Giovanni Verga: il verismo in Italia
Giovanni Verga è il maggior esponente della cultura italiana per quanto riguarda il Verismo. Nasce nel 1840 a Catania e qui muore nel 1922. È un uomo bello e affascinante, che rimarrà celibe. È un uomo solitario e chiuso, caratteristiche che lo porteranno ad atteggiamenti conservatori. Proviene da una famiglia benestante di idee liberali. Ebbe quindi modo di avere una formazione culturale, ma invece di formarsi con i classici compie i primi studi presso Antonio Abate, patriota e scrittore popolare.
Grazie a questa formazione apprezza romanzi di argomento storico, patriottico e sentimentale, realizzandone alcuni:
- Amore e patria
- I carbonari della montagna
- Sulle lagune
Con questi romanzi ripropone gli ideali risorgimentali con toni enfatici, tipici di essi. Successivamente si arruola nella Guardia Nazionale, testimonianza del suo coinvolgimento nell’unificazione. Decide poi di iscriversi all’università dove sceglie gli studi giuridici, che però non lo appassionano. Egli è desideroso di cambiamenti e vuole dedicarsi alla letteratura. Abbandona quindi gli studi e la Sicilia, che considera una realtà ristretta.
La carriera di Giovanni Verga
Nel 1869 si trasferisce a Firenze, a quel tempo capitale del regno. Qui si confronta con una realtà diversa: la città è ricca dal punto di vista economico e culturale. Nel 1872 si stabilisce a Milano, il maggiore centro economico e culturale del paese, dove frequenta i salotti e gli ambienti della Scapigliatura. Qui si abbandona alla vita mondana e agli amori, riscuotendo molto successo tra le donne: ha molte relazioni ma di breve durata. Tra il 1866 e 1875 raggiunge il successo come autore di romanzi di argomento sentimentale, sviluppando passioni ambientate in contesti aristocratici e borghesi.
Verga si rivolge ad un pubblico di massa, poiché la sua è una narrativa di consumo, ossia i suoi elementi sono modellati sulle attese del pubblico borghese che cerca opere di evasione e distrazione, in grado di suscitare emozioni. Esempi: monacazioni forzate, mariti infedeli che si uccidono o si pentono, ossessioni amorose e artisti traviati dalla società mondana. Titoli:
- Una peccatrice
- Storia di una capinera
- Eva
- Eros
- Tigre reale
Il verismo di Verga
Sotto il sentimentalismo traspare una condanna nei confronti della società borghese. Verga polemizza in maniera sottile questa società affarista, che nasce anche da un disagio personale. Sente infatti un forte rimpianto per la terra d’origine. Traccia evidente di ciò si ritrova nella novella “Nedda” (1874), la cui protagonista, Sebastianedda detta Nedda, è una bella e giovane raccoglitrice di olive siciliane. Ella vive una storia d’amore con un altro raccoglitore: essi si amano appassionatamente e Nedda rimane incinta, ma durante la raccolta a causa di una caduta il compagno muore. Nedda però è decisa ad affrontare la situazione e decide di continuare a lavorare. Il suo è un destino tragico: muore di fame con il suo bambino, abbandonata da tutti a causa dell’indifferenza generale. Verga racconta questa storia verosimile con tono sentimentale e paternalistico, tipico della narrativa rusticana. Questa novella fa presagire il desiderio di cambiamento artistico di Verga.
A questo punto comincia a leggere opere di autori francesi come Baudelaire e Zola, rimanendo particolarmente impressionato da quest’ultimo, soprattutto per ciò che riguarda il principio dell’impersonalità. Negli anni ’70 segue con passione discussioni e dibattiti promossi da Luigi Capuana a Milano. Verga ne rimane colpito e finisce con l’essere affascinato dai problemi riguardanti il Mezzogiorno. Pensa inoltre di potersi avvicinare al Naturalismo descrivendo la situazione dei ceti umili siciliani.
Il ciclo dei vinti
Progetta quindi di scrivere un ciclo di romanzi dal titolo “Il ciclo dei vinti”, i cui protagonisti vengono sconfitti nella lotta per la sopravvivenza e per il benessere. Verga aveva previsto 5 romanzi:
- I Malavoglia: umile famiglia siciliana
- Mastro Don Gesualdo: artigiano che sposa una nobildonna
- La duchessa di Leyra: aristocratica
- L’onorevole Scipioni: uomo politico
- L’uomo di lusso: artista
Verga vuole descrivere sul modello di Zola un quadro complessivo della società partendo dal gradino più basso. Essa è una società che soccombe di fronte ai risvolti negativi del progresso. “I vincitori di oggi sono i vinti di domani”. Verga cova quindi un certo pessimismo.
