Letteratura spagnola
Prime attestazioni e origini
07/03 Prime attestazioni → 1005. 711 conquista araba – 1492 Reconquista (cacciata dei Mori, presa di Granada). Nello stesso periodo della Reconquista si ha la pubblicazione della prima Grammatica Spagnola, in cui si definiscono le prime regole del castillano.
Ci sono molte teorie sulle origini della lingua spagnola; tra le più accettate c'è quella di Marcelino Menéndez y Pelayo, che sviluppa la “teoria tradizionalista”: sostiene che le origini della lingua spagnola siano derivate da letterature precedenti, quella dei Visigoti e altri popoli che prima dominavano la Spagna.
Si distinguono perciò testi di valenza letteraria e testi di valenza linguistica. Ramon Menéndez Pidal (XX sec.) appoggia ed allarga la teoria del Menéndez y Pelayo, individuando le principali caratteristiche della letteratura medievale spagnola:
- Collettivismo: le prime opere della letteratura spagnola non hanno un unico autore; ciò dipendeva dall’alto tasso di analfabetismo dell’epoca che permetteva una trasmissione dei testi unicamente orale. Tutti coloro che li recitavano, andavano sempre a fare piccole modifiche al testo originale, per questo i manoscritti che ci sono giunti a noi sono frutto del lavoro di più giullari (vd. avanti). Gonzalo de Berceo sarà il primo a firmare le sue opere.
- Oralità: (come già detto) → rime assonanti (i testi in rima sono più semplici da ricordare, in particolare la rima assonante si presta più facilmente a cambi di parole nel caso non si ricordasse qualcosa). Fino al ‘200 si riscontra l’anisosillabismo (numero diverso di sillabe nei versi). Dopo il ‘200 si stabilirà l’isosillabismo.
Per quanto riguarda il campo semantico della letteratura spagnola medievale, si parla di realismo storico. Pidal sosteneva che i personaggi, le ambientazioni e gli avvenimenti descritti fossero realmente accaduti. Questo aspetto differenzia la letteratura spagnola da quella francese e tedesca, che si basavano principalmente alla fantasia. Un'altra caratteristica che egli individua, è la sobrietà → la semplicità e la spontaneità caratterizzano le opere medievali spagnole, anche per agevolare la comprensione al pubblico analfabeta. Anche il linguaggio, per quanto complesso, risultava sempre comprensibile.
Vi è poi l'aspetto dell'austerità morale → la letteratura medievale, oltre ad avere una funzione d'intrattenimento, aveva anche una funzione pedagogica → voleva trasmettere insegnamenti austeri, basati sull'amor puro, che si contrappone totalmente ai princìpi della letteratura francese che avevano, la maggior parte delle volte, elementi riguardanti la passione carnale e l'erotismo. L'austerità morale è strettamente legata al didatticismo → volontà di insegnare qualcosa, anche tramite gli exempla.
Le prime attestazioni
10/03 Le prime attestazioni della letteratura della Spagna medievale sono le jarchas (kharga, in arabo), brevissimi componimenti scritti in lingua mista (arabo e castigliano) che si trovavano alla fine di componimenti più lunghe: le muwassaha (moaxaja in castigliano), che in arabo significa “collana”.
La jarchas è un componimento brevissimo, di 4-5 versi al massimo. Furono studiate dall’ungherese Samuel Stern. Stern notò che questi testi lirici, scritti con caratteri arabi, corrispondevano a parole spagnole e per questo ne incoraggiò lo studio. Solitamente i testi delle jarchas venivano recitati da donne, che lamentavano nostalgia dell’amato lontano, rivolgendosi alle proprie madri o alle amiche. I temi erano quindi di tipo sentimentale, e le parole che più spesso si riscontrano sono si di (amore) e habib (amico, amato). Le jarchas si dividono in serie araba, ebraica e anonima.
Solitamente, si denota uno stacco netto fra il corpo della moajaxa e la jarcha, tra le cui non c’è continuità se non semantica (tema della sofferenza e separazione). La jarcha si presenta quindi come una citazione, e per questo si è pensato che essa preesistesse alla lirica di cui fa parte, e sia quindi un attestazione di una letteratura ancora precedente, magari legata alla tradizione araba antica o anche alla poesia tradizionale romanza fiorente in Al-Andalus.
Un'altra attestazione della lingua volgare castigliana è data dalle glosas emilianenses che furono scoperte nel monastero di san Millan de la Cogolla. Sono appunti ai margini di manoscritti. Erano per lo più preghiere scritte dai monaci del monastero e i manoscritti erano di diritto.
