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Letteratura italiana

Appunti di letteratura italiana su Basile, Collodi, Straparola basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Martelli dell’università degli Studi Carlo Bo - Uniurb, Facoltà di Lingue e letterature straniere. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Letteratura italiana docente Prof. M. Martelli

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ESTRATTO DOCUMENTO

con la moglie. Poco tempo dopo il re, suo suocero morì, ed egli prese il suo posto. Costantino, da

povero, riuscì a diventare ricco.

Pietro Pazzo Una vedova aveva un figlio pescatore, non molto giusto di testa, detto Pietro Pazzo.

Egli pescava ogni giorno ma non riusciva a prendere nulla ma, ogni volta al ritorno a casa gridava

di aver pescato molti pesci e la figlia del re lo prendeva in giro. Un giorno riuscì a pescare un grosso

tonno, ma questi pregò Pietro di lasciarlo libero in cambio di un desiderio. Pietro accettò e ricevette

in dono una barca piena di pesci, rendendo contenta la madre, ma le risa della principessa non

cessarono. Così Pietro richiamò il pesce per fare in modo che la ragazza rimanesse incinta di lui. Il

desiderio fu esaudito; la principessa rimase incinta, con dispiacere dei genitori che volevano

scoprire chi era il padre. Alla nascita del bambino, furono convocati numerosi giovani, ma nessuno

sembrava essere il padre. Un giorno si presentò Pietro Pazzo e, notando una certa somiglianza con il

bambino, si scoprì che era lui il padre. Il re decise di buttare in mare la povera famiglia. La

principessa era disperata ma Pietro gli diceva di non preoccuparsi. Chiamo il tonno che realizzò i

desideri di Luciana. I tre approdarono sulla terra e fu costruito un ricchissimo palazzo. Il re e la

regina di pentirono di aver cacciato la figlia e partirono alla sua ricerca, fino ad approdare in un

isolotto. Qui ergeva un enorme palazzo, che i coniugi scoprirono essere abitato dalla figlia e da

Pietro, ora divenuto un uomo ricco e bello. Tutti si riappacificarono e avvenne una grande festa.

Alla morte del re, Pietro Pazzo gli succedette.

Costanzo/Costanza un re si sposò con il fine di avere eredi, ma sua moglie partorì tre bambine.

Giunta ad una età avanzata, la donna non poteva avere più figli. Una volta giunte all’età del

matrimonio, il re diede in spose le figlie e diede loro una parte del regno. Qualche anno dopo, però

la regina partorì un’altra bambina, Costanza. Divenne una ragazza bella e educata e, giunta l’ora del

matrimonio, i genitori volevano darla in sposa al figlio di un marchese, in quanto la dote non era

alta. Costanza si rifiutò di sposare qualcuno al di sotto del suo rango e decise di vestirsi da uomo e

farsi chiamare Costanzo. Entrò al servizio del re e la regina lo desiderava come amante. Siccome il

re voleva un satiro come prigioniero, la regina gli suggerì di far eseguire questo compito a

Costanzo. Egli accettò e, con uno stratagemma, riuscì a catturare un satiro nel basco, usando un

vaso, del vino e del pane. Nella via del ritorno, il satiro cominciò a ridere. Il re cercò di farlo parlare

e la regina suggerì a Costanzo di compiere quest’azione. Costanzo corruppe il satiro con del cibo e

promettendogli la libertà. Il satiro iniziò a raccontare una storia con la quale il re capì che le ancelle

della moglie erano in realtà degli uomini. Capì anche che Costanzo era una donna. Fece processare

la moglie e sposò Costanza.

Re Porco un re e una regina non avevano figli. Finalmente la regina rimase incinta, ma un giorno

gli si avvicinarono tre fate e le lanciarono una maledizione. Infatti, la terza fata le augurò di

partorire un figlio con la pelle da porco e che si comporti come un porco e non potrà uscire da

questa forma fino a che non sposerà tre donne. Al momento del parto, nacque un porco e i genitori

erano disperati. Col tempo però vi si affezionarono, poiché egli parlava ma aveva comunque le

sembianze di un animale. Il porco crebbe e si innamorò di una delle figlie di una povera vedova e

gli chiese il permesso di sposarla. Il re riuscì a convincere la donna a dare in sposa la figlia. Dopo

