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Riassunto esame Letteratura latina, prof. Delvigo, libro consigliato Letteratura latina: l'età di Augusto, Conte Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Letteratura latina, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Letteratura latina:età di Augusto , G.B. Conte. Autori e argomenti trattati: Virgilio, Orazio, Tibullo, Properzio, Ovidio, Livio, le Bucoliche, le Georgiche, l'Eneide, gli Epodi, le Satire di Orazio, le Odi, le Elegie di Tibullo.

Esame di Letteratura latina docente Prof. M. Delvigo

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Non abbiamo grandi informazioni sulla sua vita: il punto centrale è la sua amicizia con Messalla Corvino,

nobile uomo politico che conservò una posizione di prestigio nel regime augusteo. Lo seguì in alcune

spedizioni militari, per esempio in Aquitania. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nella campagna del

Lazio, dove Orazio lo descrive come appartato e malinconico.

L’antichità ci ha trasmesso una raccolta eterogenea di elegie, il cosiddetto Corpus Tibullianum in quattro

libri, di cui solo i primi due possono essere a lui attribuiti con certezza. Dovrebbero essere suoi anche gli

ultimi due componimenti del quarto libro e i cinque riguardanti l’amore di Sulpicia, nipote di Messalla.

Il primo libro è dominato dalla figura di Delia, donna capricciosa e amante del lusso, con cui il poeta

intraprende una relazione sempre insediata dai rischi del tradimento. Alle elegie per Delia si alternano

quelle per il giovinetto Marato, venate di ironia. Nel secondo libro compare invece Nemesi, la donna che

sostituisce Delia nel cuore del poeta. Fanno da contorno dei componimenti per compleanni degli amici e

una celebra della nomina di Messalino, figlio di Messalla, nel collegio dei quindecemviri.

Tibullo è ricordato come il poeta dei campi e della vita agreste, mondo idilliaco dove il poeta si rifugia dalle

sue delusioni amorose. Il mondo del mito è assente, e la sua funzione consolatoria è assolta dal mondo

agreste. Nell’opera di Tibullo si ritrovano frequenti richiami agli Alessandrini, anche se non si ritrovano

tracce di quella erudizione sottile esibita da essi. Il suo stile semplice è frutto ricercato di una laboriosa

scelta artistica, ed è segno visibile di una fiducia espressiva attribuita alle parole stesse che non necessitano

di intensificazioni patetiche.

Nel Corpus Tibullianum rientrano sei componimenti dedicati ad una donna di nome Neera, opera di un

poeta che si denomina Ligdamo ma non si riesce ad identificare con precisione, di sicuro è un poeta della

cerchia di Messalla, forse è il giovane Ovidio. Ci sono poi le elegie di Sulpicia: i primi cinque sono attribuibili

a Tibullo, gli altri sono forse dei bigliettini d’amore di Sulpicia stessa.

Properzio (Umbria 49?-16?)

Nasce in Umbria da famiglia benestante che subisce confische a seguito della guerra di Perugia. Si

trasferisce a Roma dove si inserisce nei circoli mondano-letterali e si lega a una donna il cui pseudonimo è

Cinzia (secondo Apuleio il vero nome era Hostia).

Possediamo 4 libri di elegie, di cui il primo è noto anche come Monòbiblos ed è incentrato sulla figura di

Cinzia, fu pubblicato nel 28. In questo canzoniere Properzio si presenta come schiavo d’amore di Cinzia, alla

quale si sottomette offrendole il suo servitium: l’amore è l’unica esperienza di vita e tutto è dedicato ad

essa.

Il secondo e il terzo libro furono pubblicati 5-6 anni più tardi e presentano la recusatio, cioè un aperto

rifiuto della poesia celebrativa in quanto il poeta è ancora soggiogato dall’amore, che diventa sempre più

complessato, in quanto si acuisce il senso di nequitia dovuto alla totale dedizione all’amore. Il terzo libro si

chiude infatti con il definitivo discidium, l’addio a Cinzia.

