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Intanto inizia la nuova attività di autore per il teatro con alterne vicende di successi e di

fiaschi: Cavalleria rusticana (interpretata dalla Duse) trionfa a Torino, In portineria cade a

Milano.

Nel 1887 scrive Vagabondaggio (raccolta di novelle che riprende il tema delle novelle «Per

le vie») e l'anno dopo esce a puntate su "Nuova Antologia" Mastro-don Gesualdo.

Nel 1893 si ritira nella sua Catania dopo aver vinto una causa (contro il musicista Pietro

Mascagni) per i diritti d'autore di Cavalleria rusticana: la cifra, cospicua, gli permette di

ripianare i debiti. Vive in una sorta di isolamento scontroso, geloso dell'esagerata

ammirazione che i suoi concittadini avevano per il poeta Mario Rapisardi (1884–1912). La

sua naturale avversione agli intrighi che vedeva trionfare nel mondo letterario, e poi alcuni

dispiaceri e lutti familiari, lo allontanarono sempre più dall'esercizio dell'arte.

Nel 1894 si stabilisce definitivamente a Catania, con brevi soggiorni a Milano e a Roma

dove, nel 1895 si incontra, insieme a Capuana, con Zola, maestro del Naturalismo

francese.

Prosegue la produzione per il teatro: La Lupa è rappresentata a Torino nel 1896.

Con l'andare degli anni si fa sempre più vivo in lui l'interesse per le vicende politiche:

fedele alle sue idealità patriottiche e unitarie, si oppone al movimento separatista dei

"Fasci siciliani" e nel 1896 si fa sostenitore della necessità, per l'Italia, di una rivincita

africana e di una più incisiva politica coloniale. Nel 1911 accoglie con entusiasmo la

decisione della campagna libica e nel 1912 aderisce al partito nazionalista.

Nel 1911 riprende a lavorare alla Duchessa di Leyra, il terzo romanzo del "ciclo dei vinti"

ma scrive un solo capitolo che sarà pubblicato postumo.

Negli anni che precedono la prima guerra mondiale, in un clima letterario che continua a

preferire autori del post–verismo, le opere di Verga perdono interesse, ma dopo la guerra,

in seguito al saggio "Giovanni Verga" di Luigi Russo (1919), il riconoscimento dei suoi

meriti si fa sempre più largo e unanime e l'arte verghiana comincia ad essere apprezzata

in quello che ha di più originale e di più vivo.

Nel 1920 è solennemente festeggiato a Roma e a Catania in occasione del suo

ottantesimo compleanno: le onoranze hanno il loro coronamento nella nomina a senatore

il 3 ottobre.

Verga muore a Catania il 27 gennaio 1922, colto da una paralisi cerebrale.

L’attività letteraria

L'attività letteraria di Verga può essere divisa in tre fasi:

- la narrativa storico-patriottica degli esordi;

- i romanzi mondani;

- la produzione verista.

In Sicilia ebbe una formazione letteraria provinciale, come si nota leggendo i suoi tre

romanzi giovanili. In particolare, I carbonari della montagna (1861) è un romanzo storico

(un genere che stava ormai passando di moda) che Verga dedicò ai suoi modelli di allora,

Francesco Domenico Guerrazzi e Alexandre Dumas.

Fondamentale nel suo cambiamento di interessi fu l'abbandono dell'isola nel 1869, quando

Verga partì per Firenze. Introdotto dal poeta Francesco Dall'Ongaro nella buona società

cittadina, si dedicò allo studio della vita borghese che aveva davanti agli occhi, con un

particolare interesse per le figure femminili e le vicende sentimentali, come si può capire

dai titoli dei romanzi che scrisse in questo secondo periodo "mondano": Una peccatrice

(1866), Eva (1873), Eros (1875). Grande successo riscosse in particolare Storia di una

capinera (1871), il racconto della monacazione forzata della protagonista che, innamorata

del marito della sorella, muore in preda alla disperazione.

