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Letteratura italiana - Timone d'Atene Appunti scolastici Premium

Appunti di Letteratura italiana su "Timone d'Atene" per l'esame del professore Roberto Giugliucci. Viene descritta dettagliatamente l'opera in più atti di William Shakespeare. Si tratta di un dramma in cinque atti che ha come protagonista Timone, un ricco ateniese generoso perennemente assediato da falsi amici che si rivelano ancora peggio quando... Vedi di più

Esame di Letteratura italiana docente Prof. R. Gigliucci

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ESTRATTO DOCUMENTO

PRIMO SENATORE: Mio signore, contate sul mio delitto, che pazzia è rischiare per un male la propria abbondante raccolto. E' un gozzovigliatore nato, ed

voto. E' un delitto di sangue e il colpevole deve vita! è vizio che lo annega spesso e imprigiona l'animo

morire. Nulla incoraggia il delitto quanto la pietà. suo. Se altri nemici non avesse, questo solo

ALCIBIADE: Mio signore... basterebbe a perderlo: in quel furore bestiale lo si è

SECONDO SENATORE: Proprio così. Sia PRIMO SENATORE: Voi non potrete mai purgare visto commettere oltraggi ed eccitare litigi. Ed è

schiantato dalla legge. colpe così enormi. Valore non è già vendicarsi ma ormai certo per noi che la sua vita è turpe e il suo

(Entra ALCIBIADE col suo Seguito) sopportare. vizio un pericolo per tutti.

ALCIBIADE: Miei signori, vogliate allora perdonare PRIMO SENATORE: Deve morire.

ALCIBIADE: Onore, salute e pietà al Senato! se io parlo da soldato: perché gli stolti uomini ALCIBIADE: Duro destino! Meglio per lui se fosse

affrontano le guerre e non sopportano le minacce?

PRIMO SENATORE: Che hai da dirci, capitano? morto in guerra.

Perché non ci dormono sopra e non si lasciano

ALCIBIADE: Sono un modesto supplice presso le tranquillamente tagliar la gola dai nemici senza Signori, se non è per alcuna sua qualità, benché col

virtù vostre, poiché la misericordia è la virtù della resistere? Se tanto merito è nel sopportare, perché suo braccio egli potrebbe guadagnarsi il diritto di

legge e solo i tiranni usano questa con crudeltà. E' scendiamo in guerra? Ben più valorose sono in tal vivere i suoi giorni e non dover nulla a nessuno,

piaciuto al tempo e alla fortuna di gravar duramente caso le donne che restano a casa, se sopportare è ebbene, per maggiormente persuadervi vogliate

sopra un amico mio che in un impeto del suo ciò che conta, e l'asino è miglior combattente del considerare i miei servizi in aggiunta ai suoi e uniteli

fervido sangue ha inciampato nella legge, abisso leone, il reo in ceppi più saggio del giudice, se la insieme. E poiché so che la vostra venerabile età

senza fondo per coloro che senza riflessione vi saggezza è nel soffrire. Miei signori, siate pietosi ama le garanzie, offro in pegno tutte le mie vittorie e

piombano dentro. A parte la sua colpa, è uomo di quanto siete grandi. Chi non condannerebbe una i miei onori per il suo riscatto. E se per il suo delitto

piacenti virtù e in quest'atto non s'è macchiato di violenza commessa a sangue freddo? Uccidere, lo egli deve Ia vita alla legge, permettete che egli offra

viltà, circostanza onorevole che riscatta assai la sua so, è il supremo eccesso del peccato, ma assai più alla guerra il suo sangue valoroso. Se dura è la

colpa. Anzi, con nobile impulso e animo leale egli, giusto appare, per la clemenza della legge, se fatto legge, non lo è meno la guerra.

vedendo lesa mortalmente la sua reputazione, si in difesa di se stessi. Empia è la collera, ma qual è PRIMO SENATORE: Noi stiamo per la legge: deve

gettò contro il suo nemico; e con sì temperata e l'uomo che non si adira? Con tali ragioni pesate morire. Non insistete sotto pena d'incorrere nel

repressa concitazione contenne l'ira sua prima che dunque questa colpa. nostro cruccio. Amico o fratello, chi versa il sangue

fosse sbollita, da parer più che altro un uomo che SECONDO SENATORE: Voi vi sfiatate invano. altrui deve pagare col suo.

sostenesse un argomento. ALCIBIADE: Invano? I servizi che ha reso a ALCIBIADE: Così dev'essere? No, non può essere

PRIMO SENATORE: Voi vi sobbarcate a un Lacedemone e a Bisanzio non bastano a riscattargli così, credete a me e alla mia preghiera.

paradosso troppo sottile, cercando di fare apparire la vita?

degna un'azione cattiva. Con le vostre parole vi SECONDO SENATORE: Come?

siete studiato di coonestare un assassinio e di far PRIMO SENATORE: E perché mai? ALCIBIADE: Ricordate dunque chi sono io.

della rissosità un attributo del valore, ma si tratta in ALCIBIADE: Affermo, signori, che egli ha reso

verità di un valore bastardo, venuto in luce allorché TERZO SENATORE: Come?

grandi servizi e ucciso in combattimento molti

spuntarono sètte e fazioni. Valoroso è colui che ALCIBIADE: Devo credere che solo per la vostra

nemici vostri. Con qual valore si comportò

sopporta da savio ciò che di peggio l'uomo può età avete potuto dimenticarmi; altrimenti non

nell'ultima battaglia e quali abbondanti ferite ha

proferire, e considera le offese cose esteriori, e le potrebbe essere che io fossi caduto tanto in basso

inferto!

porta come una veste, con indifferenza, e non da chiedere e sentirmi rifiutare una grazia così

innalza gli affronti al suo cuore, sì da metterlo in SECONDO SENATORE: Ne ha fatto troppo semplice.

pericolo. Se l'oltraggio è un male che trascina al

Voi fate ancora sanguinare le mie ferite. alla prova l'altro giorno. TIMONE: (a parte) Né con minor gioia lascia

l'inverno. Uccelli di passo, gli uomini! Signori, il

PRIMO SENATORE: Osate sfidar l'ira nostra? Essa PRIMO SIGNORE: E' press'a poco ciò che andavo nostro pranzo non ripagherà questa lunga attesa.

è scarsa di parole ma grave di effetti. Ti mandiamo rimuginando quando ci siamo incontrati. Spero che Saziate intanto le vostre orecchie con questa

in bando per sempre. non sia a mal partito come soleva darlo a vedere musica, se esse potranno nutrirsi del rozzo suono

quando ha messo alla prova i suoi vari amici.

ALCIBIADE: Bandirmi? Bandite il vostro delle trombe. Saremo a tavola tra poco.

rimbambimento, bandite l'usura che imbratta il SECONDO SIGNORE: Non dovrebbe esserlo, a PRIMO SIGNORE: Confido che Vostra Signoria non

Senato. giudicare dal nuovo festino. sarà rimasta male se ho dovuto rimandare un suo

PRIMO SENATORE: Se fra due giorni il sole ti PRIMO SIGNORE: Anch'io la penso così. M'ha messo a mani vuote.

vedrà ancora in Atene, attenditi un più duro giudizio. mandato un caldo invito che varie mie urgenti TIMONE: Oh, signore, non ve ne date pensiero.

E per non irritare di più le anime nostre egli sarà faccende mi obbligarono a declinare. Ma ha tanto

giustiziato immediatamente. (Escono i Senatori) insistito che ho dovuto poi accettarlo. SECONDO SIGNORE: Mio nobil signore...

ALCIBIADE: Possano gli dèi lasciarvi invecchiare sì SECONDO SIGNORE: Io pure, come voi, ero TIMONE: Mio buon amico, come state?

che siate ridotti a carogne ripugnanti alla vista! Io impegnato da affari di premura, ma egli non ha SECONDO SIGNORE: Mio degno signore, mi sento

scoppio dl rabbia: ho respinto i loro nemici mentre voluto sentir ragione. Mi duole che quando si rivolse proprio male dalla vergogna, che quando Vostra

essi contavano i loro soldi e prestavano a usura il a me per un prestito mi trovassi a corto di denari. Signoria l'altro giorno mandò qualcuno da me, mi

loro denaro. Io che mi arricchivo solo di grandi PRIMO SIGNORE: Sono dolente dello stesso trovavo povero in canna.

ferite. E tutto per questo? E' questo il balsamo che rammarico, ora che vedo come gli vanno le cose. TIMONE: Non ci pensate, signore.

un Senato di usurai versa nelle ferite d'un capitano? SECONDO SIGNORE: Qui ognuno di noi è nelle

Il bando! La cosa non giunge a mal punto e non mi SECONDO SIGNORE: Se aveste mandato appena

medesime condizioni. Quanto vi aveva richiesto?

dispiace troppo. E' causa degna della mia ira e del due ore prima...

mio risentimento quella che mi farà colpire Atene. PRIMO SIGNORE: Mille sovrane. TIMONE: Non lasciatevene opprimere la vostra

Voglio rianimare le mie soldatesche malcontente e SECONDO SIGNORE: Mille sovrane! cortese memoria. Andiamo, servite tutto insieme! (Il

guadagnar cuori. E' un onore essere in lotta con banchetto è servito)

molti nemici; al pari degli dèi i soldati non possono PRIMO SIGNORE: E a voi quanto?

sopportare le angherie. (Esce) SECONDO SIGNORE: I piatti son tutti coperti!

