La letteratura latina
L’età arcaica
Il teatro
Livio Andronico e Gneo Nevio
Plauto
Ennio e i suoi continuatori
La prosa e Catone il Censore
Evoluzione della commedia: Stazio e Terenzio
Il tramonto della commedia e il ritorno dell’atellana
Lucilio e le nuove tendenze della poesia
1) Il sorgere della letteratura a Roma
Il periodo preletterario: la letteratura latina comincia nel 240 a.C. con la prima
rappresentazione teatrale di Livio Andronico ai Ludi Romani, quando Roma aveva già
un mezzo millennio di storia alle spalle; essa aveva imposto il dominio sull’Italia
centrale e nel 300 a.C. aveva esteso la sua influenza nel Mezzogiorno. I rapporti tra
Romani e insediamenti greci del sud si basavano sul commercio e col tempo i secondi
vennero integrati attraverso un processo di assimilazione culturale. L’origine della
scrittura a Roma è legata per questo ai miti di origine greca relativi all’istituzione di
culti e alla fondazione della città. Essa però aveva ruolo limitato ad ambiente
economico, politico e religioso e quindi per una minoranza ristretta. Importanti erano
le pratiche divinatorie dei libri Sibillini, gli Annales pontificum (in cui il pontefice
registrava atti pubblici e avvenimenti importanti) e i testi legislativi come le Dodici
Tavole (450 a.C.) di nome di diritto civile. Alle procedure scritte si intrecciavano quelle
orali a cui appartenevano i carmina, una forma di mezzo fra prosa e poesia suddivisi in
kola e kommata. Di questi abbiamo quelli dei collegi sacerdotali di Salii e fratres
Arvales, i carmina convivalia (recitati a lode degli uomini illustri durante i banchetti),
quelli di trionfo dei soldati, le neniae funebri e i Fescennini (versi licenziosi associati
alla città etrusca di Fescennium, nel viterbese).
Livio Andronico: innovazioni le rappresentazioni di Andronico avevano perso
l’aspetto ludico, erano divenute unitarie, complesse e professionistiche + il pubblico
non più partecipare all’azione drammatica ma è solo spettatore. Livio Andronico è il
frutto di una coraggiosa scelta culturale della classe dirigente romana; è emblematico
che questa abbia chiamato un professionista dalla colonia greca di Taranto e che il suo
dramma fosse eseguito proprio dopo la vittoria della prima guerra punica, adattando
un dramma greco a una celebrazione nazionale (espressione della visione
universalistica di Roma). La sua opera fu l’Odusìa, versione latina dell’Odissea
omerica, scelta dovuta alle istanze politiche e ideologiche del periodo Ulisse
principe di un’isola dell’Adriatico che vagabondando va in Occidente come i suoi
compagni, che fondarono numerose città italiane (Enea, Ascanio). Il testo è
caratterizzato da un’esasperazione in senso espressionistico, come in una
competizione emulativa. L’esametro omerico venne scambiato con il saturnio, antico
verso latino fondato su ritmo binario di kola.
Gneo Nevio: la sua opera presenta un forte legame fra produzione letteraria e politica
statale. Egli era originario della Campania, zona impregnata di cultura greca ed aveva
partecipato alla prima guerra punica da ciò impulso a scrivere un poema epico
durante la seconda guerra punica, il Bellum Poenicum, carme continuo di circa 4000
saturni che in epoca successiva venne diviso in 7 libri. Nevio collegò l’inizio della storia
di Roma con la leggenda troiana creando un legame col mondo greco e con le guerre
puniche (Enea - Didone cartaginese = origine del conflitto) con una forte tendenza al
patetico e all’espressionismo, in un andamento cronachistico. Egli avvia la mescolanza
di greco e latino adottando la contaminazione e accrescendo la musicalità, divenendo
vero precursore di Plauto. Egli, inoltre, creò il genere della praetexta, tragedia ad
ambientazione romana (VS cothurnata di ambientazione greca) con finalità celebrative
per la storia di Roma.
Gli albori della storiografia: patrimonio esclusivo della classe dirigente, nasce con
l’opera di Fabio Pittore e Cincio Alimento; il primo scrisse un’opera con andamento
annalistico in greco (latino troppo rozzo ed elementare) e si inserisce nella tradizione
storiografica greca. Egli acquisì metodi greci di ricerca ed esposizione, inserendo la
serie dei re di Alba Longa e la fondazione romulea di Roma finalità politica e
propagandistica; ciò trasformò la registrazione annalistica dei Romani in una
narrazione storica di tipo greco.