Se il romanzo Il marito di Elena (1882) continuò lungo questa linea di ricerca espressiva,

la produzione successiva a quella fiorentina prese un'altra strada. Nel 1872, quando si

trasferì a Milano, capitale dell'editoria, frequentò Arrigo Boigo e Giuseppe Giacosa, grazie

anche all'appoggio di Salvatore Farina, uno scrittore allora molto celebre. Qui fu raggiunto

dall'amico Luigi Capuana, scrittore e critico letterario teorico del verismo.

La svolta letteraria si può datare al 1874, l'anno in cui fu pubblicata una novella intitolata

Nedda, definita dall'autore un "bozzetto siciliano". L'ambiente non è più urbano ma rurale;

la storia non è più ambientata al Nord ma in Sicilia; i protagonisti sono umili contadini.

Anche qui protagonista della vicenda è una donna, ma la sua situazione è tragica e

concreta, non astratta e sentimentale.

Da quel momento in poi la Sicilia contadina con la sua antica cultura fu al centro del lavoro

dello scrittore catanese, sia nelle novelle, sia nei romanzi.

I due volumi di racconti Vita dei campi (1880) e Novelle rusticane (1883) contengono

alcuni dei capolavori verghiani, testi divenuti celebri come La lupa, La roba (storia di

Mazzarò, un contadino diventato proprietario terriero ma rimasto vecchio e solo, ridotto

alle soglie della pazzia), Rosso Malpelo (un ragazzo destinato a lavorare e a morire in

miniera, ricalcando il tragico destino del padre), Cavalleria rusticana (racconto di un duello

mortale scatenato dalla gelosia).

I romanzi della maturità

I Malavoglia (1881) racconta la storia di una famiglia di pescatori che vive e lavora ad Aci

Trezza, un piccolo paese vicino a Catania. Protagonista del romanzo è tutto il paese, fatto

di personaggi uniti da una stessa cultura ma divisi da antiche rivalità.

Grazie a una scrittura sapiente che riproduce alcune caratteristiche del dialetto e che

riesce ad adattarsi ai diversi punti di vista dei vari personaggi, il romanzo crea l'illusione

che a parlare sia il mondo raccontato, rinunciando così alla presenza in "prima linea"

dell'autore.

Mastro-don Gesualdo (1889), invece, mette in risalto la storia del protagonista che dà il

titolo al romanzo. Di origini modeste, Gesualdo riesce a vincere il suo destino di miseria e

diventa ricco. Il matrimonio con la nobile Bianca Trao non cancella la sua modesta

estrazione sociale: persino la figlia Isabella si vergogna del padre. Rimasto solo, Gesualdo

muore nel palazzo ducale di Palermo, abbandonato dai suoi e ignorato dalla servitù che si

prende gioco di lui.

Anche qui l'ambiente è siciliano (il romanzo è ambientato a Vizzini) e la lingua rispecchia

in modo tecnicamente molto raffinato la realtà che fa da sfondo al romanzo.

Fu un insuccesso inatteso e Verga, amareggiato, si ritirò a Catania abbandonando la

scrittura. Il progettato "ciclo dei vinti", cioè coloro che nella lotta per l'esistenza sono

destinati ad essere sconfitti, che prevedeva altri tre romanzi ambientati a un livello sociale

progressivamente superiore (La duchessa di Leyra, L'onorevole Scipioni e L'uomo di

lusso), restò così incompiuto.

Il successo arrivò a Verga per altre vie.

Cavalleria rusticana fu un successo che continua, di cui lo stesso Verga elaborò una

versione teatrale musicata da Pietro Mascagni (rappresentata nel 1884 con discreto

consenso di pubblico).

