Atto primo
Scena prima - Atene
Una sala in casa di un gioielliere
Mercante (guardando il gioiello): È ben tagliato. È ricco, anche. Vedete che acqua!
Pittore: Siete assorto in qualche opera dedicata a questo eminente signore?
(Entrano il Poeta, il Pittore, il Gioielliere, il Mercante e altri da porte diverse)
Poeta: Una cosetta sfuggita al mio estro. La nostra poesia è una gomma che trasuda di là donde essa trae nutrimento: la selce non dà scintille quando non è percossa, ma la nostra nobile fiamma s'alimenta da sé e come la corrente sormonta gli ostacoli in cui s'abbatte.
Poeta: Buon giorno, signore.
Pittore: Son lieto di trovarvi bene.
Poeta: È da molto che non vi vedo. E il mondo? Come va?
Pittore: Un quadro, signore. E quando apparirà il vostro libro?
Poeta: Non appena gli sarà stato offerto. Vediamo il vostro quadro.
Pittore: È un lavoro che va.
Poeta: Infatti. Mi pare che sia riuscito molto bene.
Pittore: Passabilmente.
Poeta: Ammirevole, anzi. Quale grazia emana da questo portamento e quale potenza d'intelletto sfavilla nello sguardo! E come turge l'immaginativa in codeste labbra! Il gesto è muto, ma per merito vostro si può bene interpretarlo.
Pittore: È una riuscita imitazione del vero. Che dite di questo tocco?
Gioielliere: Ho qui un gioiello....
Poeta: Che fa lezione alla natura. Lo sforzo dell'arte vive in questi segni con più vigore della vita stessa.
Mercante: Vi piaccia farmelo vedere. È per messer Timone?
Gioielliere: Se è pronto a pagarne il prezzo. Ma quanto a questo...
Pittore: Che seguito ha questo signore!
Poeta: Quando esaltiamo per pecunia il vile, s'offusca fin la gloria del poema che ha per natura di cantare il bene.
Personaggi
- Timone, nobile ateniese
- Lucio, Lucullo, Sempronio, nobili, adulatori di Timone
- Ventidio, uno dei falsi amici di Timone
- Alcibiade, condottiero ateniese
- Apemanto, filosofo senza creanza
- Flavio, maggiordomo di Timone
- Flaminio, Lucilio, Servilio, servi di Timone
- Filoto, Tito, Lucio, Ortensio e altri, servi dei creditori di Timone
- Un Poeta, un Pittore, un Gioielliere e un Mercante
- Un vecchio Ateniese
- Il Servo di Varrone e il Servo d'Isidoro (creditori di Timone)
- Tre Stranieri
- Un Paggio
- Un Pazzo
- Timandra, Frine, amanti di Alcibiade
- Nobili, Senatori, Ufficiali, Soldati, Ladri e altre comparse
Nel ballo: Cupido e le Amazzoni.
La scena è in Atene e nelle foreste vicine.
Poeta: Vedete che ressa, che vasta ondata di ospiti. Io ho nella mia povera opera ritratto un uomo che il mondo di quaggiù abbraccia e stringe con la più lieta accoglienza. Il mio libero estro non si fissa ad alcun oggetto particolare, ma spazia su un ampio mare di cera. Nessun maligno strale avvelena pur una virgola nel suo corso: ma esso vola un suo volo d'aquila franco e diritto, che non lascia tracce dietro di sé.
Pittore: Che intendete dire?
Poeta: Ora vi spiego. Voi vedete come tutti i ceti e tutti gli spiriti, i più frivoli e vani non meno che i più profondi e austeri, offrono i loro servigi al nobile Timone: la sua ricchezza, ai cenni della sua buona e felice natura, propizia e guadagna al suo affetto e al suo omaggio ogni sorta di cuori. Oh sì, dal viaggiatore il cui volto è come uno specchio, fino a quell'Apemanto che nulla ama di più che l'odio di se stesso, e anch'egli cade in ginocchio dinanzi a lui e s'allieta e si crede più ricco se Timone gli fa un cenno.
Pittore: Li ho veduti già parlare insieme.
Poeta: Messere, sopra un'alta e piacevole collina ho immaginato la Fortuna in trono; alla base del monte sono allineati uomini del merito più vario, le più diverse nature che si travagliano sul seno di questo globo a migliorare la loro sorte; fra costoro, che hanno gli occhi fissi su questa sovrana signora, ho raffigurato un uomo con le sembianze del nobile Timone che la Fortuna chiama a sé con un cenno dell'eburnea mano, con tale pronto favore mutando gli altri di colpo da rivali in altrettanti servi e schiavi.
Pittore: E' una grandiosa concezione. Questo trono, questa Fortuna, questo colle, un uomo scelto con un cenno dalla turba sottostante, che si arrampica a testa bassa sull'impervia ascesa per raggiungere la sua felicità, tutto ciò, credetemi, si addice benissimo a essere espresso dalla nostra arte.
