Capitolo 1: Quelli che bruciano i libri…
Il potere dei libri è incalcolabile ed indeterminato, poiché il medesimo libro o pagina può suscitare le emozioni più disparate sui lettori
indifferentemente nello stesso tempo, tanto che non esiste psicologia o ermeneutica in grado di prevedere o misurare la forza di questo
fenomeno. Può esaltare o avvilire, sedure o suscitare disgusto, stimolare alla virtù o alla barbarie, accentuare o banalizzare la sensibilità.
Un libro può suscitare perfino diverse emozioni o reazioni differenti in un uomo anche a seconda delle fasi della vita. Tutto dipende da
una fenomenologia tra le più complesse, l’incontro tra testo e percezione, che per Dante è fra le forme del linguaggio che oltrepassano la
nostra capacità di intendere e i livelli di comprensione rispetto ai quali il nostro linguaggio si dimostra insufficiente.
Questo dialogo infatti è sempre imperfetto, e gli unici libri comprensibili fino in fondo sono quelli effimeri ed opportunisti nel cui
significato potenziale si può leggere un invito alla violenza e all’intolleranza sociale e politica (per Satre l’unico destinato a durare è
Cèline). Questo perché la tolleranza e la comprensione richiedono un contesto immenso, mentre l’odio, l’irrazionalità, la libido di potere si
leggono velocemente. Il contesto svanisce nella violenza dell’assenso, e perfino libri “rivelati” come il libro di Giosuè, l’epistola di San
Paolo ai Romani o il Corano vengono letti in una chiave <<pornografica del teorico>> come il preludio e la giustificazione del massacro.
Da qui nasce il dilemma fastidioso e problematico della censura, con tutti i problemi che essa comporta, tra cui l’ipocrisia liberale nel
capire quali libri provocano l’erotismo o conducono direttamente alla mimesis o imitatio; oppure i mezzi con cui condannare e limitare
questa letteratura che porta a sevizie a bambini, alla criminalità e all’odio. Tutto ciò è reso ancora più problematico dalla realtà virtuale
sempre più coinvolgente e presente nella vita degli uomini, su cui si esercita solo una pseudoautorità e dove si viene sempre più spesso
bombardati da esempi che giustificano, attraverso il trash, la bestialità nei confronti di altri uomini.
I libri sono la chiave d’accesso di cui disponiamo per arricchire la nostra esistenza attraverso le emozioni distinte che suscitano, i dibattiti,
le allegorizzazioni e decostruzioni, che non hanno mai fine. Le origini millenarie ed illimitate del logos si possono individuare
nell’identificazione della divinità nel Logos dell’iconografia giudaicoellenistica del Libro di Vita.
Dal tempo dei sumeri i libri sono stati messaggeri dell’incontro tra uomo e Dio, dell’amore, hanno incarnato il sogno supremo di una
possibile vittoria sulla morte in alcune opere d’arte. Anche se l’autore è destinato a morire, le sue opere resteranno dopo di lui, più solide
del bronzo e durevoli del marmo. Se la polis celebrata da Pindaro perirà, la lingua da lui utilizzata per celebrarla sopravviverà attraverso
la traduzione, anche se morirà (alcune lingue avranno una morte definitiva in quanto risulteranno indecifrabili).
Perfino un refuso tipografico, come quello di Nashe nella traduzione di Villon, che compose uno dei versi magici di tutta la poesia
anglosassone, può rendere immortali.
L’incontro con un libro, al pari di quello con l’uomo o la donna della nostra vita, può essere del tutto casuale. Ci può attrarre una parola
stampata sulla copertina, un’immagine; ci può persuadere di un’idea, può dare alla nostra esistenza un fine. Finchè un testo sopravvive è
sempre capace, anche dopo un lungo silenzio, di resuscitare. Un libro autentico non è mai impaziente (Walter Benjamin, Borges).
L’autore parla del suo incontro con il primo Celan e il cambiamento della sua vita, l’apprendimento di<<una lingua a nord del futuro>>.
