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piagnucolano, come Woody Allen. I giganti della modernità ebraica non meditano e non vivono più la Torà. La scherniscono, come Karl

Marx, o tentano di ricondurla agli egizi, come Freud.

Gli elementi positivi saltano agli occhi, come ad esempio il miracolo della sopravvivenza attraverso Israele o il contributo degli ebrei alla

scienza, alla tecnologia o alle risorse economiche. I pericoli tuttavia sono altrettanto evidenti, in quanto l’ebreo si omologa agli altri,

benché lotti con maggiore energia e guadagni di più. Il giudaismo si esaurisce nella più distruttiva delle condizioni favorevoli: la

normalità. La vita quotidiana, lo sviluppo economiche hanno trionfato sul lusso di una vita intellettuale vivace e sula ricerca filosofica.

Sono sempre stati un popolo diverso, specialmente a causa dell’odio e della gelosia degli altri, benchè con una vocazione unica, il “cancro

del pensiero”. La stessa parola rabbi vuol dire maestro. Nei luoghi di sterminio vi furono dibattiti notturni teologico­metafisici,

approfondimenti della Torà grazie a coloro i quali erano <<libri viventi>>.

Questa grande “follia”, sete di conoscenza, giustifica e assicura la loro sopravvivenza millenaria. Non per i media o la Borsa o Internet o

per un pezzo di terra Giora ha sacrificato la propria vita.

Capitolo III: I dissidenti del libro.

I libri non sono qualcosa di universale o inevitabile. Corrono il rischio di essere cancellati e distrutti, hanno una storia che non ignora la

possibilità di una conclusione.

Dei primi passi della storia dei libri si hanno poche notizie, come i testi di natura rituale o didascalica in Cina (II millennio a.C.), le

tavolette amministrative e commerciali dei sumeri, i protoalfabeti e gli alfabeti del Mediterraneo orientale, i quali ci parlano di

un’evoluzione complessa, ma di cui ci sfuggono molti dettagli cronologici. I primi <<libri>> sono tavolette con transazioni commerciali,

ricette mediche o mappe del cielo, resoconti storici, strettamente legati all’architettura trionfalistica o vendicatrice, tutti anteriori a ciò che

noi annoveriamo come <<letteratura>>.

La scrittura è un arcipelago disperso negli immensi oceani dell’oralità umana, costituisce un caso a parte, una tecnica particolare in un

ambito semiotico prevalentemente orale.

Decine di migliaia di anni prima che fossero elaborate delle forme scritte, l’umanità si dedicò alla narrazione e alla trasmissione orale di

mitologie e tradizioni popolari (anche dottrine religiose e magiche) prive di literacy. Non conosciamo alcuna popolazione sul pianeta che

ignori la musica, che sia una forma di canto o composizione strumentale. Sembra essere davvero universale, in quanto è l’idioma

fondamentale con cui comunicare sensibilità e significato.

Ancora oggi le statistiche sull’alfabetizzazione sono fondamentali, in quanto si nota che gran parte dell’umanità deve ricorrere all’uso di

testi rudimentali. Non legge, ma canta e danza.

Dobbiamo anche riflettere sul fatto che la sensibilità occidentale attinge a due fonti: Atene con Socrate e Gerusalemme con Gesù,

entrambi non appartenenti alla categoria degli autori. Gli insegnamenti di Socrate sono citati (Dialoghi di Platone e Memorabili di

Senofonte), né scritti né dettati, appartengono ad una tradizione orale. Il metodo socratico è un metodo orale per antonomasia, un metodo

che ha radici profonde (dialogo a due nella pubblica piazza), che presuppone un incontro personale, un <<atto di presenza>>. La stessa

bruttezza narrata di Socrate, la sua resistenza sui cambi di battaglia e nelle bevute, la retorica del gesto e della stasis – all’origine delle

domande e delle meditazioni che sorgono in lui – incarnano (<<danno corpo>>) la dinamica dell’argomentazione e del significato. In

Socrate, sia il pensiero che l’allegoria, anche nella loro forma più astratta, sono esperienze vissute, non riconducibili a una testualità

muta. Il suo fascino carismatico e la sua arte dipendono da ciò che la voce e il comportamento gli consentono; nei luoghi più inopportuni e

nei momenti più imprevedibili egli si chiude in una riflessione profonda, altrettanto indispensabile al suo insegnamento quanto le parole

pronunciate.

Lo stesso Platone muove nel Fedro una critica alla scrittura, inserita all’interno di un mito egizio molto conosciuto (e ripreso da Derrida),

riflettendo e facendo riflettere sul ruolo del maestro, benché egli stesso fu uno dei massimi scrittori. I suoi argomenti rimangono tuttavia

ancora oggi inconfutabili.

