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GIACOMO LEOPARDI

(RECANATI 1798-NAPOLI 1837)

Nacque a Recanati nel 1798 da una famiglia che si trovava al limite del fallimento.

Ebbe un rapporto difficile coi genitori, che erano molto severi.

La sua formazione culturale è dovuta soprattutto alla biblioteca del padre, nella quale si svolgono,

tra il 1809 e il 1816, sette anni di studio intenso, dove Giacomo si impossessa delle lingue classiche

e di un’erudizione solidissima. Nascono le prime prove poetiche, due tragedie e altri testi creativi.

Nel 1816 avviene quella che egli definì “Conversione Letteraria”: entra in crisi l’intero equilibrio

esistenziale del giovane, che inizia a percepire la ristrettezza culturale e l’insufficienza affettiva

dell’ambiente familiare. Nascono “Le Rimembranze” e la cantica “L’appressamento alla morte”.

E nel 1817 comincia a scrivere “Lo Zibaldone”.

Dall’esperienza sentimentale (Giacomo infatti si innamora della cugina Gertrude Cassi Lazzari)

nascono un’elegia e il cosiddetto “Diario del primo amore”.

Nel 1819 tenta la fuga da casa ma viene scoperto dal padre; tra il 1819 e il 1822 Leopardi vive

dunque a Recanati in continua tensione con la famiglia, che vorrebbe avviarlo alla carriera

ecclesiastica.

Nel 1822 finalmente si reca a Roma dagli zii ma resta deluso dalla città e dal suo ambiente

letterario: i letterati gli paiono presi solo da una meschina e provinciale passione per l’erudizione e

l’antiquariato.

Nel 1823 torna a Recanati e comincia a scrivere “Le Operette Morali”.

Nel 1825 si reca a Milano, poco dopo si trasferisce a Firenze, dove lavora per l’editore Stella, e in

seguito a Pisa, città che lo incanta per il clima, per l’accoglienza generosa…Questo momento

rasserenato favorisce il ritorno alla scrittura poetica: “Il risorgimento” e “A Silvia” aprono la

stagione del “ciclo pisano-recanatesi”.

Tra il 1828 e il 1830 torna a Recanati, dove attraversa un periodo di profonda depressione che dà

vita a quattro celebri canti: “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del

villaggio”, “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.

Nel 1830 torna a Firenze, dove si innamora di Fanny Targioni Tozzetti (detta Aspasia) per la quale

scrive: “Il pensiero dominante”, “Amore e morte”, “A se stesso”, “Aspasia” che forma il

cosiddetto “Ciclo di Aspasia”.

Infine nel 1833 insieme all’amico Ranieri si trasferisce a Napoli e con lui vive alle pendici del

Vesuvio, anche per sfuggire all’epidemia di colera che si era intanto imbattuta su Napoli, fino alla

sua morte. Gravemente ammalato Leopardi compone in questo periodo due canti: “Il tramonto

della luna” e dove “La Ginestra”.

Muore nel 1837.

IL SISTEMA FILOSOFICO LEOPARDIANO

Il pensiero di Leopardi è talmente complesso e profondo da poter essere considerato un vero e

proprio Sistema Filosofico (materialismo leopardiano).

La mancanza di un’elaborazione filosofica sistematica non vuol dire che egli sia un pensatore

asistematico; ciò che manca di sistematicità è il suo metodo di indagine che viene svolto non da

filosofo ma da essere umano, fondando la ricerca sui bisogni esistenziali e sociali.

Ciò che lui ricerca è il vero esistenziale dell’io e il vero sociale dei molti, che deve essere

verificato al cospetto della propria esperienza personale e al cospetto della molteplicità delle

esperienze umane; da qui infatti deriva l’interesse per la storia e per le culture lontane e diverse. Le

“leggi” del sistema devono cioè avere sia valore soggettivo che oggettivo.

Il suo pensiero vive diverse fasi, ma il tema che egli sempre analizzerà è quello dell’infelicità

umana.

Nella prima fase del suo pensiero (1817-18 ; PESSIMISMO STORICO) l’infelicità non dipende

dalla natura, ritenuta anzi benefica non tanto perché essa assegni all’uomo una condizione

realmente felice, ma perché produce solide e generose illusioni, che rendono l’uomo capace di virtù

e di grandezza. Ma la civiltà però ha distrutto le illusioni che proteggevano l’uomo dal rendersene

conto, esponendolo al dolore della consapevolezza di non essere destinato ad essere felice. Leopardi

comunque sostiene che sia ancora possibile recuperare le grandi illusioni del passato attraverso

l’eroismo e l’azione.

Questa fase del suo pensiero è chiamata Pessimismo Storico perché l’infelicità umana è

ritenuta il frutto di una condizione storica.

Tra il 1819 e il 1823 questo “sistema della natura e delle illusioni” entra progressivamente in crisi

per diversi motivi:

 Il suo distacco dal Cattolicesimo.

 L’adesione al sensismo illuministico (sensismo = le idee dipendono dalle sensazioni e il

comportamento umano è diretto al procacciamento dell’utile).

 L’esito sfortunato dei moti rivoluzionari carbonari del 1821, che riducono la sua fiducia nel

valore liberatorio dell’impegno civile e nella sua praticabilità ed efficacia nel presente.

 L’esperienza negativa a Roma (1822-1823), che delude la speranza di una vita più autentica

e felice al di fuori della città natia.

Leopardi acquisisce un punto di vista totalmente materialistico e rifiuta ogni ipotesi sull’esistenza di

entità spirituali, a partire dall’anima umana.

La causa dell’infelicità umana è indicata nel rapporto tra il bisogno dell’individuo di essere felice e

le possibilità di soddisfacimento oggettivo. Nasce quindi la TEORIA DEL PIACERE:

 L’uomo aspira naturalmente al piacere, ma il piacere desiderato è sempre superiore a quello

conseguito; il desiderio è illimitato e il piacere non può quindi essere soddisfatto. Deluso

dagli insufficienti appagamenti reali, l’uomo ne cerca di illusori sperando sempre di

raggiungere la felicità nel futuro, oppure accontentandosi di raggiungerla solo

nell’immaginazione.

Ora quindi la responsabilità non è data più alla storia, ma interamente alla Natura (non più Madre

benefica), che determina la tendenza umana al piacere e infonde negli uomini l’amor proprio e il

bisogno di felicità, senza poterlo soddisfare, rendendo quindi la vita piena di dolori e sofferenze.