Poeta: È vero, ma ascoltatemi ancora; costoro tal che erano poco fa tutti suoi eguali, e anche taluno da più di lui, oggi seguono i suoi passi, riempiono d'ossequio le sue gallerie, versano propiziatori sussurri nel suo orecchio, fan cosa sacra persino della sua staffa e gli fanno credere che se respirano è solo in grazia sua.
Pittore: Ebbene, e poi?
Poeta: Quando la Fortuna, nel suo capriccioso mutamento d'umore, spinge in basso questo suo favorito, tutti i seguaci che arrancavano con mani e ginocchi dietro di lui per raggiungere l'eminenza del colle, lo lasciano scivolar giù e non uno di loro seguirà il suo declinante passo.
Pittore: È cosa comune. Potrei mostrarvi migliaia di pitture simboliche le quali più efficacemente della parola vi illustrerebbero codesti súbiti rovesci della sorte. Pur fate bene se dimostrate al nobile Timone che gli occhi più umili hanno veduto il piede prendere il posto del capo.
(Suono di trombe. Entra Timone e si rivolge affabilmente all'uno e all'altro dei suoi seguaci; un Servo di Ventidio parla con lui; Lucilio e altri vengono appresso)
Servo di Venanzio: Sì, mio buon signore. Il suo debito è di cinque talenti; i suoi mezzi son deficienti e i creditori intransigenti. Chiede se Vostro Onore potesse indirizzare una lettera a coloro che lo hanno fatto rinchiudere; impegnatevi sull'onor vostro, e la ragazza è sua.
Timone: Sta bene, e con questo?
Servo di Venanzio: Quest'uomo, nobile Timone, questo tuo dipendente, di nottetempo frequenta la mia casa.
Timone: In prigione, voi dite?
Servo di Venanzio: Il suo debito è di cinque talenti; i suoi mezzi son deficienti e i creditori intransigenti. Chiede se Vostro Onore potesse indirizzare una lettera a coloro che lo hanno fatto rinchiudere; impegnatevi sull'onor vostro, e la ragazza è sua.
Timone: Raccomandatemi a lui. Pagherò il suo riscatto; e quando sarà rilasciato, ditegli di venire da me. Non basta soccorrere il bisognoso, occorre confortarlo anche dopo. Addio.
(Esce il Servo di Venanzio. Entra un vecchio Ateniese)
Vecchio ateniese: Nobile Timone, ascoltami.
Timone: Volentieri, buon vecchio.
Vecchio ateniese: Tu hai un servo che si chiama Lucilio.
Timone: Infatti. E che per ciò?
Vecchio ateniese: Quest'uomo, nobile Timone, questo tuo dipendente, di nottetempo frequenta la mia casa. Io sono un uomo che fu sempre incline al guadagno e la mia fortuna merita un più degno erede di colui che regge un tagliere.
Timone: Sta bene, e con questo?
Vecchio ateniese: Ho una sola figliola, nessun altro congiunto e a lei voglio lasciare tutto il mio avere. La ragazza è bella, delle più giovani tra quelle da marito, e io l'ho educata nel più acconcio modo, senza badare a spese. Quest'uomo del tuo seguito pretende il suo amore. Io ti prego, degno Timone, unisciti a me nel proibire che egli la vada a visitare; per mio conto ho già parlato, e invano.
Timone: Ed essa lo ama?
Vecchio ateniese: Essa è giovane e proclive. I nostri amori d'un tempo possono insegnarci quanto è leggera la gioventù.
Timone (a Lucilio): E voi l'amate?
Lucilio: Sì, signor mio; ed essa ne è contenta.
Vecchio ateniese: Se essa si sposa senza il mio consenso chiamo gli dèi a testimoni che io eleggerò il mio erede fra tutti i mendichi di questo mondo e la spossederò di tutto.
Timone: Qual dote le assegnerai se ella dovrà unirsi con uno della sua condizione?
Vecchio ateniese: Per ora, tre talenti. Più tardi tutto.
Timone: Questo gentiluomo del mio seguito mi ha servito da gran tempo. Voglio fare un piccolo sforzo per edificare la sua fortuna, poiché ciò è un dovere tra uomini. Dagli tua figlia, ciò che tu le assegnerai io concederò a lui per bilanciare la fortuna dei due.
Vecchio ateniese: Mio degno signore, il Servo di Venanzio: Vostra Signoria lo obbligherà per sempre.
Timone: E allora, Lucilio, che fai qui? Vattene, e se il tuo cuore è tuo, amala e difendila.
(Escono Lucilio e il vecchio ateniese)
Poeta: Vi piaccia gradire l'opera mia, viva a lungo la Vostra Signoria!
Gioielliere: Oh, non risparmia nessuno.
Timone: Dovessi pagarlo alla stregua di quel che si vanta, non mi resterebbe niente indosso.