A ogni testo scritto, indipendentemente dal materiale scrittorio (argilla, marmo, osso, papiro o libro), si riconosce una certa autorevolezza

(auctoritas in latino ha la stessa radice di <<autore>>). Il fatto stesso che sia scritto e trasmesso in questa forma implica la pretesa che sia

magistrale e canonico. L’autorevolezza appare evidente specialmente in ambito teologico­liturgico, giuridico, scientifico e tecnico, e anche

in maniera più sottile in testi di natura contrattuale (vincolo di garanzia e di un senso).

Proprio per la sua natura intrinseca la scrittura è normativa e <<prescrittiva>> (prescrivere = ordinare, anticipare e circoscrivere).

Prescrivere implica un campo d’azione, d’interpretazione di consenso intellettuale o sociale. <<Iscrizione>>,<<scritto>>,<<scriba>>,

come l’ampia area semantica a cui si richiamano, intimamente, in maniera inevitabile, collegano l’atto dello scrivere a forme di governo.

<<Proscrizione>>, un termine che proclama l’esilio o la morte, appartiene alla stessa famiglia lessicale. Gli atti di scrittura perciò in

qualche modo nella loro consacrazione nei libri manifestano rapporti di forza, specialmente sugli analfabeti e subanalfabeti da parte del

clero, della politica e della legge.

L’autorità di un testo, il suo possesso e i suoi usi fanno parte di un’elitè colta, sono simboli di potere.

Come i despoti non accettano sfide e contestazioni, lo stesso vale per i libri. Ogni libro tende a mettere in dubbio, indebolire il primo, e a

sua volta viene commentato (Qohelet, <<non si finisce mai di scrivere libri>> e il disagio di Freud di fronte ad un’<<analisi

interminabile>>).

All’opposto, nel concetto platonico, lo scambio orale rende possibile una sfida immediata, con controdichiarazioni e correzioni. Esso

permette all’interlocutore di correggere e a volte capovolgere la sua tesi, alla luce di un’esplorazione condivisa. L’oralità aspira ala verità,

all’onestà, alla democrazia (<<ricerca comune>> di F.R. Leavis). Il testo scritto invece chiude definitivamente la questione.

Nel mito del Fedro si illustra anche un secondo punto, l’indebolimento dell’efficacia della memoria quando si ricorre ad un testo scritto.

La tradizione orale si alimenta di rimemorizzazione incessantemente rinnovata, un testo autorizza l’oblio. Tutto ciò è importante per

l’identità umana e la civilitas: dove la memoria è dinamica e costituisce una trasmissione psicologica e comunitaria, il patrimonio

ereditario si attualizza, diventa presente.

La trasmissione orale di testi immensi al di là dei millenni implica l’entrare in possesso dell’argomento, farlo proprio. Esso fa parte del

nostro io e lo modifica. La Memoria è infatti la madre delle muse.

Avendo la possibilità di <<consultare>> un libro i muscoli della memoria si atrofizzano. L’educazione moderna infatti è esposta sempre

di più all’amnesia istituzionalizzata, priva il bambino di ogni riferimento vissuto, facendo spazio ad un caleidoscopio transitorio

dell’effimero. Ciò che non impariamo non lo amiamo fino in fondo (per Robert Graves <<amare col cuore>> è infinitamente superiore

all’<<amore per l’arte>>). I libri sigillano la fonte della nostra esistenza, con cui si ha un contatto vivo grazie all’oralità.

Ricordiamo che le idee di Gesù (citato solo da Giovanni nell’episodio dell’adultera un accenno alla “scrittura”, poiché Gesù traccia dei

segni a terra, ma non si sa in che lingua) e di Socrate, benché orali, sono eterne, hanno confutato e gettato nello sconcerto la sapienza della

classe sacerdotale e degli studiosi del tempo. Gesù insegna attraverso parabole, di facile memorizzazione. Eppure egli è l’incarnazione del

Logos.

Il giudaismo della Torà e del Talmud e l’islam del Corano sono inevitabilmente <<libreschi>>, mentre per il cristianesimo l’incarnazione

della persona del Nazareno deriva dall’oralità e in essa viene proclamata.