essersi sposati, la coppia si ritirò in camera da letto e, la fanciulla aveva un pugnale nascosto per

uccidere il marito, ma si addormentò e fu il porco a uccidere la moglie. Il porco, poi desiderò in

sposa la secondogenita dell’uomo e convinse i genitori a far celebrare il matrimonio. Nella sera

delle nozze, la fanciulla aveva con sé del veleno per uccidere il corpo, ma questi scoprì il piano e

uccise la moglie. Poco tempo dopo desiderò anche l’ultima figlia della vedova, la quale acconsentì

lei stessa al matrimonio. La sera delle nozze, la fanciulla era affettuosa con lui. Al porco cadde la

pelle setolosa e si rivelò essere un bel ragazzo, del quale la donna si innamorò., spezzando

l’incantesimo. La fanciulla raccontò ciò alla regina, che fu felice di vedere il figlio bello. La coppia

ebbe un figlio e, il re e la regina, contenti, decisero di deporre la corona in loro favore.

Biancabella un marchese non aveva figli. Un giorno, a sua moglie le si avvicinò una biscia e le

entrò nel ventre. Poco dopo si scoprì che era incinta e partorì una bambina con avvolta una biscia

nel collo. La bambina fu chiamata Biancabella. Quando compì 10 anni la biscia le parlò e le rivelò

di essere la sorella Samaritana e se vorrà essere felice dovrà obbedirle. Le dovrà portare sue vasi,

contenenti del latte e dell’acqua di rose, nei quali la biscia immerse Biancabella, che diventò ancora

più bella. Attirò molti corteggiatori, fino a quando il padre acconsentì a farla sposare con il re di

Napoli. Biancabella chiamò la sorella, ma non rispose. La coppia tornò a Napoli, dove lo sposo

aveva una matrigna con due figlie e voleva far sposare una di loro col figliastro. Quando il re partì,

la matrigna decise di fare uccidere Biancabella. Le tagliarono le mani e la matrigna fece credere che

una delle figlie fosse Biancabella, dicendo al re che era malata. Intanto Biancabella era stata portata

in un bosco, dove incontrò un contadino che la accolse a casa sua. La moglie e le figlie le lavarono

il viso e le mani tagliate, e da lei cominciarono uscire rose e fiori, e credettero che fosse una

creatura divina. Un giorno, Biancabella ritornò nel luogo dove era stata trovata dal vecchio, per

invocare la sorella ma, non trovandola decise di uccidersi. In quel momento comparve Samaritana

che la confortò e assunse le sembianze di una fanciulla. Biancabella guarì e, insieme alla famiglia

del vecchio e alla sorella, si trasferirono in un bellissimo palazzo presso la corte di Napoli. Il re notò

il castello e voleva conoscere chi vi abitava. Fu organizzato un pranzo e il re scoprì l’identità di

Bianacabella, dopo che gli fu raccontata la sua storia. I due sposi alla fine si ricongiunsero e la

matrigna fu condannata a morte insieme alle figlie.

Sulla FIABA –Italo Calvino

le fiabe sono vere.

"Io credo questo:

Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane,

una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle

coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e

una donna, soprattutto per la parte della vita che appunto è il farsi di un destino: la giovinezza,

dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove

per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario

disegno, tutto: la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la

persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini d’una dialettica interna ad ogni vita;

l’amore incontrato prima di conoscerlo e subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di

soggiacere a incantesimi, cioè d’essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo

per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli

altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di

cuore come virtù basilari che portano alla salvezza ed al trionfo; la bellezza come segno di grazia,

ma che può essere nascosta sotto spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la

sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che

esiste…"

Pinocchio

Per analizzare le categorie di eroe e modello in Pinocchio, ho tenuto conto del suo duplice

statuto di romanzo per ragazzi e per adulti, considerando separatamente le due versioni

del romanzo: la prima, in quindici capitoli, e la seconda, che comprende tutto il romanzo

dal capitolo i al xxxvi. Il termine “modello” è da intendersi in una duplice accezione:

modello da imitare per il lettore, e modello letterario, ripreso dalla tradizione letteraria o

inaugurato da Collodi.

