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Letteratura italiana (Secoli XII-XVI)

Con Umanesimo ci si riferisce ad un movimento letterario che si sviluppa nella sua pienezza nel corso del Quattrocento, ma che è già anticipato dalla ricerca letteraria di Petrarca e di Boccaccio, che pone al proprio centro, come fulcro dei propri interessi, la riflessione sulla grande tradizione classica latina e greca. L’Umanesimo è essenzialmente il luogo metaforico in cui la Cultura europea si appropria definitivamente di quelle che si è soliti indicare come le radici classiche greco-latine, dopo un lungo periodo nel quale la tradizione antica non è che fosse scomparsa dalla scena culturale dell’Occidente, ma era stata sottoposta ad una sorta di processo di trasformazione e, secondo gli Umanisti, di deformazione che ne aveva stravolto e mistificato la fisionomia.

Il recupero della tradizione classica

Quando si dice che l’Umanesimo si propone di recuperare la tradizione classica, bisogna fare attenzione ad un tratto essenziale: nel Medioevo la Letteratura latina non era scomparsa (autori come Cicerone e Virgilio costituivano testi scolastici fondamentali), ma era cambiato il modo di leggere questi testi, non più subordinato alla necessità di rintracciare nei testi classici ciò che risulta conforme alla Verità cristiana, ciò che si adatta e compone più facilmente con la tradizione cristiana, ma è spinto da una volontà di recuperare la tradizione classica nella sua autenticità storica e nella sua integralità.

Anche nel Medioevo continuano ad essere letti i grandi testi della tradizione latina, e alcuni grandi chierici manifestano interesse per l’Antichità (basta citare figure come quella di Abelardo), ma la loro attenzione si riverbera su un numero molto limitato di autori impostando la loro lettura secondo una prospettiva di carattere metastorico: i grandi testi classici meritano di essere letti in quanto testimoniano verità eterne, universali; e tutto ciò che esce da questa prospettiva non ha un reale interesse: si arriva quindi a leggere i Classici come se fossero dei contemporanei, riducendo anche drasticamente il canone degli autori effettivamente oggetto di lettura.

Il ruolo degli Umanisti

Con gli Umanisti la situazione cambia gradualmente, ma in modo ben definito: il mondo classico diventa un oggetto di interesse in sé indipendentemente dalla materia e dai contenuti delle singole opere, e quindi, nel lungo processo di riappropriazione dell’eredità classica, il primo compito di fronte a cui si trovano gli Umanisti è quello di ampliare il perimetro delle loro conoscenze, il perimetro dei libri effettivamente noti e circolanti.

Allo stesso tempo, si pone il problema della qualità delle testimonianze dei testi: gli Umanisti si accorgono che nel processo di trasmissione dei testi antichi si è accumulata una quantità di errori e deformazioni che rendono difficile, se non addirittura ardua, l’impresa di leggere e comprendere nella loro autenticità i testi antichi. Era necessario ripulire le testimonianze dalla quantità di errori e deformazioni che nel lungo processo di trascrizione e di copia si erano depositati su di esse: questo spiega allora come nell’ambito dell’Umanesimo abbia un vero e proprio primato una disciplina come la Filologia.

Arrivati a questo punto, si può quindi fare una considerazione che bisognerà sempre tenere a mente quando si parla dell’Umanesimo: non esiste un solo Umanesimo, non è un fenomeno monolitico, in quanto tende a sfaccettarsi al suo interno in una molteplicità di diramazioni ed interessi diversi (l’Umanesimo filologico, per esempio, è l’avanguardia del movimento umanistico; ma esistono anche un Umanesimo civile, uno pedagogico, un Umanesimo filosofico).

All’interno del movimento umanistico la Filologia rappresenta l’avanguardia di questo fenomeno storico e culturale-letterario perché viene a coincidere con quello che è il motore, il centro propulsore del movimento umanistico, e cioè la volontà di una lettura storico-oggettiva fondata su testi affidabili delle testimonianze dell’Antichità; e la Filologia è lo strumento per arrivare a questa riappropriazione critica dei Classici: è un elemento fondamentale per distinguere la lettura degli Antichi medievale (in cui dominava la prospettiva allegorico-morale) da quella umanistica (dove s’impone, appunto, una prospettiva di tipo filologico). Si interrogano i testi per capire cosa effettivamente vogliono dire.

