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Quadro storico e politico

La letteratura spagnola è strettamente collegata alle varie vicende di carattere politico e culturale; l'arco temporale analizzato va dal 1472 al 1598. Alla metà del Quattrocento la Penisola Iberica era costituita da cinque regni (fase quasi conclusiva della riconquista che è all'origine della divisione): regno di Pastiglia, regno di Navarra, regno di Aragona (che al suo interno inglobava la Catalogna e la regione Valenciana), regno di Portogallo e regno di Granata (ultimo baluardo del califfato di Alandalus -> Andalusia).

Il Portogallo restò autonomo perché sarà annesso solo con Filippo I per pochi anni. Si tratta di un paese di fede cattolica e si spiega poiché nel 711 d.C. penetrano i musulmani dal Sud conquistando tutta la penisola iberica e spingendo sempre più in alto i visigoti; solo il regno di Navarra riuscì a bloccare i musulmani, poi partì la riconquista ad opera dei cristiani che si porta a termine nel 1492: i musulmani conquistarono la penisola in otto anni, i cristiani in otto secoli.

Sotto i re cattolici si riuscì a conquistare anche il regno di Granata, unificando tutti i regni tranne il Portogallo, in un’unica corona. Enrico IV non aveva discendenti e si contendevano il potere sua sorella Isabella e la figlia illegittima Juana la Beltraneja. Nel 1474 presa la corona Isabella alla morte del fratello, però nel frattempo in Aragona regnava Juan II il cui figlio è Ferdinando che si sposa nel 1469 clandestinamente con Isabella, per realizzare l’unione fra Pastiglia e Aragona. L’età dei cattolici si fa cominciare nel 1479 alla morte di Juan II.

Con quest’unione la riconquista riprende vigore e nel 1505 viene annesso anche il regno di Granata. L’unione fra Isabella e Ferdinando e quindi dei regni era solo politica poiché vi era tuttavia una varietà linguistica, di moneta, di cultura, di gestione della legge; bisognava quindi varare delle riforme per amalgamare i territori.

La regenza dei re cattolici

Quanto dura la reggenza dei re cattolici? Nel 1504 muore Isabella e dovrebbe toccare alla figlia dei due, Juana la Loca. Juana era sposata con Filippo il Bello di Borgogna, morto giovane e a causa di ciò Juana impazzì; Filippo aveva ereditato i territori al sud della Francia: Rossignone e Certagna. Il nonno di Filippo era Massimiliano I d'Asburgo al capo di un regno vastissimo. Non potendo regnare Juana per motivi di salute, la reggenza la mantiene Ferdinando fino al 1516 quando il figlio di Juana, Carlo V diventa maggiorenne.

Dopo tre anni, nel 1519, il papa Alessandro VI lo incorona a Bologna come imperatore non solo re. Dalle colonie americane passando per la penisola iberica, il Nord Africa, i territori delle Canarie, la Borgogna, il regno di Sicilia, il regno di Napoli: impero sul quale non tramontava mai il sole: Carlo V. Già col figlio di Carlo V, Filippo II, l’impero cominciava a sgretolarsi fino al 1898 con la guerra tra USA e Spagna per ottenere Cuba, le Filippine e Puerto Rico. Nel 1700 in Spagna ci fu il passaggio di dinastie dagli Asburgo ai Borboni, oggi ancora al potere.

Con Carlo V vi era ancora una corte itinerante; l’imperatore passava buona parte della sua vita nelle Fiandre dove si stava covando la riforma luterana. Filippo II fu costretto a dichiarare per ben tre volte banca rotta e non era imperatore, ma di nuovo re. Per unificare i due regni di Pastiglia e Aragona si voleva porre una sola lingua, il casigliano che successivamente prenderà il nome di spagnolo come lingua nazionale. Le riforme si occupavano anche dell’istruzione, della politica e della religione per abolire la frammentarietà dei regni.

La penisola iberica nel Medioevo possedeva tre culture totalmente differenti: cristiani, musulmani ed ebrei. Partono le campagne di conversione di massa verso il cattolicesimo; alcuni simulavano questa conversione. L’esigenza di controllo sulle coscienze dei sudditi, intorno al 1478, fu istituire il tribunale dell’inquisizione: per la prima volta la monarchia controlla le questioni religiose.

Sono definite le schere di conversos con privilegi differenti rispetto ai cristiani puri, questo provocò effetti nefasti per la società: ai conversos era negato, per esempio, l’accesso alle cariche pubbliche, questo diventa una vera ossessione almeno fino alla fine dei Seicento, tutti gli equilibri sociali erano legati al concetto di sangre limpia, in dotazione ai cristiani puri i quali, a differenza dei convertiti, potevano scalare le classi sociali.

