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Letteratura latina: L'Eneide di Virgilio

Le Georgiche: contesto storico in cui vengono scritte

Virgilio nelle sue opere, dalle Georgiche all'Eneide, si impegna a disegnare un quadro intellettualmente ed emotivamente coinvolgente dell’identità della comunità romana. Il concetto dell’Italia nell’età augustea era ancora recente senza una definizione indiscussa. La definizione dell’identità di Roma come centro d’Italia si definisce in un contesto molto conflittuale che ha trovato la sua espressione più decisiva negli eventi della storia recente, che sono in corso durante la stesura delle Georgiche e che trovano una provvisoria conclusione durante la fase di rifinitura dell’opera.

Virgilio lavora alle Georgiche per sette anni da ciò che sappiamo dai dati cronologici e storici ricavabili dal testo che conducono a non prima del 38 a.C. e sappiamo che l’opera fu conclusa dopo la fine dello scontro finale tra Ottaviano e Antonio con la battaglia di Azio nel 31 a.C. Le Georgiche furono completate nel 38 a.C. da quanto dice Virgilio stesso nel sigillo alla fine del IV Libro: il sigillo contiene informazioni sull’autore che ha scritto l’opera e sulle circostanze dell’elaborazione dell’opera, e Virgilio dice di averla scritta a Napoli presso Partenope mentre Cesare Ottaviano poi Augusto (Cesare perché figlio adottivo di Giulio Cesare dopo l’assassinio di questo / Ottaviano era il nome dalla famiglia d’origine), perché nel 27 a.C. dopo la sconfitta di Antonio, egli data una sistemazione alle questioni principali del potere a Roma e delle province formalmente restaura la repubblica dopo che i Triumviri si erano divisi il potere supremo, ricevette dal Senato il titolo di “Augustus = colui che assicura la divinità dello stato” tale restaurazione era più formale che di sostanza poiché il potere era in realtà in mano di Ottaviano; anche lo storico Tacito negli Annali sostiene che il suo era un potere di tipo monarchico.

Con la “Res publica restituta” ricevette così il nome Augusto rafforzando la sua “auctoritas”: Augusto nelle sue “Res Gestae” descrive un resoconto delle sue imprese politiche, militari, istituzionali, una sorta di testamento delle sue azioni che lui fece esporre nelle principali città dell’impero su iscrizioni; lì afferma di aver restaurato la repubblica e di non aver assunto più alcuna magistratura eccezionale salvo che fu:

  • Console per un numero di anni consecutivi,
  • Ebbe la “tribunicia potestas a vita” = potere dei tribuni della plebe che comprendeva un diritto di veto su tutte le iniziative degli altri magistrati e rendeva il detentore di questa carica inviolabile,
  • Ebbe un impero proconsolare su alcune province che gli assicurava il controllo degli eserciti.

Solitamente in modo improprio si utilizza l’appellativo di Età Augustea per tutto il periodo in cui Cesare Ottaviano Augusto ha esercitato la sua azione politica prima come capo parte, poi come “Princeps”, egli detenne il potere a Roma dal 31 a.C. al 14 d.C. Le Georgiche non vanno collocate in Età Augustea: prima della battaglia di Azio a Roma c’era un altro potere militare forte oltre a quello di Cesare Ottaviano Augusto, quello di Antonio a cui era toccata nella spartizione dei triumviri la “Pars Orientis” dove ci si misurava con i nemici più pericolosi come l’impero dei Parti la più grande sconfitta subita dall’esercito romano era stata nel 53 a.C. all’epoca del primo triumvirato tra Cesare, Pompeo e Crasso, con la spedizione fallimentare condotta da Crasso con la battaglia di Carre in cui Crasso stesso morì col figlio assieme ad intere legioni, altre divennero prigioniere.

Infatti per i decenni successivi molti soldati romani rimasero prigionieri dei Parti e perciò da allora tutti i protagonisti della storia di Roma per gli anni successivi si occuparono di risolvere il problema dei Parti fino ad Augusto che risolse in parte la questione ottenendo in maniera diplomatica una parziale sottomissione del re dei Parti che restituì le insegne delle legioni prese a Crasso atto simbolico che la propaganda augustea presentò come trionfo militare.