Vi è una dissociazione, una polarità, tra il cristianesimo giudaico e la cristianità, implicite nella dialettica tra <<Lettera e Spirito>>. Ci

poniamo ancora domande sulla produzione dei racconti di Gesù sui Vangeli, se essi sono dovuti ad una pressione esercitata dalla

comunità, ad uno slancio profondamente ebraico verso l’aura sacra e legislativa della testualità. Il progetto evangelico è senza dubbio

originale e senza precedenti (nemmeno le biografie di Plutarco o di Diogene Laerzio), anche se la sua originalità sembra derivare da una

forte tensione fra oralità sostantiva e una scrittura performativa. Forse la trasmissione stenografica deriva da speranze escatologiche,

apocalittiche, o dal timore inconsapevole che si fosse concluso il tempo per sviluppare e affinare la memoria orale.

Il passaggio al <<segno grafico>>, alla sfera del libro, avvenne con l’ellenismo, negli accenti neoplatonici del quarto vangelo (come l’ode o

l’inno di apertura) e, specialmente, in san Paolo. Paolo di Taso fu l’addetto stampa e il virtuoso delle relazioni pubbliche più abile di cui

abbiamo conservato traccia, uno dei più grandi scrittori della tradizione occidentale. Le sue lettere sono tra i capolavori senza tempo di

tutta la letteratura nel campo della retorica, dell’allegoria strategica, del paradosso e della pena straziante. Egli cita perfino Euripide. È

un uomo agli antipodi del Nazareno, che con S. Paolo diventa Cristo.

Nella storia, a parte alcuni casi come Marx e Lenin, vi sono poche figure che abbiano sfidato la sovranità paolina in materia di

propaganda, nel senso strumentale ed etimologico di diffusione didattica, o la sua intuizione che dei testi scritti avrebbero trasformato la

condizione umana. Al pari di Orazio e Ovidio è convinto che le sue parole, nella forma scritta, sarebbero durate più del bronzo e del

marmo. E’ da queste sue convinzioni che prenderanno forma immagini maestose come l’Apocalisse con ii suoi sette sigilli e il Libro della

vita, presenti in Giovanni di Patmos e in tutta l’escatologia cristiana. Inoltre prenderà vita l’immenso corpus degli scritti patristici di

grandi figure come Agostino e la Summa di Tommaso d’Aquino.

Prevalgono tuttavia le tensioni iniziali tra <<Lettera e Spirito>>, tra gli scriptoria monastici da un lato (a loro dobbiamo la

sopravvivenza di molti classici) e la preferenza per l’oralità dall’altro. Difatti la maggior parte dei padri del deserto e della chiesa

primitiva consideravano abominevoli e sovversivi i libri, preferendo una vita basata sulla meditazione. A volte questa preferenza era

mascherata, come con l’iconoclastia di Savonarola o con la diffidenza di Pascal verso Montaigne, ai suoi occhi l’incarnazione del sapere

libresco.

Il punto nodale è l’atteggiamento ambivalente di Roma riguardo alla lettura delle Sacre Scritture al di fuori di un’elitè autorizzata, con

conoscenze di tipo ortodosso. Gli stessi Antico e Nuovo Testamento sono caratterizzati da punti oscuri e contraddizioni intrinseche. Vi è

una profonda differenza fra la sensibilità cattolica e protestante proprio nella lettura del Libro. Si pensi a Lutero.

L’alleanza tra la stampa e la Riforma si fonda in realtà su una profonda vicinanza. La distribuzione resa possibile da Gutenberg mise in

apprensione la chiesa cattolica. La loro vera e propria distruzione è un fil rouge di tutta la storia del cattolicesimo romani. L’imprimatur e

l’index appartengono ancora alla nostra storia.

Alla fine del medioevo è databile la nascita delle grandi biblioteche regie e universitarie. Si pensi agli scritti depositati da Carlo V al

Louvre, alla donazione del duca di Humphrey alla Bodleiana di Oxford, all’ Università di Bologna, alle collezioni ducali, le sale di lettura

degli ecclesiastici e degli umanisti in Italia. Sarà in Europa occidentale, con la formazione di una classe media o borghesia educata e

privilegiata, che l’età del libro e l’atto classico del leggere raggiungeranno il pieno sviluppo.

Ormai lettori come Montaigne (torre­biblioteca), Montesquieu (La Brède), Walpole o Thomas Jefferson possiedono, a titolo persona,

risorse private di lettura, al di fuori di un contesto ufficiale o pubblio, rendendo possibile una lettura seria (Adorno parla di <<camere>>

in dimore private con musica) in uno spazio apposito. Tutto ciò è importante anche con il progressivo affermarsi di una società caotica e

industriale. Il silenzio è possibile ma raro per pochi privilegiati. Autori come Lamb, i sir Thomas Browne, i Montaigne o i Gibbon

dedicavano giorni e notti interi alla lettura, allontanando perfino i familiari.

