Letteratura latina nella prima età imperiale
Capitolo 1: I generi poetici nell'età giulio-claudia
Poesia minore della generazione ovidiana: la poesia astronomica
Il periodo tra l'inizio del principato di Tiberio e l'avvento di Nerone è uno dei più difficili da inquadrare sinteticamente. Si fa schiacciante l'influsso di personalità come Virgilio, Ovidio e Orazio, mentre mancano nuove figure di letterati che si impongano come punti di riferimento. Si sviluppa la passione per generi letterari minori, come l'epillio, la bucolica e l'epigramma. A questa tendenza neoalessandrina si può ricollegare anche la contemporanea poesia astronomica, che si ispira ad Arato, l'autore dei Fenomeni, tradotto da Cicerone e imitato da Varrone Atacino.
Una nuova traduzione del poemetto di Arato, nota con il titolo di Aratea, è dovuta a Germanico, figlio adottivo di Tiberio. Manilio è invece autore degli Astronomica in 5 libri (metro: esametro), il cui intento didascalico ricorda l'opera di Lucrezio (ma la concezione stoica dell'autore lo allontana dall'atomismo dell'illustre predecessore). Manilio è il primo esponente di quella che si suole chiamare «latinità argentea».
L'Appendix Vergiliana
L'Appendix Vergiliana è un silloge del I secolo d.C. costituita da piccoli componimenti messa insieme dagli umanisti del Cinquecento. Le Dirae, o maledizioni, sono una poesia di invettiva sul genere dell'Ibis ovidiana. Questa operetta in esametri sembra costituire una variazione sul tema delle confische dei campi. Il Catalepton è una raccolta di piccoli testi a soggetti e metro variabili, alcuni dei quali (V, VIII) potrebbero essere autenticamente virgiliani.
Il Culex (la zanzara) è un epillio che racconta, in esametri, un episodio che ha per protagonista un pastore che stava per essere ucciso nel sonno da un serpente e viene salvato dal ronzio di una zanzara. Al suo risveglio il pastore, ignaro del benefico insetto, la uccide. La Ciris (l'airone) narra la patetica storia di Scilla, che tradisce il padre, il re di Megara, per amore del nemico Minosse. La Copa (l'ostessa) e il Moretum (la focaccia) sono due bozzetti di ambientazione popolaresca. Le Elegiae in Maecenatem sono un testo di notevole interesse storico-culturale (risalgono a un periodo storico non lontano dalla morte di Mecenate, avvenuta nell'8 a.C.). Il poemetto scientifico Aetna infine, è un esperimento di poesia didascalica sul vulcano, che si data tra l'età di Manilio e il 79 d.C. che l'autore, se avesse scritto più tardi, non avrebbe potuto evitare di menzionare.
Fedro e la tradizione della favola
I codici manoscritti ci tramandano più di novanta favole divise in cinque libri e tutte in senari giambici. Il corpus originario era però certamente più ampio. Sono sicuramente genuine anche le favole (una trentina) raccolte nella cosiddetta Appendix Perottina, che prende il nome dall'umanista Niccolò Perotti, curatore della raccolta.
Fedro è per molti versi un autore marginale, perché ha una posizione sociale assai modesta e pratica un genere letterario considerato minore. Tuttavia Fedro rappresenta per noi una delle massime glorie della letteratura latina, perché è il primo autore che ci presenta una raccolta di testi favolistici concepiti come autonoma opera di poesia destinata alla lettura. La tradizione esopica – storielle, in genere con personaggi animali, che presentavano spunti umoristici e commenti di saggezza morale – si era fissata in Grecia intorno al VI secolo a.C. in raccolte letterarie che erano composte in prosa. Fedro parte da questa tradizione per realizzare una forma poetica della favola (in senari giambici). La morale delle sue favole è inoltre particolarmente originale, perché esprime la mentalità sociale dando voce agli emarginati.
Nei prologhi dei singoli libri il poeta manifesta notevole consapevolezza letteraria, difendendo il suo tipo di poesia ed esaltandone le virtù (brevità, varietà, contenuto istruttivo) e sottolineando sempre la sua dipendenza dal modello esopico. Dal prologo del III libro si ricava che il poeta sarebbe stato...