SECONDO SIGNORE: M'aveva chiesto... Ma

eccolo che viene. PRIMO SIGNORE: Cibo da re, ve lo garantisco.

SCENA SESTA - La stessa. Sala dei banchetti in (Entra TIMONE col suo Seguito) TERZO SIGNORE: Senza dubbio, ciò che di meglio

casa di Timone permettono la stagione e il denaro.

(Musica, tavole apparecchiate, Servi affaccendati. TIMONE: Son di voi due con tutto il cuore signori. PRIMO SIGNORE: Come state? Quali notizie?

Entrano parecchi Signori, Senatori, eccetera, da Come state? TERZO SIGNORE: Alcibiade è bandito. Lo sapete?

varie porte) PRIMO SIGNORE: Nel migliore dei modi, se PRIMO E SECONDO SIGNORE: Alcibiade al

abbiamo buone notizie di Vostra Signoria.

PRIMO SIGNORE: Buon giorno a voi, signore. bando?

SECONDO SIGNORE: La rondine non segue

SECONDO SIGNORE: Altrettanto a voi. Credo che TERZO SIGNORE: Così è, siatene certi.

l'estate tanto lietamente come noi Vostra Signoria.

questo onorevole signore abbia voluto solo metterci

PRIMO SIGNORE: Come? Come? sono nulla per me, così non benediteli in nulla; e al TERZO SIGNORE: Avete visto il mio cappello?

nulla essi sono i benvenuti. Scoprite i piatti, cani, e

SECONDO SIGNORE: Di grazia, e perché? QUARTO SIGNORE: Ho perduto la mia toga.

leccate.

TIMONE: Miei degni amici, volete avvicinarvi? PRIMO SIGNORE: Non è che un pazzo e solo il

(I piatti sono scoperti e si trovano pieni d acqua capriccio lo governa.

TERZO SIGNORE: Ve ne dirò di più fra poco. Ecco calda)

intanto uno splendido banchetto. L'altro giorno mi dette una gioia e ora me l'ha fatta

schizzar via dal cappello. Avete visto il mio gioiello?

ALCUNE VOCI: Che vuol dire con ciò Sua

SECONDO SIGNORE: E' sempre l'uomo d'un Signoria?

tempo. TERZO SIGNORE: E il mio cappello, l'avete visto?

ALTRE VOCI: Non si sa.

TERZO SIGNORE: Ma durerà, durerà? SECONDO SIGNORE: Eccolo.

TIMONE: Possiate voi non assistere mai a miglior

SECONDO SIGNORE: Per ora dura; ma non so, col QUARTO SIGNORE: Ed ecco la mia toga.

banchetto, o branco di amici buoni a parole. Fumo e

tempo... PRIMO SIGNORE: E' meglio andarsene.

acqua tiepida è quel che vi si confà.

TERZO SIGNORE: Oh, comprendo. SECONDO SIGNORE: Timone è pazzo.

Questo è l'ultimo pranzo di Timone, che, invischiato

TIMONE: Vada ognuno al suo seggio con quel e sporcato dalle vostre lusinghe, di esse si lava e vi TERZO SIGNORE: Me ne accorgo dalle mie ossa.

trasporto col quale accorrerebbe alle labbra della butta in faccia (getta l'acqua in faccia ai Convitati) la QUARTO SIGNORE: Un giorno ci dà diamanti, un

sua diletta. Le portate son le stesse per ciascun vostra fumante infamia. Gran tempo possiate vivere altro sassi. (Escono)

posto. Non sia questo un pranzo di prammatica detestati, o sorridenti, untuosi e abominevoli

dove i piatti si raffreddano prima che si sia parassiti, affabili distruttori, lupi gentili, miti orsi,

d'accordo sulle precedenze: giullari della fortuna e amici della forchetta, mosche ATTO QUARTO

del buon tempo, servi allenati alle scappellate e alle

sedete, sedete. Gli dèi domandano le nostre grazie. genuflessioni, esseri di fumo, automi del minuto! SCENA PRIMA - Sotto le mura di Atene

O voi grandi benefattori, spargete la gratitudine nel

nostro mondo! Siate lodati per i vostri doni, ma date Vi coprano tutti di schiazze le innumerevoli malattie (Entra TIMONE)

con qualche ritegno se non volete che le vostre dell'uomo e delle bestie! Che fai tu? Fuggi? Piano!

divinità siano disprezzate. Prestate ad ognuno Prendi prima la tua pozione, e anche tu, anche tu. TIMONE: Che io mi volga indietro a guardarti. O tu,

abbastanza perché ciascuno non abbia bisogno di Attendi, voglio prestarti del denaro, non muraglia che recingi quei lupi, sprofonda nella terra

prestar denaro agli altri: poiché se gli dèi dovessero chiedertene. Come, tutti in moto? (Li scaccia) D'ora e non proteggere più Atene!

prestare agli uomini, gli uomini rinnegherebbero gli in poi non ci siano più feste dove le canaglie non

dèi. Fate che il cibo sia più apprezzato di colui che Diventate incontinenti, matrone! L'obbedienza

siano benvenute. Alle fiamme la casa!

lo offre. sparisca nei fanciulli!

Sprofonda, Atene! Ormai siano in odio a Timone

Per voi in ogni riunione di venti persone ci sia una Schiavi e pazzi, strappate i grinzosi senatori dai loro

l'uomo e tutta l'umanità! (Esce)

ventina di furfanti, e se là siedono dodici a tavola, seggi e amministrate le leggi in loro vece! In

(Rientrano i Signori, i Senatori, eccetera)

ebbene una serqua d'esse sia... quello che è. Il pubbliche bagasce mutatevi all'istante fresche

resto dei vostri vassalli, o Numi!, i senatori d'Atene virginità! Fatelo sotto gli occhi dei vostri genitori!

PRIMO SIGNORE: E ora, signori?

e la feccia della plebe, ciò che in essi non è a Voi, falliti, tenete duro, e invece di pagare, fuori i

punto, rendetelo maturo per la distruzione. Per ciò coltelli e tagliate la gola dei vostri creditori! Servi

SECONDO SIGNORE: Che dite di quest'ira di

che è dei presenti amici miei, siccome essi non giurati, rubate! I vostri austeri padroni sono ladri a

Timone?

man bassa e saccheggiano in nome della legge. E Non resta più nulla? parti) Oh, la dura indigenza che lo splendore ci

tu, serva, va' nel letto del padrone poiché la tua arreca! Chi mai non vorrebbe esser privo di fortuna

FLAVIO: Ahimè, compagni che debbo dirvi? Posso

signora è di bordello. Figlio sedicenne, strappa la se l'opulenza porta alla miseria e al disprezzo? Chi

dirvi in faccia agli dèi che io sono povero come voi.

gruccia imbottita del tuo vecchio padre zoppicante e mai vorrebbe esser così beffato dallo splendore? o

PRIMO SERVO: Una simile casa in rovina! Un

con essa spaccagli il cervello! Pietà, timore vivere come in un sogno d'amicizia? O aver la

padrone così nobile caduto!

devozione agli dèi, pace, giustizia, verità, domestica pompa e tutto ciò che il fasto comporta solo dipinti

reverenza, riposo notturno, buon vicinato, cultura, come lo sono i suoi imbellettati amici?