Il quarto libro viene pubblicato nel 16 e presenta una vistosa svolta di contenuti, in quanto Properzio

sembra avvicinarsi alla cultura ufficiale: non è poesia celebrativa, ma vuole illustrare miti e riti della

tradizione romana e italica. Non carica però la sua poesia di gravitas e pathos: il suo mondo del mito è

pervaso dal gusto elegante e raffinato callimacheo, che lascia spazio a grazia e ironia.

Properzio ha fama di poeta difficile e oscuro, soprattutto se paragonato alla lingua cristallina di Tibullo:

sono presenti concentrazione di stile e densità metaforica, iuncturae insolite e strutture sintattiche

complesse, procede per scatti improvvisi senza esplicitare i collegamenti, ma seguendo una logica interna e

segreta. OVIDIO (Sulmona 43-Tomi 17d.C.)

E’ di famiglia equestre, frequenta a Roma importanti scuole di retorica e si inserisce nel circolo di Messalla

Corvino. Nel’8 d.C. viene improvvisamente mandato in esilio a Tomi, sul mar Nero, per circostanze mai

chiarite: si pensa che dietro le accuse di immoralità della poesia si volesse celare un suo coinvolgimento

nello scandalo dell’adulterio di Giulia, nipote di Augusto. Si dedica a vari generi poetici: l’adesione a un

genere come l’elegia erotica non esclude altre esperienze poetiche -come accadeva nei poeti elegiaci che

praticavano la recusatio- permettendogli di sperimentare varie forme e di fare della poesia il fulcro stesso

della sua esistenza. E’ poeta in un’età di pace: il clima delle guerre civili è ormai lontano e si fa strada il

desiderio di forme di vita più rilassate e un costume meno severo. Ciò non si rispecchia solo nei contenuti

ma anche nella forma: introduce il motivo topico della poesia che ha primato sulla realtà.

Gli Amores

Costituiscono la sua prima opera, pubblicata intorno al 20. Sono una raccolta di elegie amorose molto

vicine a Tibullo e Properzio, ma con la novità vistosa che manca una singola figura femminile di riferimento:

è presente una tal Corinna, ma non ha connotazioni reali, è evocata solo passim e Ovidio stesso dichiara di

subire il fascino di qualsiasi altra bella donna. Viene meno anche il pathos e lo struggimento che avevano

caratterizzato la poesia elegiaca, infatti è assente il concetto di servitium amoris.

La poesia erotico-didascalica

Intorno all’1 a.C. sono pubblicati tre poemetti erotico-didascalici: Ars amatoria, Remedia Amoris e

Medicamina faciei femineae. In queste opere l’amore ha perso completamente il suo carattere di passione

totalizzante e devastante e costituisce ormai solo un gioco intellettuale di cui il poeta si fa maestro: tutte le

fasi di una relazione sono già previsti e codificati. L’Ars Amatoria è un opera in tre libri, di cui i primi due

forniscono precetti agli uomini e il terzo alle donne. La figura del perfetto amante è quella di un uomo

spregiudicato e disinibito, assolutamente contrario alla moralità tradizionale. I Remedia Amoris sono

un’operetta che insegna a liberarsi di un amore finito male: Ovidio rovescia la totale dedizione all’amata

professata dagli elegiaci e convince che dall’amore ci si deve liberare qualora comporti sofferenze.

Le Heroides

Sono un’operetta in due serie: la prima risalente forse al 15 a.C., la seconda al 4 d.C. La prima serie è

costituita da lettere amorose scritte da eroine del mito ai loro amanti e mariti, mentre la seconda serie è

costituita da lettere degli amati accompagnate dalla risposta delle donne. Uno degli aspetti più interessanti

di quest’opera è come i materiali narrativi tratti dalla tradizione epica vengano riscritti secondo le regole

del genere elegiaco. E’ presente molto più pathos rispetto alle altre opere amorose ovidiane: sono

espressione della condizione infelice di una donna abbandonata.