Ora non sono più le condizioni storiche a essere indicate quale causa dell’infelicità, ma le

condizioni esistenziali dell’uomo. Si parla perciò, per questa seconda fase del pensiero leopardiano,

di PESSIMISMO COSMICO .

La civiltà ora è vista sia in modo negativo che positivo:

 Da un lato ha dato modo all’uomo di smascherare la verità di essere felice, recuperando

così, se non la possibilità, la dignità della coscienza.

 Dall’altra ha portato l’uomo ad essere più egoista, più fragile, segnando ogni momento della

vita con il marchio dell’artificialità e dell’inautenticità (lotta di tutti contro tutti, dove si

afferma l’individuo).

L’ultima fase del suo pensiero, ispirata dal pensiero greco, invece si orienta verso una nuova idea

di civiltà, vista a questo punto anch’essa come colpevole dell’infelicità umana, insieme alla alla

Natura, prima responsabile. La contraddizione che Leopardi aveva finora cercato tra civiltà e natura,

è infine additata dentro la civiltà. A questa compete di conquistare la coscienza del vero; e il vero

coincide con il riconoscere il male della condizione umana. Compiere questa denuncia è un dovere

sociale. Tutte le volte che la società va in questa direzione, è connotabile positivamente; negli altri

casi, negativamente. A questo punto il pensiero leopardiano assume i connotati di un progetto di

civiltà. Sulla coscienza del vero deve infatti basarsi un nuovo modo di vivere da parte degli uomini:

consapevoli del male comune e del nemico comune (la Natura), essi devono allearsi per ridurre il

più possibile il dolore di tutti gli uomini e accrescere la felicità consentita dal loro stato fisico-

biologico. Sta qui la democraticità del pensiero leopardiano.

LA POETICA DI LEOPARDI

Leopardi occupa una posizione a parte nel Romanticismo Italiano.

Il rifiuto nel Romanticismo nel “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica” riguarda

innanzitutto il rapporto tra poesia e sensi. I romantici, denuncia Leopardi, vogliono portare la poesia

“dal visibile all’invisibile e dalle cose alle idee, e trasmutarla di materiale e fantastica e corporale

che era, in metafisica e ragionevole e spirituale”. I romantici recidono cioè quel legame tra poesia e

natura che è la sua unica ragion d’essere.

L. propone invece una poesia capace di servirsi innanzitutto dei sensi per provocare sul lettore un

effetto forte; e rivendica così la propria formazione sensistica. L’origine di ogni emozione artistica è

nel rapporto con la natura, più facile e diretto per gli antichi e difficile e artificioso per i moderni.

La poesia ha anzi la funzione di ristabilire sul piano dell’immaginazione quel rapporto

primitivo e diretto (sentimentale) con la natura che la civiltà e la ragione vanno distruggendo

sul piano dell’intelletto. E l’unica strada che resta ai moderno per ristabilire questo contatto è lo

studio degli scrittori antichi e l’imitazione dei loro procedimenti.

Il classicismo leopardiano si fonda innanzitutto su questa condanna del presente, cioè della

modernità. Alla poesia dunque compete di garantire un estremo appiglio a un vero e proprio

bisogno antropologico di illudersi, di immaginare, di fantasticare, di sentire con forza primitiva il

rapporto con la natura e con l’esistenza.

Come per i romantici, che pure attacca, la poesia deve avere per L. una funzione sociale. Ma ben

diversa è la prospettiva secondo cui tale funzione deve esercitarsi:

 Per i romantici italiani si tratta di superare il distacco tra mondo della letteratura e mondo

della prassi, di mettere la letteratura al servizio di una prospettiva complessiva di

cambiamento, facendone uno strumento di progetto, di trasformazione e, al limite, di

propaganda.

 Per L. la prospettiva sociale ha invece un significato più profondo. Non si tratta di favorire

un modello di cambiamento, né di rifornire i nuovi bisogni di una società nuova. Al

contrario, si tratta di tenere desti dei modi di sentire caratteristici dell’uomo e ben sviluppati

nel mondo antico (l’immaginazione, i valori nobili, le virtù), che rischiano di atrofizzarsi

nel mondo moderno.

Il classicismo leopardiano, sostanzialmente antiromantico, non ha nulla di tradizionalista e riduttivo.

D’altra parte la distanza dai romantici italiani non esclude significativi punti d’incontro con la

cultura del grande Romanticismo:

 La scissione io-mondo e la tensione tra uomo e natura ( e tra natura e civiltà)

 I temi dell’angoscia, del dolore, dell’infinito, del mistero…

 Per l’ideologia materialista, per il rifiuto dell’irrazionalismo in tutte le sue forme, per la

poetica originalmente classicista.

Il classicismo leopardiano si fonda su ragioni storiche e individuali, con l’esaltazione della virtù

civile e del patriottismo(valori antichi e primitivi).

A partire soprattutto dal 1823, la crisi del “sistema della natura e delle illusioni” determina un

nuovo orientamento di fondo: la caratterizzazione negativa della natura e la riconsiderazione

problematica della civiltà implicano il venir meno della fiducia nella poesia e nelle sue capacità di

ridare voce alle grandi illusioni positive della natura primitiva. Ne consegue il rifiuto, almeno

provvisorio, della poesia e l’adesione a una letteratura tutta volta alla distruzione delle illusioni, cioè

in qualche modo, tutta antipoetica. La prosa delle Operette morali prende il posto degli idilli;

nell’unico testo poetico tra il 1824 e il 1827, l’Epistola al conte Carlo Pepoli (1826), si trova

l’esaltazione del vero contro le illusioni.

A partire dal 1828 avviene la fusione tra poesia e filosofia.

Resiste la grande messa in scena della memoria, delle passioni, dei desideri personali e collettivi;

ma accompagnata a un continuo controcanto riflessivo, a un bisogno di ragionare, a una

esigenza di pensiero. Illusioni e critica delle illusioni convivono ormai in una poetica che fonde

poesia e filosofia, riconoscimento del bisogno antropologico di armonia e bellezza e denuncia

dei caratteri mistificati e illusori delle sue incarnazioni storiche.

In tali condizioni muta però il compito sociale della poesia: essa non deve più restaurare la

forza delle illusioni, ma stabilire il vero e comunicarlo agli uomini.

