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ricchezza. Ascilto poi scappa con Gìtone. Encolpio conosce l’anziano poeta avventuriero Eumolpo, che

recita la sua composizione sulla presa di Troia. Encolpio riesce poi a riprendersi Gitone e a scacciare Ascilto,

ma ora anche Eumolpo di innamora di Gitone. I tre si imbarcano su una nave mercantile e scoprono che il

padrone è il peggior nemico di Encolpio, Lica. Una provvidenziale tempesta fa naufragare la nave e i tre si

ritrovano nei pressi di Crotone, in mano ai ricchi senza eredi e ai cacciatori di testamenti che li riempiono di

doni. Eumolpo decide di fingersi un ricco vecchio senza eredi e i tre campano grazie ai doni dei cacciatori di

testamenti, ma poi rischiano di essere scoperti e qui il testo si interrompe.

Il genere letterario

Nell’antichità non esistono termini per definire questo genere. Si può parlare di romanzo, ma il romanzo

greco è una cosa totalmente diversa: racconta le peripezie di due giovani amati separati dalle avversità che

alla fine riescono a ricongiungersi; il tono è serio e l’amore è trattato con pudicizia e moralità. Il contesto di

Petronio è totalmente diverso: l’amore è spudorato e il sesso è trattato esplicitamente, cosa che ha fatto

pensare al fatto che il Satyricon potrebbe costituire una parodia del romanzo tradizionale. D’altra parte la

narrativa seria non è sicuramente l’unico genere a cui Petronio poteva riferirsi: a partire dal I secolo a.C. ha

grande fortuna la letteratura novellistica caratterizzata da situazioni comiche e amorali. Un filone

importante è quello della fabula Milesia, che prende il nome dai Milesiakà di Aristide, dove si perde

qualsiasi idealizzazione della realtà: gli uomini sono sciocchi e le donne pronte a cedere (un esempio è la

vicenda della matrona di Efeso). Tuttavia, lo stile di Petronio è molto più complesso: i frequenti inserti

poetici risultano efficaci parodie, avvicinandosi molto allo stile delle Satire Menippee, che da quello che

sappiamo dovevano essere contenitori aperti a molti temi e a molte forme. In Petronio però non c’è nessun

intento satirico diretto.

Realismo e parodia

L’aspetto più originale del Satyricon è la sua forte carica di realismo, che entra nel racconto come forza

antagonistica del sublime letterario: Encolpio e compagni vivono una vita basata sulla forza materiale delle

cose e sugli istinti fisici del corpo, ma pretendono di interpretarla nobilitandola in base alla loro cultura

scolastica. Petronio lascia che il protagonista viva gli eventi della sua quotidiana esistenza in una sorta di

esaltazione eroica, che lo porta a confrontarsi con i più grandi modelli epici: in Encolpio tormentato da

Priapo si è voluta vedere una parodia di Odisseo perseguitato da Poseidone. Non c’è nessun giudizio etico

in Petronio: anche quando Encolpio prende distanza dai fatti e li critica, non viene mai proposto un modello

positivo alternativo. Si può dunque dire che esprime una vocazione satirica incompleta, mentre è

interamente dominato da una vocazione alla parodia.

LA SATIRA SOTTO IL PRINCIPATO: PERSIO E GIOVENALE

Anche se Persio scrive sotto Nerone e Giovenale nel periodo tra Nerva e Traiano, la loro produzione

presenta tratti molto simili: dichiarano di ricollegarsi alla tradizione satirica di Lucilio e Orazio, ma questo

genere conosce una trasformazione piuttosto marcata: le satire di età precedente trovavano i loro

destinatari in una cerchia ristretta di amici, mentre queste si rivolgono a un pubblico generico. Non c’è più

complicità tra scrittore e lettore, che insieme sorridono della piccolezza umana con atteggiamento bonario

e comprensività: ora il poeta si pone su un piano più alto, da cui può criticare i vizi utilizzando la forma

dell’invettiva e del moralismo arcigno.

Persio (Volterra 34 d.C. – Roma 62 d.C.)

Originario di Volterra, si trasferì presto a Roma dove venne educato dal filosofo stoico Anneo Cornuto, che

lo mise in contatto con gli ambienti dell’opposizione senatoria al regime dove divenne amico di Lucano.

Non scrisse molto e non pubblicò nulla in vita (il biografo Valerio Probo dice “scriptavit et raro et tarde”), le

sue satire vennero pubblicate postume dall’amico Cesio Basso.