Dei 5 romanzi, Verga ne realizza solo 2: “I Malavoglia” nel 1881 e “Mastro Don Gesualdo” nel 1889. Inizia la “Duchessa di Leyra” ma non riesce a completarlo poiché incontra problemi di argomenti e di natura linguistica. I 2 romanzi pubblicati non soddisfano il pubblico, il quale reagisce negativamente per l’argomento e per le scelte tecniche. Per quanto riguarda I Malavoglia la società borghese non si identifica in questa famiglia e prova un grande sconcerto per le tecniche utilizzate. Questo romanzo verrà poi considerato il più grande romanzo verista di Verga. Anche il secondo romanzo si rivelerà un fallimento: è un romanzo realista, non verista, ma non ottiene molto successo.
Per rifarsi cerca di comporre altri romanzi di consumo, tra cui “Il marito di Elena” (1882) che però non ottiene molto successo e verrà definito dallo stesso Verga come “una ciambella mal riuscita”. Nel 1883 pubblica una raccolta molto importante: “Novelle rusticane”. Compone anche opere dalle tinte forti e opere teatrali e tra di esse ricordiamo “Cavalleria rusticana” (1884), storia di un delitto d’onore. Riprende l’argomento da una novella che aveva scritto per la raccolta “Vita dei campi”. La sua trasposizione teatrale ottiene molto successo e con essa Pietro Mascagni nel 1890 realizza una riduzione operistica: un libretto che conserva poco dell’originale. Verga allora intenta causa sia a lui sia alla casa editrice che lo ha pubblicato. Vince la causa e ottiene una notevole somma di denaro riscuotendo i suoi diritti d’autore, garantendosi serenità economica per tutto il resto della vita.
Il ritorno in Sicilia
I fallimenti letterari lo portano a riflettere sul suo impegno di scrittore e sul suo soggiorno a Milano, dove si sente a disagio. Nel 1893 decide allora di tornare a Catania dove si chiude in se stesso e si circonda dei membri della sua famiglia, continuando a scrivere. Nel 1894 pubblica una raccolta di novelle dal titolo “Don Candeloro e compagni” e nel 1903 un dramma, “Dal tuo al mio”.
Nell’ultimo periodo l’opera che gli sta più a cuore è la Duchessa di Leyra, ma nonostante il suo impegno non riuscirà a completarla. Negli ultimi anni si chiude in solitudine e matura idee sempre più reazionarie e conservatrici. Applaude le repressioni del ’98 a opera di Bava Beccaris e diventa sostenitore di Crispi e del suo autoritarismo. Sarà inoltre nazionalista e interventista all’alba della prima guerra mondiale.
Nel 1869 Verga parte dalla Sicilia pieno di sogni letterari e con il desiderio di diventare un grande scrittore. Quando arriva a Firenze e a Milano si rende conto che nella vita della grande città che si sta dirigendo verso l’industrializzazione non c’è spazio per la sua concezione dell’artista. Alimenta quindi un profondo disagio e già nella prefazione di “Eva” critica aspramente il mondo borghese e esprime il suo desiderio di voler gettare in faccia al pubblico borghese una narrazione “senza retorica e senza ipocrisia”, quindi una narrazione vera.
Denuncia inoltre il materialismo della società orientata verso il guadagno e il piacere, non tiene conto degli elementi spirituali e considera l’arte come un “lusso per sfaccendati”. Durante il periodo milanese rimane affascinato dalla letteratura francese e dal dibattito che si sviluppa. Legge Balzac, Flaubert e Zola, rimanendo affascinato dal principio dell’impersonalità. L’oggettività è infatti l’unico modo per abbandonare la produzione patetica e soggettiva. Si avvicina a Zola e rimane affascinato dalle sue idee sul ruolo dello scrittore: scienziato o tecnico della letteratura.
Verga vuole creare un’opera che sembri fatta da sé, che non conservi l’impronta dell’autore e che dia al pubblico l’impressione di trovarsi davanti a un fatto come si è oggettivamente verificato. Egli approfondisce le teorie di Zola e mostra perplessità nei confronti dell'idea di Zola che l’opera debba raccontare studi sociali. Decide quindi di descrivere la vita delle classi sociali nella realtà siciliana, che alla fine del 1870 diventa oggetto di analisi, inchieste e dibattiti. Verga non riconosce al romanzo altro che una forma artistica e considera l’oggettività della narrazione come un metodo di scrittura.
