastici sostenitori del metodo della

tabula rasa nella sottomissione e acculturazione forzata degli indigeni.

Per motivi economici, nel 1570 si vide costretto a interrompere la stesura

dell'opera, vedendosi obbligato a redigere un sommario della sua Historia, che inviò

al Consiglio delle Indie. Questo testo è andato perduto. Inviò un'altra sintesi a papa

Pio V, conservata nell'Archivio Segreto del Vaticano, dal titolo Breve Compendio de

los Soles Idolátricos que los Indios de esta Nueva España usaban en Tiempos de su

Infidelidad. Nel 1569 probabilmente terminò la stesura della prima edizione, mentre il

codice che possediamo attualmente venne riscritto negli anni 1576-1577. I suoi

oppositori riuscirono a ottenere un documento ufficiale da parte di Filippo II, datato il

22 aprile 1577, che proibiva la pubblicazione e la diffusione dei manoscritti del frate; i

suoi lavori vennero confiscato perché si temeva che il valore che Sahagún

assegnava allo studio della cultura Náhua, e i suoi metodi da missionario, che

rispettavano i costumi indigeni, potessero costituire un ostacolo all'evangelizzazione

della Nuova Spagna. Le ragioni fondamentali che impedirono la pubblicazione

dell'opera, rimasta inedita fino al 1830, non furono religiose, bensì politiche; non a

caso, le tre copie che Sahagún realizzò della sua opera vennero conservate nella

6 6

biblioteca del Palazzo Reale, e non negli archivi religiosi. La situazione spagnola

nella seconda metà del XVI secolo era critica, e il clima di intolleranza che vi regnava

non permetteva un'accoglienza positiva degli studi del frate sul mondo pagano degli

Aztechi.

Sahagún scrisse molte opere, ma l'unica che riuscì a vedere pubblicata fu la

Psalmodia cristiana y Sermonario de los Santos del año, en lengua mexicana,

ordenado en cantares o psalmos para que canten los indios en los areytos que

hacen en las Iglesias (Mexico, 1583). Scrisse anche un Tratado de la Retórica y

Teología de la gente mexicana, anch'esso in Náhuatl; un' Arte de la lengua

mexicana, con il lessico in appendice, e un'Arte adivinatoria; un Manual del Cristiano,

un Calendario, e, opera molto significativa, un Vocabulario trilingüe (Náhuatl-

Spagnolo-Latino).

Ciò nonostante, la sua opera monumentale rimane la Historia General nelle

sue tre versioni. Tali versioni vennero archiviate nella Biblioteca del Palacio Real di

Madrid, dove se ne conserva ancora un esemplare. Una copia dell'opera è

conosciuta anche come Códice Fiorentino; il manoscritto venne regalato da Filippo II

al granduca di Toscana Francesco I, ed è tuttora conservato nella Biblioteca Medicea

Laurenziana di Firenze. Il Códice Fiorentino è un insieme di testi scritti in Náhuatl

sulla Conquista, redatti, come già detto, dagli informatori e dagli studenti indigeni di

Sahagún originari di Tlatelolco. La versione integrale della Historia General de las

Cosas de la Nueva España conservata nella Biblioteca de la Academia de la Historia

a Madrid è l'unica tradotta in Castellano.

I conquistadores non manifestarono grande desiderio di conoscenza e

comprensione della nuova realtà con cui si stavano confrontando; e l'Europa stessa

ignorò la natura di questa realtà per molti decenni. Al contrario, un gran numero di

missionari hanno speso le loro forze per entrare in contatto con l'essenza del Nuovo

Mondo, e i loro scritti ci hanno lasciato gran parte della documentazione in nostro

possesso sulla civilizzazione ispanica. È esattamente in questo ambito che la figura

di Bernardino de Sahagún brilla tra tutte le altre.