Il ruolo di Petrarca

Partendo da questa caratterizzazione del movimento umanistico, acquista una figura fondamentale Petrarca, il primo a porsi con chiarezza e con lucidità i problemi che saranno poi propri dell’Umanesimo. Nella prima fase del movimento umanistico (tra la fine del Trecento e l’inizio del Cinquecento, quella che si potrebbe chiamare la fase pioneristica dell’Umanesimo) il tema fondamentale è quello dell’ampliamento del canone degli autori effettivamente nuovi: ci si basa quindi sulla ricerca dei manoscritti, per allargare il perimetro dei testi effettivamente conosciuto.

Già su questo terreno appare evidente la funzione di modello svolta da un personaggio come Petrarca: nato nel 1304, morto nel 1374, Petrarca fu, oltre che un grande poeta a tutti conosciuto, un grandissimo bibliofilo, che mise assieme, fin dagli anni della sua giovinezza, una biblioteca personale di straordinaria ricchezza per i suoi tempi; visse per circa metà della sua vita fuori in Italia, viaggiando molto.

Le scoperte di Petrarca

Si trova nella condizione di scoprire tutta una serie di libri di cui si era perso il ricordo: caso famoso è la fondamentale scoperta, nel 1345, nella Biblioteca Capitolare di Verona, di un manoscritto delle Epistole di Cicerone ad Attico, a Quinto, e a Bruto (circa metà dell’epistolario ciceroniano). Queste lettere consentono di ricostruire con decisione le vicende della vita di Cicerone, ma fu un inizio piuttosto sconcertante perché Petrarca si rese conto che Cicerone era un uomo come tanti altri; servirono a Petrarca poi come modello per un genere fondamentale per la Letteratura umanistica, l’Epistolografia: Petrarca scrisse moltissime raccolte epistolari.

Questo genere è importantissimo per gli Umanisti perché la loro Cultura è basata essenzialmente sul dialogo culturale e morale, e l’epistola non può che essere lo strumento perfetto per svolgere questo dialogo. La lettura solitaria di alcuni testi nel Medioevo non aveva poi avuto modo di esercitare un’effettiva influenza sulla Cultura medievale proprio perché era rimasta chiusa dentro quelle pareti conventuali; con gli Umanisti la Musica cambia completamente: quando Petrarca mette le mani su un testo che gli sembra interessante, la prima cosa che fa è comunicarlo ai numerosi amici che ha sparsi per tutta l’Europa, proprio attraverso le epistole; le copie vengono diffuse, e la notizia si espande e diffonde attraverso il commercio epistolare.

Le epistole degli Umanisti vanno pensate, non tanto sul senso intimistico, ma piuttosto come dei piccoli saggi di carattere filologico-erudito (come un qualcosa di equivalente ad un articolo su rivista dei tempi moderni), attraverso cui un personaggio come Petrarca discute sulle scoperte e sui pensieri che sta sviluppando. Si può quindi comprendere che la scoperta dell’epistolario ciceroniano, da questo punto di vista, fornisce un modello di organizzazione per Petrarca: le Epistole ciceroniane sono lo spunto, l’idea di una grande raccolta epistolare come quelle che appunto Petrarca metterà assieme.

La biblioteca di Petrarca

Queste scoperte di libri servono ad ampliare il canone, lo spettro, delle letture disponibili, e anche la vendita di nuovi libri, di nuove copie: Petrarca già dalla sua giovinezza comincia a mettere assieme una sorta di biblioteca (una ricchissima raccolta di libri), che gli studiosi moderni hanno abbondantemente ricostruito la biblioteca petrarchesca; il pezzo più famoso e pregiato è il cosiddetto Virgilio ambrosiano (conservato appunto alla Biblioteca Ambrosiana di Milano).

Purtroppo alla sua morte i suoi libri finirono presso i Carraresi, i quali furono successivamente fagocitati e assorbiti dai Visconti, e quindi i libri di Petrarca finirono a Milano, il cui Ducato poi cadde: fu allora che i libri di Petrarca cominciarono a disperdersi. Fulvio Orsini possedeva moltissimi libri di Petrarca, e alla sua morte finirono nella Biblioteca Vaticana; altri libri furono presi dai Francesi, mentre altri ancora si dispersero.

Il Virgilio ambrosiano è un libro che appartiene agli anni più remoti, alla giovinezza di Petrarca: è un libro che Petrarca (ancora impegnato negli studi di carattere giuridico da cui si allontanerà di lì a poco per eccesso di noia) mette insieme a suo padre, Ser Petracco. Questo libro, dopo la morte del padre, gli viene sottratto, e riuscirà a recuperarlo solo nel 1338; per festeggiare l’avvenimento di quel cimelio nella sua biblioteca, Petrarca lo fece decorare con una preziosa miniatura di quello che allora dopo Giotto era il più grande pittore italiano, Simone Martini.