Gioielliere: Mio signore, il suo prezzo è quanto pagherebbero i commercianti. Ma voi sapete che oggetti di egual valore, appartenendo a persone diverse, sono stimati a seconda dei loro proprietari. Credete, signore, voi migliorate il gioiello portandolo.
Timone: Voi scherzate.
Mercante: No, signore, è voce comune, e come a lui parlano tutti insieme.
Timone: Guardate chi viene. Volete essere sgridati?
(Entra Apemanto)
Timone: Buon giorno a te, gentile Apemanto.
Apemanto: Quando sarò gentile ti restituirò il buon giorno, cioè quando tu sarai il cane di Timone e queste canaglie saranno oneste.
Timone: Perché li chiami canaglie senza conoscerli?
Apemanto: Non sono forse ateniesi?
Timone: Certo.
Apemanto: Allora non ho da ritrattarmi.
Gioielliere: Mi conoscete Apemanto?
Apemanto: Lo sai, se ti ho chiamato col tuo nome.
Timone: Sei orgoglioso, Apemanto.
Apemanto: Di nulla così come di non essere simile a Timone.
Timone: Dove vai?
Apemanto: A fracassare il cervello d'un onesto ateniese.
Timone: È un'azione che pagheresti con la vita.
Apemanto: È giusto, se a colpire il nulla si è dannati a morte dalla legge.
Timone: Ti piace questo quadro, Apemanto?
Apemanto: Molto, per la sua insulsaggine.
Timone: Chi l'ha dipinto non sapeva dunque il fatto suo?
Apemanto: Meglio lo sapeva chi ha fatto il pittore: e ha fatto tuttavia una ben sudicia cosa.
Pittore: Siete un cane.
Apemanto: Tua madre è della mia stirpe. Che sarà mai se io sono un cane?
Timone: Vuoi restare a pranzo con me, Apemanto?
Apemanto: No, non mangio i signori.
Timone: Come? Te stesso?
Apemanto: Sì.
Timone: Se tu lo facessi daresti un dolore alle signore.
Apemanto: Oh, son esse a mangiarli, come si può vedere dai loro ventri gonfi.
Timone: Questo che tu sostieni è scurrile.
Apemanto: Se tale lo ritieni, tientelo per le tue pene.
Timone: E questo gioiello ti piace, Apemanto?
Apemanto: Molto meno del parlar chiaro che non costa un soldo all'uomo.
Timone: Quanto pensi che valga?
Apemanto: Non vale la pena che io ci pensi. Ebbene, poeta?
Poeta: Ebbene, filosofo?
Apemanto: Sì, per veder la carne riempire i furfanti e il vino riscaldare gli sciocchi.
Secondo signore: Addio, addio.
Apemanto: Sei pazzo, a dirmi addio due volte.
Secondo signore: E perché, Apemanto?
Apemanto: Potevi tenerne uno per te, dato che io non intendo dirtene neppure uno.
Primo signore: Impiccati!
Apemanto: Non faccio nulla a tua richiesta. Chiedi ciò al tuo amico.
Secondo signore: Va' via, implacabile cane, o ti caccerò di qui a pedate.
Apemanto: Farò come il cane che fugge il calcio dell'asino.
(Esce)
Primo signore: È un nemico del genere umano. Ebbene? Non entriamo a gustare la liberalità di Timone? Egli sorpassa davvero la gentilezza in persona.
Secondo signore: Ne trabocca tutto. Pluto, il dio dell'oro, è appena il suo castaldo.
(Entrano alcuni Senatori, e traversano la scena)
Poeta: Senatori d'Atene. Un uomo fortunato!
Pittore: Eccone altri.
Flavio, maggiordomo di Timone: Timone, non basta soccorrere il bisognoso, occorre confortarlo anche dopo. Addio.
(Esce)
Timone: Raccomandatemi a lui. Pagherò il suo riscatto; e quando sarà rilasciato, ditegli di venire da me. Non basta soccorrere il bisognoso, occorre confortarlo anche dopo. Addio.
(Entra un vecchio Ateniese)
Vecchio ateniese: Nobile Timone, ascoltami.
Timone: Volentieri, buon vecchio.
Vecchio ateniese: Tu hai un servo che si chiama Lucilio.
Timone: Infatti. E che per ciò?
Vecchio ateniese: Quest'uomo, nobile Timone, questo tuo dipendente, di nottetempo frequenta la mia casa. Io sono un uomo che fu sempre incline al guadagno e la mia fortuna merita un più degno erede di colui che regge un tagliere.
Timone: Sta bene, e con questo?
Vecchio ateniese: Ho una sola figliola, nessun altro congiunto e a lei voglio lasciare tutto il mio avere. La ragazza è bella, delle più giovani tra quelle da marito, e io l'ho educata nel più acconcio modo, senza badare a spese. Quest'uomo del tuo seguito pretende il suo amore. Io ti prego, degno Timone, unisciti a me nel proibire che egli la vada a visitare; per mio conto ho già parlato, e invano.