Gli ebrei furono costretti ad andar via dal paese, non essendosi convertiti al cattolicesimo. Nel 1605 e 1609, vittime di queste iniziative furono i musulmani. La cacciata degli ebrei si convertì in un calo finanziario, quella dei musulmani, anzi in particolar modo gli arabi, provocò un impoverimento della manodopera e di conoscenze agricole ed artigiane. Bisognava creare un governo centrale, basato sulle tasse e tipo di regine da adottare.

Per la questione finanziaria cominciano numerosi conflitti tra feudatari e nobili, poiché la riforma prevedeva la riduzione o addirittura la perdita di alcuni privilegi: uno dei primi provvedimenti presi dai re cattolici era il cessamento di una sorta di pensioni. L’esigenza di accettare i poteri fece nascere la figura dei corregidores che avevano il ruolo di prefetti per controllare in maniera capillare il territorio anche con l’istituzione di pattuglie per le singole province. Altro provvedimento importantissimo fu costituito dall’inaugurazione del consiglio di stato che affiancava le cortes: nel consiglio vi erano 3 prelati e 9 letrados ossia i burocrati di professione; il consiglio era come una diretta emanazione della corona; i letrados avevano competenze giuridiche ed amministrative ed indicavano allo stato i provvedimenti più utili da prendere, sempre più in contrasto con le cortes, che sarebbero dovute essere convocate regolarmente per delle assemblee che avvennero solo due volte, a Madrigal e Toledo.

Le riforme di Isabella

Isabella aveva capito che per far superare l’arretratezza alla Spagna, doveva attuare una riforma dell’istruzione e del sapere: alfabetizzazione anche per le classi più basse e dunque non privata. Un tempo il latino studiato dai rampolli non era quello dei classici ed avveniva in casa con i precetti, poi fino a 15 anni si studiava di base e si poteva scegliere la carriera dell’arte della guerra o seguire l’università, percorso che durava circa 10 anni.

Bisognava analogamente amalgamare il pensiero classico greco-latino con i testi teologici e questo compito lo svolse san Tommaso d’Aquino con la filosofia scolastica; i re cattolici, per questa questione richiesero l’aiuto a dei letterati, tra cui Elio Antonio de Nebrija.

Elio Antonio de Nebrija

Elio Antonio de Nebrija, di origini sivigliane, nacque a Lembrija. A 19 anni compie un soggiorno in Italia per studio, dove rimane per circa 10 anni durante i quali entra in contatto con gli umanisti italiani come Lorenzo Valla e Angelo Poliziano, dai quali importa in Spagna l’idea di riformare il sapere bisognava riformare la lingua della prosa scientifica, ossia il latino.

Quest’ultimo, impartito nel Medioevo, si basava su un dizionario, “El papias” e su una raccolta di favole esotiche poiché un tempo la tecnica didattica era la copia più una serie di strumenti teorici che avevano la funzione di manuali di grammatica. Il latino dal quale partire non era quello medievale, bensì quello dei classici.

Nebrija vinse il concorso per la cattedra di grammatica nell’università di Salamanca nel periodo in cui in Spagna venne adottata la stampa, utile per la diffusione dei testi; lasciò successivamente quest’incarico per suo volere, ritornando al lavoro da precettore. Dopo questa fase lavorativa, venne colto a lavorare presso il cardinale Cisneros, fondatore della facoltà di teologia dell’università di Alcalà dove avvia la produzione della “Bibbia poliglotta” con l’intenzione di recuperare il testo nelle edizioni dell’ebraico, del greco e del latino, come una sorta di testo a fronte, ed un’operazione minuziosa ed ambiziosa di filologia. Nebrija era uno dei pochi a conoscere le tre lingue per questo motivo fu assunto al servizio del cardinale.

Facendo un passo indietro, tornando dall’Italia, Nebrija voleva scrivere una grammatica del casigliano e ne parlò ai re cattolici a Salamanca, di ritorno da un loro viaggio a Santiago de Compostela. Inizialmente la regina non voleva finanziarlo, ma gli suggerì di scrivere una grammatica del latino nel 1481. Una volta proposta questa grammatica in latino, la regina suggerì a Nebrija di scrivere, nel 1488, una grammatica del latino, ma in casigliano: operazione di volgarizzamento. Quest’opera era il libro usato per apprendere il latino, libro vendutissimo con oltre 50 edizioni. Nel prologo vi è l’enunciazione dei principi sui quali si fonda l’umanesimo ed è considerato il manifesto del rinascimento spagnolo.