Tutto sparito e non un amico che possa prendere la

costumi arti e mestieri, gerarchie riti, consuetudini e sua sorte per un braccio, e accompagnarlo! Povero, degno signore, portato in basso dal suo

leggi, decadete nei vostri deleteri opposti, e solo buon cuore, rovinato dalla sua bontà. Bizzarra e

SECONDO SERVO: Come si volgono le spalle al

viva il caos! Pestilenze che colpite gli uomini, insolita natura d'uomo il cui peccato è di aver fatto

compagno gettato nella fossa, i suoi familiari si

ammassate le vostre potenti e infette febbri su troppo bene. Chi oserà ora essere appena la metà

scostano tutti dalla sua seppellita fortuna lasciando

Atene, matura alla rovina! E tu, fredda sciatica, così generoso, se la larghezza, che fa gli dèi, perde

a lui le loro false proteste di fede, vuote come borse

storpia i nostri senatori, così che le loro membra gli uomini? Padrone mio caro, benedetto per esser

saccheggiate; e il disgraziato, esposto alle

possano zoppicare come i loro costumi! poi più bestemmiato, ricco per esser poi rovinato, la

intemperie come un mendicante, tocco dal male

Strisciate, lussuria e libidine, nel cuore e nel midollo tua gran fortuna è diventata il tuo maggior dolore!

della miseria da tutti scansata, va solo come la

della nostra gioventù, in modo che essa si dibatta figura dell'obbrobrio. Ecco altri nostri compagni. Ahimè, gentile signore! Egli è fuggito in collera da

contro la corrente del bene e anneghi nella questa ingrata sede di mostruosi amici e non ha

(Entrano altri Servi)

dissolutezza! Rogne e pustole disseminatevi sul con sé né i mezzi né la possibilità di provvedere alla

petto degli Ateniesi e la loro messe sia una lebbra sua vita. Voglio andare alla sua ricerca. Sempre

universale! L'alito infetti l'alito, sì che la loro società, FLAVIO: Tutte rotte suppellettili di una casa obbedirò al suo volere con tutto il mio zelo. Finché

come la loro amicizia, sia solo veleno! Da te voglio rovinata. avrò un poco di denaro resterò il suo castaldo.

portar via nient'altro che nudità, o città detestabile! (Esce)

TERZO SERVO: Eppure i nostri cuori portano

Prendi anche questa, con innumeri maledizioni! ancora la livrea di Timone, lo vedi dai nostri volti.

Timone se ne andrà nelle foreste dove troverà Siamo compagni e servi anche nel dolore. La nostra

bestie selvagge molto più miti dell'umano genere. SCENA TERZA - Boscaglie e una caverna

barca fa acqua e noi sfortunati marinai stiamo sul

Confondano gli dèi (uditemi voi tutti, buoni dèi!) gli presso la riva del mare

ponte mezzo sommerso, udiamo la minaccia delle

Ateniesi, dentro e fuori di queste mura! E onde e dobbiamo disperderci in quest'oceano (Dalla caverna entra in scena TIMONE)

concedano che con la vita di Timone cresca anche d'aria.

il suo odio per tutta la razza degli uomini, grandi e

umili! Amen. (Esce) FLAVIO: Miei buoni compagni, ciò che m'avanza dei TIMONE: O sole, benefico altore, trai dalla terra un

miei averi lo voglio dividere con voi. Ovunque vapore corrotto e infetta l'aria che si respira sotto

c'incontreremo, per amor di Timone, restiamo buoni l'orbe della sorella tua! Tocca con diversa sorte due

SCENA SECONDA - Atene. Stanza in casa di camerati, scuotiamo la testa e diciamo come gemelli dello stesso grembo che per concepimento,

Timone suonando la campana a morto della fortuna del gestazione e nascita a stento si distinguono, e

nostro padrone "Abbiamo veduto giorni migliori!". vedrai che il più grande spregerà il più piccolo; la

(Entra FLAVIO con due o tre Servi) Prenda ognuno la sua parte. (Distribuisce denaro) E creatura assediata da tutti i guai, non può

ora tendetemi le mani. Non una parola di più. Così sopportare una grande fortuna se non disprezzando

PRIMO SERVO: Dite, signor maggiordomo, dov'è il ci separiamo, poveri di denaro e ricchi solo di il suo simile. Poni in alto questo mendicante e in

nostro padrone? Siamo rovinati? Cacciati fuori? dolore. (I Servi si abbracciano ed escono da varie basso questo signore: il senatore porterà con sé un

disprezzo ereditario, il mendico gli onori della (Entra ALCIBIADE in assetto militare con tamburi e opinione.

nascita. La pastura impingua i fianchi della bestia, pifferi. FRINE e TIMANDRA lo seguono) ALCIBIADE: E quale, Timone?

la carestia la fa smilza. Chi oserà, chi oserà mai in TIMONE: Promettimi la tua amicizia ma non

purezza di cuore levarsi e dire: "Quest'uomo è un ALCIBIADE: Chi sei tu? Parla. mantenerla; se non la prometterai, gli dèi ti mandino

adulatore"? Se tale è uno, così son tutti; poiché ogni TIMONE: Un animale come te. Che un cancro ti in malora perché sei un uomo; se la manterrai ti

grado sociale è lisciato dal grado inferiore: il saputo roda il cuore, per avermi fatto vedere ancora il viso confondano perché sei un uomo!

zuccone s'inchina all'imbecille carico d'oro; tutto è dell'uomo!

obliquo, nulla è diritto nelle nostre nature maledette ALCIBIADE: Ho inteso dire qualcosa delle tue

se non l'aperta infamia. Siano dunque aborrite le ALCIBIADE: Che nome hai? Come puoi odiare sventure.

feste, le società, gli assembramenti umani! Timone tanto gli uomini, essendo un uomo tu stesso? TIMONE: Le hai viste quand'ero nella prosperità.

disprezza i suoi simili e se stesso. Che la TIMONE: Sono un misantropo e detesto il genere

distruzione aggranfi l'umanità! Terra, dammi ALCIBIADE: Le vedo ora; quello era un tempo

umano. Quanto a te, vorrei tu fossi un cane per

qualche radice. felice.

poterti amare un poco.

(Scava) E se qualcuno cerca cose migliori in te, TIMONE: Come il tuo adesso, allacciato da un paio

ALCIBIADE: Ti conosco bene; ma quello che t'è

stuzzicagli il palato coi tuoi veleni più potenti! Che di bagasce.

accaduto mi è ignoto e mi riesce nuovo.

c'è qui? Oro? Giallo, luccicante prezioso oro? No, TIMANDRA: E' questo il prediletto di Atene che il

dèi non faccio voti insinceri: voglio radici, o puri TIMONE: Anch'io ti conosco; ma non desidero mondo acclamava così onorevolmente?

iddii! Basterà un po' di questo per rendere nero il conoscere più di questo:

bianco, bello il brutto, diritto il torto, nobile il basso, TIMONE: Tu sei Timandra?

che ti conosco. Segui il tamburo; tingi la terra del

giovane il vecchio, valoroso il codardo. Oh dèi sangue dell'uomo, rosso, rosso; i precetti della TIMANDRA: Sì.

perché questo? Che è mai, o dèi? Questo vi toglierà religione, le leggi civili, sono crudeli: che dev'essere

dal fianco i vostri preti e i vostri servi e strapperà TIMONE: Continua a essere una puttana. Quelli che

dunque la guerra? Quell'atroce puttana che è con te

l'origliere di sotto la testa dei malati ancora vigorosi. ti praticano non ti amano: da' loro delle malattie in

ha in se stessa, con la sua aria di cherubino, più

Questo schiavo giallo cucirà e romperà ogni fede, cambio della lussuria che ti lasciano. Fa' buon uso

potere di distruzione che la tua spada.

benedirà il maledetto e farà adorare la livida lebbra, delle tue ore salaci; matura quei furfanti per le stufe

collocherà in alto il ladro e gli dirà titoli, FRINE: Ti caschino giù marce le labbra! e i bagni; porta la gioventù dalle rosee guance

genuflessioni ed encomio sul banco dei senatori; è all'astinenza coi suffumigi e alla dieta.

TIMONE: Non ti bacerò certo e l'infezione ricadrà

lui che decide l'esausta vedova a sposarsi ancora. dunque sulle tue labbra. TIMANDRA: Impiccati, mostro!