Il Virgilio ambrosiano

Negli anni successivi il Virgilio ambrosiano continua ad accompagnare il Petrarca, che continua a studiarlo, a leggerlo, ad annotarlo con postille di varia natura: confronti con altri testi classici, notizie di carattere storico e archeologico, insomma tutto ciò che poteva servire alla comprensione e allo studio; e alla fine di una lunga vita di studio, Petrarca riesce ad accumulare ai margini di questo libro circa 2500 annotazioni, che documentano appunto un lunghissimo studio dei testi di Virgilio da parte di Petrarca.

Il Virgilio ambrosiano è una raccolta che contiene le tre opere canoniche fondamentali di Virgilio, accompagnate dal commento di Servio (vissuto fra IV e V Sec. p. Ch. n.), uno dei più grandi e celebri commentatori di Virgilio; sono in tutto 269 fogli, preceduti da un paio di fogli di guardia che in genere servivano di protezione al manoscritto e venivano lasciati in bianco per annotazioni di carattere personale (come farà appunto Petrarca), seguiti naturalmente da un altro paio alla fine del manoscritto.

Sul verso del secondo foglio di guardia Petrarca, nel 1338, fa dipingere/inserire a Martini la celebre miniatura: è un’allegoria virgiliana, una descrizione per immagini in chiave allegorica del contenuto del manoscritto. Rappresenta una serie di personaggi: dal margine basso a destra vi è un pastore che accudisce le sue pecore, il suo gregge (è evidentemente l’allegoria delle Bucoliche); accanto, il pastore intento a potare una vigna è il simbolo delle Georgiche; verso l’alto un personaggio in abiti militari con l’asta è chiaramente l’effige del poema epico virgiliano, l’Eneide (il soldato sicuramente è Enea, accanto a cui l’uomo disteso all’ombra dell’albero è sicuramente Virgilio intento nella meditazione e nella composizione dei suoi versi, che ricorda molto il Titiro delle Bucoliche, mentre il personaggio che addita Virgilio ad Enea scostando il velo che lo nasconde alla sua vista è Servio, che svela/rivela il più profondo e segreto significato dell’opera). Così, in quest’immagine, sicuramente suggerita al Martini da Petrarca, si vede rappresentato il contenuto del Virgilio ambrosiano.

L'importanza del manoscritto

Un’opera di questo genere lascia capire molto bene cosa volesse dire possedere un manoscritto del genere, soprattutto se decorato da uno dei più grandi pittori dell’epoca: ai tempi del Petrarca i libri erano dei manufatti costosissimi.

Il verso del foglio 3 (cioè quella che oggi si considererebbe la «pag. 6») presenta un testo distribuito in due colonne: nella colonna di destra, con caratteri più grandi, è riportato il testo virgiliano (in tal caso i versi conclusivi e quelli iniziali della prima e della seconda Bucolica, il cui incipit è distinguibile per la lettera in rosso più grande rispetto alle altre); il fatto che il verbo ardebat non presenti la T lascia comprendere che il copista del manoscritto doveva essere sicuramente italiano (si pensi alla pronuncia dell’Italiano). La rubrica, che precede la seconda Bucolica (incipit secundae cloga), è in inchiostro rosso: specifica che sta per cominciare la seconda ecloga e ne nomina i personaggi.

Si tratta quindi del testo vero e proprio di Virgilio a tutti gli effetti, mentre nella colonna di sinistra, invece, e a basso del testo virgiliano, c’è il testo di Servio, note esplicative del grande commentatore che vengono quindi ad incorniciare il testo di Virgilio: è la base del manoscritto; ma come si può vedere, non è tutto quello che c’è, perché nello spazio fra le due colonne e addirittura gli interlinei dei versi virgiliani c’è tutta una serie di annotazioni in caratteri microscopici: si tratta delle postille di Petrarca sul testo durante il corso di tutta la sua vita; è sintomo della caratteristica lettura filologica che sarà poi tipica degli Umanisti.