Ma cosa rese l'operato di Sahagún così unico e prezioso? In primo luogo, il

frate imparò la lingua náhuatl. È un fatto carico di significato: normalmente, erano i

vinti a imparare la lingua dei vincitori, e non a caso i primi interpreti furono indiani

6 7

(vedi, ad esempio, la figura della Malinche). Sahagún fu uno dei primi a imparare la

lingua dei vinti; questo gesto, pur sempre mirato a fini evangelizzatori, è

fondamentale nella sua novità. Nel Collegio di Tlatelolco, assieme ad altri

francescani, il frate insegnò il latino ai messicani, e nel frattempo approfittò di questo

contatto per perfezionare il suo apprendimento della lingua degli indigeni; questa

osmosi di conoscenze, arricchita dal contatto umano tra due mondi così distanti,

suscitò sempre maggior interesse per la cultura dei vinti. Assieme all'insegnamento,

la scrittura costituì un mezzo essenziale per entrare in comunione con l'universo

circostante; Sahagún assunse il ruolo di mediatore tra due mondi, mediazione che

rivela una doppia valenza: egli componeva opere per presentare la cultura cristiana

agli indiani, ma veicolava anche la conoscenza del mondo náhua ad uso degli

spagnoli. La Historia stessa trova ragion d'essere in una duplice motivazione:

Sahagún desiderava, da buon missionario della corona spagnola, facilitare

l'espansione del Cristianesimo, proponendosi, a tale scopo, una minuta descrizione

della religione autoctona. Ma l'Historia è anche la materializzazione del suo desiderio

di preservare la cultura náhua. Il frate confessò che con la sua opera ambiva a «non

lasciare nell'oscurità le cose degli indigeni della Nuova Spagna».

44

Come ha sottolineato Tzvetan Todorov , la preoccupazione dominante che

diede forma all'elaborazione dell'opera non fu tanto la ricerca del miglior modo di

convertire gli indiani, quanto la fedeltà assoluta all'oggetto descritto. La conoscenza

ebbe il sopravvento sui fini pragmatici: Sahagún costruì il testo della Historia sulla

base di informazioni fornite da testimoni diretti della conquista, e per garantire la

fedeltà all'oggetto, raccolse tali testimonianze nella lingua degli informatori. Solo in

un secondo tempo il frate affiancò ai testi in náhuatl una sua traduzione in spagnolo

e delle illustrazioni. La decisione di aggiungere una traduzione è, anch'essa, carica di

significato: il frate non sostituì i testi con le proprie traduzioni, in quanto ciò avrebbe

implicato una Historia scritta dal suo personale punto di vista, e la genuina parola dei

vinti sarebbe andata inevitabilmente persa. Sahagún scelse la strada della fedeltà

integrale, riproducendo i discorsi che aveva ascoltato e aggiungendovi poi una

personale traduzione, che però non venne mai sostituita ad essi. La Historia,

44 Tzvetan Todorov, La conquista dell'America. Il problema dell'«altro». Torino: Einaudi, 1992. p. 272. 6 8

dunque, è il luogo di interazione tra due lingue, di compenetrazione tra due culture,

infine di dialogo tra due mondi.

Questa fedele trascrizione delle testimonianze indigene sulla conquista restituì

una profonda umanità a coloro i quali erano stati di essa privati dalla prepotente e

spregiudicata colonizzazione spagnola. L'opera di Sahagún diede voce a quella

storia non ufficiale e pertanto ignorata. I testi in lingua náhuatl ci aprono le porte non

soltanto di un mondo sconosciuto, ma di una visione dei fatti nuova e stupefacente.

Ciò che per noi furono i grandi eventi della conquista del Nuovo Mondo diventano

minuti dettagli, e la storia individuale, apparentemente dispersa nel marasma delle

vicende collettive, assurge a fatto di pubblica ragione.

Così, ad esempio, Montezuma, pur mantenendo la dignità e l'aurea di mistero

degna del grande imperatore azteco, viene descritto come un uomo fisicamente

gracile, spaventato e inerte di fronte all'arrivo degli Spagnoli. Dubbi profondamente

umani lo assalirono: che fare, fuggire o affrontarli?

Capitolo IX: Ove si dice come l'onorevole Motecuhzoma si sia disperato, e

come abbiano pianto i Messicani quando seppero della forza degli Spagnoli.

E Motecuhzoma era angosciato, inquieto; egli era atterrito, sgomento;

manifestava pena infinita per le sorti della città.

E, come lui, tutti i signori erano grandemente atterriti. [...]