PERSONAGGI:

I personaggi principali sono:

 Mastro Don Gesualdo:Uomo forte e robusto dall'aspetto calmo e pacifico ma che

nasconde in realtà un carattere deciso, testardo e sicuro. E' il prototipo dell'uomo

che si è fatto da sé, si è costruito la fortuna con le sue mani, ha guadagnato e si

ritrova ad essere attaccato alla "roba" e ai suoi campi fino al punto di diventare

cattivo nei confronti di chi ostacola la sua ascesa. Non si preoccupa troppo della

moglie e della figlia perchè è troppo preso dai suoi affari; riesce a fare studiare la

figlia nelle scuole perchè la gente parli bene di Isabella, educata e ricca. Il suo

attaccamento alla “roba” sarà la sua rovina fisica e psicologica, la paura dello

sperpero lo spaventa fino al punto di morire accorgendosi forse, che in realtà non

era mai stato felice veramente

 La famiglia Trao: E' composta da Don Diego, Don Ferdinando e dalla giovane

Bianca. I due uomini sono i tipici nobili del paese attaccati a certi valori e a certe

tradizioni ormai passate che vedono nella nobiltà e nelle proprie ricchezze le ragioni

principali di vita, per questo si sentono persi quando brucia il loro palazzo con i loro

averi. Evidenziando questo loro modo di pensare anche quando non si dimostrano

d'accordo con Bianca quando decide di sposarsi e di andarsene da casa.

Bianca invece è la classica vittima delle situazioni negative. Debole, infelice e

ammalata per tutta la vita sposa un uomo che la ama per la sua posizione nobile,

ma che non è nemmeno il padre di sua figlia. E' dolce, sensibile, tranquilla, buona,

calma, sincera; la classica ragazza brava e religiosa che tutti amano, così rimarrà

fino alla morte

 Don Ninì e la baronessa Rubiera: Sono i parenti ricchi dei Trao, che si prestano a

concedere favori soltanto in situazioni veramente tragiche. La baronessa è una

donna, ricca, ambiziosa e molto attaccata alla” roba”, quasi come Gesualdo.

Rimane senza parola e paralizzata quando viene a sapere della relazione del figlio

con un'attrice di teatro perché si sente ferita nella sua nobiltà di famiglia. Don Ninì è

il tipico scavezzacollo di paese a cui piace divertirsi senza pensare troppo ai

problemi della vita anche se sembra cambiare quando si innamora di Bianca. Dopo

l'amore improvviso per l'attrice (alla quale dà anche un figlio) si trova di fronte a

molte difficoltà (la madre è paralizzata per causa sua) e quindi si trova di fronte a un

matrimonio quasi obbligato con Donna Giuseppina Alosi, che lo costringe a mettere

la testa a posto, anche se forse in fondo in fondo rimane sempre lo stesso.

 Famiglia Margarone:E' formata da mamma, papà Margarone, Donna Giovannina,

Donna Mita, Donna Bellonia, Donna Fifì e dal piccolo Nicolino. Una famiglia che

riveste un gradino importante all'interno dei pettegolezzi di Vizzini, soprattutto per

quanto riguarda donna Fifì e mamma Margarone. Sono due donne vanitose,

orgogliose, permalose e si considerano superiori alle altre per ricchezza e aspetto

fisico di cui vanno molto fiere. Purtroppo sono costrette a diventare meno superbe

quando Fifì viene lasciata da Don Ninì e di fronte alla bontà e alla generosità della

semplice e povera Bianca che si contende con Fifì il Baronello.

 L'arciprete Bugno, il marchese Limoli, Canali, Cavaliere Peperito, Notaio Neri: Sono

personaggi importanti all'interno della vita del paese; sempre presenti in ogni

situazione e attenti a ogni avvenimento. L'arciprete e il marchese sempre pronti a

consigliare Bianca su come comportarsi col marito e il suo denaro. Canali, Peperito,

Neri, sono pronti a interessarsi a ogni tipo di affare pur di guadagnare denaro, quasi

per emulare Gesualdo che invidiano per la sua ascesa dal nulla.