Colei che un ospedale di ulcerosi respingerebbe

con nausea, l'oro la profuma e la imbalsama come ALCIBIADE: Com'è mutato a tal segno il nobile ALCIBIADE: Perdonatelo, dolce Timandra, poiché la

un dì d'aprile. Orsù, dunque, maledetta mota, Timone? sua ragione s'è annegata e perduta nelle sciagure.

comune bagascia del genere umano che metti a Non mi resta che poco denaro, buon Timone, e tale

TIMONE: Come fa la luna, per mancanza di luce da

soqquadro la marmaglia dei popoli, io voglio darti il mancanza provoca rivolte ogni giorno nella mia

dispensare. Ma rinnovarmi come la luna non potrei,

tuo vero posto nel mondo. (Si ode una marcia sprovveduta schiera. Ho inteso e deplorato come la

per mancanza di soli a cui chiedere in prestito.

lontano) Ah un tamburo? Tu sei viva, ma voglio maledetta Atene, immemore del tuo merito, obliosa

seppellirti. Camminerai, ladra incallita, quando quei ALCIBIADE: Nobile Timone, posso renderti un delle grandi azioni che compiesti quando gli Stati

gottosi dei tuoi custodi non possono reggersi in servizio d'amico? vicini, senza la tua spada e senza la tua fortuna,

piedi... Ma lasciami un pugno di te. (Ha in mano un l'avrebbero schiacciata...

TIMONE: Nessuno, se non adottare la mia

po' d'oro)

TIMONE: Ti prego, suona il tamburo e vattene. imperversa sui deboli, copriti gli orecchi e gli occhi fiaccate la sua virilità. Rendete fessa la voce

di una corazza la cui tempra non grida di madri, di dell'avvocato, ch'egli non possa più difendere il

ALCIBIADE: Sono tuo amico e ti compiango, caro vergini o di bambini, né vista di prete sanguinante falso né sibilare i suoi cavilli. Imbiancate il crine del

Timone. nelle sue vesti sacre sapranno penetrare d'un ette. flàmine che inveisce contro la natura della carne e

TIMONE: Come puoi compiangere colui che non crede egli stesso. Fate cadere il naso marcio

Ecco dell'oro per pagare i tuoi soldati; compi una

importuni? Preferirei star solo. fin nel setto a colui che per braccare il suo

strage, e, placata la tua furia, sii tu pure distrutto. particolare abbandona il fiuto del bene comune.

ALCIBIADE: Ebbene, addio. Ecco un po' di denaro. Non parlare, vattene. Fate calvi i riccioluti ruffiani e fate che i gradassi

TIMONE: Tienlo per te, non posso mangiarlo. ALCIBIADE: Hai altro oro? Prenderò l'oro che m'hai usciti illesi dalla guerra abbiano qualche pena da

dato, non i tuoi consigli. voi; impestate tutti e che la vostra attività annulli e

ALCIBIADE: Quando avrò ridotto Atene a un inaridisca la fonte d'ogni creazione. Ecco dell'altro

cumulo di rovine... TIMONE: Che tu li accetti o no, il cielo ti maledica! oro.

TIMONE: Sei in guerra con Atene? FRINE E TIMANDRA: Dacci un po' d'oro, buon Dannate gli altri e che quest'oro vi danni, e i fossi

Timone. Ne hai ancora?

ALCIBIADE: Sì, Timone. E per buoni motivi. siano la vostra tomba!

TIMONE: Abbastanza per far che una puttana

TIMONE: Che gli dèi la sterminino tutta con la tua FRINE E TIMANDRA: Ancora altri consigli e altro

rinneghi il suo mestiere e una ruffiana rinunci a far

vittoria e poi dannino anche te dopo che avrai vinto! oro, generoso Timone.

puttane. Su, tendete i vostri grembiali, sgualdrine.

ALCIBIADE: Perché anche me, Timone? Non avete capacità di giurare, benché io sappia che TIMONE: Prostituitevi sempre più e fate nuovi

voi siete pronte a giurare, a giurare malanni: vi ho dato delle caparre.

TIMONE: Perché eri nato per conquistare la mia spaventosamente fino a far rabbrividire di celesti

patria con uno sterminio di scellerati. Tieni il tuo ALCIBIADE: Battete i tamburi! In marcia verso

quartane gli dèi immortali che vi ascoltano.

denaro: va' avanti; ecco dell'oro; va' avanti. Sii Atene! Addio, Timone! Se va tutto bene torno a

come una pestilenza planetaria, quando Giove Risparmiatemi vostri giuramenti, voglio credere solo visitarti.

sospende il suo veleno nell'aria viziata sopra una ai vostri istinti; siate puttane, sempre. E se alcuno TIMONE: Se le mie speranze saranno esaudite,

città corrotta. Che la tua spada non lasci sfuggire con voce pia cercherà di convertirvi, siate sempre non ti vedrò mai più.

nessuno; non aver compassione della veneranda più svergognate, eccitatelo, infiammatelo, fate che

età per la sua barba canuta: è certo di un usuraio! la vostra fiamma impura vinca il suo fumo, non ALCIBIADE: Non t'ho mai fatto del male.

Colpisci la matrona ipocrita: ha solo l'abito onesto, voltate casacca; pure, le vostre pene, per sei mesi TIMONE: Sì, hai parlato bene di me.

ma poi è una ruffiana. E che le guance della vergine siano di tutt'altro ordine; indi coprite le povere vostre

non inteneriscano il filo della tua spada, poiché ALCIBIADE: Chiami questo un male?

teste spelate con le chiome dei morti, fossero anche

queste poppe di latte che tra gli incroci dei legacci di impiccati, che importa?, portatele, tradite con TIMONE: Gli uomini lo esperimentano tutti i giorni.

del busto attirano lo sguardo dell'uomo non sono esse. Siate sempre puttane e imbellettatevi tanto Vattene e porta le tue cagne con te.

scritte sul libro della pietà: che un cavallo possa impantanarsi in questa ALCIBIADE: Non facciamo che inasprirlo. Battete,

belletta. E il canchero alle vostre rughe!

condannale come si fa coi traditori felloni! Non tamburi! (Rullo di tamburi. Escono Alcibiade, Frine e

risparmiare il marmocchio il cui sorriso pieno di FRINE E TIMANDRA: Bene: ancora dell'oro. E poi? Timandra)

rossette induce alla misericordia gli sciocchi; Credete, noi faremo di tutto per avere oro.

consideralo come un bastardo che un equivoco TIMONE: Possibile che una natura nauseata dalla

TIMONE: Seminate i germi della consunzione nelle

ostacolo ha designato a tagliarti la gola e fallo a ingratitudine umana possa provare ancora la fame?

vuote ossa dell'uomo, colpite le sue tibie affilate e

pezzi senza rimorso: Comune madre, tu (scava la terra) che procrei e

nutri tutto con l'incommensurabile matrice e l'infinito ginocchi e fa' che il solo fiato di colui che compiaci?

tuo respiro; tu che della stessa tempra di cui è ossequierai ti faccia volare il cappello. Loda ogni APEMANTO: Sì.

formato l'orgoglioso tuo figlio, l'arrogante uomo, peggiore suo impulso e dichiaralo ottimo. Così fu TIMONE: Come? Sei pure una canaglia?

generi il rospo nero e il colubro azzurro, la parlato a te; e tu porgevi l'orecchio a ogni furfante e

salamandra dorata e il cieco velenoso rettile, e tutto a ogni striscione, come il tavernaio che a tutti dà il APEMANTO: Se tu avessi eletto quest'aspra e

ciò che nasce di aborrito sotto l'increspato cielo su benvenuto. E' naturale che tu divenga una canaglia: rigida vita per umiliare il tuo orgoglio, saresti nel

cui brilla il vitale fuoco d'Iperione, largisci a colui che se ti rimanesse del denaro, i bricconi ti giusto. Ma tu lo fai per forza. Saresti ancora

odia tutti i figli dell'uomo una povera radice dal tuo spennerebbero ancora. Non cercare di imitarmi. cortigiano se non fossi un pezzente. La miseria

generoso seno! Dissecca la tua fertile e vigorosa volontaria vive più della instabile opulenza, riporta

TIMONE: Se ti somigliassi, mi manderei a far

matrice e che essa non produca più l'ingrato uomo! prima la palma. L'una non fa che rimpinzarsi, non è

friggere.