L’INTELLETTUALE

Il rifiuto della bellezza come ornamento, come produzione di bellezza per il godimento dei fruitori,

come gratuità e infine come esercizio di un privilegio sociale fanno di Leopardi il continuatore delle

tendenze più democratiche e civilmente impegnate dell’Illuminismo. D’altra parte però L. è lontano

da ogni riduzione della letteratura e dell’arte a un ruolo di servizio nei confronti di un progetto

civile e sociale inserito in una prospettiva politica. Da questo punto di vista egli è lontano sia dagli

illuministi, che dai romantici italiani(i quali non ne facevano mistero).

Scrivere significa per L. esercitare nella forma più intensa le prerogative del soggetto individuale,

significa esprimere il mondo concreto ed empirico di un “io” determinato. La radice e il fondamento

della poesia leopardiana sono strettamente connessi alla persona biologica e psichica dell’autore. Il

fondamento è individuabile solo nel rapporto tra coscienza individuale e mondo, cioè nella verifica

dell’esperienza soggettiva e dei dati generali dell’esistenza. E’ su questo terreno, individuale e

antropologico, che nasce la ricerca leopardiana di un senso. E tale ricerca riguarda sia la condizione

naturale dell’esistenza che la dimensione artificiale della società: accanto all’interrogazione cosmica

ed esistenziale sta l’indagine dei rapporti sociali e dei meccanismi della civiltà.

“DISCORSO SOPRA LO STATO PRESENTE DEI COSTUMI DEGLI

ITALIANI” (1824)

Questo testo, tra i più suggestivi e inquietanti di L., registra la distanza tra l’Italia e gli altri grandi

paesi europei ( e soprattutto la Francia). In Italia mancherebbe una “società stretta”, cioè un sistema

di valori e di norme da tutti riconosciuto e accettato, la quale costituisce la base di ogni struttura

sociale moderna. La società stretta implica la sostituzione di un sistema di riferimenti del tutto

artificiale a quello naturale; e la società italiana sconta la propria arretratezza mantenendosi più

vicina alla natura, e dunque istintivamente orientata ad accogliere con freddezza o cinismo le regole

artificiali della civiltà. Questa arretratezza è da una parte tratteggiata da L. con accenti di impietosa

durezza; e dall’altro è additata quale possibile smascheramento dei valori artificiali della civiltà.

Da questo punto di vista l’Italia anticipa uno sviluppo ritenuto da L. inevitabile: il monda intero

prenderà coscienza del carattere artificiale dei valori su cui si basa la civiltà, esercitando una

“ultrafilosofia” che imporrà il riconoscimento del vero. Non sarà però possibile recuperare i valori

perduti della natura, oramai per sempre perduti; e il rischio sarà di piombare in una civiltà senza

valori civili, cioè in una società estremamente sviluppata e scaltrita ma al tempo stesso del tutto

barbara. Tanto l’analisi leopardiana della società italiana, quanto la sua ambivalente profezia sul

futuro di quella e dell’intero mondo civile si delineano in perfetta antitesi rispetto alla posizione dei

moderati toscani con i quali L. era in contatto negli anni in cui componeva il Discorso.

LO ZIBALDONE DI PENSIERI

A 19 anni, nel 1817 Leopardi inizia a depositare i suoi pensieri in una specie di diario, che forma il

primo nucleo di quello che lui stesso avrebbe chiamato 10 anni dopo: lo Zibaldone di pensieri. Il

titolo allude alla varietà di disordinata dei temi affrontati e al carattere frammentario e provvisorio

della scrittura. L’ultimo pensiero è datato 1832. Non era un opera destinata al pubblico, infatti è un

diario che raccoglie più che sfoghi o confessioni personali, riflessioni di studio…ovvero riflessioni:

 Letterarie

 Personali

 Tecnico-filologiche

 Tecnico-linguistiche

 Riflessioni libere

Tutto ciò rende lo Zibaldone il campo privilegiato per indagare il pensiero dell’autore e soprattutto

la sua evoluzione.

L’opera fu affidata a Ranieri e pubblicata solo nel 1900 da Carducci.

Anche se frammentario in esso vi sono dei temi ricorrenti, sui quali L. tenta di costruire il proprio

originale sistema filosofico, ma man mano che vengono affrontati, essi sono soggetti a cambiamenti

continui, e a volte radicali.

La scrittura usata è lontana da quella ardua e sostenuta della prosa o da quella diretta e colloquiale

delle lettere, poiché colloca in una dimensione di non-finito, che riguarda sia le microstrutture (per i

continui segnali di abbreviazione che danno alla sintassi un’apertura in tutte le direzioni), e le

macrostrutture (per la disposizione disorganica degli appunti).

L. scrive per se stesso e per chiarire a se stesso i propri pensieri.

LE OPERETTE MORALI

Sono venticinque prose (di cui una eliminata nell’edizione definitiva –1845- , per volontà

dell’autore) di argomento filosofico, satirico, in forma di narrazione, o di discorso o di dialogo

composte tra il 1824 e il 1832.

Nelle Operette morali confluisce il nucleo della riflessione filosofica leopardiana elaborata tra il

1819 e il 1823: il pessimismo, il materialismo, la critica alle ideologie borghesi della Restaurazione.

La scelta della prosa satirica delle Operette e l’abbandono della poesia coincidono.

L. concepisce le Operette quale opera unitaria e organica; tuttavia ne organizza la struttura nel modo

più variato e disorganico possibile: mutano da una prosa all’altra le tecniche narrative, mutano i

protagonisti, mutano le ambientazioni e, quando ricostruibili, le epoche storiche.

L’organicità sta nel fine del libro, che è un fine sia concettuale che pratico: esso vuole mostrare il

vero e reperire modi di vita adeguati alla consapevolezza del vero.

Come già detto le Operette sono delle satire e perciò usano un registro comico per rappresentare un

contenuto tragico; a volte usa anche lo straniamento umoristico, ripreso dal Parini.

L’ironia usata nei testi serve a muovere al riso, che è l’unico modo per l’uomo per accrescere la

propria vitalità e dare un significato all’esistenza.

Si ha anche una forte varietà stilistica: si passa da un registro lirico-alto a uno filosofico-medio, fino

ad uno realistico-basso-colloquiale.

La lingua è genericamente classica e nello stile L. preferisce la coordinazione.

Gli scopi fondamentali dell’opera dunque sono:

1. rappresentare senza veli la necessità del dolore umano

2. smascherare e deridere le illusioni consolatorie

3. dare un modello agli uomini per vivere meglio.

1. Storia del genere umano, prosa che narra le vicende dell’umanità in una prospettiva

allegorica e mitica. Queste sono raggruppate in varie epoche, tutte segnate dalla disperata

ricerca della felicità.