La tecnica narrativa di Verga
Nel 1880 pubblica una raccolta di novelle dal titolo “Vita dei campi”, in cui manifesta il suo pensiero. Questa raccolta è composta da 8 novelle di ambientazione siciliana in cui sperimenta la tecnica narrativa dell’impersonalità, cercando di sparire come autore e cedere la parola ai minatori, ai contadini,... cercando quindi di mimetizzarsi.
In essa si colgono:
- Tecnica dello straniamento: Tende a mostrare com’è strano un fenomeno normale presentandolo da un punto di vista inedito. Esso costringe alla riflessione: il lettore sviluppa un atteggiamento critico nei confronti della vicenda. In questo modo l’immedesimazione è negata.
- Artificio di regressione: Verga regredisce nel punto di vista di questa voce narrante, che diventa ignorante e superstiziosa. La sua opinione non è però condivisa da tutti: si apre un divario tra il punto di vista chiaro ed esplicito della voce narrante e il punto di vista implicito dell’autore. Si completa così il processo di straniamento.
Verga celebra il mondo dei sentimenti miti e semplici del mondo siciliano e sembra contrapporlo alla società borghese milanese. Questa raccolta è una ricerca di valori alternativi e della nostalgia per la terra natia, rappresentata come un mondo positivo.
Gli elementi romantici presenti sono:
- Forte simbolismo lirico: insiste sulla corrispondenza tra animo e paesaggio
- Esaltazione dell’amore come passione (esempi: la lupa, l’amante, il pastore)
Il mondo siciliano sembra positivo, ma ci sono profonde contraddizioni: è caratterizzato infatti da un insieme di superstizioni e pregiudizi, tipici della tradizione popolare che mietono vittime. Esempi sono “Rosso Malpelo”, “Ieni il pastore” e “La lupa”, in cui Verga rappresenta le leggi crudeli, superstiziose, che cambiano e distruggono la vita dei protagonisti, che finiscono col diventare degli esclusi. È quindi un mondo feroce, dominato dal diritto del più forte. Rappresentare le contraddizioni è un modo per creare un’opera verista.
In questa raccolta Verga affronta vari temi:
- Tema dell’esclusione in Rosso Malpelo
- Tema dell’amore come passione ne La lupa
- Tema della religiosità/ideale dell’ostrica in Fantasticheria
In questa raccolta, in modo particolare in Fantasticheria, illustra la sua religiosità laica. Egli ha il culto della famiglia, paragonando l’uomo alle ostriche: come esseri rimangono attaccate allo scoglio per difendersi dal pesce vorace che aspetta che si stacchino per divorarle, gli uomini non possono fare altro che stringersi attorno al focolare domestico per trovare rifugio dalle tempeste della vita. Per questo tutti coloro che abbandonano il nido familiare sono destinati alla tragedia.
Verga ha una visione pessimistica della vita: non esiste la differenza tra oppresso e oppressore. Esiste invece un profondo mobilismo: tutti sono destinati a essere i vinti nella lotta per la sopravvivenza.
Rosso Malpelo
Rosso Malpelo è una novella pubblicata nel 1878 ma inserita nella raccolta Vita dei campi nell’edizione del 1880. L’edizione definitiva viene successivamente inserita nell’edizione illustrata di Vita dei campi nel 1897. In quest’ultima edizione Verga applica l’impersonalità in maniera più rigorosa.
La stesura di questa novella è ispirata a un’inchiesta sul lavoro minorile che fu oggetto di un dibattito parlamentare che riguardava anche la riduzione dell’orario di lavoro dei minorenni. Oltre che da questo dibattito, Verga rimane colpito dalla lettura di un libro di Franchetti e Sonnino dal titolo “Inchiesta in Sicilia”, in cui si analizza il lavoro in Sicilia, rimanendo particolarmente impressionato da un capitolo sul lavoro nelle miniere.
Riassunto: Rosso Malpelo è un ragazzo che lavora nella cava di rena (sabbia), ritenuto malvagio e tiranneggiato da tutti per il colore dei suoi capelli (rossi). Per questo pregiudizio viene chiamato Rosso Malpelo. Al lavoro i colleghi lo maltrattavano, come del resto faceva sua sorella, che lo picchiava perché non era sicura che portasse a casa tutto il suo stipendio. Egli lavorava duro e l’unico che lo proteggeva era il padre, il quale muore nella cava per un incidente: Mastro Misciu un giorno doveva terminare un lavoro a cottimo molto pericoloso per cui rimase anche il figlio ad aiutarlo, ma inaspettatamente una montagna di rena lo seppellì. Malpelo rimane quindi indifeso, diventando così vittima della violenza di tutti.
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