Concepisci tigri, draghi, lupi e orsi, brulica di nuovi mai soddisfatta: l'altra è sempre appagata. La

APEMANTO: Ti sei buttato via da te essendo

mostri quali la tua faccia supina non ha mai offerto migliore condizione, se non è accompagnata dalla

com'eri: per molto tempo, un insensato, oggi un

alla marmorea volta del cielo! Oh, una radice! contentezza, è uno stato miserabile e disagiato,

pazzo. Credi tu che l'aria gelida, tuo impetuoso

Grazie, grazie! Dissecca il tuo midollo, i tuoi vigneti peggio assai della peggior condizione di cui ci si

ciambellano, ti aiuterà a indossare la camicia

e i tuoi campi arati, grazie ai quali l'ingrato uomo accontenti. Dovresti augurarti la morte, miserabile

calda? Che questi alberi muscosi che han

riempiendosi di soavi beveraggi e di cibi untuosi come sei.

sopravvissuto all'aquila, seguiranno come paggi le

ingrassa la sua pura anima che ne perde ogni TIMONE: Non certo per consiglio di chi è più

tue calcagna, pronti a volare a un tuo cenno? Che il

discernimento! miserabile. Tu sei uno sciagurato che la Fortuna

freddo ruscello rappreso dal ghiaccio offrirà un

(Entra APEMANTO) non ha mai stretto con favore nelle sue molli

cordiale al tuo palato mattutino per riparare gli braccia: essa t'ha trattato da cane. Fosse toccato a

eccessi notturni? Chiama gli esseri che vivono nella

Ancora un uomo? Peste! peste! te, come a noi fin dalle fasce, di passare per i dolci

loro naturale nudità sotto gli oltraggi di un cielo gradi che questo breve mondo concede a coloro

vendicativo, i cui spogli corpi senza tetto, esposti

APEMANTO: M'hanno mandato qui. Si dice che tu che vedono i loro ordini eseguiti con obbedienza

all'urto degli elementi, stanno a tu per tu con la

adotti e imiti i miei modi. passiva, tu ti saresti sprofondato nella volgare

bruta natura: e di' loro di adularti. Oh, tu vedrai...

TIMONE: Questo accade perché tu non hai un cane gozzoviglia. Avresti rammollito la tua gioventù su

TIMONE: Lo sciocco che sei. Vattene.

che io possa imitare. molteplici letti di lussuria, e non avresti mai appreso

APEMANTO: T'amo assai più di una volta. i freddi precetti della moderazione, anzi avresti

Ti pigli la consunzione! seguito il melato spasso che ti stava innanzi. Ma io

TIMONE: E io t'odio di più.

APEMANTO: Tutto ciò non è che affettazione in te: che avevo il mondo per mia confettureria: le

povera e indegna ipocondria scaturita da un APEMANTO: Perché? bocche, le lingue, gli occhi e i cuori degli uomini al

cambiamento di fortuna. Perché questa vanga? mio servizio, più di quanti potessi impiegarne, e

TIMONE: Tu aduli la mia miseria.

questo luogo? quest'abito da schiavo? quest'aria innumerevoli mi stavano intorno, come le foglie

preoccupata? I tuoi adulatori vestono ancora di APEMANTO: Non ti lusingo, ma dico che sei uno sulla quercia, con una scossa di rovaio son caduti

seta, bevono vino, dormono sul morbido, sciagurato. dai rami e m'hanno lasciato nudo, alla mercé di ogni

stringendosi alle loro belle contagiate, e hanno tempesta che soffia.

TIMONE: Perché vieni a cercarmi?

dimenticato fin l'esistenza di Timone. Non far onta a Sopportare questo per me che non avevo

questi boschi assumendo l'acredine del censore. Sii APEMANTO: Per infastidirti TIMONE: E' sempre la conosciuto altro che il benessere, è un grosso peso.

adulatore a tua volta e cerca di prosperare con ciò funzione di un malvagio o d'uno sciocco. Te ne Ma tu, la tua vita ha cominciato nella sofferenza, ad

che ha fatto la tua rovina. Ungi la cerniera dei

essa sei stato indurito dal tempo. Perché dovresti TIMONE: Sotto quel che è sopra di me. Dove mangi potere?

odiare gli uomini? Essi non t'hanno mai lusingato. tu il giorno, Apemanto? APEMANTO: Lo darei alle bestie per sbarazzarmi

Che hai mai dato loro? Se vuoi maledire, sia tuo APEMANTO: Dove il mio stomaco trova cibo, o degli uomini.

bersaglio tuo padre, il povero straccione che per meglio là dove lo mangio. TIMONE: Vorresti anche tu soccombere nella

dispetto infarcì una qualche pezzente e t'impastò TIMONE: Oh, se il veleno fosse obbediente e distruzione degli uomini ed essere bestia tra le

vagabondo ereditario. Via di qui! Vattene! Se tu non conoscesse il mio desiderio! bestie?

fossi nato l'infimo degli uomini, saresti stato un

furfante e un adulatore. APEMANTO: Dove lo manderesti? APEMANTO: Sì, Timone.

APEMANTO: Sei dunque ancora orgoglioso? TIMONE: A condire i tuoi piatti. TIMONE: E' un'ambizione bestiale, e possano gli

dèi soddisfartela. Se tu fossi il leone la volpe ti

TIMONE: Sì, di non essere te. APEMANTO: Non hai conosciuto mai il giusto farebbe suo zimbello; se tu fossi l'agnello la volpe ti

mezzo dell'umana condizione, ma solo i suoi

APEMANTO: E io di non esser stato uno mangerebbe, se tu fossi la volpe il leone ti

estremi opposti. Quando vivevi nell'oro e nei

scialacquatore. sospetterebbe quando per avventura tu fossi

profumi, tutti si burlavano di te per la tua

TIMONE: E io d'esserlo ancora. Fosse tutto il mio accusato dall'asino; se tu fossi l'asino la tua

raffinatezza, nei tuoi cenci non ne conosci alcuna,

avere chiuso in te, io ti darei licenza d'impiccarti. stupidaggine ti tormenterebbe e tu vivresti solo per

ma sei disprezzato per l'opposta ragione. Eccoti

Vattene. Oh, se tutta la vita di Atene fosse in questa servir di colazione al lupo; se tu fossi il lupo la tua

una nespola: mangiala.

radice (dà un morso a una radice) vorrei mangiarla ingordigia ti perseguiterebbe e spesso dovresti

TIMONE: Non mi cibo di ciò che detesto.

così. arrischiare la vita per la cena; se tu fossi l'unicorno

l'orgoglio e la collera ti perderebbero e ti farebbero

APEMANTO: Odi le nespole?

APEMANTO: (gli offre del cibo) Prendi: voglio preda del tuo furore, se tu fossi un orso saresti

migliorare il tuo banchetto. TIMONE: Sì, perché ti somigliano. ucciso dal cavallo, cavallo tu saresti aggranfiato dal

TIMONE: Migliora prima la mia compagnia e levati leopardo, leopardo tu saresti prossimo parente del

APEMANTO: Se tu avessi odiato prima i

di mezzo. leone e le macchie stesse della parentela

succianespole, ora ameresti di più te stesso. Hai cospirerebbero contro di te; tutta la tua salvezza

conosciuto mai uno scialacquatore che sia stato

APEMANTO: E' la mia che migliorerei, in mancanza sarebbe la fuga e tua sola difesa l'assenza. Qual

amato in proporzione dei suoi mezzi?

della tua. bestia potresti essere che non fosse soggetta ad

TIMONE: E tu che uomo hai mai conosciuto che

TIMONE: Così non l'avresti migliorata, ma appena altra bestia? e qual bestia sei già se non vedi

sprovvisto di mezzi fosse amato?

rabberciata; se no, vorrei che lo fosse. quanto perderesti nella trasformazione!

APEMANTO: Me stesso.

APEMANTO: Hai qualche commissione per Atene? APEMANTO: Se tu potessi piacermi parlando, ci

saresti riuscito ora. La repubblica di Atene è

TIMONE: Capisco: tu potevi tutt'al più mantenere un

TIMONE: Che il turbine ti ci porti. Se vuoi, di' a diventata una foresta di bestie.

cane.

quelli che ho dell'oro. Guarda, ne ho davvero. TIMONE: L'asino ha dunque scavalcato il muro, ché

.APEMANTO: Quale cosa al mondo credi tu più

APEMANTO: Qui l'oro non serve a nessun uso. tu sei fuori della città?

somigliante ai tuoi adulatori?

TIMONE: Anzi al migliore e più genuino: poiché qui APEMANTO: Ecco là un poeta e un pittore che

TIMONE: Le donne s'avvicinano di più; ma gli

dorme e non procura guai. giungono. La peste della loro compagnia ti capiti

uomini, gli uomini sono la lusinga stessa. Che cosa

APEMANTO: Dove dormi la notte, Timone? addosso! Ho paura di pigliarmela e me la svigno.

faresti del mondo, Apemanto, se fosse in tuo Quando non saprò che altro fare tornerò a vederti.