2. Dialogo di Ercole e di Atlante, dove si ironizza sulla mancanza di vitalità e sull’apatia degli

uomini sulla terra. I due personaggi mitologici si mettono a giocare a palla con il nostro

pianeta facendolo perfino cadere, senza che nessun essere umano se ne accorga.

3. Dialogo della Moda e della Morte, che sottolinea l’analogia delle due dialoganti, le quali si

mettono d’accordo per collaborare e decidono anzi di agire da quel momento fianco a

fianco.

4. Proposta di premi fatta all’Accademia dei Silografi, prosa sarcastica, volta a ironizzare

intorno al mito del progresso e a smascherare i valori illusori: in essa si propone

l’invenzione di esseri artificiali, dotati di alcune virtù (come l’amicizia e la fedeltà) tanto

professate dagli uomini ma assenti tra di essi.

5. Dialogo di un folletto e di uno gnomo, dove viene derisa l’illusione antropocentrica.

6. Dialogo di Malambruno e di Farfarello, dove viene affrontato il tema dell’infelicità umana

e dello squilibrio tra desideri e loro realizzabilità.

7. Dialogo della Natura e di un’anima, dove viene affrontato il medesimo tema ma in forma

dolente e malinconica. Dialogando con un’anima destinata a essere grande nella vita terrena,

la Natura le annuncia di doversi attendere maggiore infelicità. Infatti quanto maggiore è la

grandezza di un animo, tanto maggiore è la sua sensibilità, e dunque tanto più intensa la sua

ricerca di piacere. Ne consegue infine che, essendo il piacere irrealizzabile e ciò

determinando infelicità, la maggiore grandezza comporta maggiore infelicità. Persuasa del

destino che le aspetta, l’anima prega infine la Natura di destinarla al ”più stupido e insensato

spirito umano” e di affrettarne la morte.

8. Dialogo della Terra e della Luna, dove i due astri confrontano i rispettivi punti di vista: la

Terra si illude che tutto ciò che esiste debba essere conforme a sé. Il bersaglio polemico è

dunque ancora una volta l’antropocentrismo. Solo una cosa hanno in comune: l’infelicità

delle forme di vita che ospitano.

9. La scommessa di Prometeo, uno dei testi più complessi, dove si alternano parti narrative e

battute dialogate. Prometeo sostiene che l’uomo è l’essere più perfetto dell’universo, ma

Momo non è d’accordo. Ne nasce una scommessa, da risolvere verificando nei cinque

continenti, a caso, la condizione degli uomini. Dopo aver visto: in America, gli indigeni

antropofagi cibarsi dei propri figli; in Asia, il rito funebre che impone alla moglie di

bruciarsi viva sul rogo dove viene arso il marito morto; in Europa, a Londra, dove vengono a

sapere dell’uccisione da parte di un uomo ricchissimo dei suoi figli e di se stesso “per tedio

della vita”. E così Prometeo paga a Momo la scommessa senza voler vedere i due continenti

che restano.

10. Dialogo di un fisico e di un metafisico, dove il metafisico (cioè il filosofo) convince il

fisico (cioè lo scienziato moderno) che la sua invenzione, atta ad allungare la durata della

vita umana, non è affatto buona. Sarebbe piuttosto da inventare qualcosa che accorci la

vita…

11. Dialogo di Tasso e del suo Genio Familiare, dove il tema affrontato è ancora una volta

quello dell’infelicità. Il piacere a cui anela l’uomo non si dà mai nel presente, ma viene

sempre proiettato nel futuro in forma di speranza o nel passato in forma di rimpianto.

12. Dialogo della Natura e di un Islandese, in cui l’Islandese, che ha sempre fuggito la Natura,

perché convinto che essa perseguiti gli uomini rendendoli infelici, alla fine si imbatte in lei,

che gli si mostra come un’inquietante figura di donna. Ella si dimostra totalmente

indifferente verso la sorte degli uomini perché il suo compito è solo quello di perseguire

l’esistenza attraverso un circuito di produzione e distruzione. L’Islandese pone molte

domande alla Natura, alla quale chide disperatamente il significato della vita… ma il dialogo

rimane senza risposte.

13. Il Parini, ovvero della gloria, in cui si finge che Parini, modello di poesia civile, rivolga a

un discepolo alcune considerazioni sull’attività dello scrittore e sulla letteratura. Ne emerge

una rappresentazione desolata della vita culturale moderna, sottoposta a leggi e sistemi che

no tengono più in nessun conto il valore reale dei prodotti. In particolare il conseguimento

della gloria è tutt’altro che indolore.

14. Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, che affronta il tema della morte, offrendo

un corollario alla teoria del piacere. I morti dichiarano di fuggire la vita come da vivi

fuggivano la morte; con i morti, concluso il loro coro, si mette a dialogare lo scienziato

Federico Ruysch, approfittando di un quarto d’ora in cui eccezionalmente è concesso ai

morti di rispondere ai vivi. Le curiosità del vivo riguardano l’esperienza del morire e della

morte. Ma le risposte sono insoddisfacenti: al morire non si accompagna alcuna sensazione,

anzi coincide con la cessazione di tutte le sensazioni. Dunque in riferimento alla teoria

leopardiana del piacere, la morte è piuttosto un evento piacevole!

15. Detti memorabili di Filippo Ottonieri, dove L. denuncia le ipocrisie sociali e le difficoltà

per l’individuo di adeguarsi alle leggi della società.

16. Dialogo di C. Colombo e di P. Gutierrez, che si svolge nel corso della navigazione verso

terre sconosciute, durante la notte. Parte minima dell’universo l’uomo non può che

sperimentare forme di vita intensa e varia, nel tentativo di dare un senso alla vita e

soprattutto di sfuggire l’insopportabile noia. L’azione è la via migliore per incrementar la

vitalità.

17. Elogio degli uccelli, nel quale i pregi degli uccelli (la possibilità di cambiare continuamente

luogo attraverso il volo e di sfuggire così alla noia che deriva dall’assuefazione) vengono

contrapposti ai difetti degli uomini.

18. Cantico del Gallo Silvestre, nel quale arriva a compimento il pessimismo radicale

dell’autore. La vita è solo un approssimarsi alla morte, e arriverà il momento in cui tutto,

l’intero universo, morirà...”un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio

immenso.”

19. Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco, una prosa composta nel 1825 e presentata

quale traduzione da un manoscritto greco.

