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La figura del comico

Non esistono trattati specifici sul comico, ma vi sono degli scritti che forniscono molte nozioni utili per farci capire meglio questa figura. Nella teoria classica, per esempio, si inserisce il riso nell’ambito della retorica e, tra i più grandi modelli, distacchiamo il “Filebo” di Platone. Egli è un personaggio essenziale per capire la figura del comico, anche nei secoli successivi. Secondo Platone, il ridicolo è provocato dallo scarto tra quello che siamo e quello che crediamo di essere.

Classificazione platonica del ridicolo

  • Crediamo di essere più ricchi di quello che siamo, e questa nostra presunzione ci rende ridicoli;
  • Crediamo di essere più sapienti di quello che in realtà siamo e altrettanto cadiamo nel ridicolo;
  • Crediamo di essere più belli di quello che siamo e ciò genera riso.

Quindi, possiamo dire che la teoria platonica sul comico è importante, poiché ci fa capire che la presunzione di sapienza ha un effetto ridicolo/comico: il personaggio comico viene deriso proprio perché arrogante e presuntuoso. Questa tripartizione condizionò molte commedie del Cinquecento (es. il “Candelaio” di Giordano Bruno).

Platone introdusse anche questioni di maggiore rilievo, come per esempio la compresenza del piacere e del dolore, e riflettendo sul fatto che il dolore sia una parte del piacere, egli va a dare informazioni utili per capire la natura contraddittoria del comico, che possiamo dire che nasce dal dolore, e così dicendo, allora, possiamo altrettanto affermare che la commedia nasce dalla tragedia. Quindi, le passioni dell’anima sono strettamente legate tra di loro.

Aristotele e la poetica

Di grande importanza è anche Aristotele con la sua poetica. In egli, lo spazio della commedia è definito in opposizione a quello della tragedia: la commedia deve esprimere il brutto, l’errore, il vizio, mentre la tragedia deve parlare degli uomini grandi e nobili. Nei trattati aristotelici, troviamo anche la nozione di “catarsi”, dalla quale deduciamo il potere terapeutico del riso e del pianto. Riso e pianto, che in Platone vediamo congiunti, in Aristotele invece hanno entrambi un potere liberatorio, che consente una rinascita/crescita.

Attraverso Aristotele capiamo che i personaggi delle commedie devono essere personaggi socialmente inferiori, e vi deve essere una distanza sociale tra le diverse classi della società (es. distinzione tra nobile e servo). L’importanza della poetica aristotelica è dovuta al fatto che sulla sua poetica si adattarono tutti i generi letterari. Essa condizionò, quindi, la commedia, la tragedia ma anche il poema epico, ecc… (un esempio di un testo basato sulle unità aristoteliche è “La Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso).

Vi è anche un altro trattato di Aristotele, intitolato “L’Etica Nicomachea”, in cui il ruolo del riso è legato alla teoria del piacere. Qui, la virtù è intermedia ai due eccessi, e anche sul riso prevale la moderazione: bisogna essere moderati.

Aristotele, nella parte iniziale della sua poetica, da una definizione di commedia. Egli parla del ridicolo che non crea dolore e dice “la commedia è l’imitazione di persone che valgono meno, ma non per un vizio qualsiasi, giacché il ridicolo è una parte del brutto. Il ridicolo, infatti, è un errore o una bruttura che non reca sofferenza né danno, proprio come la maschera comica è qualcosa di brutto e stravolto, ma senza sofferenza” (questo può essere collegato a Boccaccio, che parlò dei motti di spirito, riferendosi ad essi come ad un qualcosa che non deve ferire).

Questa definizione è una definizione del ridicolo che ha agito profondamente nella cultura Occidentale.

Cicerone e il 'De Oratore'

Passando dai greci ai latini, è d’obbligo citare Cicerone, che scrisse un importante dialogo chiamato “De Oratore”, in cui egli dedicò una sezione al “De Ridiculis”, inserendolo nella trattazione come “Inventio” (la retorica è costituita da 5 punti cardine, la ‘inventio’ è il primo, e corrisponde alla capacità di trovare argomentazioni). Quindi, Cicerone parla dell’utilità del riso per il retore: anche l’oratore trova utilità nell’utilizzare il riso nei suoi discorsi, sempre con moderazione.