 Isabella, suo marito e la sua amica Marina di Leyra: Isabella, ragazza un po’

vanitosa ma in fondo buona e ingenua, è la figlia di Bianca e di Gesualdo, con il

quale non ha un buon rapporto, al punto da farsi chiamare con il cognome della

madre. Don Gesualdo la considera e la tratta come una perla rara essendo l'unica

erede del suo patrimonio, con i soldi guadagnati la fa studiare nelle migliori scuole

ed è perciò ritenuta da tutti un buon partito. Sposerà per volontà del padre il Duca di

Leyra, fratello della sua amica Marina e si trasferirà con lui a Palermo in un grande

palazzo. Non farà più ritorno a Vizzini, nemmeno per far visita alla madre morente.

 Don Luca il sagrestano: E' sempre pronto ad aiutare Gesualdo nei suoi affari e a

consigliarlo in tutte le situazioni, cercando di essere più vicino alla famiglia per

quanto gli è possibile.

 Nanni l'orbo, compare Cosimo, Pelagatti, Diodata, Brasi, Camauro, Giacolone

(dipendente di Gesualdo): Sono sempre pronti ad aiutare il padrone in ogni

situazione lavorando duramente senza sosta. Diodata è l'unica che riesce a dare

veramente un momento di felicità al padrone del quale è innamorata, e al quale ha

dato due figli; semplice e buona sposerà Nanni l'Orbo, lavoratore buono e onesto

come lei, che riuscirà a renderla felice. Compare Cosimo, Pelagatti, Brasi, Camauro

e Giacolone sono le persone più affezionate a Gesualdo, forse perché sono le

uniche che riescono veramente a capirlo.

 La famiglia di Gesualdo: E' formata da Mastro Nunzio (il padre), il fratello Santo, la

sorella Speranza, il cognato Burgio e il loro figli. Il padre è un contestatore. Non è

mai d'accordo sul modo di condurre gli affari di Gesualdo, egli ritiene che il figlio

sperperi gli averi di famiglia, che in realtà sono tutti i soldi che Gesualdo ha

guadagnato con la sua fatica. La sorella e il marito sono invidiosi della ricchezza

accumulata da Gesualdo, e sono solidali poche volte con lui. Infine c'è Santo che

passa le sue giornate all'osteria.

 Il sig. Capitano, l'avvocato fiscale, don Liccio Papa, don Filippo, il barone Zacco:

Persone notabili del paese con il quale Gesualdo si contende l'appalto di edifici e

l'acquisto di alcune terre fruttuose e importanti. Il barone Zacco e don Liccio Papa

che con il loro potere a Vizzini cercano di ostacolare Gesualdo con ogni mezzo e

che sono sempre al centro dell'attenzione per quanto riguarda feste, manifestazioni

e occasioni importanti. Avari attaccati alla “roba”, cercano sempre di far colpo sulla

gente con la loro personalità e modo di agire e comportarsi.

 Barone Mendola, il canonico Lupi: Personaggi influenti che cercano di aiutare

Gesualdo nel guadagnare denaro e consigliarlo a proposito del matrimonio che gli

potrà essere utile.

 I personaggi secondari sono: Aglae l'attrice, Grazia, Rosaria, Pirtuso, Alessi,

Corrado, la zia Sganci, la zia Macrì, Donna Sarina Cirmena, Donna Giuseppina

Alosi, Donna Agrippina, Donna Mariannina, la sig.ra Capitana, zia Filomena.

LUOGHI:

La vicenda è ambientata a Vizzini, centro agricolo non molto distante da Catania. Vizzini è

un grande e animato borgo campagnolo dove convivono persone di ogni genere.

TEMPO:

Non vi sono riferimenti a fatti storici o date specifiche, ma vi sono accenni in alcuni punti al

1820-21 e al 1837; i moti del 1820 e del 1848, quindi, fanno da sfondo alla vicenda e sono

citati più volte dall'autore all'interno del racconto. Ci sono inoltre accenni a vicende politiche

quali la rivolta palermitana e la Costituzione di Francesco Duca di Calabria nel 1812

nell'Italia Meridionale.