20. Dialogo di Timandro e di Eleandro, nel quale Eleandro (il cui nome ha radice greca e

significa “colui che ha pietà dell’uomo”) sostiene il dovere conoscere e proclamare il vero,

foss’anche doloroso per gli uomini; e accusa le forme misere attraverso cui questi,

soprattutto al presente, mistificano la vera infelicità della propria condizione e si consolano

con illusioni puerili. Eleandro incarna il punto di vista del pessimismo leopardiano; mentre

Timandro, il cui nome ha origine greca e significa “colui che onora l’uomo”, rappresenta il

punto di vista delle ideologie moderate progressiste.

21. Il Copernico, dove il centro polemico del dialogo è la critica dell’antropocentrismo: stanco

di girare intorno alla Terra, ritenuta a lungo immobile al centro dell’universo, il Sole induce

Copernico a convincere la Terra a mettersi in movimento, così da girare lei intorno al Sole.

22. Dialogo di Plotino e Porfirio, in cui si affronta la questione del suicidio. Plotino cerca di

dissuadere l’amico dal suicidarsi, mentre l’altro smonta tutte le sue teorie. Alla fine si

deduce l’idea di Leopardi secondo cui gli uomini devono collaborare per rendere i mali più

sopportabili.

23. Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere, dove il venditore di calendari

incarna un punto di vista ottimistico ma ingenuo, in quanto sostiene che il nuovo anno sarà

più bello di tutti i precedenti; il passante gli contrappone una visione pessimistica e

disincantata: l’unico piacere consiste nell’attesa e nella speranza....cioè nell’illusione!

24. Dialogo di Tristano e di un amico, dove si dà forse la più esplicita incarnazione del punto

di vista dell’autore. Tristano finge, dialogando con un amico che lo accusa, come al solito,

dell’eccessivo pessimismo, di aver cambiato parere e di aver infine aderito all’ottimismo

delle ideologie dominanti. Ma poi, a poco a poco, la palinodia si rivela apparente, e tornano

in primo piano i motivi polemici delle Operette. Contro le illusioni del secolo, viene

riaffermato il valore della verità e della dignità che ne deriva.

I CANTI

La produzione poetica significative di L. è tutta raccolta nei Canti.

Il libro dei Canti consta di 41 testi di varia lunghezza composti tra il 1816 e il 1837. Ne uscirono

varie edizioni, anche parziali, ma l’ultima risale al 1845.

Il titolo allude al carattere lirico-melodico riscontrabile soprattutto nei grandi testi del 1828-30. Se

dal punto di vista metrico, L. rimane saldamente legato alla tradizione, impiegando esclusivamente

endecasillabi e settenari e le forme della canzone e del verso sciolto, tuttavia la particolare

organizzazione del discorso poetico valorizza al massimo il rapporto tra metrica e sintassi, con la

creazione di un effetto musicale nuovo e intenso.

I Canti no presentano una struttura unitaria. E’ piuttosto possibile individuare un principio

organizzativo interno, fondato soprattutto su criteri di genere e cronologici. Ogni testo è autonomo e

compiuto.

La produzione poetica di Leopardi può essere divisa in tre fasi:

1. 1818-22 con le canzoni civili e gli idilli.

Nelle prime l’autore cerca una poesia impegnata,

dapprincipio strettamente patriottica; nei secondi sperimenta una poesia più lirico-sentimentale.

In entrambi i tipi di componimenti è possibile notare un bisogno di espressione di tipo

esistenziale e la tendenza alla riflessione filosofica.

L’impegno patriottico e civile delle canzoni si conclude, dopo la delusione dei moti

rivoluzionari del 1821, con le canzoni Bruto Minore e l’Ultimo Canto di Saffo che segnano un

temporaneo distacco dalla poesia.

Gli idilli sono cinque testi:

a. L’infinito

b. La sera del dì di festa

c.Alla luna

d. Il sogno

e.La vita solitaria

Il linguaggio usato in questi testi è meno aulico, nobilitato comunque dalla ricerca del vago.

Lo stile è vicino a quello di un colloquio intimo.

Dal 1823 al 1827 Leopardi si allontana dalla poesia e scrive le Operette Morali.

2. 1828-30 con i canti pisano-recanatesi.

Nella primavera del 1828 L. riprende a comporre testi poetici.

Nascono in breve tempo:

 Il risorgimento

 Lo scherzo

 A Silvia

 Il Risorgimento

 Le Ricordanze

 Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

 La quiete dopo la tempesta

 Il sabato del villaggio

 Il passero solitario

Le analogie tematiche o strutturali intercorrenti tra questi componimenti li isolano nel corpo della

produzione leopardiana, facendone un momento specifico e ben caratterizzato.

3. 1831-37 con il Ciclo di Aspasia, le canzoni sepolcrali e la Ginestra.

In questa fase si ha un radicale rinnovamento poetico, sia a livello tematico che stilistico.

A livello tematico i testi di questo periodo si orientano in tre direzioni: l’amore come

passione concreta, la riflessione filosofica in ottica negativa, l’intervento ideologico-politico

sia per rifiutare i miti moderati di progresso e di riforma sociale sia per avanzare una

personale proposta di solidarietà fondata sulla disillusione.

In generale la novità riguarda la poetica leopardiana: alla valorizzazione del ricordo, della

distanza e della vaghezza segue ora la scelta del presente, del tangibile e della concretezza. Ed è

concretezza che riguarda sia i temi che i modi espressivi.

Lo stile è più concentrato ed espressivo.

La poesia più importante in questa fase è La Ginestra (o fiore del deserto), scritta nel periodo di

soggiorno a Napoli. E’ considerato il testamento ideale dell’autore. Qui il Vesuvio rappresenta

la condizione umana. Si denuncia la condizione di eterna infelicità dell’uomo e si afferma che

all’intellettuale non resta che favorire questa coscienza negli uomini. Questa poesia è importante

per il messaggio solidaristico che comunica agli uomini.

ACCENNI …

 L’infinito (Canti) pag. 1271: composto nel 1819. il cardine del testo è una siepe, posta su un

colle poco lontano dalla casa dell’autore, essa impedisce la vista di ciò che sta al di là di essa

e mette in moto un processo immaginativo che porta il poeta a fantasticare sul concetto-

limite di infinito, fino a spingerlo a riflettere sul concetto di eterno. L’abbandono a questo

vortice di sensazioni, che risente del sensismo leopardiano, lo porta ad un piacere indefinito.

Il testo anticipa la teoria del piacere.