Nell’Europa e nella Russia del XX secolo l’improvviso manifestarsi di barbarie e appetiti sanguinari ha amputato e messo a rischio queste

coordinate vitali. L’allestimento di grandi biblioteche private diventa il passatempo di un manipolo di maecenates.

Il silenzio è ormai un lusso. Come dicono Hegel e Kierkegaard, il tempo si è accelerato notevolmente, rendendo il piacere della lettura

appannaggio specialistico, quasi tecnico, dell’accademico o ricercatore.

Si ammazza il tempo, invece di approfittare di avere uno spazio personale.

Anche nella fase di pieno sviluppo del libro, nell’arco di tempo che va da Erasmo che lanciava un grido di trionfo raccogliendo un pezzo di

carta stampata in una viuzza inondata, alle due guerre mondiali, sono sorti dei dissensi significativi. Non tutti i moralisti o i critici

sociali e gli scrittori erano pronti ad accettare che i libri fossero l’insostituibile <<sangue degli spiriti maggiori>> (cit. Milton)

Ci sono due correnti carsiche di negazione: il pastoralismo radicale e uno slancio di sovversione del libro.

­ Pastoralismo radicale. È attestato in Rousseau, nella pedagogia utopica dell’Emilio, nel pensiero di Goethe quando prende atto che

l’albero del pensiero e dello studio è eternamente grigio, mentre quello della vita attiva è verde. Per Wordsworth lo <<slancio della

vegetazione primaverile>> vale più di tutto il sapere libresco. Il sapere raccolto nei libri, per quanto eloquente ed istruttivo, è di seconda

mano, vive a spese dell’immediatezza. Il culto dell’esperienza personale abilita il romanticismo e il vitalismo di Emerson. Lasciare che i

libri vivano la nostra vita significa rinunciare sia ai rischi che all’estasi.

Il pastoralismo radicale aspira ad una politica dell’autenticità, della nudità dell’io. Scintille di questa visione ardente si hanno con

William Blake (idea di un sapere sovente satanico, parla di creature infernali spettrali ed indistinte che avevano assunto la forma di libri

sistemati in biblioteche), Thoreau e D.H. Lawrence.

­ Il secondo slancio di sovversione del libro, di dissenso, presenta alcune affinità con il pastoralismo radicale, ma si ricollega anche con

l’ascetismo iconoclasta dei padri del deserto. In quale misura i libri possono essere d’aiuto all’umanità sofferente? È questa la domanda

formulata da alcuni nichilisti e rivoluzionari anarchici verso la fine del XIX secolo, specialmente nella Russia zarista. Essi provano

sdegno nel vedere che un manoscritto raro vale più dei bisogni umani. Ricordiamo Pissarev con il suo grido di rivolta (gli stivali valgono

per l’uomo comune più di Shakespeare), il tormento del vecchio Tolstoj in versione pietista. Egli radicalizza il paradosso di Rouessau,

considerando deleteri una profonda cultura e gli interessi umanistici, che hanno distrutto la spontaneità e la morale degli uomini,

rafforzando il sistema elitario basato su menzogne e vizi. Uno spirito onesto si basa su una versione semplificata dei vangeli, una imitatio

Christii.

Anche i poeti futuristi e leninisti, sempre in Russia, invitano a bruciare le biblioteche, contro la posizione ufficiale di preservarle con cura.

Esse incatenano il passato, l’intelligenza e l’immaginazione.

Il cuore s’indurisce in una disperante mediocrità. Non si può entrare in competizione con i classici o scrivere una tragedia, guardando

all’Amleto o il Re Lear.

Tuttavia, benché la rivoluzione rappresenta la rinascita essenziale esteriormente, il cambiamento di coscienza, il <<rendere nuovo>>

(Ezra Pound, “bisogna liberarsi del peso opprimente del magistero e del passato culturale”), le uniche condizioni a cui può farsi ascoltare

sono le fiamme purificatrici (es. Istituto di Architettura, Voznessenskij), per sperare di creare lingue nuove (<<lingua stellare>> di

Chlebnikov o la <<lingua a nord del futuro>> di Paul Celan). E’ un programma disperato.

Tra di noi vi sono sempre stati dissidenti del libro. Gli uomini del libro raramente si riservano il tempo di considerare la fragilità della

propria passione.

­ 1821, Germania, Heine osservò a proposito dell’ondata di autodafè nazionalisti <<là dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche

gli uomini>>.

­ 1992 ca. 16mila incunaboli e manoscritti miniati sono andati distrutti nel bombardamento della biblioteca di Sarajevo.

