Letteratura italiana
La lirica del Duecento in Italia
La letteratura volgare in Italia nasce nel Duecento. Questa produzione nel centro nord utilizza il volgare poiché è la lingua d’uso delle classi in ascesa nelle città del tempo, la borghesia mercantile. Non esistendo però ancora un volgare nazionale, i vari letterati del tempo, a seconda del luogo dove si trovano ad operare, si esprimono nella lingua locale dando origine a un vero e proprio fenomeno di policentrismo linguistico che si accompagna al policentrismo politico tipicamente italiano.
I diversi volgari non solo si sviluppano in aree geografiche diverse ma danno anche origine a generi letterari diversi: in Sicilia nasce la poesia lirica che poi si diffonde tra Bologna e la Toscana; in Toscana si sviluppa la poesia comico-parodica e quella allegorica; in Umbria la poesia religiosa.
La scuola siciliana
I siciliani riprendono i procedimenti stilistici e le forme metriche dei modelli provenzali, concentrandosi esclusivamente sulla tematica amorosa. Questa chiusura esclusivamente sul tema amoroso si può comprendere tenendo conto del diverso ambiente sociale e politico in cui nasce la poesia siciliana, rispetto alla contemporanea poesia del nord d’Italia.
Qui troviamo un mondo ricco di contrasti, ricordiamo la lotta tra guelfi e ghibellini, la lotta tra comuni, nelle città vi è una vita sociale intensa a cui l’intellettuale borghese è chiamato attivamente a partecipare; in Sicilia invece vi è un forte potere monarchico per cui tutta la vita politica si conforma ad un unico volere. Per i funzionari di corte siciliani la poesia è solo evasione dalla realtà e segno di appartenenza ad un’élite, è solo un puro raffinato passatempo aristocratico.
Nella poesia siciliana ricorrono i temi dell’amor cortese: l’omaggio feudale alla dama di fronte alla quale l’amante si professa umile servitore, le lodi alla donna, alle sue doti fisiche e spirituali, alla sua bellezza, alla sua superiorità rispetto a ogni altra donna.
I poeti siciliani più importanti sono Iacopo da Lentini, Pier della Vigna e Guido delle Colonne, i loro testi tuttavia, salvo pochissime eccezioni, non ci sono pervenuti nella loro forma originale ma nella trascrizione di copisti toscani, che ne hanno toscanizzato la lingua.
La scuola toscana
Con la caduta della monarchia sveva (1266) l’eredità della scuola siciliana viene raccolta dai poeti toscani che ne riprendono i principali aspetti utilizzando tuttavia la propria lingua e affiancando alla tematica amorosa quella civile e politica. Il poeta più significativo di questa tendenza è Guittone d’Arezzo (1235-1294), la cui produzione comprende canzoni d’ispirazione politica.
Il "dolce stil novo"
A Firenze, negli ultimi decenni del 200, un gruppo di poeti, pur restando nel solco della lirica amorosa d’ispirazione cortese, si allontana dalla precedente esperienza poetica siciliana e toscana, dando vita a una nuova tendenza, definita da Dante nel Purgatorio, il quale vi aderì in gioventù per poi distaccarsene totalmente, "dolce stil novo".
Gli esponenti di questa nuova tendenza sono i fiorentini Guido Cavalcanti, Dante, Lapo Gianni, Dino Frescobaldi. A livello formale tali poeti si distinguono dai loro predecessori per il rifiuto degli astrusi artifici stilistici cari a Guittone e per l’adozione di uno stile più limpido e piano che viene appunto definito col termine tecnico dolce. Per quanto riguarda i contenuti, si afferma invece una visione spiritualizzata della donna che viene esaltata come angelo in terra e dispensatrice di salvezza.
Guido Guinizelli (1230-1276)
È il precursore del dolce stil novo, autore della canzone manifesto della nuova tendenza, Al cor gentil rempaira sempre amore. Il tema del componimento che sarà poi centrale nella produzione stilnovistica, è quello della gentilezza, intesa come nobiltà morale, delicatezza di sentimenti, magnanimità, qualità personali non legate alla nascita ma all’intelligenza e alla cultura: solo chi possiede queste qualità può amare, vale a dire essere poeta d’amore. La canzone dà dunque voce all’ispirazione dei ceti emergenti comunali a presentarsi come nuova aristocrazia, fondata sulla superiorità culturale.