Dopo un prologo (o forse un epilogo) in coliambi, il verso dell’invettiva, seguono sei satire in esametri:

- I: vezzi deplorevoli della poesia contemporanea

- II: religiosità formale di chi chiede agli dei solo di procacciar loro denaro

- III: tentativo di convincere un ragazzo dissipato ad intraprendere il cammino della filosofia

- IV: necessità del nosce te ipsum

- V: il tema della libertà nell’etica stoica

- VI: deplora il vizio dell’avarizia additando come modello il saggio stoico

Persio considera la sua poesia ispirata dall’esigenza etica di smascherare e combattere i vizi: si pone come

maestro arrabbiato e spesso volgare, che non riesce ad instaurare con il lettore quel rapporto di parità che

aveva instaurato Orazio. Non riesce neppure a farsi ascoltare, viene deriso e preso in giro: il discorso è

destituito a priori di qualsiasi efficacia didascalica e finisce di deprimersi in irosa monotonia. Perso però il

legame con il destinatario del messaggio, è come se il discorso satirico si ripiegasse su se stesso, divenendo

una sorta di monologo confessionale, un esercizio filosofico per sé solo.

Nei choliambi iniziali si definisce semipaganus, “semirustico”, forse riferendosi alla sua ostilità verso la vana

ricercatezza formale della poesia del tempo. Presenta quindi un’esigenza prettamente realistica, ricorrendo

con frequenza al campo lessicale del corpo e del sesso. Tale scelta comporta l’utilizzo di un linguaggio

ordinario e comune, ma lo stile non è assolutamente semplice perché l’immagine della malattia morale

descritta produce nessi contorti e quasi inesplicabili.

Giovenale (Aquino 60?-Roma 127?)

Le notizie sulla sua vita sono poche e incerte. Probabilmente si dedicò alla scrittura in età avanzata. Visse

nella disagiata condizione di cliente, privo di autonomia economica. La sua produzione poetica è costituita

da sedici satire in esametri, in cui deplora i vizi, si scaglia contro gli omosessuali e l’immoralità delle donne,

critica il degrado della letteratura e degli studi, attacca i ricchi, i cacciatori di eredità e gli imbroglioni.

Giovenale dice di essere stato spinto alla satira dall’indignazione (“si natura negat, facit indignatio

versum”): non ritiene che la sua poesia possa influire sul comportamento degli uomini e si limita a

denunciarlo senza vane pretese di riscatto. Rifiuta così di uniformarsi alla tradizione satirica precedente, più

razionalistica e riflessiva, ma rifiuta anche la morale filosofica del restare indifferenti di fronte al mondo

delle cose concrete ed esteriori: non si può restare indifferenti e apatici di fronte al dilagare del vizio.

Presenta una radicale avversione al suo tempo e idealizza nostalgicamente il passato, un buon tempo

antico governato da una sana moralità agricola.

L’indignatio che caratterizza la satira di Giovenale popola la realtà di mostri, di cose terrificanti, per

descrivere le quali dovrà adottare caratteri grandiosi simili a epica e tragedia: viene bandito il ridiculum e si

cerca il sublime, facendo ricordo a solenni movenze epico-tragiche soprattutto in corrispondenza dei

contenuti più bassi e volgari. La sua espressione è icastica, pregnante e sentenziosa.

EPICA DI ETA’ FLAVIA

Stazio (Napoli 40?-96?)

E’ autore di due poemi epici in esametri: la Tebaide in dodici libri e l’Achilleide rimasto incompiuto. E’

andato perduto un poema storico sulle gesta di Domiziano, il De Bello Germanico. Scrisse anche versi su

commissione, raccolti nelle Silvae.

Il titolo Silvae allude alla natura occasionale e miscellanea della raccolta. I committenti delle varie poesie si

rispecchiano in molte di esse, e fanno emergere i valori che guidano questo sistema sociale: il ripiegamento

su se stessi (passioni per le arti, consumi di lusso, affetti familiari) e l’ideologia del pubblico servizio inserito

nelle strutture del potere imperiale. Ci sono carmi descrittivi che mimano l’artificiosa architettura delle ville

e dei giardini, dove tutto è trasformato in spettacolo.

Per quanto riguarda la Tebaide, Stazio dichiara di avere come modello l’Eneide, che la sua opera dovrà

“seguire a distanza”: anche quest’opera è in 12 libri, di cui i primi 6 raccontano il viaggio di Polinice verso

Tebe e gli altri 6 della guerra con il fratello Eteocle. I modelli dell’opera sono variegati: le imprese dei sette

contro Tebe erano state variamente narrate nelle tragedie, la scelta formale rimanda ai modelli epici e lo

stile narrativo e la metrica sono mediati da Ovidio. Stazio cerca di salvare l’apparato divino dell’epica,

rendendolo però più moderno enfatizzando il ruolo del fato: le divinità tradizionali appaiono svuotate e

appiattite, mentre sono decisamente più vitali le personificazioni di divinità astratte (es. la Furia). La storia è

dominata da una ferrea necessità universale e le figure umane sono schiacciate dalle leggi del cosmo,

apparendo appiattite anch’esse.

