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Letteratura italiana - Risorgimento, positivismo e decadentismo

Appunti di Letteratura italiana per l'esame del professor Colaiacomo. Gli argomenti trattati sono i seguenti: il Risorgimento, il positivismo, il decadentismo, Giuseppe Mazzini e la fondazione della Giovine Italia, la piena identificazione tra l’intellettuale e il rivoluzionario in Mazzini.

Esame di Letteratura Italiana docente Prof. C. Colaiacomo

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ESTRATTO DOCUMENTO

masse sfruttate, i cui compiti vengono suddivisi in modo da perseguire

uno sfruttamento capillare e una ottimizzazione della produzione. I

lavoratori scoprono la nuova arma dello sciopero e si organizzano in

sindacati, rivendicando i propri diritti e arrivando addirittura a

conquistare con la forza il governo di una città, scioccando le classi

borghesi (è l’esperimento della Comune di Parigi, nel 1871). Ma questo

movimento di emancipazione non esclude il perdurare di forme di

sfruttamento inumano, di miseria terribile, che portano larghi strati

della popolazione a emigrare altrove, come ad esempio negli Stati

Uniti. Proprio questo paese assiste alla più grande crescita tra le varie

potenze mondiali, sia per la massiccia presenza di manodopera

straniera che per l’immensa quantità di risorse disponibili: dopo la

guerra civile dei primi anni Sessanta sorgerà uno stato imperialista ben

diverso da quello proclamato nel 1776.

3. I P

L OSITIVISMO

Nell’esistenza quotidiana era ancora molto diffusa una sensibilità di

tipo romantico, soprattutto nei comportamenti giovanili e nelle

passioni amorose. Eppure nei termini più generali la cultura europea

della seconda metà dell’Ottocento appare dominata dal positivismo,

che raccoglie l’eredità della tradizione scientifica laica. Il termine

positivismo fu introdotto nel 1820 dal filosofo Henri de Saint-Simon

per indicare il metodo rigoroso delle scienze positive, fondate

sull’osservazione dei fatti e la verifica empirica delle teorie. Più tardi,

con Auguste Comte e il suo Corso di filosofia positiva del 1830, il

positivismo diventerà un vero e proprio orientamento dominante nella

seconda metà del secolo, rifacendosi in parte alla tradizione

settecentesca. Ma siamo lontani dall’Illuminismo: il progresso

positivista non si commisura direttamente ai principi della ragione, ma

a quelli della fattualità, mirando più a ricavare idee e giudizi

dall’osservazione della realtà che non a sistematizzare il pensiero su

principi razionali. I nuovi modelli del meccanicismo (che si riallaccia alla

fisica classica) e quello dell’organicismo (che concepisce la realtà come il

risultato di equilibri vitali), comportano l’elaborazione di nuove teorie

e l’effettuazione di nuove scoperte: tra queste innanzitutto

l’evoluzionismo, che si pone come schema guida di tutto il percorso

dell’umanità, trovando feconda applicazione anche nella storiografia,

come dimostra la concezione di Hippolyte Taine delle realtà storiche

come complessi organici, la cui trasformazione è regolata da leggi

costanti. La storiografia positivista ricerca infatti la verifica dei fatti e

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il confronto di dati concreti, comportando la nascita di nuove discipline

per lo studio delle comunità umane e delle società, appunto la

sociologia e l’antropologia.

Il nuovo atteggiamento determina le prime grandi conquiste nel

campo della biologia e della medicina, ma anche nella diffusione su

larga scala delle nuove tecnologie, che contribuiranno a modificare

radicalmente la vita quotidiana: pensiamo solo alle comunicazione

velocizzate dall’invenzione della ferrovia e soprattutto del telegrafo,

nonché del motore a scoppio sulla fine dell’Ottocento. Ma nella

seconda metà del secolo viene anche diffusa ampiamente la fotografia.

In sostanza, la vita per come l’uomo la conosceva fino all’inizio del

secolo viene rivoluzionata: le necessità, gli scambi, i piaceri e

divertimenti, nonché la realtà metropolitana tutta, ne escono

decisamente modificati.

Ma accanto al pensiero positivista sorgono anche filosofie radicali

contrarie alle nozioni di progresso e di sviluppo: da un lato nasce il

materialismo storico di Marx ed Engels – che diventa la filosofia del

socialismo scientifico e del comunismo, soprattutto con l’opera Il

Capitale apparsa con un primo libro nel 1867 – ponendosi come

interpretazione globale dei processi storici e individuando la possibilità

di un rovesciamento del nefasto sistema capitalistico; dall’altro lato

invece nacque una reazione ai modelli rigidi dell’evoluzionismo, che

portò alla nascita della psicoanalisi per opera di Sigmund Freud (che

studiò i desideri e le pulsioni nascoste alla base dei comportamenti

umani), all’emergere di filosofie irrazionalistiche e intuitive quale

quella di Henri Bergson, ma soprattutto al sorgere di un pensiero

negativo quale quello di Friedrich Nietzsche. In Italia il positivismo

fece imporre nell’ambito della sociologia Cesare Lombroso, che

nonostante gli equivoci anche pericolosi a cui la sua teoria diede luogo,

si prefisse l’obiettivo di studiare le forme della devianza sociale

facendola risalire a caratteri somatici e psicologici prefissati dalla

nascita.

