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toscana di Machiavelli, il fiorentino vivo più informazioni relative il principe e la sua stesura.

Nell'esordio Machiavelli comincia rallegrandosi della lettera che ha appena ricevuto dall'amico

Francesco Vettori, il quale aveva tardato a rispondere a una sua lettera precedente. Machiavelli

racconta la sua vita quotidiana in campagna in cui passa il tempo ad andare a caccia e a frequentare

il boschetto. (vedi pagina internet).

“uccellare”: uccellagione di Starne

Machiavelli gioca a giochi da tavola e si mette a litigare per i pochi soldi nel gioco. Vi è un

linguaggio vivace ed espressivo. Alla sera Machiavelli torna a casa e riprende la sua lettura, prende

in mano i libri degli antichi e inizia a dialogarci: immagine umanistica dei libri come creature

viventi. Vi è la prima citazione del Principe. Scrisse inoltre l'opuscolo “sui principati” “de

principatibus” in cui vi è la definizione del principato e i suoi tipi. Machiavelli ci dice che sta

ancora scrivendo il principe. Infatti ci dice che vuole dedicare il Principe a Giuliano de Medici

anche se in realtà il Principe alla fine fu dedicato a Lorenzo di Piero de Medici perchè si accorge

che a Giuliano non interessa la politica e quindi non voleva indirizzare l'opera a lui perchè così non

andava bene al suo scopo ovvero quello di essere richiamato l servizio dai Medici. Machiavelli

scrisse infatti il principe per recuperare il proprio ruolo politico, non riesce a stare lontano dalla vita

attiva. Vi è un linguaggio immaginoso ricco di metafore. Machiavelli afferma che non c'è motivo

che i Medici mettano in dubbio la sua lealtà perchè lui sostiene di essere sempre stato fedele alle

persone che ha servito.

Nel 1525 Machiavelli fu richiamato in servizio e morirà nel 1527.

FRANCESCO GUCCIARDINI

Fiorentino, politico e scrittore. Machiavelli fu un uomo del popolo mentre Gucciardini fu un

aristocratico, poiché apparteneva a una famiglia illustre. Intraprende studi di giurisprudenza e nel

1505 ottiene la laurea. Nel 1512 ricoprì l'incarico di ambasciatore presso il re di Spagna.

A Firenze nel 1512 c'è un cambiamento di regime: crolla la repubblica e ritornano i medici. La sua

carriera politica fu alle dipendenze prima di papa Leone X e poi sotto Clemente VII (Giulio de'

Medici). Fu responsabile della politica estera e fautore della Lega di Cognac tra Venezia, papa,

Milano e Francia che aveva lo scopo di riequilibrare lo stra potere spagnolo in Italia e riconquistare

il potere rispetto a quello spagnolo. Carlo V reagisce alla Lega con il Sacco di Roma avvenuto nel

1527 e Gucciardini fu costretto ad allontanarsi dalla vita politica (considerato in parte respomsabile

del Sacco di Roma).

Nel 1530 tornano i Medici a Firenze. Nei suoi ultimi anni si ritira alla composizione della “Storia

d'Italia”. Muore il 21 Maggio del 1540.

Scrisse le “Considerazioni intorno ai discorsi di Machiavelli”: Machiavelli era convinto che la

storia possiede un principio di razionalità e le vicende si ripetono mentre Gucciardini pensa che la

storia sia puro caos, il dominio della fortuna prevale sulla virtù. L'unica arma contro la fortuna è la

discrezione che nasce dall'esperienza che può servire a salvare il salvabile, ciò che lui chiama il

“particulare” (il proprio destino individuale).

Scrisse inoltre “I ricordi”: raccolta di aforismi, di pensieri, consigli, suggerimenti. Li scrisse dal

1512 al 1530. Due quaderni sono datati nel 1512, sono autografi del Gucciardini che segnano il

punto di partenza della storia evolutiva del libro. Ci sono pervenuti il Manoscritto del 1525 “A” con

161 ricordi, il manoscritto “B” del 1528 con 181 ricordi e infine il manoscritto “C2 del 1530 con

221 ricordi.

Opere:

1. “La Storia d'Italia”: 1537-1540, 20 libri, narra gli eventi che vanno dalla calata di Carlo

VIII 1494, fino al 1530, fino quindi al crollo della seconda repubblica fiorentina. L'opera

venne pubblicata postuma e l'editio princeps uscì a Firenze nel 61 e quella degli ultimi 4

libri nel 64 a Venezia. Storia di carattere critico e analitico. Dal punto di Vista di Gucciardini

la storia non insegna nulla, è un insieme caotico e imprevedibile di eventi casuali che non si

ripetono mai e quindi dalla storia non si può imparare nulla (concezione anti-umanistica).

Niente e nessuno può opporre resistenza. Le vicende toriche che si sono appena verificate

rappresentano un mutamento inevitabile e vi è quindi anche una certa consapevolezza della

fine di un mondo. (Opera: capolavoro della storia rinascimentale).

FOTOCOPIA: RICORDI DI GUCCIARDINI

Una prima parte la si può intitolare “la discrezione” in cui vi è una riflessione sui temi di carattere

gnoseologico, ovvero relativi alla conoscenza.

Ricordo 6: non esiste nessuna regola nelle cose del mondo, ogni avvenimento è un eccezione (non

può essere previsto e giudicato), dalla storia non si può apprendere nulla e neppure dai libri poiché

gli eventi della storia sono sempre nuovi e solo la discrezione li può insegnare.

Ricordo 161: Vi è un parallelismo tra la vita dell'uomo e il raccolto: la vita dell'uomo è esposta a un

'estrema precarietà, esposta a rischi come la violenza delle guerre e il raccolto è esposto alla siccità

o all'eccesso di pioggia (fenomeni atmosferici).

Nonostante tutti i pericoli l'uomo riesce a diventare vecchio, tuttavia sarebbe meglio se morisse

giovane.

La seconda parte la si può intitolare “La natura degli uomini” in cui Gucciardini riflette sulle

caratteristiche della natura umana.

“Io non so a chi dispiaccia...”: Io ho servito i papi, ho dovuto lavorare con loro, nonostante la mia

scarsa stima per gli ecclesiastici. (Anni dello scisma protestante 1517 perchè cita Lutero, afferma

che lo avrebbe amato).

Ma a lui non importa nulla della dottrina di Lutero, per lui non è una questione di teologia è una

questione di Morale: aspirava a qualcuno che poteva ricondurre i preti nella loro posizione di

abbandonare i vizi e rinunciare alle loro ambizioni.

Ricordo 140: Vi è un Gucciardini aristocratico, che parla contro il popolo che cambia sempre

opinione e non è mai capace di scegliere e decidere in modo razionale.

La seconda parte la si può intitolare “Il senso della vita”: tratta di filosofia morale.

Ricordo 15: Fonda la sua esperienza nelle cose: Gucciardini da una valutazione positiva della

propria esistenza, lui ha avuto amore e successo ma gli uomini passano la vita a inseguire oggetti

del desiderio e quando li raggiungono, essi non danno la soddisfazione desiderata: considerazione

sulla vanità dei desideri umani che si rivelano deludenti.

Ricordo 39: Il più felice dei padri raccoglie più delusione che soddisfazioni.

Ricordo 60: Solo i cretini sono destinati a essere felici, quelli con intelletto sono destinati

all'infelicità. L'ingegno ci conduce nel tormento e nel dolore. La conoscenza è infatti madre di

dolore (Eschilo).

Ricordo 61: La capacità di analisi/intelletto, ingegno è una fonte di tormento a differenza di coloro

che scambiano le speranze per certezze che vivono beati nella loro stupidità.

Lo stile degli aforismi è limpido e trasparente, lo scopo è quello di cercare la forma più essenziale e

limpida, non scrivere mai una parola in più del necessario.

Ricordo 189: concetto della natura degli stati che hanno un ciclo vitale come gli organismi viventi:

nascita - sviluppo – corruzione - morte. Machiavelli cercare di dare una risposta all'interrogativo se

sia possibile cercare di non arrivare alla corruzione o rigenerare uno stato dopo la morte,

Gucciardini ci perde subito le speranze e afferma che non si può fare nulla. Gucciardini e

Machiavelli partono da un punto di conoscenza comune ma giungono a un punto di arrivo diverso:

Machiavelli cerca di trovare una soluzione per rigenerare uno stato dopo la corruzione, Gucciardini

si arrende. La vera disgrazia per Gucciardini non è la morte di uno stato ma il fatto di essere nati nel

momento in cui la propria patria sta per morire, la morte invece è un evento naturale e inevitabile.