Le Metamorfosi

Risalgono al periodo tra il 2 e l’8 d.C. La veste formale è quella dell’epos, ma il modello è quello di un

poema collettivo, che raggruppi una serie di miti accomunate dal tema della metamorfosi. Le varie storie

sono collegate secondo criteri cronologici, geografici o per analogie o contrasti tematici. Le dimensioni di

ogni storia variano dal semplice cenno allusivo a veri e propri epilli e anche all’interno di uno stesso

episodio si verificano dilatazioni dei tempi narrativi, soprattutto in corrispondenza dell’atto di metamorfosi

che è descritto in ogni singolo passaggio. Non tende all’omogeneità dei contenuti, quando piuttosto alla

loro varietà, producendo una narrazione continua: i vari libri spesso si concludono nel mezzo della vicenda,

per sollecitare la curiosità del lettore. Adotta anche la tecnica della narrazione ad incastro: da un racconto

se ne sviluppa un altro con una prospettiva centrifuga, con il risultato di creare un’atmosfera di

straniamento e allontanamento in una prospettiva di tempo e spazio infinito, nonché di invogliare il lettore

a continuare per scoprire l’esito della vicenda interrotta prima dell’incastro narrativo.

Alla dimensione mitica non corrisponde un ethos idealizzante o una solennità di valori: il mito diventa un

semplice ornamento della vita quotidiana, e le divinità sono assimilate alla dimensione terrena e agiscono

spinte da passioni e sentimenti assolutamente umani. Il carattere fondamentale del mondo che emerge in

quest’opera è la sua precarietà e mutevolezza: i personaggi si aggirano smarriti in questo universo insidioso

instabile, vittime del gioco del caso o del capriccio degli dei. L’unico a padroneggiare questa realtà è il

poeta, che spesso interviene a commentare il corso degli eventi con ironico distacco.

I Fasti

Scritti insieme alle Metamorfosi, sono l’opera ovidiana più vicina alle tendenze culturali del regime

augusteo: sono un calendario in cui il poeta descrive le festività, ma si interrompono improvvisamente al

sesto libro. L’adesione al regime resta comunque piuttosto superficiale: in certi momenti soddisfa il suo

gusto aneddotico dando spazio a divagazioni.

Le opere dell’esilio

Sono i Tristia e le Epistulae ex Ponto. Ovidio risente molto dell’allontanamento dalla capitale, avendo fatto

della società mondana il fulcro della sua vita: si ritrova improvvisamente solo, in mezzo a gente che

nemmeno parla latino, a comporre poesia solo per se stesso. Ricorrono continui appelli agli amici e alla

moglie per sperare di ottenere una remissione della pena o per lo meno un cambiamento di destinazione,

c’è rimpianto per la patria lontana e desolazione per un’esistenza privata della sua linfa vitale. L’Ibis è un

poemetto costituito da invettive contro un suo detrattore.

LIVIO (Padova 59 a.C.-17 d.C.)

Scrisse una grande opera storica, gli Ab urbe condita libri, che originariamente comprendeva 142 libri di cui

si sono conservati 1-10 e 21-45. La narrazione iniziava dalle origini mitiche con le vicende di Enea e arrivava

fino alla morte del figliastro di Augusto, Druso, avvenuta nel 9 a.C. Dei libri perduti si sono conservate delle

Perìochae, brevi riassunti composti tra III e IV secolo. Ritorna a una struttura strettamente annalistica,

rifiutando l’impianto monografico che Sallustio aveva dato alla storiografia più recente. L’ampiezza della

narrazione si dilata man mano che ci si avvicina all’epoca contemporanea, venendo incontro all’interesse

che i lettori dovevano avere per la recente guerra civile. Per quanto riguarda la storia più antica si affida

soprattutto agli annalisti, mentre nelle decadi successive si basa moltissimo su Polibio da cui attinge la

visione unitaria del mondo mediterraneo e i rapporti con l’oriente. Non sembra procedere ad un vaglio

critico delle sue fonti, sembra utilizzare come criterio determinante la facilità di accesso e la reperibilità:

molto spesso si è visto in lui un exornator rerum, principalmente preoccupato di amplificare e adornare le

tracce storiografiche che reperiva, lavora più che altro di seconda mano sulla narrazione degli storici

precedenti.