E in quello stesso momento, gli Spagnoli hanno iniziato ad interrogarli su

Motecuhzoma: «Quale era la sua condizione? Era forse adolescente,

ancora? Era già avanti negli anni? Aveva forse la saggezza di un vecchio? E

i suoi capelli com'erano, bianchi?».

Ed essi rispondevano agli dèi, agli Spagnoli: «Era uomo maturo, non grosso,

snello piuttosto, assai esile; gracile, piccolo e gracile».

E quand'egli, Motecuhzoma, ebbe notizia di ciò, quando ebbe notizia che

molto s'indagava su come egli fosse [...], era come se si struggesse il cuore,

come se fosse afflitto il suo cuore. Egli sarebbe fuggito, avrebbe voluto darsi

alla fuga, avrebbe voluto darsi alla fuga, correndo. [...]

Ma, queste cose, egli non fu in grado di metterle in atto; non poté

nascondersi, non poté trovare rifugio. [...].

Egli, dunque, non fece altro che attenderli, gli Spagnoli. Ha semplicemente

tenuto a freno il suo cuore; s'è rassegnato; lo ha infine domato, ne ha avuto

totale controllo. E si è consegnato a quanto doveva accadere, a ciò che

45

l'avrebbe agghiacciato.

In questo senso, la Historia ha il pregio unico di umanizzare la storia e

storicizzare l'umanità.

45 Tzvetan Todorov e Georges Baudot, Racconti aztechi della conquista. Torino: Einaudi, 1988. p. 18. 6 9

1583

Tlatelolco

Sahagún

Solaestoy, solaestoy, canta la torcaza.

Una mujer ofrece flores a una piedra hecha pedazos:

- Seño r- dice la mujer a la piedra - . Señor, cómo has sufrido.

Los viejos sabios indígenas ofrecen su testimonio a fray Bernardino de

Sahagún: «Que nos dejen morir», piden, «ya que han muerto nuestros

dioses».

Fray Bernardino de Ribeira, natural de Sahagún: hijo de San Francisco,

pies descalzos, sotana de parches, buscador de la plenitud del Paraíso,

buscador de la memoria de estos pueblos vencidos: más de cuarenta años

lleva Sahagún recorriendo comarcas de México, el señorío de Huexotzingo,

la Tula de los toltecas, la región de Texcoco, para rescatar las imágenes y

las palabras de los tiempos pasados. En los doce libros de la Historia

general de las cosas de la Nueva España, Sahagún y sus jóvenes

ayudantes han salvado y reunido las voces antiguas, las fiestas de los

indios, sus ritos, sus dioses, su modo de contar el paso de los años y de los

astros, sus mitos, sus poemas, su medicina, sus relatos de épocas remotas

y de la reciente invasión europea... La historia canta en esta primera gran

obra de la antropología americana.

Hace seis años, el rey Felipe II mandó arrancar esos manuscritos de

manos de Sahagún, y todos los códices indígenas por él copiados y

traducidos, sin que dellos quede original ni traslado alguno. ¿Dónde habrán

ido a parar esos libros sospechosos de perpetuar y divulgar idolatrías?

Nadie sabe. El Consejo de Indias no ha respondido a ninguna de las

súplicas del desesperado autor y recopilador. ¿ Qué ha hecho el rey con

estos cuarenta años de la vida de Sahagún y varios siglos de la vida de

México? Dicen en Madrid que se han usado sus páginas para envolver

especias.

El viejo Sahagún no se da por vencido. A los ochenta años largos,

aprieta contra el pecho unos pocos papeles salvados del desastre, y dicta a

sus alumnos, en Tlatelolco, las primeras líneas de una obra nueva, que se

llamará Arte adivinatoria. Luego, se pondrá a trabajar en un calendario

mexicano completo. Cuando acabe el calendario, comenzará el diccionario

náhuatl-castellano-latín. Y no bien termine el diccionario...

46

Afuera áullan los perros, temiendo lluvia.