RIASSUNTO:

Scritta da Giovanni Verga nel 1889, la vicenda è ambientata a Vizzini, una località della

provincia di Catania, nel periodo compreso tra il 1819 e il 1848. Protagonista è Gesualdo

Motta, un uomo del popolo, umile lavoratore, tenace ed accorto che dedica la vita al lavoro

per accumulare terre, denari e ricchezze. La fortuna raggiunta lentamente è stata

veramente sudata e meritata, anche se non cambia il carattere di Mastro Don Gesualdo

che rimane onesto e generoso, sempre pronto ad aiutare parenti ed amici. Per aumentare

ulteriormente il suo potere, Gesualdo sposa Bianca Trao, ragazza di nobile famiglia in

decadenza. Purtroppo il matrimonio si rivela un cattivo affare per l'uomo. Tutti gli sono

contro: i familiari, benché da lui aiutati, lo ritengono un traditore perché li ha abbandonati

per un mondo diverso; i parenti nobili lo disprezzano. Anche Bianca, che ha accettato il

matrimonio solo per salvare l'onore macchiato dopo i suoi amori con il baronetto, suo

cugino, Ninì Rubiera, non riuscirà mai a vincere un'istintiva freddezza nei confronti del

marito. Anche la figlia Isabella, in realtà nata dalla relazione di Bianca con Niní, risulta

essere molto ostile al padre. La ragazza, infatti, innamorata del cugino Corrado La Gurna,

poeta e spiantato, è ostacolata dal padre nel suo amore e finirà per cedere al suo volere

sposando il Duca di Leyra, un uomo spietato, che non la amerà mai, ma dissiperà tutta la

dote della ragazza in ricevimenti. Dopo la partenza di Isabella per Palermo, parenti, amici,

vicini, tutti si accaniscono a gettar fango sulle ricchezze di Gesualdo. La moglie, Bianca,

muore poco dopo consumata da un male inesorabile, la tisi, e dalla lontananza dalla figlia.

Don Gesualdo rimane solo, sofferente e torturato da atroci dolori di stomaco. Il genero,

che lo detesta e lo disprezza, ma che vuole a tutti i costi venire in possesso dell'eredità, lo

costringe a seguirlo a Palermo. Morirà di cancro qualche tempo dopo nell'indifferenza

generale, solo e abbandonato, accompagnato nelle ultime ore dalle parole malevole di un

servitore, unico testimone della sua agonia.

Fantasticheria:

Composta attorno al febbraio 1878, questa "novella" (ma il termine in questo caso è

è in realtà una lunga lettera

improprio) nella quale l'autore rievoca i pochi giorni che un'elegante

signora avrebbe trascorso con lui ad AciTrezza, e da ciò trae spunto per riflettere sulla vita e sui

"valori" di questo villaggio di poveri pescatori e paragonarli e contrapporli a quelli del mondo

borghese e cittadino cui la visitatrice appartiene. Leonardo Sciascia pensa che «questa donna non è

Verga

mai esistita» è si chiede se non sia «possibile dire che ha fatto di lei la custode e il simbolo del

ricordo, che in lei ha oggettivato la memoria».

Il titolo - Fantasticheria - d'altra parte è da intendersi come abbandono alla rievocazione di

come lirico vagheggiamento

figure umane e situazioni care all'autore, di quel mondo che troverà

Malavoglia

compiuta espressione nei . Per i problemi che in queste pagine vengono affrontati -

contrapposizione tra mondo borghese e mondo povero, genesi dei valori morali del mondo

povero, criteri da seguire per un'eventuale rappresentazione di tale mondo - siamo di fronte alla

Verga

«più vera e profonda dichiarazione di poetica che abbia mai fatto» (Sciascia).

