Romanticismo
Movimento ideologico e culturale sviluppatosi in Europa dalla fine del XVIII secolo alla prima metà del XIX secolo. Il romanticismo si sviluppa dopo il Congresso di Vienna (1814-1815), quindi durante la Restaurazione, in una fase storica in cui si cercava di riportare l'Europa alla situazione politica precedente alla Rivoluzione francese e al periodo napoleonico, anche se il Congresso non restaurò esattamente la situazione precedente.
Nato in Germania (con i fratelli Schlegel, Schiller, Novalis) come affermazione della nazionalità tedesca contro il predominio della cultura francese illuminista, il romanticismo si diffonde presto in Francia (con M.me de Stael, Hugo...), in Inghilterra (con Scott, Byron) e in Italia (con il gruppo della rivista "Il Conciliatore", di idee liberali e moderate, prevalentemente cattoliche). In particolare, in Italia e in Francia esso si diffonde dopo la pubblicazione del trattato "De l’Allemagne" [la Germania] di Madame de Stael, nel 1816, in cui l’autrice criticava la letteratura italiana divenuta, a suo parere, sterile perché troppo legata ai classici. Invitando così gli autori a tradurre i contemporanei.
Il movimento entra però in crisi negli anni '50 del XIX secolo, riducendosi al semplice gusto del patetico e del lacrimoso. Il termine deriva dall’aggettivo inglese "romantic", che nel '600, indicava in modo spregiativo la materia avventurosa e amorosa dei romanzi cavallereschi. Nel '700 esso comincia a designare positivamente il fascino della natura selvaggia, del mistero e del fantastico. Tradotto in francese "romantique" (da romanesque=romanzesco) l’aggettivo romantico è attestato in Italia a partire dal primo decennio dell’Ottocento.
Contesto storico
1814-1815: Congresso di Vienna
1848-1849: L’età della Restaurazione è perciò anche quella dei movimenti di indipendenza e delle rivoluzioni democratiche e liberali, che culminano nei grandi moti del 1848-49. A partire da questa data comincia a profilarsi una nuova contraddizione: mentre perde rilievo quella fra borghesia e nobiltà sempre più acuto diventa il contrasto economico e sociale fra capitalisti e proletariato e, sul piano politico, fra la borghesia e il movimento dei lavoratori.
In Italia
Rispetto all’Europa la situazione è diversa perché il processo che porta al superamento della frammentazione politica e all’unità nazionale si prolunga fino al 1861 (in Germania sino al 1871). E fino ad allora essa è profondamente segnata dalle lotte d’indipendenza. Il 17 Marzo 1861 viene ufficialmente proclamato il Regno d’Italia, da cui però ancora restano escluse Venezia e il Veneto, in mano all’Austria, e Roma sotto il controllo pontificio.
Il processo unitario era stato guidato dai moderati e sostenuto dalla borghesia intellettuale ed all’aristocrazia fondiaria settentrionale, mentre il popolo era intervenuto solo sporadicamente (per esempio le 5 giornate di Milano), ed anzi spesso era ostile a questo processo. Consideriamo che la maggior parte della popolazione, soprattutto in alcune regioni del sud e del centro, viveva nell’ignoranza e nel disinteresse per le questioni nazionali.
In questo periodo inizia anche l’esportazione della Rivoluzione industriale, ma avvenne in modo diseguale in tutti i paesi europei; l’Italia ad esempio rimase un paese rurale fino alla fine dell’800. Scoppiano di conseguenza anche le prime lotte sociali e cambia la società che vede l’affermazione della borghesia e la nascita di una nuova classe sociale, il proletariato, classe di lavoratori dipendenti che vivono del loro reddito.
Nasce così la figura del letterato borghese, che intende vivere della professione delle lettere (già Foscolo era stato un primo esempio). Non più, come avveniva durante il vecchio regime, dipendente dall’aristocrazia e della chiesa: non è un cortigiano o un ecclesiastico; è un produttore. Cambia dunque anche il pubblico a cui si rivolge: una vasta opinione pubblica, costituita per lo più dalla borghesia. Per raggiungerla il canale preferito era la stampa.
Ciò però non fu così per gli intellettuali italiani che non avevano un’industria della stampa abbastanza sviluppata e l’intellettuale spesso si trovava a dover pagare di tasca sua i costi di produzione. Dal punto di vista politico gli intellettuali italiani furono soprattutto liberali e democratici.