Lo spirito della “Storia d'Italia” è proprio la constatazione di una tragedia che non può avere

rimedio. PIETRO BEMBO

Nasce a Venezia il 20 maggio del 1470. Il padre fece parte del patriziato veneto dell'aristocrazia di

Venezia. Suo padre inoltre aveva coltivato interessi letterari nel campo della poesia volgare e nella

cultura umanistica ed ebbe infatti una vasta biblioteca che fu molto utile al figlio.

Dal 1478-1480: Il padre di Bembo fu ambasciatore della serenissima a Firenze e così il figlio può

frequentare gli ambienti intellettuali della Firenze medicea. L'esordio sulla scena letteraria avviene

nel 1491.

Nel 1491 Poliziano e Pico della Mirandola si trovano a Venezia per un viaggio che i 2 umanisti

fanno alla ricerca di manoscritti per la biblioteca medicea. Poliziano a Venezia visita le biblioteche

private e tra queste quelle di Pietro Bembo in cui trova un manoscritto delle commedie di Terenzio e

annota un osservazione su quella carta in cui dichiara di non aver mai visto un manoscritto cos'

antico. Nel suo esercizio di Collatione del manoscritto (operazione filologica) si fa aiutare da Pietro

Bembo che ha 21 anni.

Pietro Bembo a Messina studia greco da un dotto bizantino (cultura umanistica: perfetta padronanza

del greco) e nel 1495 torna a Venezia e studia a Padova in cui entra a far parte del circolo di

umanisti che si stanno raccogliendo attorno ad Aldo Manunzio. Inoltre Bembo entra a far parte

dell'accademia fillelenica.

Nel 1497 c'è una svolta nella sua carriera: si trasferisce a Ferrara dove frequenta un ambiente

diverso in cui vi è un'idea di letteratura diversa. Qui infatti c'è la vita di corte, viene a contatto con

intellettuali come tito vespasiano, Ludovico Ariosto e conosce la tradizione della letteratura in

volgare.

Torna a Venezia nel 1500 in cui intraprende una storia d'amore con Maria Savorgnan a cui dedica la

sua opera in volgare “Gli Asolani”.

Nel 1501 esce un edizione pubblicata da Aldo Manunzio e a cura di Bembo del Canzoniere di

Petrarca e nel 1502 esce sempre per i tipi di Manunzio la Commedia sempre curata da Bembo.

Qui viene mostrato come Bembo applichi gli strumenti della filologia umanistica in un opera in

volgare. Bembo crede che la letteratura in volgare può essere posta sullo stesso piano delle

letteratura classiche, Nel 1502 torna a Ferrara, nel 1503 c'è la morte del fratello Carlo.

Bembo è iniziatore del Petrarchismo, infatti LE RIME serviranno da esempio per i poeti del 500.

(guardare in internet a chi diavolo sono dedicati gli asolani che forse ho sbagliato).

Negli ambienti Veneziani Bembo fu considerato come un perditempo per quanto riguarda l sua

carriera politica di patriziato così lascia Venezia e si trasferisce nella corte di Urbino di Guido ….

della Rovere e Elisabetta Gonzaga.

Nel 1512 va a Roma, ospite di Federico Fregoso (?). 11 marzo del 1512 papa leone X chiama

Bembo a dirigere la cancelleria. A Roma Bembo conosce Fautina (?) Ambrogina della torre con cui

intraprende una relazione e da cui ebbe 3 figli. Bembo non regolarizzerà mai l'unione perchè ha

intrapreso una carriera ecclesiastica e non vuole rinunciare ai benefici ecclesiastici.

Nel 1521 muore Leone X e nel 19 muore il padre Bernardo.

Bembo in un soggiorno di passaggio da Venezia si ammala e decide così di fermarsi nella villa di

famiglia a Padova dove si dedica alla revisione e alla pubblicazione delle sue opere (1530).

Nel 1530 la repubblica serenissima gli conferisce la nomina a direttore della..... e storico ufficiale

della repubblica.

Scrisse il “Rerum venerarum Historiae libri XII”: dodici libri di storia Veneta. Opera scritta in

latino ma poi tradotta da lui in volgare per ribadire la pari dignità del volgare rispetto al latino.

Nel 1539 fu eletto cardinale e così si trasferisce a Roma e negli ultimi anni della sua vita partecipò

ai lavori preparativi del concilio di Trento. Bembo muore il 18 gennaio del 1547 a Roma.

OPERE IN LATINO

1. “De Aetna”: uscita per i tipi di Aldo Manunzio, è un opuscolo in forma dialogica. E' un

dialogo tra Pietro e Bernardo sulla descrizione di fenomeni vulcanici. Vi è un applicazione

degli strumenti della filologia ad argomenti di carattere scientifico;

2. “De Vergili gilici et Terenzi fabulis (vedi internet)”: dedicata a Ercole Strozzi che aveva

conosciuto a Ferrara e da questo capiamo che quest'opera è stata scritta prima del 1530

perchè legata al periodo ferrarese quindi si ipotizza che sia stata scritta nel 1497-1503.

Forma di dialogo in cui sono presenti le commedie di Terenzio e il Gulex di Virgilio (La

zanzara). Bembo corregge con la filologia passi di queste opere.

3. “De imitatione”: raccolta di Carmina (poesie latine), opuscolo di estetica, lettera responsiva

indirizzata nel 1513 al nipote di Pico della Mirandola che aveva scritto una lettera a Bembo

in cui gli sottopone una questione di estetica, ovvero il problema dell'imitazione. Giovanni

Francesco Pico argomenta la questione ricorrendo ai temi della filosofia platonica: in

ciascuno di noi è presente l'idea della bellezza universale informa inquinata dalle peculiarità

individuali di ciascun soggetto: nessuno può dare forma alla bellezza universale che si

accompagnerà sempre a qualche difetto. Quindi bisogna leggere, assimilare una molteplicità

di scrittori e da essi distillare la nostra idea di bellezza universale. Bembo risponde a Pico

con questa raccolta e sostiene che bisogna imitare lo stile che si ha scelto come proprio

modello riproducendo tutta la sua struttura e quel modello deve essere il migliore possibile.

Nel campo della prosa Latina Bembo guarda a Cicerone, in quella della poesia a Virgilio.

OPERE IN VOLGARE

1. “Gli asolani”: scritti durante il soggiorno ferrarese, prima edizione a stampa per i tipi di

Aldo Manunzio 1505. E' un dialogo di 3 giornate nella villa della regina di Cipro Caterina....

ad Asolo. Ricalca il titolo dall'opera di Cicerone per il fatto di affermare la pari dignità del

volgare rispetto al latino. Sono 3 giorni di discussione tra 3 giovani ovvero Perotino,

Gismondo e Lavinello in presenza di 3 donne che assistono alla conversazione senza parlare.

I discorsi sono interrotii dalla recitazione di componimenti poetici composti dai giovani

(dialogo più prosimetro (prosa e poesia)). E' un trattato d'amore che riprende la concezione

platonica. La novità sta nell'aspetto linguistico. Durante la prima giornata Perotino, amante

infelice, parla contro l'amore e dichiara che è fonte della maggior parte delle sofferenze del

genere umano. Nella seconda giornata, Gismondo che è invece amante felice, loda l'amore

come un impulso naturale che ci viene da Dio non peccaminoso, è fonte di gioia . Lavinello

invece parla di un amore a livello più alto, un amore che non genera sofferenza ma che può

essere goduto eternamente, cioè quello contemplativo, un amore che è fonte di salvezza.

Gli asolani sono una novità per quanto riguarda le scelte stilistiche adoperate da Bembo.

