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L'età di Cesare 78 a.C. - 44 a.C.

Il contesto storico

L'età di Cesare comprende convenzionalmente l'intervallo di tempo che va dalla morte di Silla, avvenuta nel 78 a.C., alla morte di Cesare, accaduta nel 44 a.C. In tale periodo lo stato romano fu coinvolto in una crisi sempre più profonda, che ebbe le sue radici soprattutto nel crollo della piccola proprietà terriera, ridotta in miseria dalle continue guerre che avevano sottratto alla cura dei campi uomini assai validi, e nell'acuirsi delle tensioni sociali.

In questo contesto di crescente disagio sociale si delinearono due opposti schieramenti politici: contro lo schieramento degli optimates che si identificava con il ceto nobile dei senatori e che si concentrava sulla difesa dei propri privilegi, si sviluppò quello dei populares, che invece si identificava con il popolo e che portava avanti diverse richieste, tra cui soprattutto la riforma agraria e l'estensione della cittadinanza agli alleati italici.

In particolare, nel 133 a.C. il tribuno della plebe Tiberio Gracco si rese conto del degrado della società e dell'economia italica e capì che era necessaria una riforma agraria che concedesse le terre pubbliche anche ai meno abbienti: essa prevedeva che nessun cittadino romano potesse possedere più di 500 iugeri di suolo pubblico (1 iugero = 2.500 mq) e che i territori eccedenti rispetto ai limiti fissati dalla riforma dovessero essere restituiti per essere poi ridistribuiti al popolo. I membri delle classi elevate romane avevano evidentemente troppo da perdere in questa situazione e così, nel corso di un tumulto, ammazzarono Tiberio Gracco.

La lotta sociale si riaccese nel 123 a.C. con Caio Gracco, fratello di Tiberio, che varò molte leggi, fra cui una legge frumentaria che concedeva ai cittadini il grano a un prezzo più basso di quello di mercato e dunque più accessibile. Tiberio cercò di guadagnarsi anche il favore dei cavalieri, affidando loro la questio de repetundis, ovvero il diritto di giudicare il reato di concussione, che aveva talora scandalosamente assolto gli abusi dei governatori delle province. Anche in questo caso i membri delle classi elevate avevano evidentemente troppo da perdere e così Caio si fece uccidere da uno schiavo.

Quello dei Gracchi non fu un progetto rivoluzionario, ma un moderato programma riformistico che si risolse in un insuccesso poiché non includeva una ristrutturazione globale dello stato.

La guerra sociale (91-88 a.C.)

Altri tentativi di riforma furono presi nel 91 a.C. dal tribuno della plebe Livio Druso, il quale propose alle popolazioni italiche la cittadinanza romana, ma venne assassinato e gli Italici si organizzarono fra loro ribellandosi a Roma. Temendo il peggio, il console Cesare fece votare la lex Iulia, che concedeva la cittadinanza agli alleati che non si fossero ribellati e che l'avessero richiesta; l'anno seguente la lex Plautia Papiria estese la possibilità a tutti gli Italici a sud del Po che ne avessero fatto richiesta entro sessanta giorni e la lex Pompeia Strabonis concesse ai Transpadani il diritto latino e la cittadinanza alle colonie latine.

La guerra sociale segnò una tappa fondamentale nella storia dell'Italia, poiché essa comportò l'accettazione del diritto romano da parte di tutti gli abitanti della Penisola: i nuovi cittadini non erano più membri di una tribù, ma appartenevano tutti a una città che prendeva il nome di municipium civium Romanorum.

La guerra civile fra Mario e Silla (88-82 a.C.)

Lo scontro tra populares e optimates si riaccese quando a capo di queste due fazioni si posero rispettivamente Mario e Silla. La guerra civile da loro combattuta si concluse nell'82 a.C. con la sconfitta di Mario, a cui seguì l'assunzione della dittatura a tempo indeterminato da parte di Silla: egli stanziò a Roma 10.000 liberti pronti a intervenire in armi ai suoi ordini, riformò la costituzione reprimendo il tribunato e consolidando il potere dell'oligarchia senatoriale, e raddoppiò il numero dei senatori da 300 a 600 grazie all'immissione di cavalieri a lui favorevoli.

