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Letteratura italiana negli ultimi decenni del 1200

Negli ultimi decenni del 1200, sconfitti i Ghibellini, si salda nel comune di Firenze l’alleanza fra la grossa borghesia mercantile e i resti della nobiltà. Renovatio volgare–terriera sotto il dominio dei Guelfi; essi assumono il dominio della città e pensano all’espansione territoriale. Tuttavia lo sviluppo non avvenne senza crisi e lacerazioni: la complessa composizione sociale del popolo fiorentino, la persistenza di rivalità familiari e il contrasto all’interno della parte guelfa portarono ad una serie di disordini. La lacerazione politica rischiò di compromettere la costituzione repubblicana di Firenze e Dante segnalerà il fenomeno accusando la presenza in tutte le città d’Italia di “tiranni”.

La rinascita culturale del 1300

Nel 1300 i momenti più innovatori furono la rivalutazione della poesia e il rinnovato interesse per gli auctores (gli scrittori antichi); questo processo, favorito dalla maggiore circolazione dei testi antichi, si spiega principalmente con l’opera di tre personalità di origine e formazione toscana: Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio. Grazie a loro, la rivalutazione della poesia e degli auctores si accompagnò con il processo di impiego della lingua volgare, e in particolare il volgare toscano assunse un ruolo di preminenza sugli altri volgari dell’area italica.

La nascita del Dolce Stil Novo

Dispersa la scuola siciliana, si sviluppò da una parte, in ambiente religioso, la lirica della lauda, dall’altra, in ambiente borghese, la lirica d’amore. La lauda verrà coltivata fino al 1400, mentre il sonetto e la canzone si collocano al centro di un’esperienza decisiva nella storia della nostra cultura. Nel 1280 fra Bologna e Firenze si verificò nel genere lirico una svolta, destinata non solo a caratterizzare un nuovo corso della poesia, ma anche a diventare un punto di riferimento nella storia della letteratura italiana. Nasceva il dolce stil nuovo; i protagonisti di questa svolta appartengono al ceto intellettuale, come Guido Guinizzelli e Dante Alighieri. Quel che distingue la nuova generazione di poeti dalle precedenti è una sensibilità diversa, aristocratica e raffinata, nella ricerca di un linguaggio poetico. Il bolognese Guido Guinizzelli è designato da Dante come il precursore di questa scuola. La sua canzone assunta a manifesto della nuova poesia “Al cor gentile rempaira sempre Amore”, utilizzava un tema già conosciuto, quello della nobiltà come virtù non dipendente dalla stirpe e dalla ricchezza, ma dalla qualità individuale, e un tema consueto nella lirica d’amore, cioè il rapporto tra la gentilezza d’animo e la capacità di amare. Attribuiva inoltre alla donna, in virtù della sua bellezza, un pregio divino.

Il sodalizio poetico e le premesse della poesia aulica

La poetica dello stilnovo assume una sua identità per opera della meditazione teoria di Dante, il quale nella Vita nuova riflette sulla conquista del nuovo stile, mentre nel De vulgari eloquentia spiega i caratteri contenutistici e formali della lirica. C’è in Guinizzelli e nei suoi seguaci toscani un’elaborazione che mira ad escludere il volgo dei comuni lettori, per rivolgersi a chi è capace di penetrare il senso profondo delle parole e l’estrema finitezza dell’arte. La poesia diventa comunicazione tra gente eletta, che si raccoglie in un’ideale sodalità, un’élite culturale. Essi colloquiano tra loro e presuppongono un pubblico di fedeli e di intenditori educati al nuovo gusto. Nel nuovo stile si operò una profonda e definitiva trasformazione del codice cortese che, divenuto una serie di norme convenzionali, fu trasferito sul piano della vita e dei rapporti spirituali. La riflessione e l’approfondimento del fenomeno amoroso è esaminato nelle sue cause e nei suoi effetti con precisione scientifica. Interessa l’aspetto psicologico della vicenda amorosa, e l’interesse oscilla dal piano naturalistico, ossia dall’osservazione del fenomeno con i suoi segni visibili, al piano spirituale, cioè alla considerazione degli effetti morali che l’amore produce. La figura della donna assume i connotati di un essere sovrannaturale (donna angelicata) e i suoi occhi esercitano e manifestano questa virtù.