Guido Cavalcanti (1259-1300)
Insieme con Dante è figura di spicco dello stilnovismo. Tema ricorrente nella sua produzione è l’analisi degli effetti sconvolgenti che l’amore, rappresentato come forza terribile e oscura, produce sull’amante, mentre la donna resta lontana e irraggiungibile, avvolta come da un alone mistico.
Anche Dante nella sua giovinezza fa parte del gruppo e scrive liriche in cui riprende il suo maestro Guinizzelli e Cavalcante. Ma ben presto si distacca da questa tendenza. Segno del distacco è già l’operetta in cui raccoglie parte di queste liriche corredandole con un commento in prosa, La Vita Nuova. Nella Commedia poi, l’amor cortese e stilnovistico è visto come sentimento peccaminoso e pieno di insidie e lo stesso suo maestro Guinizzelli viene collocato nel Purgatorio tra i peccatori di lussuria.
Dante Alighieri
Figura centrale della letteratura medievale, Dante visse in un’epoca di convulsi cambiamenti politici e sociali, incarnando il modello dell’intellettuale cittadino, che concepisce la cultura come fattivo impegno morale e civile. Dante nasce a Firenze nel 1265 da una famiglia della piccola nobiltà cittadina di parte guelfa. Ben presto nasce in lui la vocazione alla poesia, come egli stesso ci dice nella Vita Nuova, imparò da sé "l’arte di dire parole per rima" leggendo i poeti provenzali, quelli siciliani, Guittone, Guinizzelli e subendo anche l’influenza dell’amico Cavalcanti.
La sua esperienza intellettuale e sentimentale dei suoi anni giovanili ruota attorno alla figura di una donna, che egli chiama Beatrice, e che si carica di complessi significati, restando poi il cardine di tutto il suo percorso successivo. La morte di Beatrice, segna per Dante un periodo di smarrimento, ma costituisce anche lo stimolo per uscire dal mondo chiuso e rarefatto dello stilnovismo e ampliare i suoi orizzonti culturali e a stabilire un rapporto con la realtà della vita civile e politica.
Era quello un periodo difficile per Firenze, divisa tra le fazioni opposte di guelfi bianchi e guelfi neri e minacciata nella sua autonomia da papa Bonifacio VIII che mirava ad imporre il dominio della chiesa sulla Toscana. Dante aveva a cuore sia la pace interna sia l’autonomia del Comune, per questo si adoperò per ristabilire la concordia tra i cittadini e contrastare le manovre del papa, egli era infatti più vicino ai guelfi bianchi che difendevano la libertà di Firenze, mentre i neri appoggiavano la politica del papa. Cercare la storia di guelfi e ghibellini.
L’esilio lo spinse a un pellegrinaggio per le varie regioni italiane. La sua funzione era quella di uomo di corte presso signori che ospitavano uomini di cultura per ricavarne lustro e prestigio. A Firenze però Dante volgeva sempre il pensiero, la nostalgia appare frequentemente nelle sue opere. L’esilio però gli servì per allargare ulteriormente i suoi orizzonti.
La Vita Nuova
È una raccolta di liriche che Dante scrive tra il 1293 e il 1295 dopo la morte di Beatrice. L’opera è composta dalle liriche più significative scritte da Dante fino a quel momento, precedute da un commento in prosa che spiega l’occasione da cui i singoli componimenti erano nati, e seguite da un commento retorico.
Questa era una novità di grandissima portata perché fino ad allora tutti i poeti si limitavano a scrivere dei canzonieri, cioè una serie di liriche staccate che si affiancavano l’una all’altra senza alcun tipo di nesso. Dante con quest’opera invece, intende individuare nelle poesie un senso profondo e unitario, la linea di svolgimento della sua vicenda interiore sia di vita che poetica. La Vita Nuova si presenta dunque come ricapitolazione di un’esperienza passata, e al tempo stesso come ricostruzione del suo significato profondo.
Di qui scaturiscono le dispute tra coloro che interpretano la Vita Nuova come reale documento autobiografico e coloro che lo ritengono una pura trascrizione simbolica di idee e sentimenti.
La trama
Dante ricostruisce la propria vicenda poetica e sentimentale dal primo incontro con Beatrice all’età di nove anni fino al momento in cui la donna, ormai morta, gli appare nella gloria dell’empireo. Il percorso delineato segna il progressivo superamento della concezione cortese dell’amore.