La storiografia non è influenzata dal regime augusteo tanto quanto la poesia: da Tacito sappiamo che

Augusto avrebbe affibbiato a Livio l’epiteto di “pompeiano”, per la sua nostalgica simpatia verso gli ideali

repubblicani. Un atteggiamento del genere non destava fastidi, perché Augusto era più desideroso di

presentarsi come restauratore della repubblica piuttosto che come erede di Cesare. Non è facile capire

bene l’atteggiamento di Livio nei confronti del principato, dato che abbiamo perso le decadi più recenti, ma

probabilmente resta estraneo a tutta quella parte dell’ideologia augustea che insiste sul valore carismatico

del principato come realizzazione di una nuova età dell’oro: più volte accenna al fatto che la narrazione del

glorioso passato di Roma è un rifugio rispetto alla cura che gli apporta la narrazione dei tragici eventi più

recenti. Emerge con prepotenza la giustificazione dell’impero di Roma, alla cui realizzazione hanno

cooperato fortuna e virtus.

Stilisticamente si oppone nettamente alla tendenza di Sallustio, adoperando uno stile ampio, fluido e

luminoso dove i periodi scorrono con facilità, definito da Quintiliano lactea ubertas. Nella prima decade

sono più cospicue le concessioni al gusto arcaizzante, conformemente alla solennità degli eventi narrati.

Lascia grande spazio alla drammatizzazione del racconto, senza lasciare che essa soffochi l’impostazione

pragmatica. Eppure, per sua esplicita ammissione, Livio antepone l’esposizione drammatica della storia alla

ricerca della verità: il suo scopo è quello di dimostrare che qualità mentali e morali hanno un impatto

decisivo sugli avvenimenti , ma in questo modo non adotta il distacco impersonale che ci si aspetterebbe da

uno storico. Fa frequente utilizzo di discorsi indiretti, per evocare i pensieri della folla, e diretti, per

esprimere le opinioni del singolo.

Storiografia di opposizione e storiografia del consenso

Tra gli autori della letteratura latina naufragata conosciamo molti storici dissidenti, alcune volte addirittura

banditi dalla circolazione della cultura. Asinio Pollione era stato un importante seguace prima di Cesare e

poi di Antonio, ma prima di Azio si ritirò a vita privata. Di Pompeo Trogo abbiamo invece il compendio delle

Historiae Philippicae compilato da Giustino nel II o III secolo: la sua voleva essere una vera e propria storia

universale, che presentava Roma solo che una delle tante egemonie destinate a succedersi nei secoli. Negli

ultimi anni di Augusto la corrente della storiografia più praticata è quella ostile al principato: sappiamo che

opere di Tito Labieno e Cremuzio Cordo vennero condannate al rogo.

Velleio Patercolo invece rappresenta una tendenza del tutto diversa: le sue Historiae ad Marcum Vinicium

costituiscono un panegirico delle capacità militari di Tiberio. Una sua innovazione è l’attenzione per la

storia culturale e del costume, non deformata dal consueto pregiudizio sul mos maiorum. Anche Valerio

Massimo sostenne calorosamente il regime tiberiano nei nove libri Factorum ed dictorum memorabilium.

ERUDIZIONE E DISCIPLINE TECNICHE

In età augustea si assiste ad una grande diffusione della cultura: i nuovi classici sono molto conosciuti e

entrano fra i testi che si leggono nelle scuole. Sono richiesti commenti e spiegazioni, perché il nuovo stile è

spesso difficile. Vengono fondate tre biblioteche pubbliche. Il maggior grammatico del tempo è Verrio

Flacco, scelto da Augusto come precettore per i suoi nipoti. Le sue opere sono andate perdute, la più


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher atychifobia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Udine - Uniud o del prof Delvigo Maria.

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