4. L A SITUAZIONE STORICA ITALIANA

Il raggiungimento dell’unità politica con la proclamazione del regno

d’Italia nel 1861 non vuol dire che il nostro paese si fosse

automaticamente messo al passo con l’Europa. Esistevano ancora

sacche enormi di povertà ed enormi disparità tra nord e sud: la

monarchia sabauda, d’altronde, tese a perpetuare sé e i propri ceti

piuttosto che redistribuire incarichi a tutti. Roma e gran parte del Lazio

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erano ancora sotto il controllo della Chiesa e anche il suffragio fu

introdotto solo per un numero esiguo di cittadini: d’altronde la

capitale divenne tale solo nel 1870, all’indomani della caduta della

monarchia di Napoleone III. In realtà i gruppi repubblicani e

democratici furono vinti dall’atteggiamento moderato della monarchia

sabauda e tutto il Risorgimento fu interpretato quasi come un disegno

divino in favore dei Savoia, sottolineato anche dalla morte in

incognito di Mazzini e dallo sdegnoso ritiro del vecchio Garibaldi a

Caprera. Il paese fu unificato amministrativamente con molte difficoltà,

schiacciando i potentati locali e le clientele, e determinando spesso un

senso di estraneità allo Stato: l’Italia era in effetti ancora un paese

agricolo e latifondista, che ben presto vedrà emergere la questione

meridionale, il fenomeno dell’emigrazione e quello del brigantaggio.

Eppure per la prima volta il paese fu dotato di un sistema giuridico

uniforme ed efficiente, nonché di un esercito di leva.

Nella prima fase della vita politica il governo fu in mano alla Destra,

che condusse un’austera politica finanziaria e guidò in modo

inflessibile la centralizzazione amministrativa. Nel 1876 invece il ptoere

passò in mano alla Sinistra liberale, più aperta a moderne forme di

sviluppo, sotto la guida di Agostino Depretis: eppure fu proprio in

questo periodo – detto “umbertino” dal nome del re Umberto I – che

nacque il trasformismo politico, caratterizzato da opportunistici

spostamenti di deputati tra i diversi schieramenti e anche da scandali

notevoli, tra cui il crollo della Banca Romana. Agli effetti della grande

depressione si tentò di rispondere con misure protezionistiche e con

una politica autoritaria, intrapresa tra l’altro dall’ex garibaldino

Francesco Crispi, che represse duramente la rivolta proletaria dei Fasci

Siciliani nel 1894.

Più in generale, possiamo distinguere due schieramenti ideologici

che seguirono l’esaurirsi delle tendenze politiche maturate durante la

lotta risorgimentale: da un lato, il pensiero liberale ispirato a Francesco

De Sanctis si degradò e si orientò in senso conservatore e rinunciò alle

grandi lotte ideali, esercitando il potere con una serie di compromessi

coni notabili; dall’altro lato i repubblicani ispirati a Cattaneo a Mazzini

accettarono la monarchia liberale e si spostarono su posizioni moderate

o addirittura conservatrici. Ma tra queste tendenze sorge anche il

socialismo, che dopo una prima fase di incubazione e di esperimenti

anarchici si configura nel Partito Socialista dei Lavoratori Italiani nel

1893, guidato da Filippo Turati ma di cui Antonio Labriola fu

filosoficamente più rilevante. Il mondo cattolico invece si chiuse

totalmente alla modernità della nuova trionfante borghesia laica: il

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Concilio Vaticano del 1896 ribadisce la condanna del papa Pio IX ai

valori e alla vita politica, a cui però succede un periodo di

collaborazione e di attenzione ai valori della solidarietà con i più

deboli, espressi con il nuovo pontefice Leone XII nel 1878.

5. L’ EDITORIA E LA QUESTIONE DELLA LINGUA

L’unificazione italiana portò in primo piano anche il problema della

comunicazione linguistica, praticabile da tutti i cittadini e da tutti i ceti.

Il dilemma fu enorme anche perché l’analfabetismo toccava punte del

70%: per questo la scuola divenne il mezzo essenziale per il

conseguimento dell’alfabetizzazione generale. Ma l’ottocentesca

questione della lingua fu ripresa con una generale approvazione della

teoria manzoniana, per l’orizzonte moderato in cui s’inscriveva il suo

romanzo: essa prevedeva l’uso del fiorentino contemporaneo sia nella

lingua scritta che in quella parlata. Il limite di questa teoria fu appunto

quello dell’imposizione di una lingua pura, basata in realtà su grande

affettazione e su un buon gusto tutto paternalistico: infatti grande

avversario di Manzoni fu Graziadio Isaia Ascoli, fondatore della

moderna linguistica italiana, secondo cui era impossibile imporre

modelli normativi e occorreva piuttosto attendere lo sviluppo sociale e

civile del paese, in cui germinasse una lingua spontanea e recettiva

delle più varie esperienze.

In ambito editoriale gli scrittori devono ormai confrontarsi con un

pubblico che sembra sempre più indifferente ai valori autentici e cerca

piuttosto prodotti di consumo e di intrattenimento: ciò genera la

paradossale situazione di uno scrittore solo davanti al mercato eppure

svincolato dall’essere espressione di un’istituzionalità ufficiale. Ciò

nonostante sono pochi quegli scrittori che riescono a vivere dei soli

proventi delle proprie opere: non è un caso che proprio in questo

periodo si diffonda la stampa moderna su larga scala, all’interno della

quale la letteratura d’appendice raggiunge il suo massimo sviluppo,

così come grande importanza riveste la «terza pagina» destinata alla

cultura e così come si diffondono anche le riviste intimamente culturali

tra cui «Nuova antologia» e «Critica sociale».

In realtà l’Italia è ancora una volta chiusa nel suo privincialismo e

stenta a competere con la grande letteratura europea. Il punto di

riferimento per i nostri scrittori resta innanzitutto Parigi, centro

indiscusso della cultura mondiale, da cui si diramano tanto le nuove

tendenze postromantiche decadenti e simbolisti – soprattutto in ambiti

poetico – quanto quelle della grande narrativa naturalista da Flaubert a

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere classiche
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher canerabbioso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Colaiacomo Claudio.

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