Timone: Ed essa lo ama?
Vecchio ateniese: Essa è giovane e proclive. I nostri amori d'un tempo possono insegnarci quanto è leggera la gioventù.
Timone (a Lucilio): E voi l'amate?
Lucilio: Sì, signor mio; ed essa ne è contenta.
Vecchio ateniese: Se essa si sposa senza il mio consenso chiamo gli dèi a testimoni che io eleggerò il mio erede fra tutti i mendichi di questo mondo e la spossederò di tutto.
Timone: Qual dote le assegnerai se ella dovrà unirsi con uno della sua condizione?
Vecchio ateniese: Per ora, tre talenti. Più tardi tutto.
Timone: Questo gentiluomo del mio seguito mi ha servito da gran tempo. Voglio fare un piccolo sforzo per edificare la sua fortuna, poiché ciò è un dovere tra uomini. Dagli tua figlia, ciò che tu le assegnerai io concederò a lui per bilanciare la fortuna dei due.
Vecchio ateniese: Mio degno signore, il Servo di Venanzio: Vostra Signoria lo obbligherà per sempre.
Timone: E allora, Lucilio, che fai qui? Vattene, e se il tuo cuore è tuo, amala e difendila.
(Escono Lucilio e il vecchio ateniese)
Poeta: Vi piaccia gradire l'opera mia, viva a lungo la Vostra Signoria!
Gioielliere: Oh, non risparmia nessuno.
Timone: Dovessi pagarlo alla stregua di quel che si vanta, non mi resterebbe niente indosso.
Gioielliere: Mio signore, il suo prezzo è quanto pagherebbero i commercianti. Ma voi sapete che oggetti di egual valore, appartenendo a persone diverse, sono stimati a seconda dei loro proprietari. Credete, signore, voi migliorate il gioiello portandolo.
Timone: Voi scherzate.
Mercante: No, signore, è voce comune, e come a lui parlano tutti insieme.
Timone: Guardate chi viene. Volete essere sgridati?
(Entra Apemanto)
Timone: Buon giorno a te, gentile Apemanto.
Apemanto: Quando sarò gentile ti restituirò il buon giorno, cioè quando tu sarai il cane di Timone e queste canaglie saranno oneste.
Timone: Perché li chiami canaglie senza conoscerli?
Apemanto: Non sono forse ateniesi?
Timone: Certo.
Apemanto: Allora non ho da ritrattarmi.
Gioielliere: Mi conoscete Apemanto?
Apemanto: Lo sai, se ti ho chiamato col tuo nome.
Timone: Sei orgoglioso, Apemanto.
Apemanto: Di nulla così come di non essere simile a Timone.
Timone: Dove vai?
Apemanto: A fracassare il cervello d'un onesto ateniese.
Timone: È un'azione che pagheresti con la vita.
Apemanto: È giusto, se a colpire il nulla si è dannati a morte dalla legge.
Timone: Ti piace questo quadro, Apemanto?
Apemanto: Molto, per la sua insulsaggine.
Timone: Chi l'ha dipinto non sapeva dunque il fatto suo?
Apemanto: Meglio lo sapeva chi ha fatto il pittore: e ha fatto tuttavia una ben sudicia cosa.
Pittore: Siete un cane.
Apemanto: Tua madre è della mia stirpe. Che sarà mai se io sono un cane?
Timone: Vuoi restare a pranzo con me, Apemanto?
Apemanto: No, non mangio i signori.
Timone: Come? Te stesso?
Apemanto: Sì.
Timone: Se tu lo facessi daresti un dolore alle signore.
Apemanto: Oh, son esse a mangiarli, come si può vedere dai loro ventri gonfi.
Timone: Questo che tu sostieni è scurrile.
Apemanto: Se tale lo ritieni, tientelo per le tue pene.
Timone: E questo gioiello ti piace, Apemanto?
Apemanto: Molto meno del parlar chiaro che non costa un soldo all'uomo.
Timone: Quanto pensi che valga?
Apemanto: Non vale la pena che io ci pensi. Ebbene, poeta?
Poeta: Ebbene, filosofo?
Apemanto: Sì, per veder la carne riempire i furfanti e il vino riscaldare gli sciocchi.
Secondo signore: Addio, addio.
Apemanto: Sei pazzo, a dirmi addio due volte.
Secondo signore: E perché, Apemanto?
Apemanto: Potevi tenerne uno per te, dato che io non intendo dirtene neppure uno.
Primo signore: Impiccati!
Apemanto: Non faccio nulla a tua richiesta. Chiedi ciò al tuo amico.
Secondo signore: Va' via, implacabile cane, o ti caccerò di qui a pedate.
Apemanto: Farò come il cane che fugge il calcio dell'asino.
(Esce)
Primo signore: È un nemico del genere umano. Ebbene? Non entriamo a gustare la liberalità di Timone? Egli sorpassa davvero la gentilezza in persona.