La poesia si articola in due momenti:

Infinito spaziale – spazio interno (vv. 1-8)

o Infinito temporale – spazio esterno (vv. 8-15)

o

L’io dell’autore si perde nell’infinito e questo astrarsi dalla crudele realtà gli da sollievo.

 La sera del dì di festa (Canti) pag. 1272: riflessione sul tema della perdita e della vanità di

ogni cosa. I primi quattro versi riprendono l’ottavo passo dell’Iliade, che Leopardi aveva

tradotto. Anche qui la natura è indifferente verso l’uomo, come la donna. Ritorna il tema

dell’infinità del tempo e della natura, opposto alla finitezza della vita umana.

 A Silvia (Canti) pag. 1284: rievocazione delle illusioni giovanili, spente troppo presto in

entrambi i personaggi.

 Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (Canti) pag. 1295: vedi saggio di Sole.

 La quiete dopo la tempesta (Canti) pag. 1302: ritorna il tema del piacer inteso però come

cessazione temporanea del dolore. L’unica beatitudine per l’uomo può essere la morte.

 Il passero solitario (Canti) pag. 1305: parallelismo tra la vita solitaria del passero e quella

del poeta; ma infine il poeta capisce che la vita del passero è dettata dall’istinto, mentre la

sua è stata una vita sprecata.

 Il sabato del villaggio (Canti) pag. 1309: torna il tema del piacere come attesa del futuro, si

ha un parallelismo tra la giovane e il sabato, che rappresentano il piacere dell’attesa, e la

vecchia e la domenica, che rappresentano la realizzazione della vita che non è mai come ci si

aspettava.

 La ginestra o fiore del deserto (Canti) pag. 1331: ampio poemetto composto a Torre del

Greco nel 1836, considerato il testamento dell’autore. È un invito agli uomini a prendere

atto della loro infelicità e a stabilire un rapporto di solidarietà con gli altri (il vero amore) per

combattere la Natura.

La rovina dl Vesuvio smentisce la concezione ottimistica e la fiducia nel progresso,

criticando quindi tutte le filosofie degli ultimi decenni. (I e II strofa)

La visione dell’universo e la sua immensità suggerisce la piccolezza e la marginalità

dell’uomo nell’universo, rendendo improbabile la presenza di una qualsiasi divinità.

Il fiore che da il titolo all’opera rappresenta un esempio per gli uomini, che devono imparare

ad accettare il loro destino di dolore e devono imparare a morir senza umiliarsi.

La poetica del vago: il bisogno di concretezza riguarda le istanze profonde della personalità: la

poesia deve essere in grado di corrispondere all’aspirazione umana al piacere servendosi di

specifiche tecniche. Data pero la presenza innata dell’immaginazione nell’uomo e data la tendenza

costitutiva dell’immaginazione all’indeterminatezza, la poesia deve perseguire una espressività a

sua volta indeterminata. Ecco allora la ricerca di Leopardi di vocaboli capaci di aprire prospettive

polisemiche; ed ecco l’opposizione alla lingua della filosofia della lingua della poetica, lingua

dell’anima. La poesia deve cercare di utilizzare la prospettiva del ricordo e di dare voce alla

tensione verso il piacere, costituendone una forma di soddisfacimento. È nella prospettiva di questa

2° esigenza che leopardi attribuisce alla poesia il compito di accrescere la vitalità, provocando

sensazioni gagliarde.

VERSO L’ISLANDESE: LA TRADUZIONE LEOPARDIANA DI DUE FRAMMENTI DI

SIMONIDE DI AMORGO

Leopardi tra il 1823 e il 1824 tradusse due frammenti di Simonide di Amorgo. Queste traduzioni

hanno influito sull’evoluzione del pensiero leopardiano delle prime 20 Operette Morali,

convincendolo sempre più dell’infelicità umana.

Aver ritrovato in poeti antichissimi come Simonide la stessa idea sul destino dell’uomo costituì per

l’autore una conferma di inestimabile valore sulla verità di quel pessimismo. Se infatti gli antichi,

che come sappiamo, hanno un intelletto non ancora annebbiato dalla civiltà, come i fanciulli,

trassero delle conclusioni simili alle sue allora questa sua idea poggia su un fondamento solido.

I due frammenti di Simonide volevano invitar l’uomo ad affrontare l’esistenza con la

consapevolezza dei suoi aspetti negativi, ma anche con la convinzione che con una condotta saggia

la vita può essere vissuta. Leopardi non sconvolge questo pensiero ma lo personalizza, dando la

colpa alla natura, egli rende fedelmente i concetti fondamentali del poeta antico e la loro

concatenazione logica.

Nel testo sembra apparire l’immagine dell’amore e per questo la traduzione è accostabile alla lirica

Alla sua donna, in cui la figura femminile è vista dall’uomo come qualcosa che può portare un po’

di felicità, ma comunque sia Simonide che Leopardi sanno che la speranza è sempre illusoria.

Questi due frammenti vennero infine posti da Leopardi a chiusura delle Operette Morali, come per

dire che anche gli antichi, e per lui in particolare Omero, furono consapevoli della sorte dell’uomo,

tema portante poi del Dialogo della Natura e di un Islandese.

I DUE PASTORI DI LEOPARDI (LETTURA DEL CANTO NOTTURNO)

Il Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia fa parte dell’opera I Canti di Leopardi e

precisamente appartiene ai canti pisano-recanatesi, quelli scritti dopo il periodo di distacco dalla

poesia da parte dell’autore, esattamente nel 1830.

Qui non si ha un richiamo all’autore o a persone che lui conobbe, l’autore crea un personaggio

appositamente costruito, un pastore nomade dell’Asia, questa figura serve ad universalizzare gli

interrogativi e le conclusioni del testo, riguardanti il senso dell’esistenza e la posizione dell’uomo

nell’universo. Il pastore interroga la luna, che metaforicamente è la Natura, ma ella non risponde e

il pastore inizia a fare delle ipotesi e si rende conto della condizione umana e dell’insensatezza del

dolore.

Questo canto però ha una fisionomia diversa dagli altri canti pisano-recanatesi, infatti è probabile

che il germe di esso fosse latente nell’animo dell’autore e che questo sia stato risvegliato dalla

notizia fornitagli dal Journal de Savans nel settembre 1826, in cui si parlava di una popolazione

nomade, i Kirghisi, dell’Asia centro-settentrionale. Da questa notizia Leopardi prende spunto per

creare il suo pastore.

