I° Redazione
Solone, legislatore ateniese vissuto nel VI secolo (collocato da Dante nei sette sapienti), riteneva che ogni repubblica fosse sorretta da due piedi: il destro non lascia impunito nessun reato, e il sinistro ricompensa ogni ben fatto. Mossi da questa sentenza, numerosi popoli antichi premiavano i valorosi con statue marmoree, sepolture solenni, archi trionfali e laurea corona: e così si è diffuso nella repubblica assira, babilonese, macedonica, greca e romana.
Ma i successori di questi e i Fiorentini ne seguono male le vestigie, e il premio che spetterebbe al virtuoso lo prende invece l’ambizioso. E mi duole vedere i malvagi che ottengono posti importanti e buoni lavori, mentre i buoni vengono cacciati e denigrati. Per arrivare al mio principale intento mi basterà narrare dell’esilio del chiarissimo uomo Dante Alighieri, le quali opere, se fatte in una giusta repubblica, di certo gli avrebbero dato altissimi premi. Invece sono prova della sua ingiusta dannazione le sue peregrinazioni in esilio, il seppellimento in terre altrui (Ravenna), e l’esilio anche dei suoi figli. Io farò ciò che la città di Firenze doveva fare ma non ha fatto, ma non con una statua o una sepoltura, bensì con le lettere, povere a così tanta impresa. Scriverò in stile umile e leggero, in volgare (fiorentino idioma), perché non discordi da ciò che ha scritto lui.
Le origini di Firenze
Firenze, secondo le antiche leggende, nacque per opera dei Romani (Cesare, dopo la distruzione di Fiesole, la edificò laddove il console Fiorino era stato ucciso da soldati di Catilina). La città venne poi distrutta da Attila (Attila in realtà non superò mai il Po, tuttavia la leggenda attribuisce a Attila o Totila la distruzione della città nel V secolo), e resta distrutta fino al trecentesimo anno (801).
Poi, una volta salito sul trono dei Galli Carlo Magno, forse mosso da divino spirito, decise di riedificare la città, e la ricostruì simile a Roma. Venne a Firenze da Roma un giovane nobile di nome Eliseo, della famiglia dei Frangiapani, datore delle leggi e partitore di strade e abitazioni. Lasciò una numerosa discendenza, tanto che abbandonarono il loro cognome originale, per prenderlo dal nome di Eliseo, e si chiamarono Elisei.
La famiglia Alighieri
Da questa stirpe nacque anche un cavaliere di nome Cacciaguida, a cui venne data in sposa una donzella degli Aldighieri di Ferrara, con la quale ebbe diversi figli. La madre chiamò uno di loro Aldighieri, togliendo poi la “d”, rimanendo “Alighieri”. Il valore di quest’uomo fu così grande che da quello in poi fu abbandonato il cognome Elisei e si tenne Alighieri. Sotto Federico II nacque Alighiero, la cui moglie gravida vede in sogno, pochi giorni prima del parto, il frutto del suo ventre. Nel sonno è sotto ad un altissimo alloro vicino ad una fonte, e qui partorisce un figlio. Il piccolo si nutre delle bacche dell’albero e diventa un pastore, e poi, sforzandosi di raggiungere le fronde dell’albero, cade. E nell’alzarsi non è più un uomo, ma un pavone. Il figlio che partorisce pochi giorni dopo viene chiamato Dante (= colui che da) nome che si rivelerà vero (darà la Divina Commedia).
Gli studi di Dante
L’Impero è in quel periodo vacante per la morte di Federigo II nel 1250, e il papa è Urbano IV (in realtà Clemente IV). Dante impiegò la sua puerizia a dedicarsi allo studio delle liberali arti (trivio: grammatica, retorica e dialettica, e quadrivio: aritmetica, geometria, musica, astronomia). Crescendo non si da poi ai “lucrativi studi” (=legge e medicina), ma alle fizioni poetiche. Studia Virgilio, Orazio, Ovidio, Stazio ecc, la filosofia sotto diversi maestri, capendo che le opere poetiche non sono favole ma contengono verità storiche e filosofiche. Studia anche teologia e varie scienze in varie età.