Felipe Guamán Poma de Ayala

Felipe Guamán Poma de Ayala passò alla storia come il primo cronista

indigeno del Perù durante la conquista del Nuovo Mondo; fu autore del manoscritto

Nueva Corónica y Buen Gobierno (1615). Era il figlio di Guamán Mallqui e Juana

Cori Ocllo Coya, ultima figlia del sovrano Túpac Yupanqui. Secondo le cronache del

46 Eduardo Galeano, op. cit. ,p. 179

∗ A cura di Sara Taucer 7 0

tempo, la madre di Guamán Poma convisse a lungo con un uomo da cui ebbe un

figlio, Martín de Ayala, che si fece ordinare sacerdote. In seguito si sposò con

Guamán Mallqui, e da questa unione nacquero Guamán Poma e altri figli.

Guamán Poma (waman puma), ovvero "aquila tigre" in lingua quechua, de

Ayala nacque a San Cristóbal de Suntuntu (Perù) nel 1550, ed era discendente di

una nobile famiglia inca della regione di Huánuco. Crebbe in mezzo agli Spagnoli, e

per tale motivo si considerava un indio latino. Poma fu istruito e battezzato dal

fratellastro, che cercò di insegnargli le virtù cristiane; nei suoi scritti, il cronista lasciò

intravedere il gran rispetto e l'affetto che provava per lui. Sappiamo anche che egli fu

un grande lettore, dedicandosi anche alla critica ed al commento dei cronisti e degli

scrittori del suo tempo.

Poma parlava come lingua madre il quechua, ma imparò lo spagnolo sin da

bambino e divenne pienamente bilingue. Egli descrisse come un "vecchio di 80 anni"

nel suo manoscritto del 1615: da ciò si potrebbe dedurre che fosse nato verso il

1535, quando la conquista del Perù era in pieno svolgimento. Sembra però che il

cronista abbia usato il numero "ottanta" come una metafora della vecchiaia; per

questo e altri indizi presenti nel manoscritto si può concludere che fosse nato nel

1550. Secondo alcuni documenti del XVI secolo, fra le varie attività che intraprese

nei suoi viaggi, lo scrittore accompagnò come interprete quechua il sacerdote Juan

de Albornoz nella campagna per la soppressione del movimento Taki Unquy (1560);

Poma stesso, in questi documenti, appare come il querelante in una serie di processi

intorno al 1590 in cui sembra egli stesse cercando di recuperare le sue terre e i suoi

titoli nobiliari di cui era stato ingiustamente privato. Tuttavia, egli perse tutto, e fu

anche spogliato di tutte le sue proprietà; il 19 dicembre del 1600 fu esiliato dalla sua

città, Lucanas, dal corregidor (funzionario reale). Ciò provocò la sua grande

delusione nei confronti del sistema giuridico coloniale.

Da allora, percorse tutto il paese e si dedicò alla stesura della sua opera

Nueva Corónica y Buen Gobierno, uno dei libri più originali della storiografia

mondiale. In questo manoscritto, costituito da 1200 pagine e 400 disegni, che

terminò nel 1615 poco prima della sua morte, Poma desiderò offrire al mondo la

visione indigena del mondo andino; così facendo, ci è oggi possibile ricostruire in

modo dettagliato tutti gli aspetti relativi alla società peruviana dopo la conquista

7 1

dell'Impero Inca. Egli descrisse la situazione tragica degli schiavi, la spregiudicatezza

della civilizzazione spagnola, e l'evangelizzazione a volte priva di scrupoli che

pesava sui popoli indigeni. In una prima fase della sua vita, le sue meditazioni

coincisero con l'opera di civilizzazione dei popoli andini; nonostante ciò, a partire dal

1606 la sua visione dei fatti cambiò radicalmente. In quell'anno morì l'arcivescovo di

Lima, Toribio de Mongrovejo, e Francisco de Ávila venne nominato ispettore contro

l'idolatria; da quel momento cominciò una battaglia feroce e spietata contro il

paganesimo, e la sua arbitraria crudeltà costrinse Poma alla disillusione.