Secondo signore: Ne trabocca tutto. Pluto, il dio dell'oro, è appena il suo castaldo.
(Entrano alcuni Senatori, e traversano la scena)
Poeta: Senatori d'Atene. Un uomo fortunato!
Pittore: Eccone altri.
Flavio, maggiordomo di Timone: Timone, non basta soccorrere il bisognoso, occorre confortarlo anche dopo. Addio.
(Esce)
Timone: Raccomandatemi a lui. Pagherò il suo riscatto; e quando sarà rilasciato, ditegli di venire da me. Non basta soccorrere il bisognoso, occorre confortarlo anche dopo. Addio.
(Entra un vecchio Ateniese)
Vecchio ateniese: Nobile Timone, ascoltami.
Timone: Volentieri, buon vecchio.
Vecchio ateniese: Tu hai un servo che si chiama Lucilio.
Timone: Infatti. E che per ciò?
Vecchio ateniese: Quest'uomo, nobile Timone, questo tuo dipendente, di nottetempo frequenta la mia casa. Io sono un uomo che fu sempre incline al guadagno e la mia fortuna merita un più degno erede di colui che regge un tagliere.
Timone: Sta bene, e con questo?
Vecchio ateniese: Ho una sola figliola, nessun altro congiunto e a lei voglio lasciare tutto il mio avere. La ragazza è bella, delle più giovani tra quelle da marito, e io l'ho educata nel più acconcio modo, senza badare a spese. Quest'uomo del tuo seguito pretende il suo amore. Io ti prego, degno Timone, unisciti a me nel proibire che egli la vada a visitare; per mio conto ho già parlato, e invano.
Timone: Ed essa lo ama?
Vecchio ateniese: Essa è giovane e proclive. I nostri amori d'un tempo possono insegnarci quanto è leggera la gioventù.
Timone (a Lucilio): E voi l'amate?
Lucilio: Sì, signor mio; ed essa ne è contenta.
Vecchio ateniese: Se essa si sposa senza il mio consenso chiamo gli dèi a testimoni che io eleggerò il mio erede fra tutti i mendichi di questo mondo e la spossederò di tutto.
Timone: Qual dote le assegnerai se ella dovrà unirsi con uno della sua condizione?
Vecchio ateniese: Per ora, tre talenti. Più tardi tutto.
Timone: Questo gentiluomo del mio seguito mi ha servito da gran tempo. Voglio fare un piccolo sforzo per edificare la sua fortuna, poiché ciò è un dovere tra uomini. Dagli tua figlia, ciò che tu le assegnerai io concederò a lui per bilanciare la fortuna dei due.
Vecchio ateniese: Mio degno signore, il Servo di Venanzio: Vostra Signoria lo obbligherà per sempre.
Timone: E allora, Lucilio, che fai qui? Vattene, e se il tuo cuore è tuo, amala e difendila.
(Escono Lucilio e il vecchio ateniese)
Poeta: Vi piaccia gradire l'opera mia, viva a lungo la Vostra Signoria!
Gioielliere: Oh, non risparmia nessuno.
Timone: Dovessi pagarlo alla stregua di quel che si vanta, non mi resterebbe niente indosso.
Gioielliere: Mio signore, il suo prezzo è quanto pagherebbero i commercianti. Ma voi sapete che oggetti di egual valore, appartenendo a persone diverse, sono stimati a seconda dei loro proprietari. Credete, signore, voi migliorate il gioiello portandolo.
Timone: Voi scherzate.
Mercante: No, signore, è voce comune, e come a lui parlano tutti insieme.
Timone: Guardate chi viene. Volete essere sgridati?
(Entra Apemanto)
Timone: Buon giorno a te, gentile Apemanto.
Apemanto: Quando sarò gentile ti restituirò il buon giorno, cioè quando tu sarai il cane di Timone e queste canaglie saranno oneste.
Timone: Perché li chiami canaglie senza conoscerli?
Apemanto: Non sono forse ateniesi?
Timone: Certo.
Apemanto: Allora non ho da ritrattarmi.
Gioielliere: Mi conoscete Apemanto?
Apemanto: Lo sai, se ti ho chiamato col tuo nome.
Timone: Sei orgoglioso, Apemanto.
Apemanto: Di nulla così come di non essere simile a Timone.
Timone: Dove vai?
Apemanto: A fracassare il cervello d'un onesto ateniese.
Timone: È un'azione che pagheresti con la vita.
Apemanto: È giusto, se a colpire il nulla si è dannati a morte dalla legge.
Timone: Ti piace questo quadro, Apemanto?
Apemanto: Molto, per la sua insulsaggine.
Timone: Chi l'ha dipinto non sapeva dunque il fatto suo?
Apemanto: Meglio lo sapeva chi ha fatto il pittore: e ha fatto tuttavia una ben sudicia cosa.
Pittore: Siete un cane.
Apemanto: Tua madre è della mia stirpe. Che sarà mai se io sono un cane?