A Cesare Ottaviano Augusto nella spartizione dei territori tra i triumviri era toccata l’Italia, importante politicamente e religiosamente dovendo inoltre occuparsi del problema dei veterani, soldati che avevano combattuto le guerre sotto Cesare e che poi avevano affrontato l’esercito repubblicano sconfiggendo nella battaglia di Filippi gli uccisori di Cesare dovevano essere congedati riconoscendo il loro servizio attribuendo per ciascuno di loro delle terre, cosa non facile da fare poiché le terre dovevano essere in Italia. Di questo si occupò Augusto, problema gravissimo che coinvolse alcune zone dell’Italia dove vennero confiscate terre per darle ai veterani: anche la famiglia di Virgilio rimase coinvolta, poiché le confische venivano fatte verso coloro che si erano schierati dalla parte dei repubblicani, soprattutto la pianura padana. Virgilio risiedeva in un villaggio vicino Mantova. Nella sua prima opera, le Bucoliche ci mostra il dramma delle confische delle terre. Grazie a dei potenti protettori, tra cui il giovane Cesare, riuscì a farsi restituire le proprie terre.

Più tardi altre zone d’Italia furono coinvolte in questo problema: quando ci fu conflitto tra Ottaviano e alcuni esponenti vicini ad Antonio di Perugia, Ottaviano confiscò terre in Umbria e fu coinvolta la famiglia del poeta Properzio con molti lutti in occasione della guerra di Perugia. In Sicilia si era insediato un figlio di Pompeo, avversario di Cesare, Sesto Pompeo e dalla Sicilia con i suoi due eserciti e una flotta impediva i rifornimenti all’Italia essendo quell’isola in una posizione strategica ciò angustiò molto Ottaviano finché il generale Agrippina riuscì nel 36 a.C. con una battaglia navale a sconfiggere Sesto Pompeo risolvendo la situazione. Dal 43 a.C. fino alla fine degli anni 30 a.C. è un susseguirsi di guerre e problemi di cui Ottaviano si occupa in Italia attraverso il suo plenipotenziario Mecenate, amico che non ricopre nessuna magistratura non esercitando alcun potere militare ma solo incaricato da Ottaviano a fare le sue veci in sua assenza.

Mecenate sarà il protettore delle lettere e delle arti, persona raffinata e colta, compagno di studi di Ottaviano, molto influente e ricco formerà il circolo di Mecenate, gruppo di letterati, storici, filosofi sotto la sua protezione, tra cui Virgilio, Orazio, Vario, poeta questo poco conosciuto di cui abbiamo qualche frammento ma era un poeta epico-tragico e fu colui che morto Virgilio fu incaricato da Augusto di pubblicare l’Eneide, incompiuta e che Virgilio avrebbe voluto fosse bruciata. I primi ad entrare in contatto con Mecenate furono Virgilio e Vario che presenteranno Orazio al loro protettore. Messalla invece nella sua casa sosteneva Tibullo e il giovane Ovidio.

Il patronato letterario era frequente nell’aristocrazia romana: proteggere letterati aspettandosi che da questi scrittori venisse una rappresentazione del loro prestigio politico, su imitazione delle corti ellenistiche: nel II secolo a.C. ci sarà il circolo degli Scipioni...

Le Georgiche sono un’opera collocata in questo ambiente: Virgilio era da poco entrato in rapporto con Mecenate, perché le Bucoliche le scrisse prima quando era in contatto con altri personaggi della vita politica romana, alcuni dei quali erano degli antoniani, tra cui Asinio Pollione, letterato, poeta e storico. La famosa IV Egloga che annuncia la nascita di un “puer” che riporterà l’età dell’oro (si presuppone che il “puer” fosse un figlio di Pollione) sotto il consolato di Pollione, personaggio che domina le Bucoliche. Le Georgiche sono invece sotto la protezione di Mecenate, che assume ruolo determinante per l’attività letteraria di Virgilio, il quale dirà che di quest’opera così impegnativa Mecenate è stato il promotore, lo stimolo per la stesura dell’opera molti proemi riportano il nome di Mecenate.

Le Georgiche sono un poema epico didascalico: di insegnamento, dove il poeta è maestro di insegnamenti di carattere morale ma anche di vita pratica. Categoria che comprende tutto ciò che è scritto in esametri, in latino da Ennio in poi (prima di lui i primi poemi epici latini erano traduzione dell’Odissea di Livio Andronico e il “Bellum Poenicum” di Nevio erano scritti col metro saturnio, greco ma sentito come indigeno). Ennio diceva di essere proprio Omero, essendo riconosciuto come padre della poesia latina poiché aveva introdotto l’esametro nella letteratura latina. Nel suo poema epico sulla storia di Roma “Annales” affermava che in sogno gli era apparso Omero che lo informava di essersi reincarnato in lui secondo la teoria della trasmigrazione delle anime.