Nel penultimo capitolo della sua relazione, intitolata Camina el autor, il

cronista denunciò la condotta infame di Ávila, sostenendo che la sua campagna

contro l'idolatria costituiva la forma di repressione più violenta che i popoli andini

avessero subito fino ad allora. La ferocia di quel tipo di politica provocò un profondo

cambiamento nella considerazione riguardo alla conquista spagnola di Guamán

Poma. In una società tragicamente corrotta a causa della sua pessima

amministrazione, che spogliava i legittimi proprietari dei loro diritti, titoli e terre, Poma

trovò un eroe religioso e letterario molto vicino a lui: fra' Luis Jerónimo de Oré, un

francescano creolo di Huamanga, autore dell'opera Symbolo Catholico Indiano. Il

cronista utilizzò molte informazioni presenti nel Symbolo nella sua opera.

Nel 1908 venne riscoperto un antico manoscritto di 1179 nella Biblioteca

Reale di Copenaghen: si trattava della Nueva Corónica y Buen Gobierno di Guamán

Poma, opera di cui non si avevano più notizie da circa 300 anni. Essa venne

pubblicata nel 1936. Quest'opera, di elevatissimo valore storico, aveva in origine un

obiettivo concreto: Poma desiderava ritrarre la realtà andina, con le sue tragedie e

ingiustizie, e sollecitare la corona spagnola affinché effettuasse una riforma del

governo coloniale, per salvare le popolazioni indigene dallo sfruttamento e dai

maltrattamenti. La sua relazione era dedicata al re Felipe III di Spagna, ma andò

smarrita durante il viaggio verso la penisola iberica. Su come il manoscritto sia finito

in Danimarca sono state avanzate numerose ipotesi, secondo la più attendibile delle

quali esso sarebbe stato venduto all'ambasciatore di Danimarca alla corte spagnola.

Oggi l'opera è conservata nella Biblioteca Reale di Copenaghen.

Nei suoi scritti, il cronista indigeno descrisse, con il cuore in mano, il suo punto

di vista sugli abusi perpetrati dalle nuove autorità spagnole. Nonostante accettasse la

7 2

loro presenza in quanto agenti civilizzatori, considerava ingiusto il nuovo status quo:

gli antichi caciques erano stati spogliati dei loro diritti, e i nuovi ricchi governavano le

terre che non appartenevano loro. Poma descrisse la propria esperienza, in quanto

testimone diretto dell'oppressione subita dai popoli andini; ciò rende il tono della sua

opera unico e peculiare: la sua relazione è un grido di dolore per la tragica irruenza

della civilizzazione, poiché «Escribir esta carta es llorar. Palabras, imágenes,

lagrimas de la rabia». Poma è un indio acculturato: dato il conflitto in corso, egli ha

dovuto adottare alcuni elementi della cultura dominante (ad esempio la lingua),

adeguandosi e approvando, se non altro in parte, la politica coloniale. Egli, all'inizio,

effettivamente condivideva la necessità di evangelizzazione dei popoli andini; solo in

un secondo momento si scagliò contro la ferocia di tale sistema. Eppure,

l'acculturazione non implica un'accettazione e integrazione a priori nella cultura

dominante. Poma dimostra, nei suoi scritti, di aver parzialmente assorbito e reso

propri gli effetti della civilizzazione spagnola. Data la sua disillusione, egli si ritrova a

criticare duramente quella stessa civilizzazione che aveva precedentemente cercato

di accettare. Convivono, nei suoi scritti, il mondo occidentale e la realtà indigena: dal

suo punto di vista, il cronista estrae il meglio delle due tradizioni per farle confluire in

un progetto utopico di ordine primordiale e assenza di conflitti.

Poma traccia un parallelismo, se non altro a livello formale, tra la storia

dell'umanità occidentale e quella degli indios; la cronaca inizia con l'evocazione della

Genesi, a cui il cronista applica la tradizione indigena delle 5 età. A livello

contenutistico, è chiaro che egli non possa modificare a proprio piacimento la materia

biblica; Poma percepisce il mondo biblico e lo interpreta in chiave indigena.

L'omologia tra storia del Vecchio e del Nuovo Mondo, però, non implica

necessariamente l'esistenza di equivalenze reali tra i due universi. Ciò che getta un

ponte tra i due mondi è la costruzione ideologica di Guamán Poma. Come si è già

detto, Poma fu istruito e battezzato dal fratellastro, che lo iniziò ai precetti cristiani;

dunque, la tesi secondo cui gli indios del Nuovo Mondo discenderebbero dai turchi,

dagli ebrei o dai selvaggi viene respinta dal cronista. Poma dichiara che gli indios

discendono direttamente da alcuni figli di Noè giunti in America; per tale motivo,

secondo i sui scritti i primi indigeni credevano nel Dio cristiano e ignoravano

l'idolatria. Aggiunge - e qui emerge l'ideologia della sua ricostruzione - che gli indios

7 3

furono evangelizzati ben prima dell'arrivo dei conquistadores, dunque non devono la

loro cristianità a chi li ha sottomessi e derubati della loro identità.