TIMONE: Quando sarai vivo tu solo, sarai il gagliardo Marte, tu sempre giovane, fresco, amato TUTTI: Dove?

benvenuto. Meglio essere il cane di un mendicante e delicato seduttore il cui rossore fa fondere la neve SECONDO LADRO: Così c'è stato descritto.

piuttosto che Apemanto. consacrata che giace nel grembo di Diana! Tu, TERZO LADRO: E' lui: lo riconosco.

visibile dio che unisci le cose più incompatibili e fai

APEMANTO: Tu sei il tòcco dei pazzi di quaggiù. che esse si bacino! Tu che parli con ogni lingua e TUTTI: Salve, Timone!

TIMONE: Se tu fossi abbastanza pulito ti sputerei ad ogni fine! O pietra di paragone dei cuori! TIMONE:. Ebbene, ladri?

addosso! considera ribelle l'umanità tua schiava e con la tua

possa gettala in un caos di discordie sì che le belve TUTTI: Non ladri, ma soldati.

APEMANTO: La peste a te! Sei troppo vile anche possano imperare sul mondo!

per esser maledetto! TIMONE: L'uno e l'altro; e figli di donna.

APEMANTO: Così fosse! Ma solo dopo la mia

TIMONE: Ogni briccone è onesto vicino a te. TUTTI: Non siamo ladri ma gente in gran bisogno.

morte. Dirò a tutti che hai dell'oro. Sarai presto

APEMANTO: La lebbra esiste solo nelle tue parole. infastidito da una turba. TIMONE: Il vostro maggior bisogno è la mancanza

di cibo. Or perché ne mancate? Guardate, la terra

TIMONE: Sì, se ti nomino. Vorrei picchiarti ma TIMONE: Infastidito? ha radici: nello spazio di un miglio sprizzano un

dovrei sporcarmi le mani. APEMANTO: Sì. centinaio di sorgenti, le querce hanno ghiande, e

APEMANTO: Vorrei che la mia parola le facesse rosse bacche i rovi. La natura, generosa padrona di

TIMONE: Volgimi le spalle, ti prego.

cascare marce a pezzi. casa ad ogni cespuglio mette tutte le sue vivande

APEMANTO: Vivi e ama la tua miseria!

TIMONE: Va' via, prole di cane rognoso! Muoio di dinanzi a voi. Bisogno? Di che avete bisogno?

rabbia nel vederti vivo. Vengo meno al solo TIMONE: Vivi a lungo e muori nella tua! (Esce PRIMO LADRO: Non possiamo sostentarci di erba,

guardarti. Apemanto) Oh, se n'è andato! Ancora esseri simili di bacche e d'acqua, come le bestie, gli uccelli e i

all'uomo... Mangia, Timone, e detestali.

APEMANTO: Oh, tu potessi crepare! pesci.

(Entrano alcuni Ladri)

TIMONE: Va' via, fastidiosa canaglia! mi duole TIMONE: Né vi bastano le bestie stesse, gli uccelli

dover sciupare una pietra per te! (Gli tira una pietra) e i pesci: bisogna che mangiate uomini. In ogni

PRIMO LADRO: Dove può avere quell'oro? Sarà modo debbo rendervi grazie di esser ladri professi e

APEMANTO: Bruto! qualche frammento, qualche minimo rimasuglio di non lavorare sotto apparenze edificanti: poiché il

della sua fortuna. La mancanza di denaro e

TIMONE: Cialtrone! furto senza limiti è quello delle professioni regolari.

l'abbandono dei suoi amici l'hanno gettato in questa Ladri matricolati, eccovi dell'oro. Andate, succhiate il

APEMANTO: Rospo ! malinconia. più recondito sangue del grappolo finché la calda

TIMONE: Canaglia, canaglia, canaglia! Sono stanco febbre faccia fermentare il vostro fino alla schiuma e

SECONDO LADRO: Si vocifera che abbia un gran

di questo mondo ipocrita e non voglio tollerare che vi salvi dal capestro. Non credete al medico: i suoi

tesoro.

le sole necessità. Dunque, Timone, prepara subito antidoti sono veleno, ed egli uccide più di quanto

TERZO LADRO: Facciamo un tentativo su di lui: se

la tua tomba. Giaci dove la bianca spuma del mare voi non rubiate.

non si cura dell'oro ce ne darà facilmente. Se l'ha

possa sferzare ogni giorno la pietra tombale; fa' un Prendete insieme la borsa e la vita; commettete

nascosto da avaro, come faremo a ottenerlo?

epitaffio tale che la morte mia irrida alla vita degli delitti, come vi vantate di fare da uomini del

altri. (Osserva l'oro) O tu, dolce regicida! Caro SECONDO LADRO: E' vero, perché non lo tiene su mestiere. Vi mostrerò dovunque esempi di ruberia.

strumento di divorzio fra figlio e padre! Tu, brillante di sé. E' nascosto. Il sole è un ladro e con la sua forza d'attrazione

profanatore del più puro letto di Imene! Tu, spoglia il vasto mare; la luna è una ladra

PRIMO LADRO: Non è quello?

vagabonda che sottrae dal sole il suo pallido fuoco; fanno! il mio moto inconsulto contro tutta l'umanità senza

il mare è un ladro la cui liquida onda scioglie la luna eccezioni, voi iddii sempre equanimi! Io proclamo

Ecco, s'è accorto di me: voglio offrirgli il mio leale

in lacrime salate; la terra è una ladra che si ciba e si che c'è un uomo onesto, ma uno solo non

rincrescimento e dedicargli, come a mio padrone,

alimenta di un concio sottratto ai rifiuti di tutti; ogni fraintendetemi, ed è un castaldo! Come avrei

l'intera vita. Oh, mio caro padrone!

essere è un ladro: le leggi che vi frenano e sferzano preferito odiare tutta l'umanità! E tu ti riscatti; ma

col loro rude potere sono un furto impunito. Andate! tutti gli altri fuor di te io colpisco con le mie

Detestatevi l'un l'altro! Derubatevi tra voi. Ecco altro maledizioni. Io credo però che tu sia ora più onesto

(TIMONE si avvicina)

oro. Tagliate le gole: tutti quelli che voi incontrate che saggio: perché maltrattandomi e tradendomi

sono ladri. Andate ad Atene, scassinate le botteghe: avresti trovato più agevolmente un altro servizio,

tutto ciò che ruberete sarà rubato a dei ladri, e per ché molti arrivano a un secondo padrone passando

TIMONE: Scostati! Chi sei tu?

quello che qui vi do, non vi salti in testa di rubar di sul collo del loro primo. Ma dimmi il vero, giacché io

FLAVIO: M'avete dimenticato, signore?

meno; ma l'oro vi danni in ogni modo! Amen. debbo sempre dubitare, anche in un caso così

certo, non è la tua una generosità ipocrita,

TIMONE: Perché me lo chiedi? Ho dimenticato tutti

TERZO LADRO: Mi ha quasi indotto a detestare la interessata, la generosità usuraia del ricco che

gli uomini, dunque, se tu concedi di essere un

mia professione invitandomi a perseverarvi. raddoppia i doni attendendosene in cambio venti

uomo, ho dimenticato anche te.

PRIMO LADRO: E' per odio all'umanità che ci per uno?

FLAVIO: Sono un vostro povero e onesto servitore.

consiglia così, non per farci prosperare nel nostro FLAVIO: No, mio degno padrone, nel vostro petto il

mestiere. TIMONE: Allora non ti conosco: non ho mai avuto dubbio e la diffidenza trovano luogo ahimè troppo

intorno persone per bene. Tutti quelli che avevo

SECONDO LADRO: Voglio credere a lui come tardi! Voi avreste dovuto temere un mondo bugiardo

erano bricconi, buoni a servire in tavola ai furfanti.

crederei a un nemico, e rinunciare al mio traffico. allora che eravate in auge; ma il sospetto viene

sempre quando una fortuna è finita. Ciò che io

FLAVIO: Gli dèi sono testimoni che mai povero

PRIMO LADRO: Facciamo che prima torni la pace mostro, il cielo lo sa, è solo affetto, gratitudine e

castaldo portò più sincero dolore della rovina del

ad Atene. Anche nei tempi peggiori c'è sempre zelo per la vostra incomparabile anima,

suo signore di quel che han patito i miei occhi per

modo di tornare onesti. (Escono i Ladri) sollecitudine per il vostro sostentamento e il vostro

voi.

(Entra FLAVIO) benessere.