Quintiliano e l'incapacità di suscitare il riso

Continuando a citare grandi personalità, possiamo parlare di Quintiliano, che nell’“Istitutio Oratoria”, inserì un capitolo chiamato “De Risum”, in cui disse che l’incapacità di suscitare il riso trasforma colui che parla in vittima: quando una persona vuole suscitare il riso ma non ci riesce, essa si trasforma in vittima del riso altrui.

Contributi di Borsellino e Pedroni

Tra le personalità di spicco in questo campo, vi rientra anche l’italiano Nino Borsellino (grande studioso del comico della letteratura italiana), che sosteneva che il comico non fosse un genere letterario, ma che esso risieda nei tre generi classici:

  • Epico > poema;
  • Lirico > poesia in versi;
  • Drammatico > generi teatrali, quali commedia e tragedia.

Il comico, che abita in questi tre generi, li degrada (ossia li fa scendere di livello), e le forme che utilizza sono: la parodia, l’ironia, la beffa, l’umorismo e la satira.

Un altro studioso della letteratura italiana importante da nominare è Giulio Pedroni, che scrisse “Il Comico nelle Teorie Contemporanee”. In quest'opera, egli parla di autori moderni come Leopardi ma anche Baudelaire, e di quest’ultimo mette in evidenza la forza esplosiva e liberatoria del comico. Quello che emerge dai suoi studi, è il fatto che il comico è dotato di un’instabilità e/o ambiguità, che però diventano i suoi punti di forza.

Il riso come terapia

Il riso (o il comico) ha condizionato la teoria delle passioni, che col passare del tempo si è evoluta fino a diventare l’attuale fisiognomica. Non è da trascurare, di fatti, un aspetto fondamentale, che è l’uso terapeutico del riso (che, per esempio, possiamo notare in alcune novelle di Boccaccio). Per di più, molti Umanisti hanno parlato del piacere del raccontare, che possiamo connettere al Carnevale (o in generale alla festa), che è un evento in cui il riso è fondamentale, poiché vi è un vero e proprio sovvertimento delle regole sociali: il parlare è un gioco ma è anche un momento per rivoluzionare i legami sociali. Difatti, un elemento importante per la commedia è il desiderio di un rovesciamento delle imposizioni sociali. Si parla del Carnevale, quindi, proprio perché è il momento in cui vi è un ribaltamento sociale (es. il povero diventa ricco e viceversa).

L’irrisione diventa nel Quattrocento l’arma preferita degli Umanisti, che si esprimevano soprattutto attraverso il dialogo per ricercare la verità (es. Leon Battista Alberti con “Intercenales”: dialoghi morali con una forte impronta satirica).

Il paradosso e la follia

Pian piano si afferma anche un’altra modalità di scrittura, che è quella del paradosso (=qualcosa che va contro l’opinione comune). Anche esso è uno strumento del comico. Tutto ciò si lega al tema della follia (che si può vedere in epoca moderna, per esempio, in Pirandello), che è possibile trovare anche in Erasmo da Rotterdam, che scrisse l’“Elogio della Follia” nel 1511. Secondo egli, il vero folle è colui che sa guardare diversamente la realtà, e quindi che ha un punto di osservazione diverso per guardare il mondo. Per Erasmo, quindi, il folle diventa il nuovo saggio. Da questa precarietà, in cui il comico e la follia comunicano, noi possiamo ritrovare un senso nuovo nel guardare le cose.

Il comico in greco e la commedia

In greco la parola “comico” deriva dalla commedia, e se pensiamo alla commedia greca pensiamo ad Aristofane. Nella classificazione dei generi letterari (=epico, lirico e drammatico), la commedia rappresenta una modalità interna al genere teatrale (formato da tragedia, falsa, commedia, ecc…), che è caratterizzato dalla diretta rappresentazione delle azioni (quindi non delegate ad una voce narrativa interna), perciò l’autore fa parlare e agire i personaggi con le loro voci e le loro gesta. Soprattutto nelle commedie dell’età moderna, è il prologo la parte che presenta i personaggi e la scena.

In generale, alla commedia spettano azioni che si svolgono in ambiti di esperienza di tipo basso, con vicende che partendo da complicazioni e pericoli tendono a risolversi in modo positivo, conseguentemente la situazione finale sollecita il riso. Solitamente i termini “comico”, “ridicolo” e “basso” sono utilizzati in opposizione a “serio” ed “alto”. La commedia è stato il genere più strettamente legato al comico, ma il comico ha varie modalità, e queste modalità sono: l’ironia, la parodia, la satira, l’umorismo, e anche il motto di spirito. Naturalmente nella forma drammatica della commedia si possono inserire momenti/situazioni estranei alla comicità, addirittura anche momenti seri.