Egli fornisce un esempio per quello che egli intende per lingua volgare, una lingua costruita

sui grandi modelli letterari del 300, ricondotta alle sue forme più pure. (Principio dell'ottimo

modello: imitazione). Per ogni genere deve esserci quindi un unico modello, Petrarca per la

poesia e Boccaccio per la prosa;

2. “Le rime”: è tutta la sua produzione lirica che risale agli anni della sua giovinezza, le prime

circolano in forma di manoscritti con singoli testi. Nel 1530 organizza i testi in un

canzoniere e riprende quindi il modello di Petrarca inserendo canzoni, ballate e sonetti,

mentre i capitoli rimandano ai Trionfi di Petrarca. Rappresenta quindi una ripresa del

modello di Petrarca in una forma organica e compiuta e quindi Bembo da il via al

Petrarchismo. Petrarca diventa per lui il modello unico e assoluto della poesia lirica 500esca;

3. “Le prose della volgar lingua”: dialogo immaginario svolto a Venezia nel dicembre del

1502 ( dalla data possiamo capire che le sue idee risalgono prima del 1505). E' un dialogo

tra il fratello di Pietro, Carlo Bembo che interviene in funzione di portavoce delle idee di

Pietro, Ercole Strozzi (poeta latino ferrarese) che rappresenta le posizioni degli intellettuali

di posizione umanistica che guardano al volgare con sospetto, Giuliano de' Medici (terzo

figlio di Lorenzo) e il cardinale e arcivescovo Federico Fregoso. Si articola in 3 libri:

1. Bembo alla ricerca delle origini del modello volgare fa risalire le mescolanze del latino

con la lingua dei barbari invasori e si afferma il primato del volgare fiorentino su tutti gli

altri volgari italiani per il fatto che il volgare possiede un'alta maturità letteraria e espressiva

grazie all'opera delle 3 corone. La lingua volgare di Bembo è una lingua scritta e letteraria e

per Bembo la lingua deve fondarsi sull'autorevolezza dei suoi scrittori. La discussione parte

da un'affermazione di Giuliano che fu uso di un termine fiorentino che gli altri non

comprendono, cioè Rovaio che indica il vento di tramontana. Ercole Strozzi attacca la lingua

volgare e afferma che è una lingua vile, rozza e plebea. Carlo Bembo sostiene invece la

piena dignità del volgare e afferma il primato fiorentino sugli altri volgari italiani. Secondo

Bembo per scrivere un buon italiano bisogna scrivere come i fiorentini del 300. Le critiche

che sono state fatte a Bembo per le sue scelte linguistiche sono il fatto che egli abbia

limitato la produzione della letteratura italiana. La sua lingua è adatta alla filosofia morale,

alla poesia ma non è adatta per la rappresentazione della lingua quotidiana. Bembo come

modelli guarda per la prosa Boccaccio e per la poesia Petrarca ma non Dante perchè

quest'ultimo presenta problemi in base al suo plurilinguismo e pluristilismo e quindi Dante

presenta una lingua non omogenea ma una molteplicità di registri e soluzioni stilistiche.

Bembo pensa per lo più a una lingua con un registro alto e omogeneo che esclude gli aspetti

più bassi della realtà. Bembo guarda agli autori del 300 e non ai suoi contemporanei poiché

sostiene che dopo le 3 corone la lingua volgare ha subito un processo involutivo: ai suoi

tempi è troppo sbilanciata da una parte verso il latino o verso le forme parlate e quindi ha

perso il suo equilibrio che aveva raggiunto con le 3 corone.

2. Nel secondo libro c'è l'esposizione delle principali norme stilistiche relative al volgare

letterario, ovvero la scelta e la disposizione delle parole e si afferma la trattazione delle

questioni legate al ritmo del periodo per quanto riguarda la prosa e alla metrica per quanto

riguarda la poesia. Ricordiamo che Bembo guarda alla prosa di Boccaccio per quanto

riguarda la cornice del Decameron e non alle novelle.

3. Nel terzo libro espone i precetti della grammatica della nuova lingua letteraria italiana,

trattando una per una le parti del discorso (nome, articoli, verbi ecc..). La lingua volgare ora

possiede una grammatica e quindi può collocarsi in una prospettiva di pari dignità con il

latino. IL DIBATTITO SULLA QUESTIONE DELLA LINGUA

La Questione della lingua inizia con l'uscita delle seguenti opere:

1. 1501/1502: escono le edizioni del Canzoniere di Petrarca e della Commedia di Dante

curate da Bembo e stampate da Aldo Manunzio. Qui Bembo applica la lezione della

filologia umanistica 400esca a 2 testi volgari;

2. 1504: “Arcadia” di Sannazaro (poeta umanista napoletano) che era giunto a elaborare un

volgare che si muove nella direzione di una base fiorentina ricondotta alle 3 corone, quella

imposta da Bembo. L'arcadia entrò nel dibattito come modello delle scelte che tendevano a

guardare come punto di riferimento i modelli del 300;

3. “Gli asolani”: 1505.

Linee che si oppongono alla proposta di Bembo;

1. Linea della lingua cortigiana o lingua comune: i sostenitori sostengono l'idea di una lingua

modellata su quella parlata nelle corti italiane, in particolare la curia pontificia di Roma.

Accettano vocaboli comunemente usati al livello più alto nella lingua di conversazione

pubblica quindi elementi delle altre parlate locali purchè parlate nelle corti. Tra loro vi è

Baldassar Castiglione che nel suo 1 libro della sua opera il “Cortegiano” dedica una

sezione che affronta la questione della lingua: la lingua ideale è quella dell'uomo di corte e

qui vi è un confronto tra Federico Fregoso che sostiene le idee di Bembo e Ludovico di

Canossa che sostiene che la scelta di Bembo (secondo anche Castiglione) cade al vizio di

fare uso di vocaboli e parole che non tutti possono capire e quindi è una sorta di snobismo, o

come la chiama lui “affettazione”. Nel 1528 tuttavia le idee di Bembo si impongono; infatti

la seconda edizione dell'Orlando Furioso verrà corretta per uniformarlo alle norme di

Bembo;

2. GianGiorgio Trissino (1478-1550) sostiene che la lingua di Dante e Petrarca non è

fiorentino poiché già in loro vi è una mescolanza di lingue parlate diverse e quindi vengono

definiti italiani e non fiorentini. Fonda quest'idea sul De vulgari eloquenza di Dante. A

Padova Trissino scopre un manoscritto di quest'opera, la rimette in circolazione e la pubblica

con una sua traduzione. Questo trattato linguistico dantesco ha lo scopo di individuare il

volgare illustre adatto alla forma poetica più alta, ovvero alla canzone, e quindi Dante

prende in esame le diverse parlate delle regioni italiane e le scarta tutte. Trissino interpreta il

criterio dell'eliminazione dei dialetti nel senso della mescolanza: sostiene che il volgare

illustre di Dante è quello della mescolanza delle varie parlate. (forzatura) e nel “Castellano”

nel 1529 espone le sue idee sulla lingua;

3. Proposta del fiorentino vivo, moderno e contemporaneo. Ricordiamo il “Discorso intorno

alla nostra lingua” di Machiavelli del 1524 in cui sostiene che la supremazia del fiorentino

non è dato dall'elaborazione delle 3 corone ma dalle sue caratteristiche intrinseche della

lingua, l'armonia e la purezza che appartengono alla lingua indipendentemente dalle 3

corone. E quindi bisogna ricorrere al fiorentino vivo.

Il dibattito si conclude con le vittorie delle idee di Bembo nella seconda metà del 500, processo che

giunge a maturità con Benedetto Varchi, Leonardo Salviati e Vicenzio Borghini.

Nel 1582 vi è la fondazione dell'accademia della crusca che ha la finalità di tutelare e salvaguardare

il patrimonio della lingua fiorentina, quella che è diventata la lingua italiana. Compila un

vocabolario storico (in cui si documenta i diversi usi di ciascun vocabolo) della lingua italiana nel

1612. Con le idee di Salviati la lingua italiana si fonda anche su tutti gli scrittori del 300, anche

quelli minori oltre che alle 3 corone.

BALDASSAR CASTIGLIONE

1478-1529

Mantova – Toledo

Si forma nella scuola di Giorgio Merula e Demetrio Calcondila (bizantino da cui apprende il greco)

a Milano. Conclusi gli studi si avvia alla carriera diplomatica prima a servizio dei Gonzaga e poi dal

1303-13 al servizio del signore di Urbino. Nel 1513 si trasferisce a Roma dive frequenta gli

ambienti artistici e letterari e artisti come Raffaello il quale gli farà un ritratto e Bembo.