Le prime due carte del Virgilio ambrosiano sarebbero bianche se Petrarca non le avesse utilizzate per una serie di ulteriori annotazioni di carattere personale, che rendono ancora più significativo ed interessante l’uso che il Petrarca fa di questo manoscritto: si tratta di note obituarie, in cui Petrarca registra la morte, la scomparsa, di persone a lui particolarmente care come amici, ma anche del figlio Giovanni (con cui aveva un rapporto molto particolare); particolarmente importante è la nota relativa al 1348, in cui Petrarca registra la morte di Laura, la morte della figura resa da lui celebre coi versi del suo Canzoniere, i Rerum vulgarium fragmenta.

Tutte queste note sono in Latino: è un aspetto da tenere in conto per l’Umanesimo, perché tutta la Letteratura più ambiziosa sceglie come suo strumento espressivo di scrittura il Latino. È una sorta di rottura della continuità rispetto alla tradizione portata ai suoi massimi splendori da Dante, il quale aveva già dovuto confrontarsi con lettori che, pur manifestandogli la loro grande ammirazione, lo rimproveravano (più o meno velatamente) di non aver scritto in Latino. E proprio da queste premesse parte lo scambio dialogistico bucolico fra Dante e Giovanni del Virgilio, un insegnante di Retorica a Bologna, che verso l’inizio del 1320 scrive un’epistola in esametri latini a Dante lodandolo per la grandezza di concezione e di significato, per la profondità del suo grande poema, ma si rammarica che quel grande poema non sia in Latino; e Dante per giustificarsi gli risponde con un componimento poetico in Latino richiamando in vita, con un colpo di genio, il genere bucolico scomparso da secoli nella Letteratura italiana.

Allora Giovanni raccoglie la proposta di Dante e scrive un’altra bucolica in risposta a Dante, il quale poi compone un altro componimento bucolico latino a Dante, che risponderà probabilmente pochi mesi prima della sua morte.

Già Dante quindi, alla fine della sua vita (muore nel 1321), aveva avuto modo di cogliere le prime avvisaglie di quel mutamento che con Petrarca diventerà poi la scelta umanistica di privilegiare il Latino, ovviamente come lingua della Letteratura alta (naturalmente parallelamente alla tradizione letteraria in Volgare, che però tende ad essere circoscritta ad opere considerate di minor rilevanza o per la scelta tematica o per il pubblico a cui l’autore si rivolge).

La scelta del Latino in Petrarca, nonostante il Canzoniere, è così integrale/integralista che le sue stesse annotazioni di studio sono sempre rigorosamente in Latino; e così accade anche in questa nota obituaria in cui si registra la morte di Laura: il fatto che il nome latino sia Laurea sta a significare la funzione fondamentale del mito dafneo, immagine simbolica dell’opera petrarchesca collegata all’alloro, e quindi alla gloria poetica di cui l’alloro è simbolo; è noto che, nonostante questa puntigliosa annotazione di Petrarca, Laura sia stata una figura fittizia, mai realmente esistita: Laura non sarebbe altro che la Poesia e tutto ciò che essa rappresenta.

Laura appare nel Canzoniere molto spesso collegata anche alla figura di Apollo, il dio del Sole: la morte di Laura, dice Petrarca, è come lo spegnersi del Sole, luce sottratta alla luce del Mondo.

La data del primo incontro con Laura è il 6 Aprile del 1327 alle sei di mattina, la morte è il 6 Aprile del 1348 alle sei del mattino: la nota ha una precisione quasi maniacale nell’indicazione degli estremi cronologici, perché non solo il giorno e il mese coincide anche l’ora; tutto questo sembra un dato storico assolutamente incontrovertibile, visto che è indicato con precisione. Eppure facendo un po’ di attenzione ci si accorge che non è casuale che l’incontro avvenga il 6 Aprile, per il suo valore simbolico: il 6 è il numero di Laura nell’opera di Petrarca (come Beatrice è il 9 nella Vita nuova di Dante), e quindi la scelta di quel giorno appare men che meno casuale; contando anche che il 6 Aprile del 1327 era Venerdì Santo, si aggiunge anche un carattere liturgico, cristologico, nella definizione di questo evento.

Quando Laura muore Petrarca è a Verona ed egli non sa quello che sta accadendo ad Avignone: sembra morta nella famosa peste narrata all’inizio del Decameron di Boccaccio; Petrarca apprende della morte di Laura a Parma da una lettera dell’amico Ludovico il 19 Maggio mattina: questo Ludovico è un musicista fiammingo (Ludwig van Kempen), dedicatario delle Familiares di Petrarca, che soleva chiamarlo Socrate. Il corpo, giustapposto alla sua castissima e purissima anima, viene sep

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alberto.longhi55 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Bettinzoli Attilio.
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