Studiosi del Novecento e il comico

  • Erich Auerbach > fu un grande maestro di filologia. Nato ebreo, visse da esule ad Istanbul e dedicò alla nozione di Realismo della letteratura Occidentale i suoi studi. Di spicco è il suo libro “Mimesis”, uno dei testi fondamentali della metodologia critica del Novecento. Esso contiene saggi sul Realismo che danno ampio spazio al comico e al riso, e analizza il Realismo a partire da quello di Petronio a Cervantes, passando anche per Boccaccio, Baudelaire, Pirandello e Freud. Auerbach parlò anche del Realismo in Dante, e disse che esso è un Realismo figurale. Possiamo vedere nel capitolo centrale, dedicato al 10o canto dell’Inferno in cui Farinata e Cavalcanti interpellano Dante, che Auerbach individuò il concetto di Realismo figurale, distinguendolo dalla comune allegoria. Egli dice che se l’allegoria medievale corrisponde ad una schematica astrazione, allora il Realismo figurale dantesco riesce a tenere insieme l’ideale e il reale, il concreto e l’astratto, il relativo e l’assoluto. Quindi, la differenza sta nel fatto che in ogni punto dell’Inferno, il Realismo comunica un di più, che è un qualcosa di diverso dalla semplice allegoria poiché, secondo Auerbach, tiene insieme il transitorio e l’eterno. Perciò, possiamo dire che, per Dante il Realismo racchiude tutte le funzioni dell’allegoria all’ennesima potenza.
  • Bachtin > fu un autore russo, di affermata autorità mondiale nella teoria della letteratura. Molto importante è il suo scritto intitolato “L’opera di Rabelais e la Cultura Popolare”, al centro del quale vi è la carnevalizzazione dell’opera letteraria, quindi della tradizione comica come alternativa a quella del potere. Da qui nasce il legame tra il comico ed il Carnevale. Un’altra opera di Bachtin molto importante è il saggio su Dostoevskij, che spiega la legittimità di studiare la letteratura all’insegna del comico e pone al centro il recupero della dignità della letteratura comica. L’autore prende in analisi testi come “Delitto e Castigo”, “L’idiota”, ecc…, che sono storie che secondo lui derivano dalla tradizione del comico, ma che noi vediamo esclusivamente come romanzi seri. In questo saggio, vi è un capitolo dedicato alla storia del genere comico dall’antichità a Dostoevskij. Proprio per questo si può dire che a Bachtin si deve la maggior sistemazione storico-teorica del filone comico. Egli parla della struttura del romanzo in Dostoevskij, e nella ricerca dei modelli si rifà al dialogo socratico (quello che troviamo nei dialoghi di Platone) e alla satira menippea (genere della letteratura comica antica che ebbe origine da Menippo di Gadara. Si tratta di un componimento libero ed inventivo, che fondeva elementi storici e biografici, es. “L’Ulisse e mezzo”. Molte satire menippee sono attribuite a Seneca); questi ultimi sono generi minori della letteratura comica. Bachtin, con i suoi studi, ci fa capire che la distanza tra comico e serio si riduce, e chiama questo genere "spoudogeloion" (spoude = serio, geloion = comico, quindi un genere misto tra comico e serio). Quindi, lo studioso utilizzò molto la satira, ma fece notare anche l’importanza del dialogo socratico, che si fonda su un’idea di verità che nasce dal confronto dei personaggi, e che quindi si va costituendo e non è presente dall’inizio. Per trovare le similitudini tra i vari personaggi che Bachtin prese in considerazione, egli studiò molto nell’intertestualità delle varie opere letterarie. Bachtin sottolineò in particolare una qualità, ossia la sfrenata capacità inventiva della satira (soprattutto quella menippea), poiché essa si serviva di situazioni eccezionali (es. la discesa agli inferi). Un tema importante della satira menippea è lo sdoppiamento della personalità, riconducibile alla follia. Quindi, si può dire che Bachtin aprì questo discorso basato sull’opera di Dostoevskij poiché, nonostante essa fosse un’opera di impostazione tragica, possedeva però al suo interno degli elementi originali della satira menippea. Si può, dunque, dire che il comico tende ad una fusione col tragico e, secondo lo studioso, Dostoevskij è un autore tragico, ma può sboccare nel comico. A proposito di ciò è importante citare Milan Kundera, che in un suo saggio disse che Rabelais inventò molti neologismi, uno dei quali cadde in oblio, ossia la parola “agelasta”, che significa “colui che non ride/non ha disponibilità al riso”. Questo neologismo cadde in oblio poiché Rabelais odiava gli agelasti (ossia coloro che non hanno il senso del riso).