Valerio Flacco (92?)

Scrisse gli Argonautica, poema epico incompiuto di cui abbiamo sette libri e parte dell’ottavo, che

corrispondono a circa ¾ del racconto sviluppato da Apollonio Rodio. Narra la spedizione di Giasone alla

ricerca del vello d’oro, il viaggio fino alla Colchide, l’amore per Medea e la conquista del vello. Pur

ispirandosi al modello di Apollonio Rodio, mira a una riscrittura in gran parte autonoma: ci sono

abbreviamenti, aggiunte e importanti modifiche nella psicologia dei protagonisti (la Medea è

“contaminata” con la Didone di Virgilio). Ha una viva consapevolezza che la letteratura è tutto il linguaggio

che si è via via sedimentato fino a quel momento, è una poesia riflessa e rielaborata da praticamente tutti i

modelli precedenti. E’ molto raffinato nel particolare e nel dettaglio descrittivo, ma fallisce spesso nella

creazione di strutture narrative più articolate. Tende ad esasperare la propensione Virgiliana allo stile

soggettivo, a rendere situazioni e avvenimenti dal punto di vista dei vari personaggi, ricercando forse

troppo spesso il patetico.

Silio Italico (26?-101)

Fu un importante uomo politico dei suoi tempi, console sotto Nerone e poi proconsole d’Asia sotto

Vespasiano. Ritiratosi a vita privata, si dedicò al poema storico Punica.

Sono il più lungo epos storico latino a noi giunto (17 libri) e raccontano la seconda guerra punica dalla

spedizione di Annibale in Spagna al trionfo di Scipione dopo Zama. C’è una linea annalistica che lo ricollega

direttamente a Livio, che segue abbastanza fedelmente. L’argomento delle guerre puniche era già stato

trattato da Nevio e Ennio, ma l’impulso fondamentale per l’opera venne dall’Eneide: Plinio il Giovane ci

racconta una passione museologica quasi maniacale di Silio Italico per Virgilio. La guerra di Annibale è

presentata come una diretta continuazione di Virgilio: è originata dalla maledizione di Didone contro Enea e

i suoi discendenti: Giunone continua ad avversare i Romani e a proteggere Cartagine, assecondando

Annibale fino alla battaglia di Canne. La volontà di Giove è quella di imporre ai Romani una dura prova: non

corrono il rischio di estinguersi, ma devono fornire prove di essere degni di aspirare al dominio su altri

popoli. PLINIO IL VECCHIO (Como 23?-Pompei 79) E IL SAPERE

SPECIALISTICO

Da giovane prestò servizio militare in Germania, e il suo interesse per questioni belliche si riflette nel

trattatello perduto De iaculatione equestri e nell’opera storica Bella Germaniae. Dopo la morte di Claudio si

ritirò a vita privata per avversione nei confronti di Nerone. In questo periodo si dedicò all’oratoria, come

testimoniato dalle opere perdute Studiosus (una manuale di retorica) e Dubius sermo (un trattato che si

occupava di oscillazioni dell’uso linguistico). Con l’ascesa di Vespasiano ricoprì diversi incarichi importanti

(prefetto della flotta stanziata in Campania) e si dedica a due opere importanti: A fine Aufidi Bassi, una

storia di Roma negli anni 50-70 che si riattaccava alla conclusione di uno storico Aufidio Basso, per noi

perduta, e la Naturalis Historia. Muore travolto dall’eruzione vesuviana, per recare soccorso ai cittadini in

pericolo.

In tutta la cultura romana della prima età imperiale si nota uno sforzo di sistemazione del sapere, dovuto

anche alla grande espansione dei ceti tecnici e professionali. Nello stesso tempo la curiosità scientifica si

afferma anche come forma di intrattenimento e di consumo culturale, come testimoniato dai

paradossografi, autori che raccolgono aneddoti e piccole curiosità scientifiche spesso raccolte di prima

mano. E’ il caso di Licinio Muciano, comandante che soggiornò a lungo nelle province orientali e ne fece

reportage illustrando conchiglie, fontane prodigiose e elefanti ammaestrati. Questo tipo di opere però non

contengono in sé alcun principio sistematico, a differenza dell’opera di Plinio.