I generi poetici in età neroniana
Sotto Nerone hanno particolare successo la poesia bucolica e l'epigramma. Sette egloghe che imitano Virgilio sono attribuite a Calpurnio Siculo, la cui biografia ci è del tutto ignota. Essi rappresentano la prima testimonianza di una concezione allegorica della poesia pastorale. Alcuni attribuiscono a lui anche la Laus Pisonis, un lungo panegirico in esametri di Calpurnio Pisone, forse l'aristocratico che capeggiò la congiura spenta nel sangue da Nerone nel 65.
La perdita più grave sono forse le poesie di Nerone stesso, che aveva scritto molto, a giudicare dai titoli che abbiamo. È chiaro dai titoli che l'imperatore propugnava un ritorno alla poesia mitologica, di chiara ispirazione neoalessandrina. Abbiamo notizia di uno stravagante poema sulla guerra di Troia (Troica), il cui eroe era Paride.
Nerone incoraggiò molti letterati e promosse regolari concorsi poetici. In questa epoca si fa sempre più diffusa la pratica delle recitazioni e si impone velocemente uno stile lussuoso e "barocco". A questo periodo si riallaccia forse una modesta riduzione poetica dell'Ilias Latina, di poco più di mille esametri, che ebbe grande fortuna durante il Medioevo.
Capitolo 2: Cultura e spettacolo. La letteratura della prima età imperiale
Letteratura e teatro
Durante il regno di Nerone e per tutta l'età flavia il teatro torna a godere di immensa fortuna. La pantomima era una rappresentazione in cui un attore cantava, accompagnato dalla musica, il testo del libretto, mentre un secondo attore, col volto mascherato, mimava la scenetta. Sembra che caratteristico della pantomima fosse il realismo nella rappresentazione di certi effetti.
Nel Laureolus del mimografo Catullo un attore vomitava sangue, e per rappresentare una crocifissione si portava in scena dal vero l'esecuzione di un criminale.
Seneca il Vecchio e le declamazioni
In questo periodo si diffondono le declamazioni, un tipo di esercizio in uso da tempo nelle scuole di retorica che verte su temi e argomenti fittizi. Esso ci viene testimoniato da Seneca il Vecchio, autore dell'opera Oratorum et rhetorum sententiae divisiones colores. Le sententiae sono quelle frasi di tipo epigrammatico destinate a impressionare l'ascoltatore o il lettore; le divisiones sono i modi in cui il declamatore articola gli aspetti giuridici della vicenda; i colores sono infine le coloriture stilistiche con cui i declamatori presentano personaggi e situazioni.
Seneca il Vecchio illustra i due tipi di esercizi più in voga: la controversia, che rientrava nel genere giudiziale e consisteva nel dibattimento, da posizioni contrapposte, di una causa fittizia; la suasoria, che apparteneva al genere deliberativo o politico, e consisteva nel tentativo di orientare l'azione di un personaggio famoso, della storia o del mito, di fronte a una situazione incerta o difficile. Dell'opera di Seneca il Vecchio ci rimangono infatti un libro contenente sette Suasoriae e cinque dei dieci libri di Controversiae.
Le recitazioni
Accanto alle declamazioni, un'altra forma di pubblico intrattenimento culturale sono le recitationes, a cui aveva dato inizio Asinio Pollione. Si tratta della lettura di brani letterari davanti a un pubblico. Tale lettura tende ben presto ad acquisire tratti "spettacolari" finalizzati a garantire l'applauso dell'uditorio. La letteratura viene ora concepita come spettacolo.
Capitolo 3: Seneca
Lucio Anneo Seneca
4 a.C. – 66 d.C.
Della vasta produzione senecana, quelle di carattere filosofico occupano lo spazio maggiore. Alcune di queste opere furono raccolte, dopo la morte dell'autore, in dodici libri di Dialogi. Sono trattati, per lo più brevi, su questioni etiche e psicologiche: 1. De providentia, Ad Serenum de constantia sapientis, Ad Novatum 2. De ira libri tres; 3-5. Ad Marciam de consolatione; Ad Gallionem de vita beata; 6. Ad Serenum de otio; 7. Ad Serenum de tranquillitate animi; 8-9. Ad Paulinum de brevitate vitae; 10. Ad Polybium de consolatione; 11. Ad Helviam matrem de consolatione.