Egli parla di una trasformazione dialettica, della sfuggevolezza della creazione letteraria (non si può accedere alla “neurochimica”
dell’atto creativo, anche una bozza è già una tappa molto avanzata). Com’è possibile che dei segni costituiscano una persona (di pura
fantasia, sebbene complessa e viva quasi più dell’esistenza del suo creatore, es. Beatrice) la cui sostanza, per innumerevoli lettori o
spettatori, oltrepassa la vita stessa nella sua realtà, nella sua presenza fenomenica, nella sua longevità incarnata e sociale? Questa è la
questione centrale e la più difficile della poetica e della psicologia.
L’immagine classica è quella dell’opera divina, di Dio creatore del mondo e dell’uomo. Il grande scrittore o artista è stato considerato come
il simulacrum del decreto divino. Sovente, egli si è sentito il rivale crudele o affettuoso di Dio, il suo contendente nell’atto di inventare e di
rappresentare. Per Tolstoj, Dio era <<l’altro orso della foresta>>, che bisognava affrontare.
Tutta la metafora dell’<<ispirazione>> antica come le muse o il soffio di Dio nella voce del veggente o profeta, è un tentativo di
giustificare le relazioni mimetiche la poiesis sovrannaturale e quella umana.
Esiste però il problema della differenza tra la creazione divina ex nihilo, affrontata in tutte le più importanti teologie e racconti
mitologici sul mistero della vita, e quella del poeta o autore, che si aggira nella dimora di un linguaggio preesistente. Ha la possibilità di
creare, entro limiti molto ristretti , dei neologismi, o infondere come per Pascoli nuova vita alle parole o lingue <<morte>>. Ma non crea
l’opera a partire dal <<nulla>>.
Rimane il fatto che continuiamo a ignorare completamente l’alchimia della scelta, la disposizione fonetica, grammaticale e semantica che
rende imperitura la poesia, la dramatis persona dell’opera o del romanzo. Inoltre oggi con il progressivo abbandono dell’immagine di una
creazione divina, la nostra ignoranza non può che aumentare.
Un’altra domanda importante, al di la della dialettica, è la seguente: a quale livello si può parlare dell’esistenza di una poesia e di un
romanzo non letto, di un’opera mai messa in scena? La ricezione, per quanto tardiva o da parte di una minoranza, è indispensabile alla
vita di un testo?
Il concetto di lettura è considerato un concetto di collaborazione tra un lettore impegnato e l’autore. Comprendere un testo,
<<illustrarlo>> nella nostra immaginazione, equivale, seppur nei limiti delle nostre capacità, a ricrearlo. I più grandi lettori di Sofocle e di
Shakespeare sono attori e sceneggiatori, che animano le parole. Imparare una poesia a memoria è come incontrarsi a metà strada. In una
<<lettura ben fatta>> (Péguy), il lettore lo rende qualcosa di paradossale: un’eco che riflette il testo e contemporaneamente entra in
sintonia con esso attraverso le percezioni, i bisogni e le sfide che lo caratterizzano. I nostri momenti d’intimità con un libro sono dialettici
e reciproci. Noi leggiamo il libro e il libro legge noi.
Il canone dell’essenziale varia a seconda dell’individuo, della cultura, ma anche della fase della vita. In base ad esse, infatti, un libro può
essere riscoperto oppure diventare illeggibile.
La chimica del gusto, dell’ossessione e del rifiuto è indecifrabile quasi come quella della creazione estetica. Essa non dipende dalle origini,
dalla sensibilità o dall’ideologia, anche se in comune. Coleridge parlava di <<hooked atoms>> della coscienza che s’intrecciano nelle forme
più imprevedibili; Goethe parlava di <<affinità elettive>> ma sono soltanto immagini.
La complicità fra autore e lettore, fra libro e lettura, sono imprevedibili, volubili, con radici misteriose come quelle dell’erose a volte perfino
dell’odio.
Il paradosso dell’eco vivificante tra libro e lettore, di questo scambio vitale improntato sulla fiducia, è legato a particolari condizioni
storiche e sociali.