L'immaginario romantico
L’immaginario romantico nasce da una scissione: da un lato l’anima, dall’altro il mercato; da una parte l’eroe, con i suoi ideali e sogni di gloria e d’infinito, dall’altra il mondo borghese, con il suo utilitarismo spicciolo e mediocre; da una parte la natura e la poesia, dall’altra la società e la prosa del mondo.
Il nuovo movimento si presentava con una forte identità anti-illuminista e anti-classicista. Infatti, sul piano filosofico opponeva al sensismo l’idealismo, sul piano religioso proponeva contro il deismo o l’ateismo il ritorno al Cristianesimo; sul piano politico respingeva il cosmopolitismo per porre in primo piano i valori nazionali e la storia del popolo tedesco, sul piano artistico contrapponeva all’equilibrio del Classicismo e del Neoclassicismo e al razionalismo della letteratura illuminista una nuova sensibilità volta a valorizzare i sentimenti, la passione, gli aspetti irrazionali, il momento turbinoso e creativo della “genialità”.
Temi principali
- L’amore, tema centrale, connotato come passione che sconvolge le norme morali e le barriere sociali e incarna nel modo più drammatico il conflitto tra le aspirazioni ideali dell’individuo e la società degli affari, del denaro e dell’ordine costituito. L’amore è passione!
- La donna, vista come strumento attraverso cui congiungersi all’Infinito e all’Assoluto, come realizzazione del proprio destino. Per questo l’amore romantico, in quanto aspirazione a un ideale irraggiungibile come condizione di felicità permanente, è destinato allo scacco: di qui il carattere drammatico e spesso tragico delle più celebri storie d’amore romantiche.
- L’arte, vista come forma superiore di coscienza, in quanto nel processo artistico, attraverso l’intuizione, soggetto e oggetto finiscono per annullarsi reciprocamente, dunque per coincidere. Nell’arte si uniscono particolare e universale, finito e infinito, conscio e inconscio.
- La natura, considerata un organismo vivente dotato di una sua misteriosa forza magica o spirituale difficilmente misurabile e quantificabile.
- Il sentimento del “Senschut”, (parola tedesca che indica il malessere prodotto dal desiderio, dalla mancanza, dal senso di estraneità) è il “male del secolo”, e produce inquietudine, insoddisfazione, malinconia. L’artista avverte intorno a sé un senso di vuoto: a volte cerca conforto e consolazione nel paesaggio, vissuto come “doppio” dell’anima, a volte avverte intorno a sé l’estraneità e l’ostilità della stessa natura, vivendo in modo ancor più amaro il proprio isolamento. Il tema della natura e del paesaggio lirico, visto in stretta correlazione con l’anima dello scrittore, diventa centrale.
- Il tema del genio artistico! La frustrazione dell’isolamento e dell’estraneità provoca come reazione e risarcimento ideologico la rivalutazione del genio artistico, delle capacità profetiche e oracolari del poeta, che esprimendo la voce dell’assoluto naturale e religioso, rivela la verità agli uomini.
- Il Medioevo, interpretato diversamente a secondo del punto di vista più prettamente storico o mitico. Nel primo caso visto come origine delle storie dei vari popoli europei; nel secondo astorico, fatto di leggende di miti fantastici, un mondo mitico in cui identificarsi irrazionalisticamente, per via magica.
I due maggiori esponenti del romanticismo italiano saranno Manzoni e Leopardi che esprimono però una diversa visione del contrasto interiore dell’intellettuale romantico:
Manzoni
Contrasto storico: Atteggiamento realistico, che studia le ragioni sociali del malessere.
Leopardi
Contrasto ontologico: Dissidio dell’anima dell’uomo, con un atteggiamento lirico-esistenziale di introspezione, che serve all’autore per cercare le cause del malessere.
Alessandro Manzoni
(Milano 1785 – Milano 1873)
L’infanzia e la giovinezza (1785-1804)
Il legame di Alessandro Manzoni con la tradizione dell’Illuminismo lombardo non è solo culturale, ma di sangue. Da parte di madre, era nipote di Cesare Beccarla, l’autore “Dei delitti e delle pene”. Il padre era il conte Pietro Manzoni, che da poco aveva sposato Giulia Beccaria, figlia di Cesare. Il matrimonio però durò pochi anni. I due si separarono legalmente e Giulia andò a risiedere a Londra e poi a Parigi, convivendo con Carlo Imbonati.