Molto interessante è la prospettiva con la quale Nebrija si approssima ai testi, una novità assoluta è la prospettiva di grammatica che prima non aveva avuto molto prestigio, parliamo dunque di un approccio di carattere laico. Nebrija voleva fondere tutte le traduzioni dei testi sacri per poterli studiare in maniera più concreta e più prossima all’originale, dunque parliamo di esperienze di carattere filologico. La filologia si basava su “emendatio” e “enarratio”, quindi per la prima si parla di rendere il testo corretto confrontando tutte le varianti; la seconda è l’interpretazione del testo appartenente alla sfera semantica.

La lingua di Nebrija era elemento primario per l’evoluzione dell’istruzione e della civiltà. Dopo quattro anni dal volgarizzamento, ci troviamo davanti alla stesura della sua “Grammatica de la lengua castellana” che propose già precedente alla regina e riuscì a pubblicare solo nel 1492.

La Celestina

Acto 1 - Scena 1

Nella prima scena ritroviamo il dialogo fra Calisto e Melibea che sono i protagonisti dell’opera. Il luogo in cui si svolge la scena è l’orto della casa di Melibea e non ci viene spiegato l’antefatto; in realtà Calisto è finito nell’orto col pretesto di recuperare il proprio falco e rimane folgorato dalla bellezza di Melibea e subito le confessa la sua passione tramite una comparazione iperbolica con i santi, ai quali si sente superiore. Già dal dialogo preso in analisi si nota l’ironia che caratterizza l’opera.

Melibea rimprovera a Calisto di essersi dichiarato ed il piacere dell’uomo proviene dalla contemplazione dell’amata rispetto alla quale si dichiara fortemente inferiore poiché lei è elevata quasi al divino. Comunicare il piacere è visto come una trasfigurazione, dunque come un errore. C’è da notare un certo tipo di lessico che rientra nel linguaggio amoroso. Questo breve dialogo ci da alcune informazioni sui personaggi come l’estrazione sociale di Calisto che intendiamo poiché il falco fa capire che si dedica alla caccia, attività di un ceto nobile al quale appartiene anche Melibea che possiede una casa col giardino.

I rapporti con l'amor cortese

Il linguaggio che usa Calisto corrisponde al codice linguistico dell’amor cortese e ce ne accorgiamo da termini tecnici: imerito, segreto dolore, servicio, galardon, deleite. Dai termini presi ad esempio notiamo una sorta di subordinazione che riporta all’idea del vassallaggio. Questa condizione d’inferiorità si spiega col fatto che le doti dell’amato sono talmente alte che l’uomo non le merita. L’amore che l’io amante prova nei riguardi della sua amata, deve rimanere segreto poiché spesso la donna aveva una posizione sociale superiore rispetto al poeta e spesso sposata col signore di corte; dunque si tratta di un amore adulterino. Per questo alle donne vengono dati dei “senhal” cioè dei nomignoli per non pronunciare la vera identità.

Tutto questo è testimoniato da un testo trobadorico di Timbaut d’Aurenga, ricco di un linguaggio legato al rapporto vassallatico dove si rivolge alla donna amata dicendole che deve amarla in segreto e fa un paragone con la storia di Tristano e Isotta. Parliamo ancora di un amore molto legato all’esperienza sensuale. Probabilmente questo carattere dell’amor cortese aveva avuto influenze dalla tendenza sufi, sia carattere esoterica di tradizione musulmana.

Viene sostenuto anche che l’idea dell’amore adultero era una copertura per l’ordine cistercense per non esplicitare la loro pratica eterodossa al limite dell’eresia; sottraendo il carattere religioso, quest’idea era stata laicizzata e portata nella concezione dell’amor cortese. L’amor cortese sposa una concezione elitaria per la società, le classi basse avevano una concezione dell’amore più libera e sensualistica, quasi animalesca.

Atto 1 - Scena 2

Calisto lascia Melibea e torna a casa dove troviamo un altro personaggio, Sempronio, servo di Calisto. Sempronio ha recuperato il falcone. I toni di Calisto nei riguardi del servo sono molto duri ed indisponenti, lo maledice augurandogli di morire. Calisto vuole entrare in contatto con la fattucchiera Celestina per poter approcciare con Melibea e farle abbandonare l’atteggiamento di rifiuto nei confronti di Calisto.