I fondamentalisti più accaniti istintivamente bruciano libri. Ad esempio i musulmani che conquistarono Alessandria, né abbiamo copie

della Bibbia degli albigesi o del trattato di Michel Servet, condannato da Calvino ad essere incenerito sulla pubblica piazza. Bachtin

trasformò le pagine del trattato di estetica in carta per le sigarette, mentre la fidanzata di Bùchner gettò nel camino il manoscritto del suo

Aretino, preoccupata dall’idea di urtare tabù sessuali.

Esistono però anche esecuzioni a fuoco lento. La censura è vecchia e onnipresente come la scrittura, ed ha accompagnato il cattolicesimo

romano lungo tutta la sua storia, da Augusto ai regimi totalitari di oggi. Anche le sedicenti democrazie di oggi non sono da meno, poiché

censurano in nome del politically correct tanto puerile quanto denigrante. Ovunque prevalga l’eredità spettrale del fascismo e dello

stalinismo vengono censurati i libri.

Le relazioni tra la censura e la creatività possono rivelarsi estremamente fruttuose. Il miracolo elisabettiano e quello della Francia di

Luigi XIV, la storia gloriosa della poesia e della narrativa russe da Pùskin a Pasternak e Brodskij sembrano legate, in complesse forme

dialettiche, alle pressioni e alle minacce concomitanti della censura.

Ciò che è sovversivo in ogni grande letteratura, che dice <<no>> alla barbarie, alla stupidaggine, alla banalizzazione della nostra attività

e dei nostri giorni causata dall’etica consumistica del capitalismo tardivo si è sempre sviluppato indirizzando la propria energia contro la

censura e l’oppressione.

Joyce diceva <<spremeteci, siamo delle olive>>, mentre Borges diceva che <<la censura è la madre della metafora>>. Dove l’apparato

repressivo viene meno di fronte ai valori dei mass media e della droga, trionfa la paccottiglia.

Un’altra nota è la seguente: come la letteratura, la filosofia e la critica hanno il compito di affascinare lo spirito umano, trasformare la

nostra condotta interiore, così possono anche impoverire e depravare la nostra coscienza. L’esposizione alle ideologie razziste, alla

pedofilia, possono incitare al mimetismo. Nelle edicole e su internet vi è un’ondata di pornografia, caratterizzate da un sadismo quasi

inimmaginabile, che lanciano sfide fondamentali alla piena libertà di espressione e di comunicazione.

Il fiero ideale miltoniano dell’indubbia vittoria del vero sul falso, se lo scontro avviene a viso aperto, al di fuori di ogni censura,

appartiene a un mondo che non è un nostro.

Da Varsavia a Buenos Aires si pubblicizzano e si trovano facilmente libelli che negano l’esistenza dei campi di sterminio nazisti. Stando

così le cose, non sarebbe razionale giustificare una seppur minima forma di censura?

La rivoluzione digitale e tutto ciò che ne consegue rappresentano un mutamento potenziale non commensurabile all’invenzione della

stampa a caratteri mobili di Gutenberg. Quella che viene definita come realtà virtuale, attraverso cui tutto sarà disponibile solo come bit e

in pochi secondi, che effetto avrà sui libri come li abbiamo conosciuti e amati?

Gli stessi traduttori automatici sono paragonabili a primitivi incapaci di gestire la pluralità semantica integrata del significato e dei

parametri contestuali presenti nelle lingue naturali.

Se diamo credito al direttore della Biblioteca del Congresso, in futuro solo le <<belle lettere>>, solo i testi che aspirano ad uno statuto

letterario saranno pubblicati sotto forma di libri, accentuando ulteriormente la differenza tra ciò che Quincey aveva definito la

<<letteratura del sapere>> e ciò che chiamava la <<letteratura del potere>>. Esistono autori come Penguin che pubblicano libri le cui

note si possono leggere solo sul web.

Tutto ciò è una grave minaccia per la letteratura impegnata, per la sopravvivenza di titoli di qualità. Ad esempio a Londra tutti i romanzi

che non hanno una notorietà immediata vengono restituiti all’autore o scontati. Solo il piacere di andare alla ricerca è capace di farci

maturare, grazie al quale molte opere devono la propria sopravvivenza. Tuttavia, a causa dello schermo, molti bambini storcono il naso

alla sola idea di leggere. Lo stesso vale per l’arte e la concentrazione, poiché molti giovani leggono solo con l’accompagnamento della


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Helen90

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Lettere moderne
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Helen90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Vitelli Francesco.

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