Dante Alighieri

Dante è considerato uno dei più brillanti poeti lirici fiorentini insieme a Guido Cavalcanti, ed uno dei maggiori esponenti del movimento chiamato Dolce Stil Novo (movimento reputato d'avanguardia). Non tardi questo sodalizio tra i due poeti si venne a rompere, in quanto i loro esperimenti poetici si orientarono verso direzioni diverse: mentre Cavalcanti iniziò ad analizzare con linguaggio filosofico la fenomenologia dell’amore, Dante esaltò la capacità dell’amore di promuovere un processo di nobilitazione. Grande documento di questa posizione dantesca è “La Vita Nova”: un prosimetro (insieme di liriche e di prosa) composto verso il 1293/1294, in cui Dante raccolse alcune poesie della giovinezza e le dispose in modo da formare un percorso narrativo che andava a raccontare la storia d’amore con Beatrice.

Esso si può anche definire un percorso della poesia ispirata all’amata, in cui inserisce tra i componimenti poetici delle sezioni in prosa con una duplice funzione: integrare la narrazione e rendere più espliciti i testi poetici. Possiamo quindi dire che essa è un’opera innovativa sia per la struttura prosimetrica sia per il montaggio narrativo, ma soprattutto per la concezione dell’amore nobilitante.

Nel “La Vita Nova” Dante parlò proprio della scelta di dedicarsi ad una poesia in lode della sua amata, e un momento cruciale fu la morte di Beatrice, seguito poi dalla consolazione che trovò in un’altra donna, che egli chiamò “gentile e pietosa”. Infine, il ritorno di Beatrice dal Paradiso, che apparve a Dante in sogno, lo richiamò alla fedeltà dell’amore per lei. Molto importante è dire che nel capitolo 25 de “La Vita Nova”, si trova una distinzione tra i nuovi poeti che scrivono in rime (volgare) e i poeti che scrivono in versi (latino). In questo capitolo Dante scrisse “i nuovi poeti che scrivono in rime (ossia in volgare) non in verso (ossia in latino)”, poiché anticamente non vi erano dicitori (poeti che scrivevano in volgare ≠ i poetae, che scrivevano in latino) d’amore.

A quel tempo era molto importante la distinzione delle lingue in uso, come il volgare e il latino, ma Dante non distinse nettamente mai le 3 lingue nate da latino: d’oc, d’oil e del sì; bensì, egli parla di “idioma tripharium”, per dire che si tratta di lingue distinte ma non separate.

Alla fine degli anni Novanta del Duecento appartengono le rime petrose, ossia una serie di componimenti poetici in uno stile aspro e difficile, dedicati non a Beatrice, ma ad una donna chiamata “bella pietra”, appellata così proprio per la durezza e l’ostilità che aveva verso il poeta. A questa fase appartiene anche la cosiddetta “Tenzone con Forese Donati”, che è uno scambio di sonetti satirici in stile comico.

Le rime aspre e petrose ci tornano utili nell’Inferno, verso i canti 30-33, dove Dante le nominò dicendo: “queste rime aspre e chiocce”, caratteristiche di questa cantica, che vanno a sottolineare l’ostilità del luogo in cui ci si trova.

Contesto storico

Molto importante è la parte storico-istituzionale, infatti, a Firenze furono tempi difficili a causa delle lotte interne tra le fazioni dei guelfi neri e guelfi bianchi: i primi radicalizzarono le posizioni tipiche del guelfismo e sostenettero una politica filo-papale, mentre i secondi (tra cui Dante) rivendicarono una maggiore autonomia dalla curia romana. Nell’autunno del 1301, con l’aiuto di un inviato del Papa, Carlo di Valois, i guelfi neri conquistarono i poteri e procedettero ad un...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Roberta.Catavero di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Calabria o del prof Barulli Maria Rosaria.
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