Damasco Alonso parla delle glosas di "primer vagito de nuestra lengua" ma non hanno valenza letteraria, e le considera superiori ai giuramenti di Strasburgo (primo documento in lingua romanza scritta, precisamente proto-francese a alto-tedesco antico) e al Placito Capuano (4 testimonianze riguardanti l’appartenenza di certe terre a monasteri benedettini di Capua) perché contengono preghiere.
Poema epico
Poema epico: di derivazione francese (sec. XII-XIII). Della tradizione epica spagnola ci sono giunti pochi testi, e praticamente tutti incompleti, tra cui anche il Cantar de mio Cid. Il tipo di poema epico più diffuso in Spagna è quello dei cantares de gesta (diffusi sempre oralmente). Questi venivano cantati dai juglares, uomini di umili origini che mettevano in scena queste opere cantandole per strada. Si contrappongono alla figura dei trovatori francesi, che erano comunque uomini di classe sociale elevata. Il lavoro dei giullari è definito “mester de juglaria”, che si articolava in maniera molto varia a seconda delle circostanze.
Esisteva addirittura una gerarchia fra giullari, basata sul grado di specializzazione. La parola “giullare” deriva dal latino “joculares, joculator” (giocoliere). Egli recitava, cantava, suonava e ballava in strada per intrattenere il pubblico. Pidal nel 1947 scrive “Poesia juglaresca y juglares”, in cui distingue giullari epici e lirici. I versi utilizzati oscillavano fra le 10 e le 16 sillabe. In base al numero di sillabe si distingue l’arte menor (meno di 8 sillabe) e arte mayor (più di 9 sillabe).
Pidal divide i cantares in 4 tappe:
- 900-1140: cantares brevi, non più di 500-600 versi, temi e personaggi legati a fatti storici.
- 1140 – 1246: è il periodo della cronaca, in particolare il 1240 con il Chronicon mundi di Lucas de Tuy. Per Pidal questo è il periodo dell’auge della poesia epica spagnola, in quanto a quest’epoca risalgono i poemi più lunghi (fino a 3000 versi, canone della poesia epica).
- 1246-1350: iniziamo a trovare la forma in prosa, tipica delle cronicas.
- 1350-1450: cantares drammatici; ci si allontana dai primi cantares, dal realismo storico, per avvicinarsi ad opere prettamente letterarie e non storiche. Si ha una nuova produzione di opere che saranno chiamate “romanceres”, naturale evoluzione dei cantares de gesta.
Il cantar de gesta e il cantar de mio Cid
15/03 Il cantar de gesta più antico è quello “de los siete infantes de Lara”, che narra della disputa fra la famiglia Lara e Lambra. I 7 figli di Gonzalo Gustioz vengono decapitati da Ruy Velazquez (fratello di dona Sancha, madre dei bambini) come vendetta di un presunto torto che Gonzalo Gustioz avrebbe fatto ai danni di dona Lambra, moglie di Velazquez.
Gonzalo viene salvato da un moro, Almanzor, che lo affida alla sorella. Fra i due nasce l’amore, il cui frutto sarà un bambino, Mudarra, che una volta cresciuto vendicherà i suoi fratellastri uccidendo Velazquez.
Lo scopo dei cantares è sempre didattico: vogliono informare e formare. Risentono in particolar modo dei poemi epici del Ciclo Carolingio francese, da cui deriva il Cantar de Roncesvalles (incompleto, solo 100 versi). Racconta di quando Carlo Magno trova i cadaveri di Turpin, Oliviero e Roldan (suoi condottieri) e piange in particolare per la perdita del nipote Roldan. Pidal ipotizza che fosse lungo più di 5000 versi, poiché diretto discendente dell’epica francese. Qui, però, non vi sono elementi di fantasia. Il cantar de Roncesvalles adatta la materia epica francese alla cultura e alla tradizione spagnola.
Cantar de mio Cid
Il Cantar de mio Cid è in assoluto l’opera più importante della letteratura epica spagnola (3730 versi in 74 folios), nonché l’unico ad esserci giunto quasi integro: manca infatti solo la pagina iniziale e due pagine interne, per un totale di circa 150 versi perduti.
Esiste un unico manoscritto, ritrovato nel 1307 e conservato nella Biblioteca Nacional de Madrid. Creano particolari problemi la datazione e l’autore. Nel colophon (la chiusa del documento) compare la frase: Per Abbat le escrivió en el mes de mayo en era de 1245. Già il nome fa nascere qualche dubbio: Abbat è un cognome di origine laica, oppure si tratta di un abate di nome Per? Inoltre, il verbo “escrivir” era utilizzato non solo per indicare colui che creava un componimento, ma anche per gli amanuensi che lo ricopiavano. Non è quindi per nulla certo che questo Per Abbat sia l’autore del Cid. La data del 1245 è in realtà il 1207, in quanto in Spagna si contavano gli anni a partire dal 38 a.C. (dopo la divisione da parte di Cesare della Ispania in province).