Nel 1516 papa Leone X decide di spodestare il signore di Urbino per insediare Lorenzo di Piero de'

Medici. Castiglione disapprova la scelta del papa e va a Mantova dove sposa Ippolita Torelli da cui

avrà 3 figli. Nel 1517 si rifiuta di seguire il signore di Urbino Francesco Maria della Rovere che

voleva riconquistare il suo ducato e così rientra a servizio del Gonzaga che lo spedisce a Roma

come ambasciatore. Dopo la morte della moglie intraprende la carriera ecclesiastica e viene

nominato Nunzio pontificio a Madrid dal papa Clemente VII. E' il periodo di crisi tra Carlo V e il

papa, periodo della lega di Cognac (anti imperiale) e Sacco di Roma (6 maggio del 1527).

Castiglione che era l'ambasciatore del papa era stato accusato di non aver saputo prevedere e

prevenire le intenzioni di Carlo V. Castiglione Muore a Toledo di febbre del 29.

Della sua opera “Il Cortegiano” ci sono giunte diverse redazioni: I 2 manoscritti del periodo

romano 1513-16, il Vaticano latino 8204 e il Vaticano latino 8205, in cui i primi due libri dei 4

corrispondono al primo della stesura definitiva e quindi manca ancora il 4 libro.

In seguito ricopia la seconda stesura/redazione nel manoscritto vaticano latino 8206 e si distingue

dalla prima redazione perchè questa ha 3 libri e non 4 (il primo e il secondo libro precedenti

occupano un libro e manca ancora il 4) che sarà aggiunto nella terza redazione del 23 maggio 1524,

opera che ci è pervenuta nel manoscritto laurenziano ASHBURNHAM 409 che lascerà poi in

revisione al figlio di Pietro Bembo per sottoporlo ai principi della grammatica bembesca.

Aprile 1528: editio princeps a Venezia da Aldo Manunzio.

“Il Cortegiano”: 4 libri, trattato in forma dialogica. I 4 libri corrispondono a 4 serate di discussioni

tra l'8 e l'11 marzo del 1507. Le discussioni del libro sono ambientate nel palazzo ducale di Urbino

(egli ricordiamo che fu a servizio dei Della Rovere tra il 1504-13).

1 Libro: C'è la descrizione del palazzo, un microcosmo autosufficiente a cui non manca nulla. I

personaggi alla corte discutono su come passare la serata. La discussione fu sotto sorveglianza della

moglie Elisabetta Gonzaga di Guido Baldo della Rovere che era malato. Tra i vari argomenti

proposti prevale quello di Federico Fregoso che propone di formare il perfetto cortegiano (definire

i tratti e i caratteri tipici del perfetto uomo di corte). A sviluppare l'argomento è Ludovico di

Canossa (parente di Castiglione) che definisce le caratteristiche essenziali del perfetto cortegiano.

Egli deve essere nobile, anche se precisa che la nobiltà non sarebbe necessaria ma comunque

rappresenta un vantaggio poiché il nobile ha un educazione e una serie di relazioni e abitudini che

lo predispongono a sviluppare le caratterisiche del perfetto cortegiano. Inoltre deve possedere

ingeno, bel aspetto e grazia. Ricorre a 2 concetti per spiegare la grazia: il perfetto cortegiano deve

fuggire al vizio dell'affettazione (esibizionismo) e deve fare ricorso alla sprezzatura, capacità di far

apparire naturale ciò che è più ricercato. Quindi l'eleganza di deve manifestare con assoluta

spontaneità e così si può ottenere la grazia.

L'uomo di corte deve inoltre far uso con abilità delle armi.

Per quanto riguarda la lingua dell'uomo di corte essa deve essere la lingua fiorentina modellata sulle

3 corone. Questa tesi viene contrastata da Ludovico di Canossa poiché egli ritiene che l'uso di

vocaboli arcaici e usciti dall'uso ricade nel vizio dell'affettazione e quindi sostiene la lingua

comune, quella cortegiana e non esclude l'uso di parole straniere purchè esse rientrino tra le

consuetudini lessicali della conversazione di corte. (Ricordiamo tuttavia che 20 anni dopo il

Catiglione si adegua alle idee bembesche).

Per quanto riguarda le qualità morali dell'uomo di corte, Ludovico sostiene che debba avere la

bontà, la maestà e la cultura letteraria, quindi oltre a saper svolgere il mestiere delle armi deve avere

anche una formazione culturale soprattutto per quanto riguarda le lettere, la poesia e la storia che

tramandano il ricordo delle imprese militari. Inoltre deve possedere una cognizione di musica e

pittura e quindi si arriva all'ultimo argomento dell'opera ovvero il “paragone delle arti”: si mettono

a confronto pittura e scultura per determinare quale tra le 2 sia superiore. Ludovico sostiene il

primato della pittura (amicizia tra Castiglione e Raffaello) e Giovan Cristoforo Pomano(?) il

primato della scultura (allievo di Michelangelo) e quindi rappresento come un contrasto tra

Raffaello e Michelangelo.

2 Libro: è diviso in 2 parti:

Nella prima parte Federico discute di come le qualità attribuite nella serata precedente al perfetto

cortegiano debbano poi essere applicate nell'esercizio della vita sociale: è la discrezione quella che

deve esserci per applicare le caratteristiche che gli sono state attribuite. Il principio della discrezione

si fonda sul buon giudizio.

La seconda parte tratta delle faccezie (battute di brillanti che rendono piacevole la conversazione,

moti di spirito) ed è affidata Bernardo Dovizi (?), detto il Bibbiena, che fu a servizio dei medici e

fu nominato cardinale dal papa. Argomento che riguarda il tema della conversazione civile. Un

uomo di corte deve saper conversare in modo da essere piacevole e gradevole. Vi sono 3 tipi di

faccezie: il tipo novellistico, argomento spiritoso ampio come un racconto, il moto di spirito

classico ovvero una battuta di poche parole e il misto di parole e azione ovvero la beffa, lo scherzo

congegnato. Bibbiena osserva che il cortegiano che fa ricorso alle faccezie dovrà non cadere nella

buffoneria e nella malignità offensiva, soprattutto nei confronti delle dame che sono più fragili.

Ottaviano Fregoso (fratello di Federico) pronuncia una battuta nei confronti delle donne: non

capisce perchè bisogna dare tutte queste attenzioni nei confronti delle donne dato che loro non

mostrano la stessa attenzione e le definisce come animali imperfettissimi e di poca dignità.

Giuliano de' Medici stabilisce che per poter difedere le donne in modo adeguato bisogna procedere

a formare una dama di palazzo (l'equivalente femminile del perfetto cortegiano).

Terzo libro: tratta della perfetta donna di palazzo a cui Giuliano de' Medici attribuisce le stesse

caratteristiche del perfetto cortegiano. I compiti della donna sono la capacità di ricevere e accogliere

ogni ospite, deve saper mettere a proprio agio gli ospiti.

Cesare Gonzaga (cugino di Castiglione) sviluppa una digressione dedicata a proporre esempi di

donne antiche e moderne illustri per le loro virtù. Giuliano inoltre intende l'amore come relazione

sociale e definisce alcune norme di comportamento per una relazione amoroso affinchè non revochi

troppo scalpore. Dovranno inoltre comunicare con le epistole e quindi seguono dei consigli sulla

scrittura dell'epistola amorosa.

Quarto libro: argomento politico: Ottaviano Fregoso affida al perfetto cortegiano il compito di

consigliere del principe di fronte all'ignoranza e alla presunzione dei principi contemporanei e

quindi presenta un rimedio ai difetti dei potenti del tempo che ritengono che l'esercizio del governa

non richieda altra arte che quella che si manifesta nell'uso della forza. Il perfetto cortegiano è colui

che insegna al principe come esercitare l'arte del governo, la strada giusta.

Quindi nobilita il cortegiano assimilandolo ai filosofi dell'antichità, il cortegiano deve essere la

guida dei principi. Pietro Bembo interviene per illustrare il tipo di amore praticato dal perfetto

cortegiano e ripercorre la dottrina platonica della scala dell'amore che aveva esposto negli Asolani.

Segue il problema se anche le donne sono capaci di sperimentare l'amore divino come gli uomini

ma la notte è passata e sta per arrivare il mattino. I personaggi osservano il sole che sorge e in

piccoli gruppi e da soli si avviano verso le loro stanze. L'opera rimane quindi aperta, poiché non si

risolve l'ultima questione.