L’embrione del canto però probabilmente risale all’ottavo passo dell’Iliade di Omero, che l’autore

tradusse nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, versi che influenzarono anche i

primi quattro versi de La sera del dì di festa.

Come già detto questo canto si differenzia dagli altri scritti in questo periodo, per esempio, mentre

A Silvia e Le Ricordanze sono legate a riflessioni sui ricordi dell’autore, e La Quiete dopo la

Tempesta e il Sabato del Villaggio esplicitano la filosofia leopardiana solo in piccoli corollari, qui

Leopardi esplicita la sua filosofia attraverso un punto di vista estraneo e semplice, tendenzialmente

oggettivo, tanto che il canto si configura come una summa della metafisica e della fisica

leopardiana.

La scelta del pastore, che è un animo semplice, fa si che il pensiero dell’autore poggi su basi

veritiere.

Il motivo cardine del canto è l’ineluttabilità del dolore di ogni essere vivente, e forse di ogni

cosa esistente. Il tema viene esplicato seguendo dei passaggi logici che a prima vista sembrano

semplici, ma che in realtà sono orchestrati magistralmente da Leopardi.

La terza strofa è la più dottrinale del canto, in cui il pastore porta prove semplici alla propria

convinzione che l’uomo sia votato, per destino, all’infelicità.

La luna che viene contemplata assume poi gli attributi di una vergine contemplata con gi occhi di

un amante.

La linea melodica del canto è affidata alle frequenti ripetizioni e al gioco libero delle rime, con la

ripetizione di una rima in – alla fine di ogni strofa, che rimanda al suono di una nenia.

Per Leopardi dovette essere molto difficile trovare le espressioni adatte a tradurre in canto il suo

ragionamento, senza che divenisse inverosimile in bocca ad un pastore, tanto che la disposizione

delle strofe fu più volte variata ed anche alcune espressioni furono più volte riviste e corrette.

Secondo il prof. Sole gli elementi presenti nel canto non sono ancora del tutto filosofici ma

sentimentali, nel senso che Leopardi da nel Discorso di un italiano intorno alla poesia, il

sentimentale è una dote dell’animo umano posseduta dall’uomo da sempre ma che si è sviluppata

maggiormente nei moderni, grazie al progresso della filosofia e del mondo, che ha portato alla

consapevolezza dell’infelicità umana. GLI ADELCHI

Coro dell'atto III

Dagli atri ricoperti di muschio, dai Fori in rovina,

dai boschi, dalle officine riarse stridenti,

dai campi coltivati dagli schiavi,

un popolo disperso si sveglia improvvisamente;

tende l'orecchio, solleva la testa 5

colpito da uno strano rumore crescente.

Il coro si apre con una considerazione amara da parte del Manzoni sulla degradazione del

popolo latino. Il Foro, simbolo della civiltà romana, è ormai in rovina, così come le officine

dove un tempo si forgiavano le armi. Il popolo latino viene definito dal poeta come un "volgo

disperso", perché non ha più nessuna consapevolezza della grandezza civile e militare degli

antenati; esso è solamente un popolo schiavo, ben lontano dal riconoscere il rumore

dell'appressarsi della guerra, mentre per i romani era così familiare.

Dagli sguardi dubbiosi, dai volti impauriti,

quale raggio di sole traluce da folte nuvole,

che rivela la fiera virtù dei padri:

negli sguardi, nei volti confusi ed incerti 10

si mescolano e si contrastano l'umiliazione della schiavitù

con il misero orgoglio di un tempo ormai andato.

Il ritratto dei latini rivela un popolo che ha ormai perso la propria identità e le proprie radici.

L'umiliazione della schiavitù contrasta con un orgoglio di una grandezza ormai passata, e per

questo inutile e senza senso. Da qui emerge un accenno polemico nei confronti dei classicisti,

che cercavano di far rivivere qualcosa che si allontana di molto dal presente.

Il volgo si raduna voglioso di libertà, si disperde impaurito,

per sentieri tortuosi, con passo incerto,

fra il timore degli antichi padroni e il desiderio della loro sconfitta, avanza e si ferma di nuovo;15

e sogguarda e fissa la turba dispersa scoraggiata e confusa

dei crudeli signori,

che fugge dalle spade dei Franchi, che non si fermano mai.

L'atteggiamento del volgo è incerto: si alternano in esso attimi in cui si desidera la libertà,

succeduti dal timore nei confronti degli antichi padroni. Davanti ai loro occhi la folla dei

signori Longobardi che fuggono, definita una "turba", ovvero un mucchio di persone senza

anima. I "torti sentieri" stanno ad indicare l'incuria e lo stato di inciviltà al quale si è ridotta la

società, in contrapposizione con le grandi strade costruite dai romani.

Il volgo li vede agitati, come fiere tremanti,

le rossastre criniere dritte per la paura, 20

che cercano i noti nascondigli;

e qui, messo da parte l'usuale atteggiamento minaccioso,

le donne superbe, con il viso pallido,

guardano pensose i figli pensosi.

I padroni Longobardi vengono paragonati a delle fiere braccate, che per la paura sembrano

avere i loro caratteristici capelli rossastri dritti. L'agitazione pervade anche l'animo delle

donne, che abbandonano l'atteggiamento da padrone e guardano preoccupate i propri figli,

pensando al loro destino.

E appresso ai fuggitivi, con la spada desiderosa di sangue, 25

come cani da caccia sciolti, correndo, frugando,

da destra e da sinistra, arrivano i guerrieri:

il volgo li vede, e estasiato da una contentezza mai provata,

con la galoppante speranza che precorre l'evento,

e sogna la fine della dura schiavitù.

La fuga dei padroni e l'arrivo dei guerrieri longobardi viene paragonata ad una scena di caccia,

di fronte alla quale il popolo sogna la liberazione da parte dei soldati stranieri. Da qui comincia

ad emergere il pensiero del poeta, finora rimasto estraneo: il sogno è appunto una

fantasticheria che non ha nulla a che vedere con la realtà. Si preannuncia dunque l'esito della

battaglia per il volgo, che spera in qualcosa che il Manzoni nei versi successivi dimostra come

non sia realizzabile.

Udite! Quei soldati Franchi sul campo di battaglia,

che impediscono la fuga dei vostri tiranni,

sono giunti da lontano, attraverso aspri sentieri:

2

hanno rinunciato alle gioie dei pranzi festosi,

si alzarono in fretta dai dolci riposi 35

immediatamente chiamati dalle trombe della guerra.