In ogni caso, tra le varie teorie sulla datazione del Cid, quella più accettata è quella che individua l’anno di composizione dell’opera nel 1140 ca. perché:
- Le parole sono molto vicine al latino, e siccome la scrittura ricalca l’oralità l’opera è sicuramente antecedente al 1200.
- I personaggi sono storici e aiutano la datazione → Il Cid è Rodrigo Diaz de Vivar, nato tra il 1040-1050; apparteneva alla nobiltà di basso rango (infanzones) e morì a Valencia tra il 1090-1099. Si pensa che il cantar sia stato composto circa 40 anni dopo la morte dell’eroe.
- Presenza dei quiñoneros (uomini che si occupavano della divisione del bottino di guerra): la loro presenza è stata attestata nella prima metà del 1100 così come le tattiche e le armi da guerra.
Per quanto riguarda l’autore, esistono due scuole di pensiero:
- Tradizionalista: nonostante nello stile del cantar si riscontri un’ampia conoscenza delle materie giuridiche e religiose, nonché un certo gusto retorico, i tradizionalisti sostengono che sia un prodotto del mester de juglaria. Si tratterebbe, secondo loro, di una lunghissima tradizione letteraria popolare che risalirebbe addirittura ai Visigoti.
- Pidal si allontana da questa teoria, con una visione neotradizionalista: egli pensa prima a un unico autore, un giullare-poeta, di Medinaceli in Castilla y Leon, che si rivolge al pubblico popolare pur essendo conscio dei propri mezzi stilistici. In seguito giunge alla conclusione che siano due gli autori del Cid, due juglares, uno di Medinaceli e l’altro da Sant Esteban de Gormaz, che avrebbero lavorato in momenti diversi.
- Individualista: sostiene che l’autore del CMC sia in realtà uno solo, estraneo al mondo della juglaria, magari appartenente a quello monastico. Italo Siciliano giunge ad una posizione intermedia fra le due teorie: non possono essere ignorati gli elementi dell’oralità presenti nel testo, e quindi postulare l’esistenza di un autore poeta, né tantomeno gli elementi linguistici e stilistici di gran lunga superiori qualitativamente rispetto agli altri epos a trasmissione orale.
Per tali caratteristiche, il CMC rientra nell’ambito della vocalità, che ammette entrambe le modalità di trasmissione-composizione. La figura del giullare rimane comunque centrale nella trasmissione del CMC, poiché è la voce che dava vita al testo. Del carattere vocale del Cid si ha riscontro nella pluralità di voci, che prendono la parola, ciascuna con un suo pubblico o un suo interlocutore. La voce del cantore coinvolge gli spettatori nella narrazione, apostrofandoli e richiamando la loro attenzione. Ma anche all’interno dell’opera i numerosi personaggi interagiscono vivamente. Ciò ha fatto pensare addirittura a un’esecuzione di tipo teatrale, con più interpreti, anche se ciò contrasta con la classica declamazione epica, solenne e commemorativa.
Struttura del Cantar de mio Cid
17/03 Il manoscritto ci è giunto come testo unico, solo successivamente è stato suddiviso in strofe e in tre cantares:
- Cantar del destierro (esilio)
- Cantar de las bodas (nozze)
- Cantar de la afrenta de Corpes
Questi rappresentano i tre momenti fondamentali della vita del Cid. La struttura è particolarmente coerente e lascia pensare a un unico autore, a differenza di quanto diceva Pidal. In generale i cantares epici europei hanno una struttura circolare: l’inizio spesso coincide con la fine. Il Cid segue l’andamento a “W”. L’autore ha preferito raccontare più gli aspetti privati che quelli pubblici. Nella sua visione la cosa importante era l’esistenza reale dell’eroe rispetto all’aspetto pubblico che conosceva tutta la Spagna. La struttura a W riguarda sia gli aspetti pubblici che quelli privati, in quanto vengono raccontate anche le imprese pubbliche.
Il primo punto è quello in cui comincia il CMC: la prima pagina manca, non sappiamo da quando parte. L’opera comincia in medias res ma Pidal ha ricostruito in prosa ciò che poteva esserci nella prima pagina. All’inizio probabilmente c’era un prologo, un'introduzione al Cantar. Si è pensato, in ogni caso, al motivo per cui il testo comincia con il pianto del Cid in procinto di andare in esilio da Vivar.