La Naturalis historia è un’opera in 37 libri, che trattano cosmologia, geografia, antropologia, zoologia,

botanica, medicina, metallurgia, mineralogia e storia dell’arte. La concezione filosofica di Plinio è vicina allo

stoicismo, in quanto pone se stesso in un’ottica di “spirito di servizio” all’umanità componendo

quest’opera. Stilisticamente è considerato il peggior scrittore latino, ma l’ampiezza del lavoro non era

compatibile con pretese di cura formale. Inoltre lo stile frammentario e affastellato che domina interi libri

contrasta con alcuni excursus come elogi della scienza e condanne moralistiche che dimostrano una certa

ambizione letteraria. L’opera è completamente indicizzata, e si presenta come uno dei testi antichi meglio

organizzati e consultabili.

Un altro scrittore tecnico del periodo è Giulio Frontino, che fu responsabile dell’acquedotto: nella sua opera

De aquis urbis Romae tratta i problemi dell’approvvigionamento idrico della città.

MARZIALE (Bilbilis 38?-104?)

Originario della Spagna, venne a Roma trovando l’appoggio della famiglia di Seneca. Si inserì negli ambienti

dell’opposizione senatoria a Nerone, ma dopo la congiura dei Pisoni del 65 condusse vita modesta

lavorando come cliente. Dovette avere una certa notorietà, perché nell’80 gli furono commissionati

epigrammi per celebrare l’inaugurazione dell’anfiteatro Flavio. Dall’84-85 inizia a pubblicare regolarmente i

suoi componimenti e diventa tribuno militare, ma non ha alcun riscontro economico. Nel 98, infastidito

dalla vita cittadina, decide di abbandonare Roma per tornare definitivamente a Bilblis grazie a Plinio il

Giovane che gli paga il viaggio: lì trova la tranquillità desiderata, ma è deluso dall’ambiente provinciale

grezzo che gli fa rimpiangere Roma. Ci resta una raccolta di epigrammi in 12 libri, preceduti dal Liber De

Spectaculis dell’80 e da altri due libretti autonomi di epigrammi composti da un solo distico che servivano

come etichetta per accompagnare i doni in occasione di feste, gli Xenia e gli Apophoreta. I metri sono vari.

A Roma l’epigramma non aveva una grande tradizione: nasce nella Grecia arcaica con funzione

commemorativa, mentre in età ellenistica si emancipa dalla forma epigrafica e diventa un genere adatto

alla poesia d’occasione e a temi leggeri: erotico, simposiaco, parodistico. A Roma acquista riconoscimento

artistico proprio con Marziale. Il tratto qualificante della sua poesia è il realismo, l’aderenza alla vita

concreta (“hominem pagina nostra sapit”): il pubblico ritrova in essa le sue esperienze quotidiane,

nobilitate dalla forma poetica. Osserva la realtà con uno sguardo deformante che accentua i tratti

grotteschi e li riconduce a tipologie ricorrenti (parassiti, vanitosi, imbroglioni), ma si limita a descrivere i vizi

senza condannarli o impegnarsi nel giudizio morale.

Rispetto alla tradizione sviluppa fortemente l’aspetto comico-satirico, ispirandosi al poeta greco di età

neroniana Lucillio, da cui mutua anche la tecnica dell’arguta battuta finale che chiude in maniera

sorprendete l’epigramma (fulmen in clausola). Il linguaggio utilizzato è quello umile e quotidiano, che

spesso sfocia nella volgarità: il poeta sente il bisogno di giustificarsi dichiarando una netta distinzione tra

arte e vita (“lasciva est nobis pagina, sed vita proba”.)

QUINTILIANO (Calagurris 35-Roma 95)

Originario della Spagna, si formò a Roma dove gli fu assegnato da Galba il ruolo di maestro di retorica (ebbe

tra i suoi discepoli Plinio il Giovane e forse anche Tacito). Vespasiano gli affidò addirittura una cattedra

statale e Domiziano lo incaricò dell’educazione di due suoi nipoti. E’ andato perduto un trattato De causis

corruptae eloquentiae, mentre ci sono pervenuti i dodici libri della Institutio Oratoria. Sotto il suo nome ci

sono giunte anche due raccolte di declamationes, probabilmente però spurie.

Quintiliano è molto attento al tema della corruzione dell’eloquenza: molto spesso era asservita a fini di

ricatto morale, e anche nelle scuole erano presenti insegnanti corrotti. Ne ricerca le cause nella generale

degradazione dei costumi ma anche nel decadimento delle scuole e degli insegnanti: la sua opera ha perciò

un valore educativo, in quanto delinea il programma di formazione culturale e morale che il bravo oratore

deve seguire fin dall’infanzia.