L’oratoria arcaica: anch’essa era monopolio della sola nobilitas. In una società
rigidamente gerarchizzata, infatti, la parola in pubblico era prerogativa esclusiva
legata allo stato sociale e alle cariche civili e militari, ovvero all’auctoritas. Ciò aveva
però ripercussioni sulla forma stessa dell’oratoria che spesso presentava maniere
brusche e una tendenza alla concisione. Dell’epoca non sopravvisse nulla se non le
laudationes funebri, trascritte e conservate negli archivi familiari, divulgate poi per
assicurare prestigio alla gens.
2) Plauto e la nascita del teatro latino
Lo spazio teatrale: la quantità di tempo destinata alle rappresentazioni si ampliò e
venne distribuita fra ludi Meglenses (per Cibele ad aprile), ludi Apollinares (per Apollo
a luglio), ludi Romani e ludi plebei (per Giove a settembre e novembre). Si imposero in
questo periodo rispetto ad altri intrattenimenti (corse di cavalli, combattimenti) grazie
ai 2 maggiori drammaturghi di Roma: Ennio per la tragedia e Plauto per la commedia.
Plauto: nacque a Sarsina nel 250 a.C. e morì nel 180; è improbabile che un umbro
portasse i 3 nomi romani (Titus Maccius Plautus), quindi Maccus rappresenta una
maschera fissa dell’Atellana che egli interpretò ed ebbe particolare successo. Ci sono
giunte ben 21 commedie sue fra cui l’Aulularia, la Mostellaria, l’Asinaria e il Miles
gloriosus. La sua formazione avvenne per due direzioni: esperienza del teatro popolare
latino-italico con fermenti farseschi + frequentazione del teatro ateniese.
Evoluzione del teatro greco: con la morte di Euripide la tragedia greca aveva
perduto la dinamica creativa e l’assenza di novità comportò una grande importanza
all’interpretazione dell’attore rispetto ad un repertorio ormai divenuto canonico
puro intrattenimento. Mentre la tragedia divenne di solo repertorio, il teatro comico
mantenne vitalità ereditando caratteristiche del teatro tragico 3 soli attori che con
le maschere potevano interpretare più personaggi + sceneggiatura compatta. La
commedia nuova menandrea aveva una struttura fissa a 5 atti con intermezzi corali
estranei, sole parti recitate e personaggi formati da tipi fissi (vecchio avaro, giovane
innamorato,...) identificabili per via delle maschere. Il linguaggio era un registro medio
formato da una lingua semplice e chiara come le trame, poiché il pubblico cercava
solo un momento di evasione. La drammaturgia comica privilegiava la dimensione
privata anche a riflesso della crisi politica del periodo, in cui Atene si ridusse da città-
stato a mera città come tante altre.
Roma e lo spettacolo teatrale: i fondi pubblici per organizzare i ludi erano
insufficienti, per questo i magistrati spesso dovevano provvedere di tasca propria
ciò però era vantaggioso per loro poiché la folla numerosa rappresentava l’elettorato
(significato politico). L’allestimento degli spettacoli era affidata a compagnie di attori
professionisti con teatri di fortuna costituiti da strutture lignee temporanee, con una
scenografia semplice (fondale, 3 porte, palcoscenico stretto, altare e 2 accessi su
campagna e su città). Gli spettacoli avevano luogo di giorno tra aprile e novembre e il
pubblico era costituito da una folla rumorosa di tutte le età e condizioni sociali, diverso
da quello di Menandro, avvezzo alle rappresentazioni sceniche. In questo contesto era
essenziale catturare l’attenzione di questo pubblico e mantenerla avvinta per tutta la
durata. La commedia plautina si caratterizzò dunque su una continua alternanza di
pezzi recitati (diverbia) e recitativi con accompagnamento musicale (cantica, non
presente in Menandro). Plauto abolisce la divisione in atti e cerca una strutturazione
dell’intreccio per scene, come organismi autonomi.
Caratteri della commedia plautina: uniformità delle trame a causa dello schema
fisso protagonista (giovane aiutato da uno schiavo furbo) che vuole prendere un
bene (fanciulla/denaro) a un antagonista (padre/ruffiano) e ci riesce con un inganno
essendo fisso, l’attenzione del pubblico si spostava quindi dalla trama alle modalità di
intreccio. Importante è l’attenzione data da Plauto alla beffa, centro motore
dell’intreccio; al centro di essa sta di solito il servo furbo, eroe comico del teatro
plautino. Plauto come il pubblico preferivano un comico dell’istante piuttosto che
l’efficacia della commedia nel suo complesso. Importante è il realismo mimetico della
recitazione: Plauto sa cogliere il tono del parlare quotidiano delle classi più elevate
(sermo familiaris) ma anche la grossolanità dell’insulto, la solennità della lingua
sacrale o giuridica, la preziosità della lirica. Il suo virtuosismo stilistico si vede in 2
caratteristiche: accumulo di sostantivi e aggettivi che finiscono col perdere il loro
valore semantico e trasformandosi in puro suono, con un non-sense di fantasia
associativa dell’autore + ricchezza di metafore che sviluppano un realismo magico in
cui la parola si fa immagine.