Le altre opere filosofiche tramandateci autonomamente, sono i sette libri De beneficiis, il De clementia, indirizzato a Nerone, e i venti libri comprendenti le 124 epistole a Lucilio. Di carattere più propriamente scientifico sono le Naturales Quaestiones, in sette libri (forse in origine otto). Abbiamo inoltre nove tragedie di argomento greco (cothurnatae) e una satira menippea Apokolokyntosis de morte Claudii. Di incerta paternità sono infine gli Epigrammi, in distici elegiaci tramandati in un codice di IX secolo.
Dialogi e la saggezza stoica
Le singole opere dei Dialogi costituiscono trattazioni autonome di aspetti o problemi particolari dell'etica stoica. Un gruppo abbastanza omogeneo di Dialogi è rappresentato dalle tre consolationes. Il genere della consolazione consiste in uno scritto rivolto a un preciso destinatario per consolarlo della perdita di una persona cara. La Consolatio ad Marciam fu scritta sotto il principato di Caligola ed è indirizzata alla figlia di Cremuzio Cordo per consolarla della morte di un figlio. La Consolatio ad Helviam matrem, forse del 42, è un tentativo di tranquillizzare la madre (in pena per l'esilio del figlio in Corsica). La Consolatio ad Polybium, un potente liberto di Claudio, fu scritta per consolarlo della perdita di un fratello (ma in realtà si rivela un tentativo di adulare l'imperatore per ottenere il ritorno a Roma, cosa che è costata a Seneca l'accusa di opportunismo).
Più speculativi e meno legati a circostanze contingenti sono gli altri Dialogi. I tre libri del De ira sono una sorta di fenomenologia delle passioni umane. L'opera è indirizzata al fratello Novato, al quale l'autore dedicherà qualche anno dopo anche il De vita beata, che affronta il problema della felicità e del ruolo che nel perseguimento di essa possono svolgere gli agi e le ricchezze (Seneca veniva spesso accusato di incoerenza, perché era un uomo ricchissimo).
All'amico Sereno dedica la trilogia De constantia sapientis, De otio e De tranquillitate animi. Il primo dei tre dialoghi esalta l'imperturbabilità del saggio stoico, mentre il De tranquillitate animi affronta il tema della partecipazione del saggio alla vita politica. Seneca cerca una mediazione tra i due estremi dell'otium contemplativo e dell'impegno politico proprio del civis romano, ma sempre con l'obiettivo di conseguire la serenità dell'anima e di giovare agli altri. La scelta di una vita appartata è invece chiara nel De otio, che rappresenta però una scelta forzata.
Più indietro sembra invece risalire il De brevitate vitae, dedicato al prefetto dell'annona Paolino, che tratta il problema del tempo, della sua fugacità e dell'apparente brevità della vita, che tale ci sembra perché non ne sappiamo afferrare l'essenza.
Agli ultimi anni appartiene infine il De providentia, dedicato all'amico Lucilio, che affronta il problema della contraddizione fra il progetto provvidenziale che secondo la dottrina stoica presiede alle vicende umane, e la sconcertante constatazione di una sorte che sembra spesso premiare i malvagi e punire gli onesti. La risposta di Seneca è che le avversità che colpiscono i buoni non contraddicono tale disegno provvidenziale, ma attestano la volontà divina di esercitarne la virtù.
Filosofia e potere
L'opera in cui Seneca maggiormente espone la sua concezione del potere è il De clementia, che ci è stato tramandato autonomamente rispeto ai Dialogi ed è dedicato al giovane Nerone. In questa opera viene tracciato un programma politico ispirato a equità e moderazione. Alla filosofia spetta, secondo l'autore, il compito di educare il principe e di porsi a guida dello stato. Al periodo successivo al suo ritiro dalla vita pubblica risale un'altra opera filosofica tramandata autonomamente rispetto ai Dialogi, cioè...
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