LA CIVILTA' ESTENSE NEL PERIODO UMANISTICO/RINASCIMENTALE

Con l'arrivo di Guarino Veronese e la fondazione della sua scuola a Ferrara si inizia a sviluppare la

cultura umanistica. Egli fu chiamato dal Marchese Niccolò III d'Este per dare prestigio alla città e

per essere il precettore di suo figlio.

I filoni che a Ferrara dominano sono quelli della cultura romanza e volgare quindi i romanzi

cavallereschi di ascendenza francese che rimandano al ciclio Carolingio della Chanson de geste

(Carlo Magno e i suoi paladini) e al ciclo Bretone (Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda).

Altro filone presenta nella Ferrara 400esca è quello della poesia lirica influenzata da Dante e

Petrarca.

Con l'arrivo di Guarino Veronese subentra a Ferrara l'umanesimo filologico latino e la centrlità della

componente umanistica è presente quindi nel figlio di Niccolò III, Leonello.

Leonello (?) muore nel 1450 e con il suo successore Borso d'Este gli equilibri si spostano verso il

filone romanzo e toscano.

L'ultimo principe estense del 400 sotto cui si svolge l'attività del Boiardo e gli esordi di Ariosto è

Ercole I. MATTEO MARIA BOIARDO

Nasce a Scagliano, Reggio Emilia, nel 1441 e muore nel 94. Il padre Giovanni Boiardo è signore

della fortezza del Paese, la madre è la sorella di Tito Vespasiano.

Nel 1461 si trasferisce a Ferrara dove troviamo il suo esordio come uomo di corte presso Borso

d'Este. Il suo esordio poetico è dato da 2 opere:

1. “Carmina de laudibus estensiun (?)”: 10 componimenti in latino, lode agli estensi;

2. “De pastoraria”: 1463-64, 10 bucoliche in latino che rimandano a Virgilio e che ci

illustrano il suo versante umanistico.

OPERE IN VOLGARE

1. “Amorum libri”: raccolta di poesie liriche in volgare 1469-76, 3 libri, 60 componimenti per

ciascun libro. I primi 14 componimenti sono dedicati ad Antonia Caprara (?), dama della

corte estense e utilizza l'acrostico, cioè le iniziali dei versi compongono il nome di antonia.

Il titolo rimanda alla tradizione della poesia elegiaca latina (elegie di Ovidio) e ritorna nella

poesia latina dell'umanesimo (“Amorex” di Pontano).

Tratta di una storia d'amore:

1 libro: componimenti in lode alla donna amata, felicità e gioia dell'amore ricambiato;

2 libro: il volto doloroso dell'amore quando l'uomo è abbandonato dalla sua dama;

3 libro: cattività amorosa, in cui i 2 innamorati tentano una riapacificazione ma le cose

ormai non sono più come prima. Vi è ricordo, nostalgia e amarezza dei ricordi. La storia si

conclude con l'allontanamento degli amanti e il pentimento del poeta in chiave religiosa

(Petrarca con struttura dell'elegia latina: contaminazione di modelli diversi);

2. “Orlando innamorato”: (innamoramento di orlando), poema cavalleresco di 3 libri (1 libri:

29 canti, 2 libro: 31 canti e 3 libro: 9 canti). Resta un poema incompiuto, si collegherà

Ariosto con il suo Orlando Furioso. Ci sono diverse opinioni dell'inizio della scrittura

dell'opera; si data al 1479 ma già verso la seconda metà degli anni 60 lo aveva iniziato a

scrivere. Interrompe la composizione del 82 per la guerra tra Ferrara e Venezia. (vince

Venezia). Nel 1484 riprende la stesura e prima della sua morte compone solo 9 canti.

Ci sono giunte poche copie: abbiamo solo notizia della prima edizione dei primi 2 libri del

1483, poi ci è giunta un'altra edizione dei primi 2 libri uscita nel 1487 a Venezia, una copia è

conservata nella biblioteca Marciana. Nel 1495 esce a Venezia l'edizione del 3 libro di cui

possediamo una sola copia conservata a Monaco di Baviera. Nel 1495 a Scandiano (?) esce

un'edizione completa del poema (3 libri) ma non possediamo alcuna copia. Poi vi è il

Triviuzianum 1094, testo dell'intero poema autografo ma gli studi recenti hanno affermato

che non si tratta di un testo autografo ma una copia di una stampa 500esca e presenta una

peculiarità: il testo si presenta toscanizzato ha linguisticamente un carattere settentrionale.

Secondo la norma bembesca questo tipo di lingua risulta rozza e quindi le prime edizioni

caratterizzate da questo dialetto scompaiono dal mercato e vengono sostituite da versioni

ricondotte alla norma toscana. Le 2 edizioni più recenti 87 e 95 hanno subito la modifica nel

titolo, chiamato ora “innamoramento di orlando” e riprendono le 2 stampe uscite in vita e

subito dopo la morte di Boiardo.

Il poema si apre con all'arrivo di Angelica alla corte di Carlo Magno, figlia di Galafrone re

del Catai (Cina), accompagnata dal fratello che sfida i paladini cristiani offrendo la mano di

Angelica a chi lo sconfiggerà. Il fratello Argalia viene ucciso da Ferraguto, Angelica non

rispetta i patti e fugge a Oriente inseguita da Orlando e il cugino Ranaldo. Nella tradizione

della chanson de geste Orlando non è mai innamorato ma è un paladino dedicato solo alla

guerra santa contro gli infedeli. L'Orlando innamorato rappresenta il rovesciamento di quella

tradizione. Angelica raggiunta da Ranaldo, beve in una fonte magica dove sgorga il ruscello

dell'amore che la fa innamorare di Ranaldo che però beve nella fonte dell'odio e quindi ora

sarà Angelica a inseguire Ranaldo. I due si ritroveranno ancora in quella stessa foresta e

berranno a parti invertite dalle fonti. Angelica che sta volta beve dalla fonte dell'odio

riprende la sua fuga da Ranaldo che invece ha bevuto dalla fonte dell'amore. Alla fine Parigi

viene assediata dai Mori dove Orlando e Ranaldo si sfidano per Angelica e quindi Carlo

Magno li separa e promette la fanciulla a colui che combatterà nel modo migliore contro i

Saraceni. Qui il poema si interrompe e inizierà L'orlando furioso di Boiardo con Angelica

che si libererà da Carlo Magno e riprenderà la sua fuga. La tradizione letteraria privilegiava

il filone del ciclo carolingio e svalutava quello del ciclo Bretone mentre Boiardo dichiara la

superiorità di quello Bretone per il primato che ha nell'opera la materia amorosa.

FOTOCOPIA: canto decimottavo

Si parla del ciclo Bretone. (Bertagna: Metatesi). Per l'arme e per l'amore il suo nome si diffuse e si

porta onore al Re Artù (guida dei cavalieri della tavola rotonda) e i suoi cavalieri mostrarono il loro

valore nelle battaglie. I termini chiave dell'ideologia boiardesca: le caratteristiche fondamentali del

buon cavaliere sono l'amore e l'avventura; è l'amore che lo spinge a compiere imprese gloriose e

attraverso l'avventura il cavaliere da prova del suo valore. Nel romanzo cavalleresco vi è una

dimensione temporale di carattere ciclico e si differenzia dalla chanson de geste che ha una truttura

del tempo lineare.

“Re Carlo”: la corte di Carlo Magno non fu simile a quella di Artù. Boiardo capovolge la gerarchia

tra i 2 filoni narrativi: la corte di Carlo Magno non gode della stessa stima di quella di re artù poichè

tratta solo di guerre sante e non dell'argomento amoroso. (“Sir Anglante” Orlando).

E' amore quello che spinge i paladini a dare prova del loro valore e a cimentarsi nelle imprese.

26: se mi sarà concesso vi racconterò un'altra volta il tutto ma per ora devo interrompermi (Vedo

l'Italia messa a fiamme e a fuoco dai Galli francesi). Il racconto rimane interrotto e Boiardo Muore.

Da questo punto sarà ripreso dall'Ariosto.

LUDOVICO ARIOSTO

Nasce a Reggio Emilia e figlio di Niccolò, capitano della roccaforte di Reggio Emilia.

1484: Ariosto si trasferisce a Ferrara e dal 87 al 94 segue studi di giurisprudenza.

1494: Si dedica agli studi letterari sotto la guida di Gregorio …..