Otros quieren dezir que los yndios salieron de la Casta de judios parecieran

como ellos y barbudos zarcos y rrubios como español tubieran la ley de

muyzen y supieran la letra leer y escriuir y serimoniar y tubieran la ley de

mazoma y otros dixeron que los yndios eran saluages animales no tubieran

la ley ni oracion ni aiuto de Adan y fuera como caballo y bestia y no

conocieran al criador ni tubieran sementeras y casas y arma y fortaleza y ley

y hordenanzas y conosemiento de dios [ ...] quedo en el arca noe con sus

sey hijos cazados como multiplico destos y unos destos enbio dios a las

yndias al mundo nuebo deste rreyno fue uiracocha español y aci al primero

47

yndio lo llamaron uari uiracocha runa [...]

Il pensiero di Poma si fonda sul sistema spazio-temporale indigeno (le

cosiddette 5 ere indigene, corrispondenti a circa 5000 anni totali), a cui egli

giustappone la cronologia cristiana (l'era cristiana di 1612 anni); le difficoltà

cronologiche del sistema di Poma sono evidenti: l'interpretazione delle vicende

bibliche in chiave indigena implica un'ipotetica corrispondenza tra sistemi spazio-

temporali che non possono essere raccolti in un'unica dimensione diacronica, a

causa di un evidente scarto di ca. 3500 anni. Eppure ciò non deve indurre a ritenere

la cronaca di Poma poco credibile; egli compie tale operazione cronologica al fine di

attenuare le difficoltà di congiunzione tra due mondi tanto distanti tra loro. Egli non

compie una semplice giustapposizione di tradizioni; tenta, piuttosto, di far confluire

due culture in un unicum.

Il tentativo di rileggere il mondo biblico in chiave indigena, nodo del suo

universo mentale, è reso esplicito anche negli straordinari disegni di Poma. Egli

illustra in un'unica mappa le Indie e la Castiglia, che risultano essere speculari da un

punto di vista strutturale: le Indie vengono suddivise in quattro città ai quattro angoli

del disegno, al centro si trova Cuzco; analogamente, Poma divide la Castiglia in

quattro città ai quattro angoli, ponendo la Castiglia stessa al centro. Ciò che rende

l'illustrazione interessante è la disposizione dei due regni: il disegno è diviso in due

parti uguali da una linea orizzontale: in alto vi sono le Indie, in basso la Castiglia.

Poma giustifica la sua rappresentazione avvalendosi, ancora una volta, dall'antica

tradizione incaica: le Indie si trovano nella parte superiore del mondo perché sono il

regno più vicino al sole. L'etimologia della parola Indias prova la sua teoria, essendo

47 Nathan Wachtel, La visione dei vinti. Torino: Einaudi, 1977. p. 248 n. 7 4


PAGINE

77

PESO

565.08 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Letteratura spagnola con particolare attenzione ai seguenti argomenti: l'incontro con il Nuovo Mondo esaminato dagli autori spagnoli, il "De pacificatione" di Jan Luis Vives, "Memoria del fuego" di Eduardo Galeano, Hernàn Cortés e la sua prosa, la testimonianza di Bartolomé de las Casas in merito al Nuovo Mondo e all'incontro con le popolazioni locali.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e culture per il turismo e il commercio internazionale
SSD:
Università: Verona - Univr
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura spagnola II e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Verona - Univr o del prof Gambin Felice.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Letteratura spagnola ii

Storia della letteratura spagnola - la conquista dell'America raccontata mediante le opere letterarie
Appunto
Linguistica Spagnola, Lingua spagnola I
Appunto
Appunti Zanfei Analisi
Appunto
Riassunto esame Letteratura Spagnola
Appunto