Virgilio stesso nelle Bucoliche affermava che la poesia epica raccontava di guerre e battaglie di eroi. Poi c’è la poesia epica che canta l’avventura, come l’Odissea. Ma già nella cultura greca arcaica si era formata un’altra epica, quella di Esiodo, che introduce una nuova forma di poesia in esametri. Aveva scritto una “Teogonia” = dove parla della nascita e delle generazioni degli Dei fin dalla nascita del mondo, poema in esametri che col linguaggio dell’epos parla delle divinità e del sistema teologico; altra opera importante era stata “Le Opere e i Giorni”, poema dove rivolgendosi ad un destinatario, il fratello del poeta, il poeta gli rivolge degli insegnamenti di carattere morale ma anche relativi alla vita e al lavoro: lo addestra a vivere secondo giustizia in un contesto di vita contadina e agricola della regione aspra della Beozia che impone un lavoro tenace e costante. Sono una sorta del calendario dell’anno in cui si dicono i lavori da fare e una raccolta di miti inerenti all’importanza della giustizia e della non prevaricazione, con indicazioni sul lavoro dei campi.

Esiodo e il genere epico didascalico

Esiodo è stato il fondatore del genere epico didascalico. Dal prototipo di Esiodo nella poesia greca arcaica VIII-IX secolo d.C. inizia un poema epico didascalico che va oltre agli insegnamenti di tipo morale più inerenti alla vita pratica, fatto da poeti intenzionati a svelare i misteri della natura, del mondo, affermando le loro verità. Dopo di lui si sviluppa con i poeti filosofi del III-IV secolo che utilizzano l’esametro in poesia per esprimere le loro teorie sul mondo e la natura: es. “Sulla Natura” di Parmenide, le opere di Empedocle... si tratta di una poesia in cui il poeta si presenta come maestro di verità essendo in grado di comunicare con linguaggio ispirato idee importanti per la vita dell’uomo. Questi poeti sentono una missione, quella di dover comunicare all’uomo il suo destino, nozioni sul mondo e sulla vita: la poesia svela le verità sul cosmo, non è un manuale di istruzioni pratiche. È una tradizione che eleva il poema didascalico ad un livello più sublime.

Procedendo nel tempo in Età Ellenistica (periodo che segue alle conquiste di Alessandro Magno dopo la sua morte) dove vengono costituiti vari regni di cultura greca anche se molti di questi sono collocati fuori dal territorio greco tradizionale (regno dell’Egitto/della Persia/di Siria...). I successori di Alessandro Magno si spartiscono il suo impero dando origine a questi regni ellenistici dove si parla greco. Sono dei grandi centri come l’Asia Minore e l’Egitto dove la cultura greca si espande e comunica attraverso biblioteche, luoghi di elaborazione della letteratura, dell’arte, della filosofia... questi re ellenistici sono benefattori/protettori delle lettere e delle arti, della scienza, della tecnica poiché attorno alle loro corti si creano comunità di studiosi, letterati, grammatici, teorici, bibliotecari es. La Biblioteca di Alessandria d’Egitto con i Tolomei.

In corrispondenza di questo sviluppo si crea una nuova stagione del poema didascalico greco, quella di un’opera poetica dove il poeta si assume la sfida di prendere una materia tecnica ardua e astrusa come l’astronomia, la medicina, l’arte della navigazione, la botanica, opere tecniche sull’agricoltura, sullo studio della volta celeste, degli antidoti contro i veleni, su tecniche di caccia e pesca, branche del sapere di norma oggetto di trattatistica in prosa dove si danno istruzioni su specializzazioni e mestieri. Tutto questo diventa anche materia di composizione per i poeti, che devono scrivere in maniera dotta e raffinata su materie poco poetiche. Si formano quindi diversi poemi di questo tipo come “I Fenomeni” di Arato che scrisse poema sull’astronomia, sul sorgere e il tramontare delle costellazioni dando informazioni complesse e tecniche di fine anche pratico avendo a che fare con l’arte dell’agricoltura, della navigazione, della meteorologia il poema comprendeva anche dei pronostici sul tempo. È stato un poema molto celebrato, tradotto in latino dai poeti a partire dalla generazione di Catullo. Persino Cicerone ne fece una traduzione in latino col titolo “Aratea”. Germanico, principe della casa imperiale augustea, nipote di Augusto, condottiero militare, intellettuale e poeta che aveva tradotto il poema di Arato. Vennero scritti sotto Tiberio anche opere astronomiche in latino, ad esempio il poeta Manilio.