Il Cid era un uomo di fiducia di Alfonso VI, e come suo vassallo va a riscuotere i tributi dai Mori che occupano la Castilla. Alcuni malos nemigos, invidiosi della fiducia del re al Cid, lo accusano di aver rubato alcuni di questi tributi. Proprio per questo il re manda in esilio il Cid. Nel prologo ricostruito, il Cid incontra anche il conte di Barcellona, García Ordonez, uno dei suoi peggiori nemici. Quest'ultimo è un personaggio fondamentale, poiché parente degli infantes de Carrion.
Il Cid non va in esilio da solo, perché chiede ai suoi uomini di fiducia di accompagnarlo, e il primo a seguirlo è Minaya Alvar Fanez (nipote del Cid). L'esilio rappresenta la prima caduta della "W". Il Cid, nonostante ferito nell'onore, non si abbatte, non odia il suo re, non gli si oppone, ma continua ad essere un vassallo fedele, e quindi, al di fuori della sua terra, continua a combattere per lui e conquistare terre ai Mori. Ad ogni vittoria, manda i tributi al re tramite Alvar Fanez. Il Cid ha una moglie (donna Ximena) e due figlie, che non lo seguono in esilio, ma che vengono affidate a un sacerdote del monastero di Cardena. Il primo Cantar finisce al v. 1086.
Il fatto che il Cid non si lasci abbattere dall'esilio e continui a ottenere vittorie indica la prima risalita. Il punto più importante delle sue conquiste è la presa di Valencia, dove riesce a scacciare i mori e convince il re a farsi raggiungere dalla moglie e le figlie.
García Ordonez ha due nipoti: gli infantes de Carrion (infante: figli di nobili veri), che fingono di essere innamorati delle figlie del Cid, per vendicare lo zio (imprigionato dal Cid dopo essere stato scoperto a tramare coi Mori). Chiedono la mano delle figlie del Cid al re, che accetta nonostante l'insicurezza del Cid. Dopo il matrimonio si raggiunge la seconda vetta della "W": le figlie stanno salendo di grado e il Cid ha conquistato Valencia e sta rientrando nelle grazie del re. V. 2277 → termina il secondo cantare.
Gli infantes de Carrion sono dei veri codardi, non riescono ad andare in guerra e per questo sbeffeggiati da tutti. Decidono quindi di vendicarsi di questi scherzi: chiedono il permesso al Cid di andare con le sue figlie a Carrion, e durante il viaggio picchiano le figlie e le abbandonano nel querceto di Corpes → seconda caduta: il Cid ha subito un nuovo oltraggio, perde nuovamente il suo onore. Ma ancora non si dà per vinto e chiede una riparazione dell'offesa subita al re, che aveva acconsentito alle nozze e acconsente anche alla rivalsa del Cid → i rapporti fra il re e il Cid si ricostituiscono → viene riammesso in patria e gli viene permesso di sfidare a duello gli infantes. Per prima cosa chiede la restituzione delle due spade che aveva dato in dono agli infantes (Colada e Tixon) come segno di completa fiducia, e chiede in restituzione anche la dote delle due figlie. Il duello non sarà combattuto da lui in prima persona, ma lo combatteranno due dei suoi seguaci, che ovviamente vinceranno e gli infantes de Carrion verranno esiliati → ultima risalita del Cid, di più delle altre due volte, anche perché le figlie verranno chieste in spose dagli infantes di Navarra e Aragona. V. 3730 → fine del Cantar.
La struttura interna è molto coerente; i tre punti fondamentali si ritrovano anche in molti racconti tradizionali del folclore della Spagna e della narrativa. Questo schema fa pensare ad un autore unico, che fin dall'inizio lo aveva in mente e lo ha perseguito per tutto il Cantares. Anche lo stile e le tecniche narrative lasciano pensare ad un solo autore: c'è un'uniformità usata in tutti e tre i Cantares.
L'ideologia è la stessa dall'inizio alla fine: si vuole esaltare la vita del Cid su due piani, pubblico e privato. Si dà più importanza al piano privato → l'autore sceglie di mostrare come un infanzone con le sue sole forze riesca a rivalersi sulla sua condizione di piccolo nobile. L'ideologia che sta alla base dell'opera è l'esaltazione di un eroe che con le sue sole forze si afferma agli occhi di tutti come un vero eroe. Egli deve essere preso ad esempio dal pubblico o dal lettore. Il piano pubblico del Cid è quello legato alla vita delle imprese di guerra che affronta. Il piano privato è quello invece legato alla sua famiglia, al Cid come uomo, non come eroe. Le prime parole con cui si apre il Cid, infatti, sottolineano la parte umana del Cid, che piange prima di andare via dalla sua terra.
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