TIMONE: Come? Tu piangi? Vieni accosto, allora io Credetelo, mio onorato signore, ogni benefizio che

ti amo perché sei una donna e sconfessi la dura

FLAVIO: O dèi! E quell'uomo abbandonato e può toccarmi sia ora che in futuro io vorrei darlo in

virilità i cui occhi non hanno lacrime che per il riso e

degradato sarebbe il mio signore? Pieno di cambio di veder adempito quest'unico voto, che voi

la lussuria. La pietà dorme. Strani tempi che

decadenza e di sconfitta? O monumento prodigioso aveste potere e ricchezza di compensare me con lo

piangono con le risa anziché col pianto!

di buone azioni malamente sprecate! Quale spettacolo della vostra fortuna.

cambiamento di stato ha prodotto la sua disperata FLAVIO: Vi prego di riconoscermi, mio degno TIMONE: Guarda, è così! O solo uomo onesto,

inopia! Nulla sulla terra è più vile di amici che signore, di accettare il mio dolore e, fin che duri tieni, prendi. Gli dèi dal fondo della mia miseria ti

possono condurre le anime più degne alla più questo povero gruzzolo, di tenermi ancora come hanno mandato un tesoro. Va', vivi ricco e felice; ma

misera fine! vostro castaldo. a un patto: tu costruirai lontano dall'uomo. Odia tutti,

Come propriamente si addice al costume dei nostri TIMONE: Avevo un castaldo così sincero, così maledici tutti, non mostrare carità per nessuno e

tempi il precetto di amare i nostri nemici! Possa io giusto e ora così soccorrevole? Ciò quasi prima di soccorrere il mendico lascia che la sua

d'ora in poi amare e ricercare coloro che vorrebbero ammansisce la mia feroce natura. Che io ti guardi in carne famelica oli si stacchi dalle ossa.

il mio male, anziché gli amici che tanto me ne faccia. Certo, questi è un nato di donna. Perdonate

Da' ai cani ciò che neghi agli uomini; lascia che caso sia giusta e veridica la voce che corre sulla Andiamo.

siano inghiottiti dalle prigioni e che i debiti li sua fortuna. TIMONE (a parte): Vi attendo al varco. Che divinità

facciano morire a stento, che siano come foreste POETA: Avete ora qualcosa da offrirgli? quest'oro che è adorato in un tempio più sudicio di

intristite! Possano le malattie suggere il loro sangue un porcile! Sei tu, oro, che armi le navi e solchi

PITTORE: Per ora solo la mia visita; ma gli

perfido! E così, addio, e sii felice. l'onda e poni onorata riverenza in uno schiavo. A te

prometterò un'opera eccellente.

FLAVIO: Oh, permettete che io resti e vi consoli, vada la venerazione e possano essere coronati di

POETA: Ottimamente. Promettere è come l'aria che

padrone mio. flagelli i santi che obbediscono a te solo. Sono

si respira oggigiorno: apre gli occhi all'aspettativa. pronto a incontrarli. (Si avanza)

TIMONE: Se tu temi le maledizioni, non restare: Mantenere è sempre da minchioni; e fuorché fra la

fuggi finché sei libero e benedetto. Non rivedere più POETA: Salve, degno Timone!

gente più ingenua e più semplice, tener la parola è

uomo e fa' che io non ti veda più. (Escono da parti affatto fuor d'uso. Promettere è ciò che v'è di più PITTORE: Il nostro nobile padrone d'un tempo!

diverse) cortese ed elegante: mantenere è una sorta di TIMONE: Son dunque vissuto abbastanza per

testamento che denota una grave infermità nel vedere due uomini dabbene?

giudizio di chi lo compie.

ATTO QUINTO POETA: Signore, avendo spesso profittato della

SCENA PRIMA - La selva davanti alla caverna di vostra grande larghezza e udendo che vi eravate

Timone (TIMONE esce dalla caverna) rifugiato qui, privo di quegli amici la cui ingrata

natura... Oh, le odiose anime! Le sferze del cielo

(Entrano il Poeta e il Pittore) non sono abbastanza grandi... Come? Proprio a voi

la cui astrale nobiltà pioveva vita e influsso su tutto

PITTORE: Ho preso nota del luogo e la sua dimora TIMONE (a parte): Ottimo artefice! Non potrai mai l'esser loro! Io mi ci perdo e non saprei coprire

non dev'essere lontana di qui. dipingere un uomo così turpe come te. questa enorme ingratitudine con parole abbastanza

grandi.

POETA: Che pensare di lui? Che sia vera la voce POETA: Sto pensando quale opera posso dirgli di

che egli sia colmo d'oro? aver preparato per lui. Dev'essere una TIMONE: Lasciatela nuda com'è, la si vedrà anche

rappresentazione di lui stesso; una satira contro le meglio. Voi siete onesti ed essendo tali fate

PITTORE: E' sicuro. Alcibiade lo riferisce; Frine e mollezze della prosperità e la denuncia delle infinite conoscere gli altri per quel che sono.

Timandra hanno avuto oro da lui. Del pari egli ha adulazioni che seguono la gioventù e l'opulenza.

arricchito assai alcuni poveri soldati sbandati. Si PITTORE: Io e lui abbiamo proceduto sotto la

dice che abbia dato al suo castaldo una forte TIMONE: (a parte) Vuoi dunque parere una pioggia dei vostri doni e ne fummo toccati nel

somma. canaglia nella tua stessa opera? Vuoi dunque profondo.

sferzare i tuoi propri vizi negli altri uomini? Fa' pure,

POETA: Sicché il suo fallimento sarebbe stato solo TIMONE: Oh, sì, siete uomini onesti.

ho dell'oro per te.

una prova per i suoi amici. PITTORE: Siamo venuti fin qui per offrirvi i nostri

POETA: Bene, ora cerchiamolo. Contro i nostri

PITTORE: Nient'altro. Lo vedrete ancora come la servizi.

interessi noi pecchiamo se, profittar potendo,

palma di Atene, fiorente come i più grandi. Per c'indugiamo. TIMONE: Uomini dabbene! Già, e come potrei

questo non faremmo male a portargli la nostra sdebitarmi? Potete voi nutrirvi di radici e bere acqua

devozione finché dura la sua supposta miseria: ci PITTORE: E' vero. fresca? No...

farà fare una figura onesta, e potrà appagare i Finché c'è il dì, prima del buio incerto, quel che vuoi

nostri intenti di ciò per cui essi si affaticano, nel A DUE: Faremo ciò che potremo per servirvi.

trova al lume che t'è offerto.

TIMONE: Siete gente dabbene. Avete sentito dire ma liberatemi da quei furfanti che sono con voi, questi amici: gli Ateniesi vi mandano a riverire da

che ho dell'oro, sono certo che è così. Dite la verità: impiccateli, pugnalateli, affogateli in una latrina, due dei loro venerabili senatori.

siete uomini onesti. sterminateli con qualche mezzo e tornate a me: vi Parlate loro, nobile Timone.

darò oro a profusione.

PITTORE: Così si dice, mio degno signore, ma non (TIMONE appare sull'entrata della caverna)

perciò siamo venuti, il mio amico e io. A DUE: Il loro nome, signore: fateceli conoscere.

TIMONE: Buona, ottima gente! Tu sei il migliore TIMONE: Andate voi da una parte, e voi dall'altra, TIMONE: O tu, soccorrevole sole, brucia! Parlate,

autore di simulacri in Atene; proprio sei il migliore. sarete sempre due insieme; ognuno di voi messo pezzi da forca: per ogni parola vera vi venga una

Tu simuli che pare la vita stessa. da parte e isolato avrà sempre un furfante a tenergli vescica! E ogni falsa sia come un cauterio sulla

compagnia. Se non vuoi che ci siano due furfanti radice della vostra lingua e la consumi mentre è

PITTORE: Non c'è troppo male, mio signore. dove sei tu, non accostarti a lui. E se tu non vuoi proferita!