Dopo un’infanzia e un’adolescenza trascorse nei collegi dei Padri Somaschi e dei Barnabiti, Alessandro visse nella casa paterna, mostrando un atteggiamento insofferente nei confronti del padre, che gli imponeva un’educazione retriva e repressiva. Si avvicinò alle posizioni giacobine in politica e a quelle del Neoclassicismo in letteratura. Poi a quelle liberali, in cui è evidente l’influenza di Parini e di Monti.
Il periodo parigino (1805-1810)
Un momento di svolta è il 1805, quando Manzoni va a Parigi presso la madre, alla morte di Carlo Imbonati. Scrive allora il componimento poetico più interessante della prima giovinezza, In morte di Carlo Imbonati, in cui mostra chiaramente di voler riprendere e continuare la lezione di Parini e dell’Illuminismo lombardo.
I cinque anni trascorsi a Parigi (1805-10) sono decisivi per la sua formazione culturale: frequenta gli ultimi idéologues illuministi e diventa amico di uno di essi, Claude Fauriel, che, ne condizionerà profondamente i convincimenti politici e letterari. Fauriel aveva partecipato alla Rivoluzione e aveva osteggiato Napoleone, divenendo liberale; per cui viveva appartato, occupandosi di letteratura, di cultura, di giardinaggio, in un ambiente idillico che impressionò favorevolmente il giovane Alessandro. Era di idee illuministe, ma era aperto anche alle nuove idee romantiche che giungevano dalla Germania. Fauriel insomma fu per Manzoni - che lo ebbe come amico e collaboratore per quasi quarant’anni - un tramite prezioso, che agevolò nella sua formazione un passaggio naturale, senza rotture, dall’Illuminismo al Romanticismo.
La conversione religiosa (1810)
Intanto Manzoni, nel periodo parigino, continuava a scrivere in modi neoclassici: è di questo periodo (1809) il poemetto Urania. Ma già maturava una svolta decisiva. L’anno che la segna è il 1810, quello della conversione religiosa e del ritorno a Milano. La conversione venne favorita dalla frequentazione di ambienti vicini al giansenismo. Fu accompagnata dalle prime manifestazioni di disturbi psicologici, come l’agorafobia. Essa si rivelò in occasione della festa parigina per il matrimonio di Napoleone con Maria Luigia d’Austria (2 aprile 1810), anche a causa dell’ansia provocata dallo smarrimento nella folla della giovane moglie Enrichetta Blondel, sposata due anni prima, poi quasi miracolosamente ritrovata nella stessa chiesa di san Rocco in cui Alessandro, disperato, si era rifugiato.
L’adesione al romanticismo e la stagione dei capolavori (1815-1825)
Dopo il ritorno a Milano avvenuto nello stesso anno, i primi sintomi di una svolta di poetica si hanno con gli Inni sacri, scritti fra il 1812 e il 1815. Ebbe inizio un periodo di intensissima attività letteraria, che durò un decennio (1815-25), quello dei capolavori. Per capire l’entusiasmo creativo di questi anni occorre pensare che esso si sviluppava nella Milano dei primi manifesti romantici, del «Conciliatore». Alessandro, dopo l’eredità ricevuta alla morte del padre, poteva vivere senza problemi economici una esistenza tranquilla, organizzata intorno al proprio lavoro letterario e alle proprie pratiche religiose. Viveva senza preoccuparsi troppo dei figli che gli nascevano numerosi, circondato dall’affetto della moglie e della madre.
In questo clima nascono le due tragedie, Il conte di Carmagnola (1820) e Adelchi (1822), due odi, entrambe del 1821 (Marzo 1821 e Il cinque maggio), il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia (1822), i fondamentali scritti di poetica Lettre à Monsieur Chauvet (del 1820, ma pubblicata nel 1823) e la lettera a Cesare d’Azeglio Sul Romanticismo (1823), le Osservazioni sulla morale cattolica (1819), varie stesure di un nuovo “inno sacro”, la Pentecoste (l’ultima è del 1822).
Fra il 1821 e il 1823 scrive la prima redazione dei Promessi sposi, che si è soliti intitolare Fermo e Lucia, e l’Appendice storica su la colonna infame. Dall’inizio del 1824 al 1827 lavora alla seconda redazione del romanzo, che esce fra il 1825 e il 1827 con il titolo definitivo di I promessi sposi. È questa la redazione “ventisettana” (cosiddetta dall’anno di stampa).