<<L’atto classico della lettura>> richiede silenzio, intimità, cultura letteraria e concentrazione. In mancanza di tutto questo una risposta
ai libri responsabile è inconcepibile.
Bisogna inoltre avere un certo livello di formazione linguistica e storica pregressa, oltre a strumenti che aiutino la comprensione.
Dall’epoca dell’Accademia ateniese, fino a metà del XX secolo, una condizione simile coincideva con la definizione di cultura. In misura
maggiore o minore, essa costituì sempre il privilegio dell’èlite (Alessandria, S. Girolamo, Montaigne, Karl Marx). Le arti della
concentrazioni hanno sempre avuto un ruolo centrale nella vita del libro. Malebranche le definiva come la <<devozione naturale
dell’animo>>.
Oggi tuttavia queste arti hanno ridotto il proprio campo d’azione, diventando sempre più un <<mestiere>> universitario e di competenza
di specialisti. Molti giovani non sono in grado di leggere in silenzio, e la solitudine che rende possibile un incontro approfondito tra lettera
e spirito è una singolarità eccentrica.
Il declino del nostro insegnamento ha portato ad una forma di amnesia pianificata, di disprezzo verso l’apprendimento classico e lo studio
mnemonico.
Anche la struttura del libro tradizionale e del copyright è in pieno mutamento. Oggi gli autori possono raggiungere i propri lettori
direttamente su Internet, instaurando un metodo di comunicazione diretto online. Nessuno, per quanto bene informato, può prevedere che
cosa ne sarà del concetto stesso di autore, di testualità, di lettura personale.
Esse sono si evoluzioni elettrizzanti e che implicano liberalizzazioni economiche e opportunità sociali, ma sono anche la causa scatenante
di grandi perdite. I libri stampati alla “vecchia maniera” faranno parte sempre di più della letteratura di intrattenimento e l’informazione
ed il sapere, trasmessi e memorizzati tramite strumenti elettronici, porteranno ad una accentuazione della crisi già presente nella nostra
cultura.
Più che mai abbiamo bisogno dei libri e i libri hanno bisogno di noi. Quale privilegio più grande, se non quello di essere al loro servizio?
Capitolo II: <<Popolo del libro>>
Parte I
Il <<popolo del libro>> è una designazione gloriosa e ambigua, a cui non è facile attribuire un significato preciso, a fortiori
onnicomprensivo.
Israele e il giudaismo sono l’origine, la fonte e il custode eletto delle Sacre Scritture. Si passa dalla Torà come comunità, in cui sono
apparsi i libri dei Salmi, dei profeti, alla letteratura della Sapienza, di Giobbe (non israelita), il Nuovo Testamento. La <<bibliografia
dell’universale>> è enunciata dalle due immagini o metafore chiave del Libro di vita e dell’Apocalisse. Dio stesso comanda ad Ezechiele di
<<mangiare il rotolo>>, di fare del testo una parte della sua identità corporea e mentale. Dio esige dall’ebreo che il libro e la persona siano
una cosa sola. Sebbene Antigone richiami l’autorità della legge non scritta, l’incisione sul Sinai delle Tavole della legge fanno di
quest’ultima una testualità, un atto, uno scritto e una prescrizione da venerare, interpretare, commentare e applicare in un dialogo
incessante tra lettera scritta e lettori. Si tratta di una legislazione o lex a legere.
Il giudaismo svolge anche un ruolo vitale nella tradizione , nella trasmissione e nell’insegnamento orale, ma esso è reso un caso unico per
la santità assoluta del testo, del marcatore fonetico, a partire dalla Legge depositata nell’Arca dell’alleanza per giungere oggi a
Gerusalemme, casa del Libro.
Mentre altre nazioni hanno prosperato e creato la loro storia in base alle frontiere geografiche linguistiche (molti popoli altrettanto abili
e produttivi sono scomparsi, il popolo ebraico no) , il popolo di Abramo è stato un popolo nomade, che ha errato pe
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