Nel 1500 muore il padre e essendo lui il figlio maggiore diventa capo della famiglia numerosa

(fratello più grande malato). Nel 1503 è a servizio del cardinale Ippolito d'Este ma Ariosto non ama

la vita di corte e così nel 1513 Ariosto va a Roma per trovare un posto alla curia di papa Leone X

ma invano e quindi torna a Ferrara. A Firenze conosce Alessandra Benucci (vedi internet), donna

della sua vita che la sposa nel 1528 segretamente per non perdere i vantaggi economici dei benefici

ecclesiastici. Nel 1517 Ariosto rifiuta di seguire il cardinale Ippolito d'Este in Ungheria che quindi

lo licenzia. Nel 1518 entra a servizio del duca Alfonso con compiti di cancelleria. Per necessità

economica accetta nel 1525 di governatore della Garfagliana (internet). Con i soldi accumulati

Ariosto nel torna a Ferrara e abbandona la vita pubblica e dedica i suoi anni agli studi e alla

composizione delle sue opere. Muore il 6 luglio del 1533.

OPERE

2 raccolte di poesie liriche in latino

1. “Carmina”: 1494-1504ca, 70 componimenti, epigrammi elegie e lodi;

2. “Rime”: 1493-1521: 5 canzoni, 41 sonetti, 12 Madrigali, 27 capitoli e 2 ecloghe. Egli non è

un pieno petrarchista perchè non assume il Canzoniere di Petrarca come modello assoluto.

3. “Le Satire”: 7 satire, 1517-1525, capitoli ternari, si ricollegano alla satira latina di Orazio

che è caratterizzata dal linguaggio colloquiale, della vita di tutti i giorni, “sermo

quotidianus”.

1 Satira: 1517, affronta il conflitto con Ippolito d'Este: giustifica le proprie scelte e le

difende in nome della dignità dell'uomo di lettere. Le satire partono da un'esperienza

personale e la trasferiscono in una riflessione morale. Le satire hanno una forma di epistole

di versi, indirizzati a familiari e amici (“sermo quotidianus”);

2 Satira: 1517, indirizzata al cugino Annibale, e affronta la corruzione degli ambienti

ecclesiastici traendo spunto da esperienze personali presso la curia di Roma (contrasti con

Giulio II e delusione con Leone X);

3 Satira: 1518, riflessione sulla necessità di accontentarsi del poco e quindi non coltivare

eccessive ambizioni. Si illudono coloro che pensavo di conquistare la piena felicità,

accumulando beni materiali che in realtà si rivelano vani e deludenti una volta raggiunti.

Nell'Apologo narra di una favola che esemplifica questo concetto: degli uomini di un antica

età desiderano catturare la luna e iniziano con questo scopo a scalare un monte. Una volta

raggiunta la cima non riescono neancora a toccarla e la luna gli guarda dall'alto e sembra che

faccia le boccacce e rida per la loro stupidità. Intanto quelli indietro sono invidiosi di quelli

che sono arrivati già in cima e si affrettano a raggiungerli (vanità dei desideri e dei sogni

umani). Anche questa riflessione parte da un'esperienza personale: giustifica la scelta di

restare presso il duca Alfonso in un incarico magistrale rinunciando a maggiori ambizioni;

4 Satira: 1523, tratta delle difficoltà legate all'incarico di Commissario della Garfagliana;

5 Satira: 1519ca, Scritta per le Nozze del cugino Annibale, c'è una riflessione sul tema del

matrimonio in tono scherzoso;

6 Satira: 1525, indirizzata a Pietro Bembo, chiede aiuto per cercare un precettore di greco

per il figlio. Partendo da una situazione concreta si arriva alla riflessione sui vizi dei

letterati, e quindi chiede aiuto per non cadere nella scelta di una cattivo maestro;

7 Satira: 1524, indirizzato a Bonaventura Pistofilo (?) in cui tratta dei fastidi dell'incarico

dell'amministratore e giustifica la rinuncia dell'incarico di ambasciatore del duca presso il

papa Clemente VII, preoccupato per la sua tranquillità.

4. “Orlando Furioso”: vicende editoriali: 3 edizioni uscite durante la sua vita:

1 edizione: 1516, Ferrara, 1300 esemplari, 40 canti, dedica al cardinale Ippolito d'Este;

2 edizione: 1521, Ferrara, 40 canti e poche modifiche alle ottave: motivato dalla volontà di

adattare il poema alle norme linguistiche bembesche;

3 edizione: 1532, 2700 esemplari, vi è una trasformazione dell'impianto narrativo: si passa a

46 canti, 4842 ottave e 38776 versi. 5 canti formano un'opera, sono dei materiali di eccesso

che aveva pensato per ampliare il poema che alla fine non trovarono posto e diventarono un

opera a se stante di materia bellica (guerra tra cristiani e saraceni).

E quindi la prima opera della letteratura occidentale la cui vicenda elaborativa si svolge

entro lo spazio della stampa, che sia documentata integralmente dalle stampe.

Nel titolo con l'aggettivo “furioso” capiamo che ora il protagonista è pazzo a causa

dell'amore. Boiardo recuperava l'ideologia e l'etica cavalleresca e rivalutava la tradizione

Bretone collocando al centra della narrazione il tema amoroso; in Ariosto vi è una

prospettiva che svaluta le passioni in quanto manifestazioni della componente irrazionale

dell'anima. Il suo modello è quindi “Hercules furens”, la tragedia di Seneca (la follia di

Ercole). 3 principali filoni narrativi (ricordiamo che accanto a questi filoni vi è una miriade

di diramazioni secondarie):

1 Filone Bellico della guerra tra Cristiani e Saraceni: fa da asse centrale a cui dovrebbero

riferirsi tutte le vicende del poema (deriva dal ciclo carolingio);

2 Filone della Pazzia di Orlando: si innamora di angelica che rappresenta l'inafferrabilità,

l'incatturabile. Orlando viene a sapere che Angelica si innamora dello scudiero Medoro e lo

apprende vedendo su un tronco di un albero un cuore trafitto da una freccia con i nomi di

Angelica e Medoro e reagisce impazzendo, si straccia le vesti, comincia ad abbattere i

tronchi degli alberi, uccide gli animali, semina morte e distruzione. Per guarire Orlando il

paladino Astolfo arriverà sulla luna dove secondo Ariosto si raccoglie tutto ciò che va

perduto sulla terra. Entra in gioco l'ironia poiché sulla luna va a cercare il senno di Orlando

guidato da San Giovanni sul carro di Fuoco e su un ampolla con su scritto “senno di

Orlando” lo riporta sulla terra e guarirà Orlando;

3 Filone encomiastico: E' legato al personaggio saraceno Ruggero che deve convertirsi al

cristianesimo e sposa Bradamante, guerriera cristiana. Da questa unione avrà origine la

dinastia degli Estensi. La finalità è quindi celebrare le lodi della dinastia alle cui dipendenze

Ariosto lavorava. Nel poema vi sono episodi legati al Mago Atlante, colui che ha dedicato

Ruggero e sa leggere le stelle: sa che il destino prevede che Ruggero muoia dopo la

conversione al cristianesimo e dopo le Nozze e spera con espedienti magici di far tardare

quell'evento. Ariosto arrivato al punto cruciale del racconto lo sospende per aprirne un altro

e così ancora tornando all'episodio precedente che aveva interrotto. Nel poema vi è il

distacco ironico tra l'autore e i personaggi: non c'è la tendenza a immedesimarsi nei

personaggi, ma mantiene un distacco ironica delle vicende che serve a ricordare ai lettori

che la storia è un gioco di fantasia.

FOTOCOPIA: ORLANDO FURIOSO, CANTO I

Nel proemio è presente l'argomento del poema, l'invocazione alla divinità ispiratrice e la dedica del

poema. Nella prima ottava vi è attraverso un chiasmo l'esposizione dell'argomento, una struttura

cumulativa di sostantivi che forma il chiasmo. (Donne – Amori, Cavalieri – Armi), disposizione

incrociata di termini (Cortese – Audaci imprese). “Io canto”: verso tipico del proemio cavalleresco,

Omero e Virgilio. Capiamo quindi che vi è un intreccio tra la materia della chanson de geste tipica

del ciclo carolingio (armi) e quella del ciclo Bretone (Amori).

Le armi e gli amori ebbero luogo al tempo in cui i saraceni varcarono il Mare d'Africa (stretto di

Gibilterra) e arrivarono in Francia seminando devastazione: guerra tra cristiani e saraceni.