I primi grandi classici della tradizione volgare

Questa trasformazione però non fa parlare di una nuova dottrina d’amore: gli argomenti non si allontanano dalla tradizione e anche i temi nuovi (donna angelicata e amore spirituale) sono contenuti nella tradizione, specialmente provenzale, anche se ora appaiono in una luce più netta. La novità più significativa risiede nello stretto collegamento fra poeti che si sentono eletti e che costituiscono un gruppo omogeneo, malgrado le diversità. Si afferma insomma un ceto che assume il ruolo di forza trainante del processo culturale. I tre grandi letterati del secolo, nonostante la diversa personalità che li distingue, si formano sulla tradizione della letteratura volgare di Francia e Provenza, creando tre opere fondamentali nella storia della letteratura italiana. Alla formazione di Dante Alighieri contribuirono i diversi fermenti politici e culturali che avevano caratterizzato l’ambiente fiorentino. Favorito dall’incrocio, nel territorio fiorentino, di esperienze culturali, e sollecitato dal precipitare degli eventi politici, egli diede vita alla Commedia, che dava una risposta alla crisi che travaglia la società e le istituzioni del tempo. Concepito come un itinerario mistico, il viaggio nell’aldilà della Commedia era collocato in una dimensione storica precisa, nella primavera del 1300. Il poeta è rappresentato come il discepolo pieno di errori, che le guide principali, Virgilio e Beatrice, correggono fino a renderlo degno dell’ultima ascesa, la visione divina.

La stessa figura del viandante diviene una figura simbolica. Il personaggio di Dante è simbolo dell’uomo che, smarrito in una selva, impedito dalle tre fiere che rappresentano i mali interni, morali, e i mali esterni, sociali, sul cammino della salvezza, ritrova poi quel cammino mediante l’aiuto delle guide che Dio stesso ha disposto per sostenere la vita umana. Il viaggio rappresenta una meditazione sui peccati e le pene destinati ai colpevoli ed ai purificandi, e sulle gioie promesse ai beati.

Dante viene scortato da Virgilio attraverso il regno infernale e la montagna del Purgatorio, fino al limitare del Paradiso terrestre, collocato sulla cima, dove Beatrice sostituisce il poeta latino per poi condurre il discepolo attraverso i cieli. Infine è San Bernardo, riformatore dell’ordine cistercense, a preparare il pellegrino all’ultimo atto della visione beatifica. Il rapporto tra il viandante e le sue guide riproduce la struttura dell’insegnamento scolastico dell’epoca, dove il maestro guida alla lettura, alle esperienze ed è risolutore dei dubbi del discepolo. Virgilio è simbolo della scienza umana, Beatrice è simbolo della scienza divina, dell’amore e dell’ascesi è maestro san Bernardo. Il poeta si fa maestro del mondo e illustra al lettore il senso del suo viaggio: di qui l’aspetto didattico del poema. Il processo da Virgilio a san Bernardo è un’ascesa dall’umano al divino: tale gerarchia di valori pone sul grado supremo non la ragione, né la fede, ma l’atto mistico. Il carattere originale del linguaggio dantesco risiede nella ricchezza evocativa del lessico, nella varietà di registri e di livelli, nell’uso similitudini e metafore.

Francesco Petrarca e il nuovo stile della lirica toscana

Il nuovo stile della lirica toscana si evolveva, per opera di Francesco Petrarca, nel Canzoniere. Petrarca abbandona il tema della donna come immagine sensibile della divinità, come tramite di elevamento dalla terra al cielo, e pone in primo piano il dramma del poeta che rimpiange l’errore della sua vita. Le liriche della raccolta, cariche di sensi religiosi, favoriranno lo sviluppo di un filone di rime sacre cui si dà il nome di petrarchismo. Il contributo decisivo dato da Petrarca riguarda la rinascita della cultura latina: per opera sua il latino si trasformava attraverso il recupero della poesia antica. Questa trasformazione tendeva ad esaltare le arti sermocinali, quelle che privilegiano il sermo, il discorso, la parola, di cui la poesia è l’espressione più alta. C’è quindi una rivalutazione degli autori antichi e del loro linguaggio. Nel corso del 1300 l’incremento degli studi classici si registra anzitutto nel Veneto, mentre nell’Italia meridionale si diffonde un nuovo interesse per la cultura letteraria.