L’opera può essere suddivisa in tre parti: nella prima si tratta degli effetti che l’amore produce sull’amante, nella seconda si ha la lode della donna, nella terza la morte della gentilissima. A queste tre parti corrispondono tre diversi stadi dell’amore. Nel primo siamo ancora legati ai canoni dell’amor cortese, secondo cui l’amante poteva sempre sperare in una ricompensa al suo amore da parte della donna e dove il saluto della gentilissima era visto come fonte di felicità.
In linea con i rituali dell’amor cortese egli non rivela agli altri l’identità della donna amata per proteggerla dall’invidia dei pettegoli e finge così di rivolgere il suo amore ad altre donne che chiama "dello schermo". La finzione suscitò le chiacchiere della gente e ciò provoca lo sdegno di Beatrice che gli nega il saluto. Ciò provoca nel poeta uno stato di profonda sofferenza. La negazione del saluto fa scoprire a Dante che la felicità deve nascere non da un appagamento esterno e materiale ma da lui stesso, dalle parole che lodano la sua donna.
È questo il secondo stadio dell’amore. Egli non ama più la donna per averne qualcosa in cambio ma l’amore diventa fine a se stesso; l’appagamento consiste solo nel contemplare e lodare la creatura altissima che è in terra come un miracolo. Questo modo di intendere l’amore ha una stretta affinità con l’amore mistico, l’amore dei beati in cielo, che non mira a ricompense materiali e trova la sua beatitudine solo nella contemplazione e nella lode di Dio.
L’amore per Beatrice si è innalzato a un livello superiore, non è più una passione terrena, ma è la forza che muove tutto l’universo, che innalza l’uomo fino a Dio. La donna per Dante è il tramite tra lui e Dio, è l’amore per la donna che innalza l’anima sino alla contemplazione di Dio, questo è il terzo stadio. Dietro le apparenze di una vicenda d’amore, La Vita Nuova narra dunque di un’esperienza mistica, è un viaggio a Dio con Beatrice come guida, come sarà poi la Commedia.
Le Rime
Non sono un canzoniere organico costruito dal poeta secondo un disegno, ma una raccolta messa insieme e ordinata dai moderni editori, che riunisce il complesso della produzione lirica dantesca dalla giovinezza sino all’età matura. Le rime giovanili riflettono le tendenze della lirica cortese con il tema amoroso, la produzione successiva alla Vita Nuova appare diversa: il poeta affronta temi filosofico morali, sperimenta la poesia comica e burlesca. Dopo l’esilio prevalgono nettamente i temi morali con un accentuarsi della visione negativa della realtà contemporanea.
Il Convivio
Frutto degli studi filosofici e dell’esperienza politica, la prima opera dottrinaria di Dante, scritta tra il 1304 e il 1307 e rimasta incompiuta, avrebbe dovuto configurarsi come una vasta enciclopedia di tutto lo scibile umano, si apre ad un pubblico più largo e si propone un vero e proprio compito di promozione culturale.
In quest’opera Dante si propone di offrire un "banchetto" di sapienza, ma non ai dotti, bensì a tutti coloro che per diversi motivi non hanno potuto dedicarsi agli studi, pur essendo dotati di spirito gentile, elevato e virtuoso. Dante mira a un pubblico nobile, di una nobiltà che può essere di nascita ma anche solo spirituale ed etica; un pubblico che sia capace di rivolgersi alla cultura in maniera disinteressata, per puro amore di conoscenza, non per motivi di lucro come fanno gli intellettuali di professione.
Per questo non scrive in latino, la lingua che la tradizione imponeva alle opere dottrinali, ma in volgare; anzi del volgare pronuncia un’appassionata esaltazione, proclamando che la sua dignità è pari a quella del latino. Il Convivio può essere considerato il primo esempio di vera prosa volgare italiana.
Il De Vulgari Eloquentia
Scritto nello stesso periodo del Convivio, il De Vulgari Eloquentia ne riprende ed amplia il discorso sulla dignità del volgare. Lo scritto intende fornire al pubblico dotto un trattato di retorica che fissi le norme per l’uso della lingua volgare. Con la sistemazione teorica dantesca si conclude perciò il massimo livello di affermazione del volgare come lingua della cultura, che si era svolto lungo tutto il corso del 200.
Scritta in latino, e quindi destinata esclusivamente ai dotti, l’opera mirava ad esaltare l’uso del volgare illustre, cioè un volgare che per la prima volta poteva essere usato per uno stile sublime, che potesse trattare di argomenti elevati e importanti da quelli amorosi a quelli morali, civili e politici. Tale lingua però non coincideva con alcuno dei dialetti italiani, toccherà agli intellettuali e ai dotti trovare un’unità linguistica.