Calisto attua una prolessi poiché anticipa quella che sarà la morte di Sempronio ed un altro servo nell’atto 12. Calisto si definisce triste e sfortunato a causa dell’amore per Melibea; il protagonista passa da uno stato di aggressività ad uno di forte malinconia, vuole concentrarsi sul proprio dolore. Calisto prototipo dell’amante cortese!

I vari tipi d'amore e l'idea di passione

Sul versante della tradizione filosofica-religiosa possiamo far riferimento alla “Summa Teologica” di San Tommaso d’Aquino e vediamo che l’amore era contemplato nella forma più sublime verso Dio, l’amore filiare fra genitori e figli e l’amore coniugale inteso in termini di affettuosità, non contemplava la questione del rapporto passionale. Queste erano le tre tipologie di amore legittimato, la passione era considerata pulsione irrazionale, condannata come se fosse stata una malattia.

Secondo San Tommaso, se questa passione non riusciva ad essere razionalizzata, si cadeva nella follia. Sisto Pitagorico nel Medioevo considerava adultero anche un rapporto passionale fra coniugi. Sul versante medico-scientifico coincide col precedente per la considerazione come patologia medica dell’amore, una patologia di carattere psicofisico, che investe la mente dell’individuo ed è sovrabbondante il numero di trattati medici dove sono riportate indagini per costruire le cause della malattia d’amore. La causa materiale della malattia d’amore era un’infiammazione del cervello secondo la medicina medievale. Nei trattati si parlava anche dei rimedi contro questa malattia: al malato investito da concupiscenza è possibile soddisfare il desiderio dandogli la donna amata oppure porgendogli un altro oggetto di desiderio oppure con distrazioni come la caccia, la pesca.

Atto 1 - Scena 3

Rapporto servo-padrone un po’ cinico, si nota irriverenza da parte di Sempronio alla quale Calisto risponde iperbolicamente dicendo che colui che dentro il proprio petto porta spilli, guerra, amore a causa della sofferenza d’amore, non può cogliere l’armonia. Calisto passa a Sempronio lo strumento per far cantare lui che si esibisce in una canzone popolare, “El Romance” che narra della storia di Nerone che da ordine di dar fuoco a Roma.

(Aparte) significa una battuta detta in un angolo della scena, un contrappunto comico tipico del genere teatrale. La malattia d’amore coincide con la follia, malattia di carattere psichico del quale Sempronio crede essere affetto Calisto. Sempronio impersona la parte razionale e chiede a Calisto come sia possibile che la sua anima brucia più dell’incendio di Roma ad opera di Nerone e Calisto risponde, con ulteriore esempio di pazzia, con tre motivazioni e seguendo lo schema sillogistico della filosofia scolastica: per Calisto il vero fuoco è quello che ha investito lui, la fiamma d’amore dunque investe i ruoli parlando di fiamma metaforica riferendosi a Roma bruciata. Sempronio, ascoltando ciò che dice Calisto, lo ritiene anche eretico, Calisto afferma di essere “melibeo” perché tutto ruota intorno a Melibea e trasgredisce il canone di segretezza dell’amor cortese perché esprime il nome della sua amata al servo. Sempronio si rende conto del male che affligge Calisto e gli promette di curarlo, dando avvio a tutta l’azione drammatica successiva.

Evoluzione del codice dell’amor cortese nell’opera e “Debate”

Sempronio ride del suo padrone; notiamo che non c’è narratore, tipico del dialogo del testo drammatico. Nel testo si ride, ci sono scene di riso esplicite, ride anche il lettore che di fronte ai discorsi altisonanti di Calisto non può fare a meno di sorridere, dunque il testo è comico.

Rispetto al codice dell’amor cortese, ci sono delle divergenze come per esempio quando Calisto crea una sovrapposizione fra Melibea e Dio, un forte paradosso. In Spagna non era ancora radicato il neoplatonismo che in Italia era stato promosso da Ficino. Il “debate” si basa sul confronto di varie opinioni; fra servo e padrone il “debate” si articola sul tema dell’amore. Calisto appartiene alla classe dei nuovi ricchi, alla classe protoborghese.

La concezione dell’amore di Calisto si basa sulla visione della donna superiore, Sempronio invece ha una visione medievale dell’amore che si alimenta della filosofia aristotelica che proclamava l’inferiorità della donna. Nella “Celestina” Calisto lascia parlare molto Sempronio che argomenta contro le donne e...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/05 Letteratura spagnola

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