Va prima a Bologna, poi a Parigi (viaggi non del tutto certi), dove da prova del suo ingegno, tanto da essere chiamato “teologo”, “poeta”, “filosofo”.
La storia d'amore con Beatrice
In maggio era consuetudine a Firenze festeggiare in compagnie: il primo di maggio il padre di Dante con Dante di non ancora nove anni, va a festeggiare a casa di Folco Portinari (ipotetico padre di Beatrice, Bice). E a questa festa Dante vede per la prima volta Beatrice detta Bice, di circa otto anni, e se ne innamora. E con l’età cresce anche il suo amore, tanto da andare laddove credeva di vederla. Quali sono stati i suoi sospiri, le lacrime e il dolore per questo amore, lui stesso lo dirà nella Vita Nova.
Come scrive lui e dice chi fu a conoscenza del suo amore, questo fu sempre onestissimo e non apparve mai un segno di libidinoso appetito da nessuno dei due. Di certo questo amore impedì gli studi (speculativi e filosofici) non poco, anche se secondo alcuni contribuì ad aumentare il suo ingegno, scrivendo in volgare fiorentino e in rima della donna amata.
Era quasi alla fine del suo 24simo anno, e Beatrice muore. Tanto è il dolore di Dante che tutti credono che sarebbe morto: giorno e notte piangeva e sospirava. Coi mesi però il dolore diminuisce, e Dante comincia a ricordarsi della morte di Beatrice senza più piangere. Ma dopo mesi e mesi di lacrime, è tutto trasformato: magro, barbuto. Pian piano ascolta le consolazioni dei suoi parenti, che prima a nulla erano valse. E vedendo che queste consolazioni lo portavano anche in allegria, decidono di fargli prendere moglie, e viene sposato. (In realtà il matrimonio con Gemma Donati era stato già deciso nel 1277, quando Dante aveva 12 anni).
Matrimonio e vita coniugale
Chi sarebbe quello che crede di rinfrescarsi nelle cuocenti sabbie della Libia, o di riscaldarsi nei monti della Tracia? Chi sarebbe quel medico che curerebbe la febbre col fuoco o il freddo delle ossa col ghiaccio? Solo colui che crede di mitigare le tribolazioni amorose prendendo moglie. Chi per tirarmi fuori da un pensiero noioso mi metterà in mille altre noie, e chi per tirarmi fuori dal male, mi farà desiderare di tornare in quello da cui mi ha tratto. E c’è chi per liberarsi dalle pene amorose si sposa o viene sposato da altri.
E così i parenti di Dante gli diedero moglie perché cessasse il suo dolore per Beatrice. Essendo uno studioso, parla spesso e passa del tempo con filosofi, poeti ecc, ma solo quanto piace alla moglie. Dopodiché deve ascoltare i ragionamenti femminili, e a quelli acconsentire. Ora deve sempre rendere conto alla moglie anche di un solo sospiro, mentre prima era abituato a ridere, piangere ecc liberamente. Inoltre se è felice la moglie pensa sia innamorato di un’altra, mentre se è triste pensa ce l’abbia con lei.
Chi si illude che la gente non giudichi l’avvenenza della moglie? Se è bella, può avere tanti amatori, mentre se è brutta vediamo le altre più belle e pensiamo ai loro mariti che se le devono tenere per sempre. Le donne vogliono inoltre tenere nella casa anche il minimo servo, perché dicono che la loro sorte è simile a quella di un servo. Perché allora, come i servi, quando si comportano male non vengono cacciate come loro?
Se le cose dette prima sono vere, immaginiamo quanti dolori nascondano le mura di una casa, mentre da chi sta fuori sono reputati diletti. Non dico che tali cose sono successe anche Dante, ma si sa che dopo che partì da lei, non volle più tornare dov’era lei né vederla, nonostante i 4 figli: Giovanni, Iacopo, Pietro e Antonia. Con questo non voglio dire agli uomini che non devono prendere moglie, anzi, li lodo molto. Ma i filosofanti che lascino pure lo sposarsi agli altri e loro continuino con la filosofica, moglie migliore di qualsiasi altra.
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