Il De Monarchia
È un trattato politico in latino, la cui composizione si deve collocare nel periodo della discesa in Italia di Enrico VII di Lussemburgo (1310-1313) che suscitò in Dante l’illusione di una restaurazione dell’impero universale che potesse ristabilire in Italia l’autorità imperiale. Il tema principale del libro è il rapporto tra impero e chiesa. Dante afferma che i due poteri sono autonomi, poiché entrambi derivano direttamente da Dio. Il loro rapporto è come quello fra due soli.
La loro sfera d’azione è però diversa: l’impero ha per fine la felicità dell’uomo in questa terra, la chiesa invece il raggiungimento della beatitudine eterna. Per quanto ciascuno delle due guide è autonoma, la loro azione è tuttavia complementare, in quanto solo in pace e in concordia l’umanità può seguire la guida del papa e giungere alla salvezza.
La Commedia
La Commedia nasce da una visione cupa e apocalittica della realtà presente e dalla ansiosa speranza di una salvezza futura. Dante vede dinanzi a sé, proprio attraverso la sua esperienza di uomo politico prima, e di esule in varie regioni d’Italia poi, un mondo caotico, violento e corrotto, privo di ogni virtù ma ricco di male. Causa principale di questo sfacelo è la crisi dell’impero e della chiesa.
L’imperatore dimentica la sua funzione di supremo arbitro della vita civile, che dovrebbe assicurare agli uomini la felicità su questa vita e trascura di esercitare la sua autorità sull’Italia, che così è fatta indomita e selvaggia. La chiesa invece di perseguire il fine della salvezza delle anime pensa solo alla potenza terrena, cercando di sostituirsi all’imperatore, corrompendosi nella ricerca di beni mondani.
La missione che si propone Dante è proprio quella di salvare il mondo da questa crisi, egli ritiene di essere stato investito da Dio della missione di indicare all’umanità la via della rigenerazione e della salvezza. Per questo, obbedendo alla volontà divina, deve compiere il viaggio nei tre regni dell’oltretomba, esplorare tutto il male del mondo che si concentra nell’inferno, trovare la via dell’espiazione e della purificazione nel purgatorio, ascendere di cielo in cielo sino alla visione diretta di Dio. Tutto quanto apprenderà in questo viaggio miracoloso, una volta tornato sulla terra dovrà ripeterlo agli uomini mediante il suo poema, in modo che essi possano vedere la diritta via che hanno smarrito. La Commedia assume quindi un carattere di messaggio profetico.
Lo stesso Dante, nel corso del poema, assume l’atteggiamento del profeta biblico, che proferisce oscuri messaggi sul futuro dell’umanità, invoca terribili castighi divini sui peccati. Il viaggio è dunque la storia della redenzione personale di Dante, come individuo particolare, ma Dante rappresenta anche tutta quanta l’umanità, incamminata verso la sua collettiva redenzione: redenzione che ha come fine ultimo la salvezza eterna nella città celeste, ma prima ancora la felicità di questa vita, nella città terrena.
Dante non è solo lo scrittore della Commedia ma ne è anche il protagonista. C’è quindi un Dante personaggio o attore, quindi protagonista del viaggio a cui compete il tempo della storia, ossia la vicenda già accaduta e vissuta. C’è un Dante autore a cui compete il tempo del discorso, cioè l’atto del raccontare la drammatica esperienza di quel viaggio. I due Danti si distinguono non solo dallo scarto temporale, il racconto è successivo all’esperienza, ma anche dalla loro diversità psicologica e morale.
Dante personaggio è l’osservatore del mondo dei morti, colui che non sa e ha il compito di apprendere; è contraddistinto quindi da incertezze, paure, dubbi, incapace di procedere senza l’aiuto di una guida. Dante autore è colui che ha visto quindi sa e ha il compito di rivelare all’umanità il suo viaggio. Contraddistinto da possesso di verità, sicurezza.
Tempo del viaggio
Il viaggio si svolge nella settimana pasquale del 1300, dall’alba del venerdì santo, 8 aprile, fino a mercoledì 13 aprile. È la settimana della resurrezione di Cristo e Dante farà coincidere il proprio arrivo in purgatorio con la domenica di Pasqua, 10 aprile. Il 1300 inoltre non è solo il primo giubileo, anno santo, della storia, indetto dal papa per la remissione dei peccati, ma è anche un anno trinitario contrassegnato dall’1 e dal 3. Il 1300 è anche il 35o anno del calendario.
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