Quello di Silla fu il primo esperimento di una monarchia che non si dimostrò duratura e che finì nel 78 a.C. con la sua morte, dal momento che la fazione popolare, parte dei cavalieri e degli Italici gli erano particolarmente ostili.

La guerra civile fra Cesare e Pompeo (60-44 a.C.)

Nel 67-66 a.C. Pompeo ottenne nella guerra contro i pirati il comando dell'esercito e della flotta con poteri straordinari. Il suo ritorno a Roma era temuto da molti, dal momento che egli avrebbe potuto diventare il nuovo padrone della città e, amareggiato dal comportamento intransigente del Senato, si legò a Cesare, stringendo con lui e Crasso nel 60 a.C. il primo triumvirato, ovvero un accordo privato per attuare piani politici personali secondo la tecnica della spartizione.

A partire dal 53 a.C. con la morte di Crasso e di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, i legami fra i due si allentarono, fino a fronteggiarsi in uno scontro decisivo: nel 48 a.C. Cesare affrontò Pompeo a Farsàlo, in Tessaglia, e lo vinse, ottenendo così una gran quantità di poteri civili e militari: si fece nominare dittatore a vita con la facoltà di muovere guerra a chi avesse voluto; gli fu attribuita la tribunicia potestas a vita, nonché la potestà di tribuno della plebe; e gli fu conferito il proconsulare imperium per cinque anni che gli dava la facoltà di convocare il popolo, di essere considerato sacro e inviolabile e di avere il comando delle legioni nelle province.

Cesare stava progettando alcune riforme e stava organizzando una grande campagna militare quando il 5 marzo del 44 a.C. ("Idi di marzo") un gruppo di circa 60 senatori, fra cui Bruto e Cassio, lo aggredì in Senato e lo uccise a pugnalate; l'atteggiamento tirannico di Cesare, infatti, aveva fatto temere che la repubblica, e con essa l'autorità del Senato, stesse per essere abbattuta e sostituita dalla monarchia.

Il clima culturale

Le turbolenti vicende storiche e il diffondersi delle lettere e delle filosofie greche influenzarono il contesto culturale di Roma, che si può articolare seguendo alcune particolari direttive:

  • Il pensiero politico: tese a riaffermare la fede nella libertas repubblicana, l'appello al mos maiorum, l'invito alla concordia e il rifiuto della demagogia (comportamento politico che, attraverso false promesse vicine ai desideri del popolo, mira ad accaparrarsi il suo favore). Ma su questi elementi si innestò anche la profonda aspirazione a un regime autoritario capace di eliminare dallo stato la violenza politica dell'età presente e di ripristinare la pace sociale;
  • La produzione letteraria: attraverso un processo di emulazione e rielaborazione dei modelli greci, fiorirono a Roma alcuni generi letterari in cui si inserirono alcuni degli autori più significativi della letteratura latina: Lucrezio con il poema didascalico, i poetae novi e Catullo con la lirica, Cicerone con l'eloquenza e la filosofia, Cesare e Sallustio con la storiografia; Cornelio Nepote con la biografia e Varrone con l'erudizione;
  • La diffusione dei culti orientali e delle filosofie ellenistiche: venuta a contatto con i culti orientali e misterici, la religiosità romana scoprì divinità nuove, come per esempio la Grande Madre degli dèi Cibele, venerata sotto forma di pietra nera; la dea della terra produttrice Demetra; il dio del vino Bacco; le divinità egizie dell'oltretomba Iside e Osiride, i cui riti si diffusero soprattutto tra le classi umili; ecc. Le élite intellettuali, invece, si rivolsero principalmente alle filosofie greco-ellenistiche: trovarono così un ampio seguito, per esempio, lo scetticismo, che sosteneva l'inesistenza di ogni principio di conoscenza o verità, e quindi il saggio era tale solo se si distaccava dal giudizio; lo stoicismo di Zenone attento alle esigenze interiori dell'uomo, che sosteneva che le virtù dell'atarassia ("mancanza di agitazione") e dell'apatia ("mancanza delle passioni") fossero i mezzi per raggiungere l'integrità morale e intellettuale; e l'epicureismo di Epicuro, anch'esso attento alle esigenze interiori dell'uomo, che vedeva nella filosofia la via per raggiungere la felicità, intesa come liberazione dalle passioni (es. liberazione dal timore degli dèi o dal timore della morte).