La prima versione breve, che doveva terminare con il burattino impiccato alla Quercia

grande, costituisce a mio avviso un semplice racconto ammonitorio sul modello di Le

Petit Chaperon Rouge di Perrault, fiaba che Collodi conosceva molto bene per averla

tradotta qualche anno prima in I racconti delle fate. Il burattino, così come Cappuccetto

Rosso, muore per la sua ingenuità e inesperienza del mondo, che lo porta a fidarsi dei

primi malintenzionati che incontra per strada: la coppia formata dal Gatto e dalla Volpe è

infatti lo sdoppiamento comico del Lupo tentatore, e come lui porterà alla morte il

protagonista.

Pinocchio non è quindi presentato come un eroe, un modello da seguire, ma come un

antieroe, un anti-modello di cui il lettore non deve imitare il comportamento se non vuole

fare la stessa fine. La sua nascita demiurgica, che rinvia a modelli letterari illustri mitici e

biblici, non si può allora considerare, come vorrebbe il cardinale Biffi, il sintomo di

un’adesione inconsapevole alla visione cristiana, quanto una rielaborazione parodica

dell’intertesto biblico: Geppetto è un demiurgo depotenziato, che non dona la vita alla sua

creatura, ma solo una nuova forma che ne rende più facile il movimento, allo scopo di

usarla nei suoi spettacoli di teatro ambulante; quel vecchietto stralunato, soprannominato

Polendina per la sua bizzarra parrucca, non fabbrica un essere umano, ma solo un

burattino, che conserva ancora tutta la sua natura “altra” e vegetale, una creatura inadatta

alla vita e destinata al fallimento.

Se, però, si considera il romanzo nel suo insieme, e si tiene conto dell’evoluzione e della

maturazione di Pinocchio, che diviene a sua volta “padre” del suo stesso padre,

compiendo così un intero ciclo vitale, la nascita demiurgica assume un tutt’altro valore:

Pinocchio diventa immagine non solo dell’infanzia, ma dell’umanità, che deve compiere

nella sua vita il percorso già compiuto dal primo uomo. Questa «universalità» di

Pinocchio, in cui tutti possono identificarsi, adulti e bambini, è facilitata, anziché

impedita, dalla costituzione legnosa del burattino: mentre, infatti, è difficile identificarsi

completamente con un personaggio realistico, le cui particolarità fisiche o caratteriali

possono essere molto diverse da quelle del lettore, è molto più facile identificarsi con un

animale, o con una creatura dall’aspetto non umano, che può rappresentare l’uomo

simbolicamente.

Il romanzo di Collodi, insomma, è ormai diventato un grande classico per tutti, un libro

fruibile da un duplice pubblico di adulti e bambini, che possono leggerlo in maniera

diversa a seconda dell’età. Ed è proprio tenendo conto di questa sua doppia destinazione

che intendo accertare lo statuto di eroe (o antieroe) del protagonista, così come il suo

valore di «modello» in una duplice accezione: modello da imitare (o evitare) per i lettori,

e modello letterario, di cui andranno rintracciati sia gli antecedenti, più o meno illustri,

che gli eredi.

I primi tre capitoli, infatti, sono quasi interamente dedicati alla nascita straordinaria di

Pinocchio, fabbricato dalle abili mani di un falegname: uno spazio piuttosto ampio,

nell’economia generale del racconto, già di per sé segno dell’importanza che l’origine

riveste nella costruzione del personaggio. La nascita del burattino, destinato a una vita

misera e sventurata, rinvia a un modello letterario illustre: al demiurgo che crea un essere

umano dando forma e vita a materia inerte.

Il burattino che corre per le strade e per i campi, con le sue gambe legnose appena

intagliate, conserva ancora tutta la sua vegetalità — rimando alla natura selvaggia, ribelle

e anarchica dell’infanzia non ancora domata e «civilizzata» dagli adulti. È quindi un

personaggio ben diverso rispetto ai bambini modello, obbedienti e studiosi, che si trovano

nella letteratura per l’infanzia italiana dell’epoca. Pinocchio è immagine dell’infanzia non

solo per questa sua selvatichezza, simboleggiata da quel nasone che cresce a dismisura,


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AUTORE

__elii.s

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di Laurea in Lingue e Civiltà Orientali
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher __elii.s di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Martelli Matteo.

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