3) La seconda generazione di letterati: Ennio e Catone
La tragedia enniana: per quanto riguarda il teatro tragico abbiamo un numero
esiguo di frammenti. Esempi di stile tragico romano appaiono paradossalmente nei
brani di parodia tragica di Plauto. I 400 versi delle 20 tragedie di Ennio ci danno però
un’idea di come fosse: i modelli sono sempre quelli del teatro ateniese del V sec.
(Euripide e in particolare il ciclo Troiano), con le parti recitate ridotte in versi lirici, per
l’accompagnamento musicale, dando spazio ad un aspetto melodrammatico con
eventi meravigliosi e paesaggi esotici. Ad uno stile caricato e magniloquente si associa
una crudezza e forza delle immagini a formare l’espressionismo arcaico. Ennio spinse il
pubblico a mettere in discussione le convinzioni morali e religiose su cui si reggeva la
società romana, senza essere però essere rivoluzionario, ma figurandosi come
espressione di valori fondamentali e condivisi (la concordia fra i cittadini, la libertà).
Egli, quindi, è specchio dell’ideologia complessiva della nobilitas.
Ennio e gli Annales: nacque in Salento nel 239 a.C. e venne a Roma verso la fine
della seconda guerra punica, dopo essersi formato a Taranto e Brindisi. Si mise sotto la
tutela di Quinto Nobiliore, cui dedico una pretesta, l’Ambracia, e per ricompensa
ricevette la cittadinanza romana nel 184. Nei suoi Annales raccontava con cadenza
annuale la storia di Roma dalle origini fino i suoi ultimi anni di vita in 18 libri, divisi
così:
I triade: origini della città e periodo monarchico;
II triade: conquista dell’Italia e guerra contro Pirro;
III triade: guerre puniche;
IV triade: espansione romana in Grecia; V triade:
guerre contro la Siria;
VI triade conflitti più recenti.
Struttura tripartita = fissata da Fabio Pittore. Essi propongono la celebrazione di un
patrimonio collettivo di valori; attraverso l’esaltazione delle gesta, egli inserisce le lodi
della nobilitas e risponde alle esigenze celebrative di personalità eminenti. Egli ripudiò
il saturnio e introdusse l’esametro dell’epica greca. Per riallacciarsi alla tradizione
epica greca e nobilitare l’oggetto del suo canto, egli apre i suoi Annales con il racconto
di un sogno sul monte delle Muse in cui incontra Omero, che lo invita a proseguire il
cammino.
Le opere minori di Ennio: egli dà un’ulteriore prova del suo sperimentalismo
alessandrino affrontando svariati generi letterari come alcuni epigrammi in distici
elegiaci (strofe di esametro e pentametro), una composizione celebrativa (lo Scipio),
due carmi parodici dell’epica omerica, il Sota, gli Hedyphagetica (traduzione di un
poema gastronomico), scritti di argomento filosofico e le Saturae.
Catone e l’espansionismo romano: in questo periodo vi fu una grande espansione
di Roma verso la Grecia e l’Oriente ellenizzato; queste guerre portavano
all’accrescimento dell’autonomia e dell’autorità dei magistrati a capo di eserciti, che in
regioni lontane erano svincolati da ogni controllo. A capo del gruppo più conservatore
era Marco Porcio Catone, nato a Tusculum, che partecipò alla seconda guerra punica.
Egli assunse gli interessi delle tradizioni familiari pur non avendole, portando a
modello i valori dell’antica società agraria contro la corruzione introdotta
dall’accoglimento della civiltà greca in quella romana.
L’oratoria catoniana: con lui si chiude la preistoria e comincia la storia
dell’eloquenza romana e della prosa d’arte latina. Egli stendeva una dettagliata
versione scritta delle proprie orazioni prima di darne lettura con uno stile semplice e a
volte goffo, ma ottima per l’orecchio, grazie alla prosodia data da ritmo, pause,
ripetizioni e intonazioni; egli vuole rendere la parola scritta una parola parlata, con
l’intento di rimpiazzare l’antica improvvisazione basandosi su testi pre-strutturati
(inventio, dispositio, elocutio).