Timone: Vuoi restare a pranzo con me, Apemanto?
Apemanto: No, non mangio i signori.
Timone: Come? Te stesso?
Apemanto: Sì.
Timone: Se tu lo facessi daresti un dolore alle signore.
Apemanto: Oh, son esse a mangiarli, come si può vedere dai loro ventri gonfi.
Timone: Questo che tu sostieni è scurrile.
Apemanto: Se tale lo ritieni, tientelo per le tue pene.
Timone: E questo gioiello ti piace, Apemanto?
Apemanto: Molto meno del parlar chiaro che non costa un soldo all'uomo.
Timone: Quanto pensi che valga?
Apemanto: Non vale la pena che io ci pensi. Ebbene, poeta?
Poeta: Ebbene, filosofo?
Apemanto: Sì, per veder la carne riempire i furfanti e il vino riscaldare gli sciocchi.
Secondo signore: Addio, addio.
Apemanto: Sei pazzo, a dirmi addio due volte.
Secondo signore: E perché, Apemanto?
Apemanto: Potevi tenerne uno per te, dato che io non intendo dirtene neppure uno.
Primo signore: Impiccati!
Apemanto: Non faccio nulla a tua richiesta. Chiedi ciò al tuo amico.
Secondo signore: Va' via, implacabile cane, o ti caccerò di qui a pedate.
Apemanto: Farò come il cane che fugge il calcio dell'asino.
(Esce)
Primo signore: È un nemico del genere umano. Ebbene? Non entriamo a gustare la liberalità di Timone? Egli sorpassa davvero la gentilezza in persona.
Secondo signore: Ne trabocca tutto. Pluto, il dio dell'oro, è appena il suo castaldo.
(Entrano alcuni Senatori, e traversano la scena)
Poeta: Senatori d'Atene. Un uomo fortunato!
Pittore: Eccone altri.
Flavio, maggiordomo di Timone: Timone, non basta soccorrere il bisognoso, occorre confortarlo anche dopo. Addio.
(Esce)
Timone: Raccomandatemi a lui. Pagherò il suo riscatto; e quando sarà rilasciato, ditegli di venire da me. Non basta soccorrere il bisognoso, occorre confortarlo anche dopo. Addio.
(Entra un vecchio Ateniese)
Vecchio ateniese: Nobile Timone, ascoltami.
Timone: Volentieri, buon vecchio.
Vecchio ateniese: Tu hai un servo che si chiama Lucilio.
Timone: Infatti. E che per ciò?
Vecchio ateniese: Quest'uomo, nobile Timone, questo tuo dipendente, di nottetempo frequenta la mia casa. Io sono un uomo che fu sempre incline al guadagno e la mia fortuna merita un più degno erede di colui che regge un tagliere.
Timone: Sta bene, e con questo?
Vecchio ateniese: Ho una sola figliola, nessun altro congiunto e a lei voglio lasciare tutto il mio avere. La ragazza è bella, delle più giovani tra quelle da marito, e io l'ho educata nel più acconcio modo, senza badare a spese. Quest'uomo del tuo seguito pretende il suo amore. Io ti prego, degno Timone, unisciti a me nel proibire che egli la vada a visitare; per mio conto ho già parlato, e invano.
Timone: Ed essa lo ama?
Vecchio ateniese: Essa è giovane e proclive. I nostri amori d'un tempo possono insegnarci quanto è leggera la gioventù.
Timone (a Lucilio): E voi l'amate?
Lucilio: Sì, signor mio; ed essa ne è contenta.
Vecchio ateniese: Se essa si sposa senza il mio consenso chiamo gli dèi a testimoni che io eleggerò il mio erede fra tutti i mendichi di questo mondo e la spossederò di tutto.
Timone: Qual dote le assegnerai se ella dovrà unirsi con uno della sua condizione?
Vecchio ateniese: Per ora, tre talenti. Più tardi tutto.
Timone: Questo gentiluomo del mio seguito mi ha servito da gran tempo. Voglio fare un piccolo sforzo per edificare la sua fortuna, poiché ciò è un dovere tra uomini. Dagli tua figlia, ciò che tu le assegnerai io concederò a lui per bilanciare la fortuna dei due.
Vecchio ateniese: Mio degno signore, il Servo di Venanzio: Vostra Signoria lo obbligherà per sempre.
Timone: E allora, Lucilio, che fai qui? Vattene, e se il tuo cuore è tuo, amala e difendila.
(Escono Lucilio e il vecchio ateniese)
Poeta: Vi piaccia gradire l'opera mia, viva a lungo la Vostra Signoria!
Gioielliere: Oh, non risparmia nessuno.
Timone: Dovessi pagarlo alla stregua di quel che si vanta, non mi resterebbe niente indosso.
Gioielliere: Mio signore, il suo prezzo è quanto pagherebbero i commercianti. Ma voi sapete che oggetti di egual valore, appartenendo a persone diverse, sono stimati a seconda dei loro proprietari. Credete, signore, voi migliorate il gioiello portandolo.