Giovanni Boccaccio e la narrativa fiorentina

Firenze non vanta un primato sul piano degli studi classici, ma negli ultimi decenni la generazione dei discepoli di Petrarca avvia proprio nel centro toscano quella trasformazione della cultura dalla quale si sviluppa l’Umanesimo italiano. Ad opera di Giovanni Boccaccio la lingua fiorentina trovò un genere nuovo nel quale cimentarsi: la narrativa sperimentata nei romanzi giovanili fino alla raccolta di novelle della maturità, il Decameron. Boccaccio costruiva con il Decameron un’opera analoga ai capolavori di Dante e Petrarca, non solo per l’ampiezza e l’organicità (cento novelle), ma anche per l’originalità dello stile. Lo stile narrativo diventa l’oggetto più caro della sua arte. Dante, sollevandosi dal mondo dei peccatori a quello dei santi, aveva inteso sollevare il tono, la lingua della sua arte, per rivolgersi ad un pubblico più ristretto di intenditori. Boccaccio considera tutte, fin le più sconce esperienze, degne di quell’elaborazione formale; anzi, quelle scelte di carattere immorale danno la misura della spregiudicatezza del narratore, per il fatto di rientrare in un mondo che ha come comune denominatore il diletto, la liberazione dell’animo dalla noia dell’esistenza, dai legami della tradizione; l’eroe di questa liberazione diventa appunto il letterato, colui che con l’arte della parola sottopone al suo dominio quel che sembra per tradizione sfuggirli. La gaiezza spensierata del novellare era assunta come immagine della espressività umana, come il nuovo metodo di comunicare fra gli uomini, di educare e di formare.

Renovatio classica e l'Umanesimo

Nel corso del 1300 il centro della vita politica ed economica si consolidò nella città; tale processo di accentramento si operava attraverso lo sfaldarsi delle strutture comunali e il rafforzamento del gruppo dirigente. Le arti e le lettere furono adattate alle esigenze della nuova città-stato. Questo fenomeno assume aspetti diversi ma, si diffonde nei centri italiani, in virtù della riscoperta dell’antico, un modello culturale comune. Ne sono promotori gli intellettuali della generazione successiva a quella di Petrarca e Boccaccio, gli umanisti, che fondano la loro formazione non sui testi sacri, ma sui testi dei poeti, degli storici e degli oratori antichi, le cosiddette humanae litterae. L’epoca della cultura umanistica (il 1400) è quella attraverso la quale la letteratura in latino riconquista il primato su quella volgare. Essa si va radicando nella realtà politico-sociale degli stati regionali, creando una nuova unità, frutto degli scambi culturali istituitisi per tutto il secolo.

I centri della cultura umanistica

A Milano si rafforza la signoria dei Visconti, che amplia i confini territoriali spingendosi verso Venezia e Firenze. La corte milanese, presso la quale aveva soggiornato Petrarca, si arricchì di uomini dediti allo studio dei classici. Il centro universitario di Padova, incluso nel territorio veneziano, diventava il fondamento di uno sviluppo culturale che avrebbe fatto di Venezia alla fine del 1400 uno dei più importanti centri della cultura rinascimentale. La Repubblica di Firenze riconfermò le sue strutture repubblicane, ma racchiudendo il potere nelle mani di un gruppo di famiglie dell’aristocrazia mercantile. La lotta fra le famiglie fece scivolare l’organizzazione repubblicana verso la signoria della famiglia dei Medici. Lo Stato della Chiesa continuava a raccogliere nella Curia i letterati più illustri, impiegati soprattutto come abbreviatori, cioè incaricati di redigere le epistole, mentre in altre città del dominio papale prosperavano scuole di grammatica e retorica. Il Regno di Napoli fu travagliato da difficoltà dinastiche e da una crisi politica, che favorì poco lo sviluppo della nuova cultura.

Il lavoro degli umanisti

Gli umanisti si indirizzano ad un lavoro che li vede integrati nella struttura dello stato: sono cancellieri al servizio di signorie o repubbliche, insegnanti negli studi pubblici o nelle scuole private. L’opera di questi intellettuali fu principalmente diretta a dare stabilità al nuovo ordine politico-sociale. La retorica, intesa come arte della comunicazione e della persuasione, assume un’importanza fondamentale nella formazione dell’uomo, perché lo addestra alla lotta e lo mette in grado di dominare la società. C’è una profonda trasformazione della cultura, che diventa sempre più classicistica, convinta della superiorità degli antichi: i moderni dovrebbero imitare quel momento felice di perfezione, rimanendone però sempre inferiori. L’umanista ha così il compito di mediatore fra l’antica sapienza serbata nei testi classici e l’uomo moderno, al quale è necessaria l’esperienza dei secoli e l’esempio dei grandi del passato per costruire la fortuna attuale. Questo accomuna gli umanisti, anche se appartenenti a città diverse; anzi è tipico di un umanista sentirsi cittadino di una patria più grande e passare da un centro all’altro per prestare i propri servigi. Una pratica che favorirà anche la diffusione e l’interscambio delle esperienze culturali.