Le opere didascaliche, il De agri cultura: l’aspetto pragmatico delle altre opere
sta nell’aspetto didascalico il De agri cultura è il più antico testo letterario in prosa
latina con istruzioni per tenere un podere agricolo di medie dimensioni. L’opera è
tripartita: la proprietà e le sue parti + attività dell’agricoltore durante l’anno +
successione di consigli, ricette e formule magiche.
Le Origines: pur dipendendo da opere greche, rompe rispetto all’annalistica anteriore
e si avvia ad una tradizione storiografica latina (non più scritta in greco ma in latino).
E’ divisa in 7 libri:
I - III libro: origini di Roma e delle città italiche;
IV - VII libro: racconto degli avvenimenti a partire dalla prima guerra punica.
Il suo carattere di polemista nel rifiuto di celebrare per nome le grandi personalità
della storia di Roma si pone in opposizione al culto carismatico della sua personalità e
della sua autocelebrazione, soccombendo così allo spirito individualistico dei nuovi
tempi.
4) Terenzio e il rinnovamento del teatro
Conseguenze culturali dell’espansione di Roma in Grecia: dopo la sconfitta di
Cartagine (201 a.C.) si impose la signoria di Roma sul mondo greco; si costruì così uno
stretto contatto con la cultura greca, con conseguente circolazione di persone e testi.
Le nuove idee trovarono eco nella scena teatrale, vista come mezzo di comunicazione,
dopo l’ormai terminata opera plautina ed enniana.
Pacuvio e la tragedia post-enniana: nacque a Brindisi nel 220 a.C., figlio di una
sorella di Ennio e giunse a Roma frequentando ambienti aristocratici con lo zio. Egli fu
il primo poeta latino a dedicarsi solo alla tragedia, ponendo come suoi modelli greci
Euripide, Eschilo e Sofocle. Egli privilegia le varianti meno note del mito giocando
sull’effetto sorpresa; ma la vera novità sta nell’apertura della scena drammatica a
dibattiti etici e filosofici contemporanei, una sorta di relativismo etico che andava
diffondendosi nel periodo.
Cecilio Stazio e l’evoluzione della commedia: nacque a Milano, probabilmente di
origine servile; le sue commedie sono una 40ina e fecero fatica ad imporsi a causa
della serietà di fondo dovuta all’ethos dei personaggi e ai risvolti sociali a causa della
sua eccessiva attenzione al modello menandreo.
La rivoluzione “regressiva” di Terenzio: oltre Plauto, la palliata non sarebbe stata
più in grado di proseguire, per questo Terenzio tornò all’esempio menandreo
riprendendo lo spettacolo comico inteso come pacata commedia di carattere. Egli
nacque a Cartagine nel 184 a.C. e giunse a Roma come schiavo, ottenendo una buna
educazione e poi la libertà. Egli si sforzò di conservare nel pubblico l’illusione che sulla
scena si stessero svolgendo frammenti della vita reale e per questo rifiutò la tradizione
melodrammatica, irreale, eliminando il cantato e il contatto diretto col pubblico. Egli
credeva nell’autonomia e nella singolarità della persona umana, per questo ripudiò i
tipi fissi plautini, che rimasero perdendo però le caratteristiche tipiche. Le trame
persero il carattere buffonesco e rappresentavano invece le problematiche
dell’attualità. L’inclinazione al realismo si prefigura anche nel linguaggio dei
personaggi, con uno stile quotidiano ma comunque elegante.
L’ulteriore evoluzione del teatro comico: la rivoluzione terenziana pone fine alla
palliata ultimo autore è Turpilio, suo coetaneo. Il fascino della palliata risiedeva nel
portare in scena un mondo esotico, ma già nel II sec. con l’espansione in Oriente, il
conflitto fra valori greci e romani era troppo attuale e quindi aveva perso la vena
comica, così come la fabula togata. Rimasero così i teatri primitivi della farsa atellana
e del mimo, in cui però si abbandonò l’improvvisazione e si presero versioni italicizzate
e ridotte del teatro popolare greco.
5) L’età di Lucilio
La situazione storica: con la distruzione di Cartagine e Corinto (146 a.C.) abbiamo la
sconfitta definitiva della rivale di Roma e con la presa di Numanzia (133 a.C.) ha
termine la grande espansione romana nel Mediterraneo. Ha inizio però un lungo
periodo di crisi a causa di squilibrio economico (ricchezze
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