TIMONE: E' così come io dico, messere. E quanto restare dov'è un solo furfante, ebbene lascialo solo. PRIMO SENATORE: Degno Timone...

alle tue finzioni, il verso vi scorre con stile così fine Via di qui! Sloggiate! Ecco dell'oro: siete venuti per

e polito che tu resti naturale pur nell'arte tua. Ma a l'oro, voi miserabili; (al Pittore:) voi avete un lavoro TIMONE: Degno di voi come voi di lui.

parte ciò, miei onesti amici, io debbo dirvi che avete per me ed ecco il compenso. Via di qui! Voi (al SECONDO SENATORE: I senatori d'Atene ti

una piccola pecca. Diamine, non è cosa mostruosa Poeta:) siete un alchimista, mutate in oro questo! salutano, Timone.

né io desidero che vi diate la pena di correggerla. Via di qui, cani rognosi! (Li caccia a nerbate e si

ritira) TIMONE: Li ringrazio tutti: e vorrei mandar loro la

A DUE: Preghiamo Vostro Onore di farcela peste se potessi prenderla per loro.

conoscere. PRIMO SENATORE: Oh, dimentica ciò di cui noi

TIMONE: Ve ne avrete a male. (Entra FLAVIO con due Senatori) stessi siamo dolenti nei tuoi riguardi. I senatori con

A DUE: Ve ne saremo grati, signore. unanime affetto ti pregano di tornare ad Atene;

FLAVIO: Invano vorreste parlare con Timone, egli è hanno pensato di offrirti particolari cariche che, ora

TIMONE: Davvero? tanto assorto in sé, che, eccetto lui, nulla che abbia vacanti, sarebbero a tua disposizione per il loro

aspetto umano gli riesce gradito.

A DUE: Non ne dubitate, degno signore. impiego migliore.

PRIMO SENATORE: Conducetemi alla sua

TIMONE: Ebbene, ognuno di voi s'è fidato di un SECONDO SENATORE: Essi ammettono che

caverna; ne siamo incaricati e abbiamo promesso

furfante che lo tradisce più che può. l'ingratitudine a tuo riguardo è stata troppo grande e

agli Ateniesi di parlare con Timone. troppo grossolana: ond'è che il popolo, il quale

A DUE: Davvero, mio signore? raramente si ritratta, sentendo quanto gli manchi

SECONDO SENATORE: Gli uomini non sono

TIMONE: Sì; e voi lo udite ingannare, lo vedete l'aiuto di Timone, paventa la propria rovina se non

sempre uguali in tutte le circostanze: è il tempo e i

simulare, conoscete le sue truffe grossolane, lo viene in aiuto di Timone, e ci manda da te per far

suoi dolori che così l'han ridotto; se il tempo con

amate, lo nutrite, lo tenete nel vostro petto; e atto di contrizione, e offrirti un compenso più

mano più propizia gli offre la fortuna dei suoi antichi

tuttavia siete certi ch'egli è un furfante matricolato. fruttuoso di quanto l'offesa che ti hanno arrecata

giorni, può farne l'uomo di una volta. Conduceteci possa gravare la più esatta bilancia; tal cumulo e

da lui e accada quel che può.

PITTORE: Non conosco alcuno che sia tale, mio somma di affetto e di ricchezza che cancelli i torti

signore. FLAVIO: Questa è la sua caverna. Che la pace e la che ti furono fatti e incida in te i segni del suo amore

felicità sian qui!

POETA: Neppur io. in lettere mai cancellabili.

Timone, signore! Timone! fatevi vedere e parlate a

TIMONE: Uditemi, io vi amo assai e vi darò dell'oro, TIMONE: Voi mi stregate, mi trascinate fino

all'estremo limite delle lacrime: prestatemi il cuore duri a lungo! la coprirà l'onda turbolenta dalla sua crestata

d'uno sciocco e gli occhi d'una donna, e tali conforti schiuma. Venite là e la mia pietra tombale sia il

PRIMO SENATORE: Parliamo inutilmente.

mi faranno piangere, degni senatori. vostro oracolo.

TIMONE: E tuttavia amo la mia patria e non sono

PRIMO SENATORE: Perciò se ti piaccia tornare tra Labbra, lasciate spirare le mie amare parole e

uomo da godere del comune naufragio, come lo

noi, a prendere il comando della nostra Atene, tua e spegnersi la mia voce.

pretende la voce pubblica.

nostra, sarai accolto con grazie, investito del potere Che la peste e il contagio siano il rimedio del male!

PRIMO SENATORE: Ben detto.

supremo, e godrai della più alta autorità. Così Sia la tomba il lavoro unico dell'uomo e la morte il

avremo presto respinto i selvaggi attacchi di TIMONE: Raccomandatemi ai miei amati suo compenso! Sole nascondi i raggi! Timone ha

Alcibiade che come un cinghiale feroce sradica la concittadini. finito di regnare. (Esce)

pace del suo paese. PRIMO SENATORE: Queste parole son degne PRIMO SENATORE: Il suo risentimento è ormai

SECONDO SENATORE: E alza la sua minacciosa delle labbra dalle quali escono. irremovibilmente legato alla sua natura.

spada contro le mura di Atene. SECONDO SENATORE: Ed entrano nelle nostre SECONDO SENATORE: La nostra speranza in lui è

PRIMO SENATORE: Così Timone... orecchie come grandi conquistatori sotto gli archi morta: torniamo e cerchiamo quale altro mezzo resti

trionfali.

TIMONE: Bene, signore, consento; sì, signore, e in questo estremo pericolo.

consento così: se Alcibiade uccide i miei TIMONE: Raccomandatemi ad essi e dite loro che PRIMO SENATORE: Bisogna spicciarsi. (Escono)

concittadini, fate che Alcibiade sappia questo di per liberarli dai loro affanni, dai loro timori dei colpi

Timone: che a Timone ciò non importa nulla. Ma se nemici, e dalle sofferenze e perdite e pene d'amore

saccheggia la bella Atene e prende per la barba i e da tutti i guai che possono assalire il fragile SCENA SECONDA - Dinanzi alle mura di Atene

nostri venerandi vegliardi, se egli espone le nostre vascello della nostra natura nell'incerto viaggio della (Entrano due Senatori e un Messaggero)

sante vergini all'oltraggio di una guerra infame, vita io voglio render loro un servizio: voglio insegnar

bestiale e pazzesca, fategli sapere e ripetetegli che loro a prevenire la bieca furia di Alcibiade.

lo ha detto Timone, che per pietà dei nostri anziani PRIMO SENATORE: Ciò che riveli è doloroso. Le

SECONDO SENATORE: Oh, questo mi piace. Egli

e della nostra gioventù non posso fare a meno di sue forze sono così importanti come dici?

torna a noi.

dirgli che... non me ne importa; e se la prenda pure MESSAGGERO: Ho detto il minimo. Per di più la

al peggio. E quanto ai loro coltelli, voi non datevene TIMONE: Ho qui nel mio recinto un albero che per sua celerità promette una venuta immediata.

pena finché avrete gole da essere tagliate. Per mio bisogno dovrò tagliare e abbattere al più presto.

conto mio, non c'è lama nel campo dei ribelli che SECONDO SENATORE: Corriamo un bel rischio,

Dite ai miei amici dite, agli Ateniesi in ordine

non mi stia più a cuore della più venerabile gola di se non portano qui Timone.

gerarchico dal più alto al più basso che chiunque

Atene. Così vi lascio alla protezione degli dèi voglia mettere fine alla sua ambascia si affretti a MESSAGGERO: Ho incontrato un corriere, mio

propizi, come ladri ai carcerieri. venir qui prima che l'albero abbia sentito la scure, e vecchio amico, e benché militanti in parti avverse, il

s'impicchi. Vi prego, trasmettete il mio saluto.

FLAVIO: Andate, tutto è inutile. nostro vecchio affetto ci forzò a parlarci da amici.

Quell'uomo era in viaggio dal campo di Alcibiade

FLAVIO: Non disturbatelo più. Lo trovereste

TIMONE: Guardate, stavo scrivendo il mio epitaffio, alla caverna di Timone con una lettera in cui lo si

irremovibile.

lo si vedrà domani. La lunga infermità della mia pregava di dare il suo aiuto contro la vostra città in

salute e della mia vita sta per guarire e il nulla sta TIMONE: Non tornate più, ma dite agli Ateniesi che una guerra mossa in parte per vendicarlo.

per offrirmi tutto. Andate, vivete ancora! Che Timone ha costruito la sua ultima dimora su una

Alcibiade sia la vostra peste, voi la sua, e tutto ciò (Entrano i Senatori inviati a Timone)

spiaggia, presso il salso flutto, e una volta al giorno


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ninja13

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Letteratura italiana su "Timone d'Atene" per l'esame del professore Roberto Giugliucci. Viene descritta dettagliatamente l'opera in più atti di William Shakespeare. Si tratta di un dramma in cinque atti che ha come protagonista Timone, un ricco ateniese generoso perennemente assediato da falsi amici che si rivelano ancora peggio quando Timone viene sommerso dai debiti.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in letteratura, musica e spettacolo
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gigliucci Roberto.

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