Timone: Voi scherzate.
Mercante: No, signore, è voce comune, e come a lui parlano tutti insieme.
Timone: Guardate chi viene. Volete essere sgridati?
(Entra Apemanto)
Timone: Buon giorno a te, gentile Apemanto.
Apemanto: Quando sarò gentile ti restituirò il buon giorno, cioè quando tu sarai il cane di Timone e queste canaglie saranno oneste.
Timone: Perché li chiami canaglie senza conoscerli?
Apemanto: Non sono forse ateniesi?
Timone: Certo.
Apemanto: Allora non ho da ritrattarmi.
Gioielliere: Mi conoscete Apemanto?
Apemanto: Lo sai, se ti ho chiamato col tuo nome.
Timone: Sei orgoglioso, Apemanto.
Apemanto: Di nulla così come di non essere simile a Timone.
Timone: Dove vai?
Apemanto: A fracassare il cervello d'un onesto ateniese.
Timone: È un'azione che pagheresti con la vita.
Apemanto: È giusto, se a colpire il nulla si è dannati a morte dalla legge.
Timone: Ti piace questo quadro, Apemanto?
Apemanto: Molto, per la sua insulsaggine.
Timone: Chi l'ha dipinto non sapeva dunque il fatto suo?
Apemanto: Meglio lo sapeva chi ha fatto il pittore: e ha fatto tuttavia una ben sudicia cosa.
Pittore: Siete un cane.
Apemanto: Tua madre è della mia stirpe. Che sarà mai se io sono un cane?
Timone: Vuoi restare a pranzo con me, Apemanto?
Apemanto: No, non mangio i signori.
Timone: Come? Te stesso?
Apemanto: Sì.
Timone: Se tu lo facessi daresti un dolore alle signore.
Apemanto: Oh, son esse a mangiarli, come si può vedere dai loro ventri gonfi.
Timone: Questo che tu sostieni è scurrile.
Apemanto: Se tale lo ritieni, tientelo per le tue pene.
Timone: E questo gioiello ti piace, Apemanto?
Apemanto: Molto meno del parlar chiaro che non costa un soldo all'uomo.
Timone: Quanto pensi che valga?
Apemanto: Non vale la pena che io ci pensi. Ebbene, poeta?
Poeta: Ebbene, filosofo?
Apemanto: Sì, per veder la carne riempire i furfanti e il vino riscaldare gli sciocchi.
Secondo signore: Addio, addio.
Apemanto: Sei pazzo, a dirmi addio due volte.
Secondo signore: E perché, Apemanto?
Apemanto: Potevi tenerne uno per te, dato che io non intendo dirtene neppure uno.
Primo signore: Impiccati!
Apemanto: Non faccio nulla a tua richiesta. Chiedi ciò al tuo amico.
Secondo signore: Va' via, implacabile cane, o ti caccerò di qui a pedate.
Apemanto: Farò come il cane che fugge il calcio dell'asino.
(Esce)
Primo signore: È un nemico del genere umano. Ebbene? Non entriamo a gustare la liberalità di Timone? Egli sorpassa davvero la gentilezza in persona.
Secondo signore: Ne trabocca tutto. Pluto, il dio dell'oro, è appena il suo castaldo.
(Entrano alcuni Senatori, e traversano la scena)
Poeta: Senatori d'Atene. Un uomo fortunato!
Pittore: Eccone altri.
Flavio, maggiordomo di Timone: Timone, non basta soccorrere il bisognoso, occorre confortarlo anche dopo. Addio.
(Esce)
Timone: Raccomandatemi a lui. Pagherò il suo riscatto; e quando sarà rilasciato, ditegli di venire da me. Non basta soccorrere il bisognoso, occorre confortarlo anche dopo. Addio.
(Entra un vecchio Ateniese)
Vecchio ateniese: Nobile Timone, ascoltami.
Timone: Volentieri, buon vecchio.
Vecchio ateniese: Tu hai un servo che si chiama Lucilio.
Timone: Infatti. E che per ciò?
Vecchio ateniese: Quest'uomo, nobile Timone, questo tuo dipendente, di nottetempo frequenta la mia casa. Io sono un uomo che fu sempre incline al guadagno e la mia fortuna merita un più degno erede di colui che regge un tagliere.
Timone: Sta bene, e con questo?
Vecchio ateniese: Ho una sola figliola, nessun altro congiunto e a lei voglio lasciare tutto il mio avere. La ragazza è bella, delle più giovani tra quelle da marito, e io l'ho educata nel più acconcio modo, senza badare a spese. Quest'uomo del tuo seguito pretende il suo amore. Io ti prego, degno Timone, unisciti a me nel proibire che egli la vada a visitare; per mio conto ho già parlato, e invano.
Timone: Ed essa lo ama?
Vecchio ateniese: Essa è giovane e proclive. I nostri amori d'un tempo possono insegnarci quanto è leggera la gioventù.