I primi due libri sono puramente didattici e parlano dell’insegnamento elementare; i libri dal 3 al 9 trattano

tecnicamente le diverse sezioni della retorica e delle fasi della composizione fino all’elocutio; il decimo libro

tenta di insegnare la facilitas, ovvero la disinvoltura nell’espressione, facendo un excursus in cui giudica

tutti gli autori precedenti; l’undicesimo si occupa della memorizzazione e dell’esecuzione e il dodicesimo di

varie tematiche morali, tra cui il rapporto tra oratore e principe: Quintiliano riesce ad attribuire dignità e

riconoscimento alla figura del retore, che si pone come funzionario per trasmettere le direttive

dell’imperatore.

Il tipo di oratore ideale si avvicina a quello ciceroniano: deve essere un uomo dalla vasta cultura a tutto

sesto. Anche nello stile ammira molto Cicerone, ma non riesce ad essere altrettanto armonioso e

simmetrico. PLINIO IL GIOVANE (Como 61-Bitinia 113)

Plinio il Vecchio era suo zio materno, che lo adottò alla morte del padre. Iniziò molto presto la carriera

oratoria e il cursus honorum, fu consul suffectus e nel 111 fu nominato da Traiano legato in Bitinia.

Ci sono stati tramandati il Panegyricus, il discorso di ringraziamento a Traiano a seguito della nomina a

console, e una raccolta di dieci libri di Epistole dove sono spesso nominate le sue opere poetiche e orazioni

che sono però per noi perdute.

Nel Panegyricus, enumera ed esalta le virtù di Traiano, dicendo che ha reintrodotto la libertà di parola e

pensiero dopo la fosca tirannide di Domiziano. Cerca di delineare per i principi futuri un modello di

comportamento, ispirato alla concordia tra imperatori e ceto aristocratico: il tono è ottimista, ma traspare

qua e là la preoccupazione che possano nuovamente esserci imperatori “malvagi”. Sembra rivendicare un

intento pedagogico: esaltando il principe, sembra voler esercitare una blanda forma di controllo. Tuttavia, il

reale rapporto con Traiano traspare dalle Epistole: Plinio si comporta come un funzionario scrupoloso ma

alquanto indeciso, che necessita della conferma dell’imperatore prima di intraprendere qualsiasi azione.

L’epistolario di Plinio è concepito per la pubblicazione: ricerca la grazia e l’eleganza, che ottiene attraverso

l’architettura armonica del periodo e gli schemi ritmici ricorrenti. Le sue lettere sono in realtà una serie di

brevi saggi sulla vita mondana e intellettuale, elogia molti personaggi, dimostra entusiasmo per tutti i

versificatori delle sale di recitazione e si rammarica per non essere apprezzato come loro.

TACITO (55-117)

La vita e le opere

Studiò a Roma e sposò la figlia di Agricola, comandante militare grazie al quale iniziò la carriera politica

sotto Vespasiano. Fu pretore nell’88 e nello stesso anno presenziò nel collegio dei quindecemviri sacris

faciundis, poi si allontanò per qualche anno per un incarico in Gallia o in Germania. Fu console suffeto nel

97 e proconsole in Asia nel 112.

Le opere conosciute sono l’Agricola (98), la Germania (98), il Dialogus de oratoribus (100), le Historiae (100-

110), gli Annales (successivi e forse incompiuti per la morte).

Le cause della decadenza dell’oratoria

Per molti secoli si è ritenuto che fosse un’opera spuria per questioni di stile, perché il periodare ricorda

molto da vicino il modello ciceroniano. Tuttavia si pensa che ciò si dovuto o ad una stesura in epoca

giovanile e a una pubblicazione successiva oppure a causa dell’argomento retorico che presupponeva uno

stile più vicino ai canoni di Cicerone. Riferisce un dialogo avvenuto in casa di Curiazio Materno, retore e

tragediografo, al quale Tacito dice di aver assistito da giovane. Inizialmente si contrappongono i discorsi di

Apro e Materno in difesa rispettivamente di eloquenza e poesia, poi l’argomento si sposta sulla decadenza

dell’oratoria che Messalla attribuisce al deterioramento dell’educazione sia familiare che scolastica. Il

dialogo si conclude con Materno, portavoce di Tacito, che sostiene che una grande oratoria era possibile

solo con la libertà o l’anarchia e che quindi nel principato non si può più praticare, ma la pace che esso

garantisce deve essere accettata senza eccessivi rimpianti: non esistono alternative.


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2014-2015

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