Malavoglia

Il testo è illuminante per comprendere la genesi dei e i problemi che la

Verga;

rappresentazione del loro mondo poneva a è abbozzato poi con sufficiente chiarezza quella

tecnica che si definisce «l'artificio della regressione». Un argomento sul quale riteniamo utile

soffermarci è quello dell'ambivalenza dello scrittore nei riguardi del mondo della "povera gente". Il

suo atteggiamento infatti è duplice.

All'ipotetica destinataria di queste pagine - una raffinata signora interessata al povero mondo

di AciTrezza, animata da una disposizione paternalistica, ma sostanzialmente incapace di

Verga

comprenderlo - il dichiara che a «quei poveri diavoli» basta poco «perché trovino fra quelle

loro casupole sgangherate e pittoresche» tutto ciò che il bel mondo cui ella appartiene si affanna a

cercare nelle metropoli e nei luoghi alla moda.

Il mondo dei poveri diavoli è presentato quindi come alternativa positiva alla dissipazione

mondano-borghese. Il concetto è ripetuto nella conclusione (rr. 172-174): le «irrequietudini del

pensiero vagabondo» si potrebbero placare «nella pace serena dei sentimenti miti» che quel mondo

si tramanda da una generazione all'altra. L'autore fa una rassegna precisa di questi sentimenti (rr.

167-171): il «tenace attaccamento» al luogo che è toccato in sorte; la «rassegnazione coraggiosa ad

una vita di stenti»; la «religione della famiglia che si riverbera sul mestiere, sulla casa e sui sassi

che la circondano». E al giudizio spregiativo dell'interlocutrice- «l'ideale dell'ostrica! » -, obietta che

si tratta invece di «cose serissime e rispettabilissime».

Ma questo mondo di sentimenti perenni, questo universo della continuità nell'immobilità può

tragicamente incrinarsi; anche al suo interno possono insinuarsi ed esistere con effetti devastanti

l'inquietudine, la brama di cambiamento, il rifiuto dei modelli tradizionali. Anche in un mondo del

genere c'è posto allora per il dramma: «allorquando uno di quei piccoli, o più debole o più incauto,

o più egoista degli altri» si stacca e si avventura nel mondo, è destinato ad essere travolto (rr. 183-

186). Queste due posizioni chiariscono a sufficienza, ci sembra, le oscillazioni e le ambivalenze di

Verga di fronte al mondo che proprio al tempo di queste pagine si accingeva a rappresentare o già

stava rappresentando. Risulta evidente, infatti, che quel mondo gli appariva ora come Eden da

contrapporre alla «società delle Banche e delle Imprese Industriali», intatta monade, luogo

deputato dei valori immutabili, ora invece come terreno su cui potessero scatenarsi le forze capaci

di distruggere la pace serena dei sentimenti miti, semplici.

Malavoglia

È chiaro - e I , nei quali c'è posto per lo zio Crocifisso e per don Silvestro é per

Piedipapera, oltre che per padron 'Ntoni, sono lì a provarlo - che sul vagheggiamento populistico-

romantico di un'integrità della campagna prevalse l'altra prospettiva, quella «dettata invece

dall'approfondimento di una oggettiva visione della vita materialisticamente fondata, secondo la

quale la società arcaico-rurale non può che essere regolata, dalle stesse leggi naturali che si

possono rintracciare anche nella vita borghese e cittaina» (Luperini). Malavoglia

E tuttavia i segni di questa duplicità o oscillazione sono visibili: se il mondi dei è

Verga

dominato dall'inesorabile meccanismo della pura economicità, non rinunzia al

vagheggiamento del mondo dell'autenticità, dei sentimenti miti e semplici, all'idoleggiamento di

una mitizzata società patriarcale: padron 'Ntoni, (nel complesso), la Longa, Mena, Alessi, la

Nunziata, la cugina Anna ne sono incarnazioni.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere classiche
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze letterarie Prof.

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