L’ultima fase e gli interessi linguistici e filologici (1827-1873)
A partire dal 1827 la sua attenzione per i problemi letterari diminuisce. Manzoni si va sempre più convincendo dell’impossibilità di conciliare nel romanzo storico invenzione e storia. I suoi interessi tendono a diventare di tipo linguistico e di tipo filosofico. Si dedica alla revisione linguistica dei Promessi sposi, e già nel 1827 si reca a Firenze per «risciacquare i panni in Arno», cioè per impossessarsi del toscano vivo, l’unica lingua d’uso che fosse comprensibile in tutta Italia e dunque l’unica che potesse servire come base unitaria per una lingua letteraria non più separata dalla lingua comune.
A estinguere l’entusiasmo creativo sono anche i lutti: muore nel 1833 l’amata moglie, stremata dai parti; due anni dopo muore la primogenita Giulia, che aveva sposato d’Azeglio; muoiono poi diversi altri dei dieci figli, la madre (nel 1841) e l’amico carissimo Fauriel (1844).
Un breve periodo di ripresa di entusiasmo e di attività creativa si ha dopo il secondo matrimonio, nel 1837, con Teresa Borri. Per tre anni Manzoni lavora soprattutto alla revisione linguistica del romanzo, che comincia a uscire a dispense nel 1840. È la redazione definitiva, nota come la “quarantana”, dove la soluzione toscana diventa radicale, e dove emerge la convinzione di una lingua nazionale che può essere costruita prendendo a fondamento non la lingua letteraria del passato ma il toscano vivo parlato dalla borghesia di Firenze, l’unico in quel tempo comprensibile in tutta l’Italia. In questa edizione aggiunge l’appendice alla colonna infame, già presente in Fermo e Lucia.
Poche le date significative dopo questa: nel 1844-45 pubblica Opere varie; nel 1847 un frammento dell’Ognissanti, “inno sacro” rimasto incompiuto; nel 1860 è nominato senatore. Come senatore, nel 1864 vota a favore del trasferimento della capitale da Torino a Firenze in attesa della liberazione di Roma, sollevando le proteste dei cattolici reazionari. Nel 1868 scrive una relazione, come presidente della commissione parlamentare sulla lingua, intitolata Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla. Muore nel 1873 a Milano, all’età di ottantotto anni.
In morte di Carlo Imbonati
I maestri della prima produzione poetica giovanile del Manzoni furono Monti e Parini; siamo dunque nell’ambito del neoclassicismo. Di questa produzione spicca il componimento in endecasillabi sciolti “In Morte di Carlo Imbonati”, scritto subito dopo la sua morte; il carme è una sorta di dialogo morale col defunto (che aveva avuto come precettore Parini). La sua figura è molto importante per il giovane poeta che lo identifica come maestro di vita e di letteratura, non diverso dal Parini stesso. Manzoni esprime per mezzo di Imbonati i termini essenziali del proprio credo morale e la propria poetica, già ora strettamente congiunte, ai quali resterà poi sempre fedele: “Il santo Vero mai non tradir”.
Inni sacri
Gli Inni Sacri furono la prima opera scritta dopo la conversione. Manzoni ripudia la sua attività letteraria precedente e si dedica appunto alla celebrazione delle principali festività cristiane del calendario liturgico. Egli quindi rifiuta il culto del mondo antico, sentendolo come qualcosa di "falso" e si propone di cantare temi vivi nella coscienza contemporanea, rivolgendosi, non ad una casta aristocratica, ma ad una vasta numero di persone.
Il Manzoni aveva stabilito di comporre dodici inni sacri che celebrassero le festività maggiori del calendario liturgico, ma ne compose solo cinque:
- La Resurrezione
- Il nome di Maria
- Il Natale
- La Passione
- La Pentecoste
Gli Inni Sacri nascono dalla volontà di un rinnovamento tematico e linguistico. La religione non è cantata nel suo mistero come simbolo arcano da esprimere in modo lirico o allusivo, ma è una storia insieme umana e divina, determinata storicamente. Con i primi quattro una tra le problematiche più ardue con cui si scontrò fu di ordine linguistico, cercò di sperimentare una soluzione originale che potesse rifarsi sia alla tradizione popolare del melodramma sia all’ode pariniana e agli schemi classicisti, solo con La Pentecoste raggiunge questo equilibrio linguistico e stilistico. La descrizione che nasce è quella di valori cristiani profondamente radicati nel rito liturgico, che si rifanno a eventi sacri realmente accaduti nel passato.
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