Da questo punto in poi si apre la riflessione del Manzoni sulle infondate speranze di libertà del

volgo. Il popolo Franco per giungere in Italia ha rinunciato alla tranquillità del proprio

ambiente familiare.

Lasciarono nelle stanze della casa in cui nacquero

le donne preoccupate, che ripetutamente davano loro l'addio,

con preghiere e consigli interrotti dal pianto:

sulla fronte hanno gli elmi delle passate battaglie, 40

hanno posto le selle sugli scuri cavalli,

corsero sul ponte che risuonava cupamente.

Il poeta prosegue parlando della partenza dei soldati Franchi, delle loro donne preoccupate.

L'ultimo verso descrive una tipica immagine medievale: il ponte levatoio che si abbassa per

lasciar uscire i soldati dal castello.

A schiere, passarono di terra in terra,

cantando gioiose canzoni di guerra,

ma con l'animo rivolto ai dolci castelli: 45

per valli petrose, per dirupi,

montarono la guardia durante le gelide notti,

ricordando i fiduciosi colloqui d'amore.

Il tragitto per l'Italia è stato faticoso per i soldati stranieri, nonostante vi sia in loro la gioia di

accingersi a combattere per la vittoria. Tutto ciò serve per dimostrare che un esercito non viene

da così lontano, attraverso tragitti impervi, per ridare la libertà ad un popolo straniero.

Sopportarono gli oscuri pericoli di soste forzate,

le corse affannose attraverso luoghi mai attraversati, 50

il rigido comando militare, la fame;

videro le lance scagliate contro i petti,

accanto agli scudi, rasente agli elmetti,

udirono il fischio delle frecce che volavano. 3

In questi versi il poeta continua ad elencare i pericoli affrontati dai Franchi nella discesa in

Italia.

E il premio sperato, promesso a quei soldati, 55

sarebbe, o delusi, capovolgere le sorti,

porre fine al dolore di un volgo straniero?

Tornate alle vostre superbe rovine,

alle attività pacifiche delle officine riarse, 60

ai campi bagnati dal sudore servile.

Manzoni si rivolge al volgo, destinato a rimanere deluso, poiché non verrà liberato da un

popolo partito con l'intento di assoggettarlo. Dovrà dunque tornare schiavitù di sempre.

Il forte si mescola col nemico sconfitto,

anche con il nuovo signore rimane la vecchia situazione;

sia l'uno che l'altro popolo vi rendono schiavi.

Si spartiscono i servi, gli armenti;

giacciono insieme sui campi di battaglia 65

di un volgo disperso senza nome.

Analisi del testo

 : Nonostante il genere tragico imponga la trattazione esclusiva dei

INTERESSE PER IL POPOLO

grandi della storia, nel coro il Manzoni mostra la vicenda dal punto di vista del popolo.

Questo perché lo spirito evangelico spinge il Manzoni a parlare degli umili, delle sue

condizioni di vita, che la storia ufficiale ignora. Inoltre, la visone borghese della realtà

rifiutava la letteratura eroica tipica dell'aristocrazia e del classicismo, preferendo una

letteratura che trattasse le vicende della gente comune.

 : Il coro è un esempio di poesia storica, la quale ricostruisce, sulla base di

LA POESIA STORICA

documenti, i sentimenti di grandi collettività.

 : La trattazione di vicende del passato permette a Manzoni di inviare ai

IL MESSAGGIO POLITICO

contemporanei un messaggio attualissimo: non contare sulle forze straniere per la

liberazione nazionale. 4

GLI ADELCHI

Coro dell'atto III

Le morbide trecce giacciono sparse

sul petto pieno di affanno,

le mani abbandonate, e il volto pallido

imperlato dal sudore della morte,

la pia giace, con lo sguardo 5

tremolante cerca la luce.

Nei primi versi Manzoni ricostruisce l'immagine di Ermengarda durante gli ultimi respiri che la

separano dalla morte. Ad ella attribuisce l'aggettivo "pia", che fa riferimento all'umiltà e alla

semplicità della donna.

Termina il compianto delle suore: unanime

si innalza una preghiera:

calata sulla gelida

fronte, una mano leggera 10

chiude gli occhi

sulla pupilla azzurra.

La morte è ormai giunta, e, ora che la speranza è finita, le suore non possono far altro che

pregare. Gli occhi azzurri (segno della stirpe longobarda) della donna vengono chiusi da una

mano, che metaforicamente rappresenta la mano di Dio.

Libera, o nobile, dall'animo

angosciato le passioni terrene,

offri un candido pensiero 15

a Dio, e muori:

oltre la vita vi è la meta

del tuo lungo martirio.

A questo punto il poeta sembra intervenire nell'ultimo atto di consapevolezza della donna prima

della morte. Si riconferma ancora una volta la concezione del Manzoni secondo la quale le

passioni terrene si rivelano inutili di fronte all'eternità di Dio. Così vorrebbe che Ermengarda

morisse liberando il suo animo da tali angosce e che si abbandonasse al raggiungimento di una

meta ultraterrena che darà significato al suo martirio.

5

Questo era l'immodificabile destino

sulla terra dell'infelice: 20

di chiedere sempre un oblio

che le sarà negato;

e ascendere al Dio dei santi,

lei santa a causa del suo dolore.

Il destino della donna, quando era in vita, era di non riuscire a dimenticare ciò che era stato

causa del suo dolore. Ma proprio grazie a queste sofferenze, di tipo sentimentale, ella può

arrivare in Paradiso.

Ahi! nelle notti insonni, 25

per chiostri solitari,

tra il canto delle suore,

agli altari dove rivolgeva le sue suppliche,

gli irrevocabili giorni

le tornavano sempre in mente; 30

In questi versi il poeta torna ad un'immagine del passato recente di Ermengarda, ovvero quando

ella è rinchiusa in un convento di Brescia in seguito al ripudio. Nonostante lì cerchi di soffocare

il ricordo dei giorni felici del matrimonio, riaffiorano ossessivamente in tutti i momenti del

giorno e in tutti i luoghi. Inizia poi il flashback dei momenti passati quando ancora era moglie

di Carlo Magno.

quando ancora amata da Carlo, senza prevedere

un avvenire in cui l'avrebbe ingannata,

estasiata respirò l'aria

vivificatrice della terra francese,

e se ne andò invidiata 35

tra le altre spose francesi:

quando da un piano rialzato,

la bionda criniera adorna di gemme,

vedeva sotto uomini e cani correre

impegnati nella caccia, 40

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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Sole Antonino.

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