Il capitano dei saraceni è Agramante, dato che è giovane è esposto alle passioni e vi soggiace, non le

governa razionalmente. Anche Agramante diventa pazzo perchè soggiace alla passione dell'ira ed ha

sete di vendetta e guiderà un impresa che si risolverà in una disfatta. Si vuole vendicare per la morte

del padre Troiano ucciso in battaglia da Orlando e vuole quindi uccidere Carlo Magno, il capo dei

cristiani. (filone bellico). Vi è quindi la dottrina della divisione dell'anima in 2 potenze (risale alla

Repubblica di Platone e a Cicerone). Secondo Platone l'anima si divide in 2 parti, quella razionale e

quella irrazionale che a sua volta si divide in 2 potenze, la potenza irascibile e quella cuncupiscibile

e la ragione deve governare queste 2 potenze e se queste prendono il sopravvento l'uomo perde

l'equilibrio e precipita nella pazzia. Agramante soggiace alla potenza irascibile e Orlando a quella

cuncupiscibile.

La seconda ottava è divisa in 2 parti: nei primi 4 versi vi è la descrizione del filone della pazzia di

Orlando (“furore e matto” dittologia sinonimica). Negli ultimi verso Ariosto colloca l'invocazione.

Ariosto non si rivolge a una musa ma alla donna che lo ha fatto quasi diventare pazzo come

Orlando, ovvero Alessandra Benucci. Vi è qui l'identificazione tra se stesso e il personaggio di

Orlando. Il poeta chiede a questa donna di lasciarli un poco di ingegno per finire il suo poema. Per

Ariosto il poeta deve essere in grado di dominare la materia che tratta e non bisogna perdere il

controllo della propria razionalità, quindi per lui la poesia è un qualcosa di ben costruito, il poeta

deve essere lucido e in possesso delle sue facoltà razionali.

Nella terza ottava vi è la dedica al cardinale Ippolito da cui Ariosto dipendeva.

“Generosa curia prole”: figlio di Ercole d'Este.

“Opera d'inchiostro”: le sue parole.

Nella quarta ottava intreccia la dedica con l'esposizione del filone encomiastico in cui parlerà degli

altri eroi tra cui Ruggero che è all'origine della dinastia Estense.

CANTO 12: IL CASTELLO DI ATLANTE

Una fanciulla che sembra Angelica appare davanti a Orlando e chiede aiuto perchè è stata rapita da

un cavaliere. Orlando si mette all'inseguimento del cavaliere fino a giungere davanti a un palazzo.

Orlando entra nel palazzo e lo perlustra stanza dopo stanza; di Angelica non c'è più traccia ma

incontra una serie di personaggi.

Ottava 11: Il palazzo in realtà è un incantesimo del mago Atlante che attrae i paladini in modo che

questi non possano scontrarsi con Ruggero in modo quindi da allontanare il destino di morte a

quest'ultimo. Anche i paladini dentro il castello perlustrano per giorni le stanze inseguendo ciascuno

un oggetto del loro desiderio. Il castello è quindi l'allegoria della vanità dei desideri.

Orlando esce dal palazzo e decide di andare a cercare Angelica altrove ma appena fuori dal castello

una voce che sembra quella di Angelica lo chiama e gli chiede soccorso per difendere la sua

verginità che è minacciata quindi Orlando torna dentro il palazzo e lo perlustra una seconda volta.

Qui si interrompe l'episodio (momento cruciale) e inizia l'episodio di Ruggero che tratta di un

avventura analoga a quella di Orlando: Ruggero sta inseguendo Bradamante e gli appare davanti un

gigante che trascina una fanciulla che si sembra Bradamante, Ruggero lo insegue fino ad arrivare

anche lui nel palazzo di Atlante, e come Orlando inizia anche lui a perlustrare le stanze e una volta

uscito viene richiamato da una voce che gli sembra quella di Bradamante.

Si interrompe l'episodio e inzia quello in cui Angelica si sta preparando a tornare in Oriente (India),

nel suo regno. LE COMMEDIE

Alla fine del 400 nell'Italia settentrionale si diffonde l'interesse per il teatro con rappresentazioni che

rimandano ai grandi modelli classici. Nelle feste di corte si sviluppano le rappresentazioni

conviviali e verso la fine del 400 inizio 500 rappresentazioni di carattere mitologico.

Nella corte quindi nasce il teatro moderno grazie anche all'iniziativa del duca di Ferrara Ercole I

d'Este che si rese conto di come le feste potessero dare prestigio al principato e come potessero

essere uno strumento di coesione. Si iniziò a sviluppare l'idea di una scenografia ricalcata sul

modello di città descritto da Vitruvio, nel trattato “de Archittetura” come scenografia tipica delle

commedie antiche. Inoltre si sviluppò la tecnica degli intermezzi musicati e danzati tra gli atti della

commedia. Iniziò quindi la traduzione in volgare delle commedie di Plauto e Terenzio.

Prima commedia di Plauto rappresentata a Ferrara nel 1486 “MENECHMI” che per un errore di

interpretazione del nome viene tradotto come “I MENECHINI”. Quindi nel 1486 si registra l'anno

di nascita del teatro moderno.

CI fu così anche il componimento delle nuove commedie ricalcato su quelle antiche è la prima di

queste è la “Cassaria” di Ariosto del 1508 (commedia della cassa), modellata sul titolo delle

commedie latine di Plauto “Auluiana cistellaria (?)”.

Nella Cassaria vi sono 2 giovani con nomi parlanti (vedi nomi in internet) che vogliono riscattare 2

schiave di cui sono innamorati ma per farlo devono pagare il padrone. Approfittano dell'assenza del

padre di uno di loro e sottraggono così una cassa di denaro e la danno al padrone per le 2 donne e

poi loro vogliono accusare come ladro il padrone ma il padre arriva prima e lo schiavo che ha

escogitato lo stratagemma viene imprigionato. Sarà affidato a un altro schiavo il compito di

risolvere la situazione e arrivare a un lito fine (vedi trama in internet).

Altre commedie: “Calandra” del Bibbiena (?) rappresentata a Urbino il 6 febbraio del 1513: tratta di

2 gemelli che furono separati quando la città greca cadde sotto il dominio turco. Santilla ha vissuto

la sua vita in abiti maschili per difendere la propria verginità e ha assunto il nome del fratello Lidio

e si trova a Roma, sotto Perilio che la da in sposa a una fanciulla. Anche il vero Lidio è a Roma e

amoreggia con la moglie del vecchio... e frequenta la casa in abiti femminili e ha assunto il nome

della sorella e il vecchio si invaghisce di lui.

Appena i due fratelli gemelli saranno entrambi in abiti maschili ci saranno gli equivoci (modello

plautino).

Senex amons: vecchio innamorato attinge alla tradizione novellistica di ascendenza boccacciana

(Calandro), su modello di Calandrino (Il babbeo, sempre oggetto di beffe).

Vi è quindi una contaminazione tra il modello della commedia classica latina e il modello della

novellistica. La storia si conclude con un lieto fino e quindi con le doppie nozze. (vedi internet).

Altra commedia è la “Mandragola” di Niccolò Machiavelli (1518): Callimaco ha trascorso 20 anni a

Parigi, lontano da Firenze, quando gli giunge notizia di Lucrezia di cui si innamora solo per fama,

senza vederla. Lucrezia però vive a Firenze ed è sposa di …., Callimaco torna a Firenze con

l'intento di conquistarla e chiede aiuto a ….., personaggio disposto a fare di tutto per un buon

compenso (parassita). Callimaco si finge medico perchè Messer Nicia non riesce ad avere figli, e

quindi Callimaco deve convincerlo a somministrare a Lucrezia una pozione di erba Mandragola,

che ha tuttavia le sue contro indicazioni: in primo che si unirà con Lucrezia morirà a causa delle

sostane tossiche dell'erba quindi bisogna prendere di notte un giovane e farlo unire con Lucrezia per

neutralizzare gli effetti. Messer Nicia accetta ma e il compito di convincere Lucrezia è affidato alla

madre Sostrada (?) e al religioso Fratimoteo. Lucrezia si convince e Callimaco (giovane rapito)

riesce a convicere Lucrezia a essere la sua amante.

Vi è quindi la scena in cui vi sono tutti i personaggi in Chiesa e il frate purifica Messer Nicia e la

commedia finisce come se fossero tutti felici e contenti.