Età ellenistica e il poema didascalico

In Età Ellenistica si scrissero poemi epico didascalici quasi su ogni branchia del sapere: Nicandro scrisse diversi poemi sugli antidoti dei veleni, e scrisse anche dei “Gheorghica” = opera che si occupa del lavoro dei contadini. Anche l’opera di Virgilio deriva da qui: Georgiche = “Gheorghica” = neutro plurale sostantivato che significa “cose che hanno a che fare con l’agricoltura”; il titolo poteva essere anche nella forma “Gheorghicon libri” = libri di cose che hanno a che fare con l’agricoltura. Era un poema didascalico che aveva corrispondenza in vari trattati tecnici in prosa “De Agricultura” del vecchio Catone, II secolo a.C. = sulla cultura dei campi; “De Re Rustica” di Varrone = sulle cose che hanno a che fare con la campagna. Si trattava di un compito difficile mettere in poesia una materia tecnica: ad esempio molti termini erano mancanti, serviva un linguaggio poetico e allo stesso tempo adatto alla materia tecnica.

Con Catullo i poeti Neoterici si occupavano di una poesia più elegante e raffinata dovendo accettare la sfida di saper scrivere una poesia perfetta e raffinata nella forma e allo stesso tempo efficace nei contenuti (teoria del “Labor Limae” di Orazio). Catullo parlava del poema di Arato come di un poema che aveva fatto consumare al poeta durante la notte il lume della lucerna, per l’estenuante lavoro alla ricerca della perfezione per il quale il giorno non è abbastanza.

Il poema didascalico su materia tecnica diventa il modello per eccellenza della poesia raffinata. La generazione di Catullo e dei suoi amici detti Neoterici (=poeti nuovi), nel 55 d.C. circa, introducono un nuovo ideale di poesia che presenta una poesia più disimpegnata ma raffinatissima di cui fa parte la poesia che si occupa della vita personale del poeta (Catullo e il suo rapporto con Lesbia, con gli amici, con l’arte e la letteratura...), novità poiché fino ad allora vi era una poesia tragica, comica, epica... Il nomignolo “Neoterici” era stato dato loro dagli avversari che poco apprezzavano queste novità: il nome fu dato da Cicerone, ammiratore della poesia arcaica che quindi trattava con sufficienza questi poeti nuovi che non ammiravano Ennio. Gli anni sono quelli della tarda repubblica romana, dell’esilio e del ritorno a Roma di Cicerone... periodo turbolento della storia di Roma del primo triumvirato tra Cesare, Pompeo e Crasso che termina con la guerra intestina tra Cesare e Pompeo.

In questi anni 50 c’è un grande poeta molto diverso dai Neoterici che rappresenta l’altro lato della poesia latina che ha un rapporto con la tradizione più rispettoso ed è Lucrezio, ammiratore di Ennio, della poesia alta, sublime. Lucrezio negli stessi anni di Catullo scrive un poema epico-didascalico intitolato “De Rerum Natura” in poesia, che ha dei tratti comuni al poema ellenistico. È costituito da 6 libri in esametri con materia didascalica: la materia da insegnare non è tecnica minuta ma la stessa dei poeti filosofi: “come è fatto il mondo? da che cosa è costituito il mondo?” con l’esposizione di materie scientifiche.

Per Lucrezio il mondo era fatto secondo quanto diceva Epicuro nell’opera in prosa “Sulla Natura”; Lucrezio espone le teorie di Epicuro sulla natura. Epicuro è un materialista atomista: il mondo è fatto di atomi, particelle elementari che si aggregano secondo modalità esposte dal poeta, che spiega di che cosa è fatto l’uomo e l’anima dell’uomo. Da Democrito a Epicuro e poi Lucrezio l’uomo è fatto di atomi, per cui nasce e muore a seconda che gli atomi si aggreghino o si disgreghino e lo stesso avviene per l’anima, che è quindi materia e non può sopravvivere alla morte. Ciò porta l’uomo a capire che non c’è vita dopo la morte, non bisogna aver paura della morte e degli Dei, che sono anche essi fatti di atomi e vivono in luoghi specifici. L’uomo quindi poteva reagire a tutto ciò che tormentava la sua esistenza: vengono smascherati i mostri come la superstizione.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MARGRO171097 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Labate Mario Alberto.
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