La funzione civile delle humanae litterae: storiografia e oratoria

Il segno più tipico del compito assegnato alle lettere nell’età dell’Umanesimo è lo sviluppo del genere storiografico: tornano in auge Sallustio, Cesare, Tacito. Il loro modello agisce non solo sul modo di impostare la narrazione storiografica, che diviene attenta alle lotte politiche, ai comportamenti umani, ma anche sullo stile, che cerca di conformarsi ai modelli antichi. La cronaca, che registrava gli avvenimenti in base alla loro risonanza, alla curiosità che essi suscitavano, attribuendoli al caso e alla virtù degli uomini o alla provvidenza divina, cede il posto ad una storiografia che cerca di scernere i fatti importanti, di collegarli e interpretarli come opera dell’uomo. Non manca il riferimento alla divinità o il giudizio morale, ma prevale la considerazione dell’uomo politico inserito in un corso di eventi dominato dalla fortuna, grazie alla quale si attua il processo storico. Questo è visto come un’alterna vicenda di sviluppo e di decadenza. La storia diventa una raccolta di esempi significativi, di argomenti di riflessione sulla vita dell’uomo. La storiografia si presta a divenire uno strumento ideologico, diretto a precise finalità politiche. Mediante la ricostruzione del passato, si sostiene l’azione storica del presente. Sorgono così le storie delle città o quelle dedicate ad illustri personaggi che hanno contribuito alla fortuna di una casa signorile. E tuttavia si afferma nella storiografia umanistica l’esigenza di un’accurata verifica dei fatti, attraverso la discussione e la valutazione delle fonti. Un primato nel genere della storiografia umanistica va attribuito a Firenze.

La funzione critica della filologia

Lo studio dei classici e le opere antiche ebbero notevoli effetti sull’atteggiamento degli umanisti. Fece sviluppare un metodo critico fondato sul rifiuto delle autorità, sulla ricerca di sicure testimonianze e sulla cura dei testi. La scienza che si assunse il compito di recuperare la lezione delle testimonianze scritte è la filologia. L’atteggiamento filologico promuove la polemica contro i secoli recenti che avrebbero deformato l’immagine dell’antichità. Nella polemica era spesso coinvolta la tradizione ecclesiastica con la sua chiusura culturale, tanto che gli umanisti furono spesso accusati di paganesimo o condannati per la loro spregiudicatezza. Questo però contribuì allo svecchiamento della cultura e costituì il presupposto del rinnovamento filosofico italiano. Il movimento delle idee si espresse nelle forme del dialogo, che predilige lo scontro o la varietà delle opinioni. Il più grande tra i filologi umanisti è Lorenzo Valla, la cui opera vuole estirpare i pregiudizi della cultura tradizionale. Il suo impegno è soprattutto legato ai 7 libri delle “Eleganze della lingua latina”, in cui egli elogiava la grandezza romana divenuta eterna grazie alla sua lingua sopravissuta alla catastrofe. Frutto del rinnovato studio del latino fu il ciceronianismo, consistente nella considerazione del modello ciceroniano come il migliore esempio della lingua latina. La lingua oratoria di Cicerone era considerata come il modello cui attenersi per recuperare il linguaggio colto dei latini, dal quale si distingueva la lingua volgare riservata agli usi minori.

La funzione educativa e scientifica delle humanae litterae

La collocazione dell’uomo nel tessuto cittadino sollecita l’interesse per il mondo che lo circonda; si afferma la distinzione tra il destino celeste e quello terreno: non è un rifiuto della teologia, ma la scoperta di una dimensione umana che ha la sua autonomia. L’educazione medievale era finalizzata alla preparazione del chierico, mentre ora prevale un processo formativo che si richiama all’ideale di uomo che possiede gli strumenti della conoscenza e si prende cura del corpo come sostegno dell’attività dello spirito. Si esaltano la natura terrena e le facoltà di cui l’uomo è dotato, la sua umanità, segno di superiorità sulla natura e sugli altri animali. C’è la rivalutazione dei piaceri del corpo, e l’ideale equilibrio fra lo sviluppo delle doti del corpo e delle doti dell’animo è il tema ricorrente dell’educazione umanistica. Un progetto di educazione, destinato a produrre grandi conseguenze non solo nell’ambito letterario ma anche in quello dell’arte e della scienza, contiene l’opera di Leon Battista.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roberta.morelli.98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Girardi Raffaele.
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