LA COMMEDIA NELLA FIRENZE DEI PRIMI ANNI DEL 500

Firenze è in questo periodo una città cupa e negativa. In cui non esistono più valori. Callimaco

rappresenta l'allegoria delle vicende politiche contemporanee (Medici che sono lontani da Firenze e

poi vi ritornano per riconquistarla come fa Callimaco con Lucrezia).

Il vecchio Messer Nicia rappresenta il Golfaloniere Pier..., politico incapace che si fa raggirare

facilmente che crede di avere un intelligenza superiore ma alla fine è uno che non è mai uscito dalla

sua città.

Fratimoteo rappresenta quello che Machiavelli pensa della chiesa contemporanea, una chiesa

corrotta. Lucrezia invece non riflette la Lucrezia romana perchè accetta subito di essere l'amante di

Callimaco. Quindi questa commedia al di là del puro esercizio letterario dei modelli antichi

rappresenta la realtà contemporanea con un retrogusto di amarezza. (Commedia Rinascimentale).

Verso la seconda metà del secolo comincia a declinare a a lasciare spazio ad altri generi.

LETTERATURA RINASCIMENTALE

Il MEDIO 500 (1534-1563): si afferma l'uso dell'italiano come lingue letteraria e accedono alla

letteratura lingue che non avevano che non ne avevano la possibilità di praticarla. Ricordiamo autori

come Giovanni della Casa che intraprese la carriera ecclesiatica a Roma nella curia pontificia e

scrisse le Rime e il Galateo, un trattato di comportamento con il compito di insegnare le norme del

buon comportamento della società.

ULTIMO 500: ETA' DEL MAGNIERISMO che segna la crisi del classicismo rinascimentale e che

porterà al Barocco (ripudio del classicismo rinascimentale).

TARDO 500 O AUTUNNO DEL RINASCIMENTO (1563-1600)

Piano politico: il trattato di Cateau-Cambresis sancisce il predominio spagnolo in Italia e i pochi

stati indipendenti si avviano sulla via del declino. Inizia così un periodo di declino politico ed

economico;

Piano religioso: durante il periodo rinascimentale vi è inquietudine religiosa che aveva portato alla

riforma protestante. Ci fu quindi il Concilio di Trento che diede vita alla controriforma: la Chiesa si

irrigidisce dal punto di vista dottrinale e quindi non è più possibile per artisti e letterati pensare di

comporre opere con la stessa libertà che avevano precedentemente;

Piano pedagogico: grande importanza ebbero le opere dei gesuiti;

Piano letterario: dibattito sulla poetica di Aristotele che nel definire l'idea di poesia si basa sui

generi teatrali e sulla tragedia e testo non tradotto nel medioevo dato che in quel periodo nessuno

sapeva che cosa fosse il teatro classico e quindi risultava un testo di difficile comprensione.

Successivamente la poetica di Aristotele divenne il testo di riferimento per i canoni della buona

letteratura. Un autore importante di questo periodo fu Torquato Tasso.

TORQUATO TASSO

Nasce a Napoli, a Sorrento, 11 marzo 1544, figlio di Bernardo Tasso (poeta) che fu a servizio del

principe Ferrante San Severino (?) di Salerno, dichiarato ribelle dal vicerè di Napoli, e quindi fu

esiliato e Bernardo lo segue a Roma. Tasso resta a casa con la madre fino al 1554 e poi andrà anche

lui a Roma.

1554-1565: Anni di formazione di Tasso e di spostamento a seguito del padre. Nel 56 si trova a

Urbino alla corte di Guido Baldo II della Rovere e qui scrisse la prima poesia. Tra il 59 e 60 si trova

a Venezia a seguito del padre e segue la pubblicazione della sua opera, poema cavalleresco

“Amadigi”. Inoltre compone un manoscritto che rappresenta le prime idee del suo capolavoro “La

gerusalemme liberata. Scrisse inoltre un romanzo cavalleresco in versi sempre a Venezia,

“Rinaldo”, dalla maniera ariostesca.

1561-65: anni di formazione a Padova e stringe amicizia con Scipione Gonzaga e entra a far parte

dell'accademia degli eterei.

1565-77: Periodo Ferrarese a servizio del cardinale Luigi d'Este a cui dedica il “Rinaldo”. Entra in

contatto con gli ambienti ferraresi + amicizia con le 2 principesse estensi Lucrezia e Eleonora (a cui

dedica le Rime). Scrisse “L'Aminta”: dramma pastorale del 73, la “Gerusalemme liberata” e la

tragedia “G.... re di Norvegia”. In seguito fu alle dipendenze del duca Aalfonso II D'Este a cui

aveva promesso di dedicare la Gerusalemme Liberata.

Nel 1575 in occasione del Giubileo si reca a Roma e chiede di essere presentato al cardinale

Giuliano de' Medici, gesto che irrita il duca (gesto di insubordinazione).

Nel 1579 torna a Ferrara e revisiona il suo poema ma fu ossessionato da mania di Persecuzione

(credeva di essere sempre circondato da nemici). Il duca lo rinchiuse quindi nel convento di S.

Francesco (77) e Tasso riesce a fuggire. Iniziano gli anni della follia del Tasso. Si presenta alla

sorella Cornelia a Sorrento travestito da pastore e le annuncia la notizia della sua morte.

Viaggia andando verso Urbino e Mantova.

Nel 1579 alla corte di Ferrara ci fu la celebrazione delle nozze tra il duca Alfonso e Margherita

Gonzaga; Tasso invierisce (?) contro la corte e fu rinchiuso nell'ospedale di Sant'Anna, Fu liberato

nel 76 grazie a Vincenzo Gonzaga (duca di Mantova).

Tasso era inoltre convinto che un folletto visitava la sua cella e lo tormentava ma nonostante questo

Tasso continua a lavorare e scrisse in questo periodo la maggior parte dei suoi dialoghi che sono

una sintesi di tutti i generi tipici della letteratura rinascimentale “I Dialoghi”.

“I dialoghi”: 25 dialoghi scritti tra il 1575-1594, ricordiamone qualcuno:

Sesto dialogo: “Il Messaggero”: Dialoga con delle creature che hanno funzione di mediare tra il

cielo e la terra. (vedi internet).

Dodicesimo dialogo: “Il Malpiglio, ovvero della corte”, 1585, un forestiero napoletano che dialoga

con Vincenzo … , uomo di corte per istruire il figlio di Vincenzo per proseguire il modello del

padre.

Quattordicesimo dialogo: “La cavalletta, ovvero della poesia toscana”, 1585, dialogo legato alla

discussione sui temi legati alle caratteristiche della poesia lirica toscana.

1577: Tasso si autodenuncia di fronte al tribunale dell'inquisizione, accusandosi di eresia.

1586: Per intercessione di Vincenzo Gonzaga fu liberato dall'ospedale di Sant'Anna e affidato alla

sua custodia a Mantova dove proseguì il suo lavoro letterario, si ricorda il componimento della

tragedia “ Retto Rismondo” (?).

Tasso in seguito Fuggì da Mantova e andò a Roma e qui grazie al papa Sisto V il duca Alfonso

rinuncia alle sue pretese sul Tasso. Tasso aveva inoltre una crisi psicologica che consisteva in una

tendenza a muoversi continuamente, a cambiare sempre posto.

Nel 1588 a Napoli entra in contatto con gli ambienti letterari e con Giovan Battista Manso (Autore

della biografia di Tasso) e successivamente a Roma fu ospite di Scipione Gonzaga. Nel 90 si trova a

Firenze e nel 91 a Mantova da Francesco Gonzaga.

Nel 95 si ammala e viene ricoverato nel convento sul …. dove muore il 25 Aprile del 1595.

Nel 1593 fece la revisione della Gerusalemme liberata a cui cambiò il titolo con “Gerusalemme

conquistata”. Oggi si legge la Gerusalemme liberata non quella conquistata perchè quest'ultima

elimina episodi a cui i lettori erano molto affezionati e in più riduce la presenza dell'elemento

amoroso. Tasso inoltre scrisse il poema “Le 7 giornate del mondo creato”, un poema didascalico di

7 libri, in endecasillabi sciolti. Tratta della creazione del mondo è come fonte del poema furono i


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze del testo letterario e della comunicazione
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nora96_96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana secoli XVII-XIX e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Bettinzoli Attilio.

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