Il poema didascalico di Lucrezio

Al periodo di crisi in cui si trova a vivere, Lucrezio reagisce proponendo come rimedio non i nuovi culti orientali ed ellenistici, ma la dottrina epicurea: essa vedeva nella filosofia la via per raggiungere la felicità, intesa non come aspirazione a falsi valori o a falsi piaceri, ma come tensione verso un piacere privo di dolore e di turbamento (atarassia) e quindi libero dalle passioni (apatia). Per conseguire tale felicità era fondamentale la spiegazione razionale della natura, in quanto essa libera l'uomo dalle paure e dalla superstizione.

Tutto ciò si ritrova nell'opera di Lucrezio intitolata "De rerum natura": si tratta di un poema didascalico in esametri che espone la dottrina di Epicuro e la concezione dell'estraneità della divinità dalla vita umana, temi che così vanno ad addolcirsi e ad abbellirsi attraverso l'uso della forma poetica. Esso è diviso in 6 libri riuniti a coppie, ciascuno caratterizzato da un proemio e un finale cupo:

  • I-II: fisica epicurea
    Dopo l'invocazione a Venere e la dedica a Gaio Memmio, un nobile e ricco patrono molto amante della letteratura greca, i libri I e II espongono i principi fondamentali della fisica epicurea, per cui nulla ha origine dal nulla e nulla ritorna al nulla. Essi affrontano anche la teoria del clinamen, per cui dall'unione e dalla separazione di quelle particelle solide, indistruttibili e indivisibili, chiamate "atomi", si generano la vita e la morte; gli atomi sono in movimento costante nel vuoto e la loro traiettoria è soggetta a una deviazione dall'alto al basso che li sottrae a una rigorosa necessità; quindi, il principio di libertà insito nel clinamen offre una spiegazione del libero arbitrio degli uomini, che hanno la possibilità di muoversi nello spazio e di cambiare quando vogliono la direzione del loro movimento, in base a un impulso primario che viene dall'animo.
  • III-IV: antropologia
    Dopo un inno a Epicuro, i libri III e IV affrontano l'antropologia epicurea, per cui l'animus, che ha sede nel petto e costituisce il principio intellettivo che governa la vita, e l'anima, che è il principio vitale diffuso in tutto il corpo, periscono insieme al corpo, e quindi l'uomo non deve temere la morte o l'Aldilà. Essi parlano anche della dottrina della conoscenza, secondo la quale essa deriva dai simulacra, ovvero membrane sottilissime che si staccano dai corpi riproducendone la figura e che arrivano in modo diverso ai sensi degli uomini, producendo in loro la percezione di un'immagine e quindi il pensiero;
  • V-VI: cosmologia e fenomeni naturali
    Dopo un secondo inno a Epicuro, i libri V e VI illustrano come si è formato il mondo con i suoi uomini e i suoi fenomeni naturali, in cui gli dèi non intervengono, poiché disinteressati alle vicende umane. Essi ricostruiscono la storia dell'umanità dalle prime fasi di vita al progressivo incivilimento: in particolare, si soffermano sulla nascita del linguaggio, della religione, delle tecniche e delle arti. In tutto il discorso non c'è il rimpianto per una mitica "età dell'oro" né la fede nel progresso, in quanto il destino dell'uomo è stato ed è l'infelicità e la morte. Il poema si conclude bruscamente con la descrizione della peste scoppiata ad Atene nel 430 a.C., il che farebbe pensare alla sua incompiutezza: tale teoria ha avuto largo seguito soprattutto per una ragione di opportunità, nel senso che, sebbene essa presenti un legame con i fenomeni naturali descritti, in qualità di processo di formazione e disgregazione dei corpi, è sembrata comunque incongruente con il messaggio di serenità dell'epicureismo che si vuole dare.

La lirica dei poetae novi

Per "lirica" si intende una forma di poesia che è espressione di sentimenti, pensieri e gusti personali dell'autore, destinata...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

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