Timone (a Lucilio): E voi l'amate?
Lucilio: Sì, signor mio; ed essa ne è contenta.
Vecchio ateniese: Se essa si sposa senza il mio consenso chiamo gli dèi a testimoni che io eleggerò il mio erede fra tutti i mendichi di questo mondo e la spossederò di tutto.
Timone: Qual dote le assegnerai se ella dovrà unirsi con uno della sua condizione?
Vecchio ateniese: Per ora, tre talenti. Più tardi tutto.
Timone: Questo gentiluomo del mio seguito mi ha servito da gran tempo. Voglio fare un piccolo sforzo per edificare la sua fortuna, poiché ciò è un dovere tra uomini. Dagli tua figlia, ciò che tu le assegnerai io concederò a lui per bilanciare la fortuna dei due.
Vecchio ateniese: Mio degno signore, il Servo di Venanzio: Vostra Signoria lo obbligherà per sempre.
Timone: E allora, Lucilio, che fai qui? Vattene, e se il tuo cuore è tuo, amala e difendila.
(Escono Lucilio e il vecchio ateniese)
Poeta: Vi piaccia gradire l'opera mia, viva a lungo la Vostra Signoria!
Gioielliere: Oh, non risparmia nessuno.
Timone: Dovessi pagarlo alla stregua di quel che si vanta, non mi resterebbe niente indosso.
Gioielliere: Mio signore, il suo prezzo è quanto pagherebbero i commercianti. Ma voi sapete che oggetti di egual valore, appartenendo a persone diverse, sono stimati a seconda dei loro proprietari. Credete, signore, voi migliorate il gioiello portandolo.
Timone: Voi scherzate.
Mercante: No, signore, è voce comune, e come a lui parlano tutti insieme.
Timone: Guardate chi viene. Volete essere sgridati?
(Entra Apemanto)
Timone: Buon giorno a te, gentile Apemanto.
Apemanto: Quando sarò gentile ti restituirò il buon giorno, cioè quando tu sarai il cane di Timone e queste canaglie saranno oneste.
Timone: Perché li chiami canaglie senza conoscerli?
Apemanto: Non sono forse ateniesi?
Timone: Certo.
Apemanto: Allora non ho da ritrattarmi.
Gioielliere: Mi conoscete Apemanto?
Apemanto: Lo sai, se ti ho chiamato col tuo nome.
Timone: Sei orgoglioso, Apemanto.
Apemanto: Di nulla così come di non essere simile a Timone.
Timone: Dove vai?
Apemanto: A fracassare il cervello d'un onesto ateniese.
Timone: È un'azione che pagheresti con la vita.
Apemanto: È giusto, se a colpire il nulla si è dannati a morte dalla legge.
Timone: Ti piace questo quadro, Apemanto?
Apemanto: Molto, per la sua insulsaggine.
Timone: Chi l'ha dipinto non sapeva dunque il fatto suo?
Apemanto: Meglio lo sapeva chi ha fatto il pittore: e ha fatto tuttavia una ben sudicia cosa.
Pittore: Siete un cane.
Apemanto: Tua madre è della mia stirpe. Che sarà mai se io sono un cane?
Timone: Vuoi restare a pranzo con me, Apemanto?
Apemanto: No, non mangio i signori.
Timone: Come? Te stesso?
Apemanto: Sì.
Timone: Se tu lo facessi daresti un dolore alle signore.
Apemanto: Oh, son esse a mangiarli, come si può vedere dai loro ventri gonfi.
Timone: Questo che tu sostieni è scurrile.
Apemanto: Se tale lo ritieni, tientelo per le tue pene.
Timone: E questo gioiello ti piace, Apemanto?
Apemanto: Molto meno del parlar chiaro che non costa un soldo all'uomo.
Timone: Quanto pensi che valga?
Apemanto: Non vale la pena che io ci pensi. Ebbene, poeta?
Poeta: Ebbene, filosofo?
Apemanto: Sì, per veder la carne riempire i furfanti e il vino riscaldare gli sciocchi.
Secondo signore: Addio, addio.
Apemanto: Sei pazzo, a dirmi addio due volte.
Secondo signore: E perché, Apemanto?
Apemanto: Potevi tenerne uno per te, dato che io non intendo dirtene neppure uno.
Primo signore: Impiccati!
Apemanto: Non faccio nulla a tua richiesta. Chiedi ciò al tuo amico.
Secondo signore: Va' via, implacabile cane, o ti caccerò di qui a pedate.
Apemanto: Farò come il cane che fugge il calcio dell'asino.
(Esce)
Primo signore: È un nemico del genere umano. Ebbene? Non entriamo a gustare la liberalità di Timone? Egli sorpassa davvero la gentilezza in persona.
Secondo signore: Ne trabocca tutto. Pluto, il dio dell'oro, è appena il suo castaldo. Non c'è cosa che non tenga nel suo dominio.
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