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Dal realismo alla retorica dell'immagine: Martini e Oriani

La disfatta di Adua e la figura di Ferdinando Martini

In seguito alla disfatta di Adua nel 1896 terminò il conflitto con l’Abissinia, mettendo fine al sogno coloniale italiano, che la nazione da poco unificata aveva creduto di realizzare già 7 anni prima. Infatti, salito al trono imperiale etiopico Menelik II, che era in stretti rapporti di amicizia con l’Italia, nel maggio 1889 si stabilì il protettorato italiano sull’Abissinia con il trattato di Uccialli. Con la sconfitta di Adua e la fine di questa amicizia, all’Italia restavano soltanto gli insediamenti nella Somalia meridionale e il protettorato sull'Eritrea.

Nel 1891, l'Italia coloniale viveva ancora una fase di ottimismo, così venne inviata nel continente una missione del parlamento italiano con lo scopo di esaminare il contegno dei funzionari e proporre criteri per un nuovo ordinamento e una politica coloniale più organica. Tra i membri di questa missione c’era anche Ferdinando Martini. Sin da giovane Martini aveva mostrato una predisposizione per la letteratura, ma la grande svolta si ebbe con il suo ingresso nella vita politica come deputato dei liberali di sinistra. Dopo essersi trasferito a Roma, si appassionò al giornalismo, così il suo impegno politico trovò la sua naturale espressione nell'attività giornalistica.

La prudente osservazione del mondo coloniale

Letterato, politico e giornalista, Martini assunse inizialmente una posizione assai cauta, priva di entusiasmo e avversa alle imprese coloniali in Africa. Nel 1887, nonostante la Camera avesse sollecitato il richiamo della spedizione dall'Eritrea, la presenza italiana fu mantenuta e rafforzata e Martini, entrato nella commissione parlamentare d'inchiesta sulle colonie, fu inviato in Africa, convertendosi a un pacato e prudente colonialismo. Ritornato dopo qualche mese nel suo paese natio, adoperò appunti presi durante il viaggio in Eritrea e scrisse "Nell’Africa italiana. Sensazioni e ricordi".

In quest’opera, Martini esprime il suo appoggio alla politica coloniale ed invita a studiare a fondo le reali condizioni e le possibilità economiche della colonia prima di optare per una scelta piuttosto che per un'altra; poiché solo un’indagine concreta sul campo può suggerire l’atteggiamento da assumere. L'opera potrebbe sembrare un diario di viaggio, ma in realtà le pagine che seguono l’itinerario della spedizione sin dalla partenza, descrivono gli aspetti di una realtà su cui realizzare l’intervento coloniale italiano.

Nonostante ciò, da letterato e giornalista, Martini non trascura le cerimonie religiose, le danze indigene e proprio nel brano finale del libro, si abbandona ad una malinconica invocazione in cui emerge il tema del mal d’Africa, cioè il rammarico di lasciare il continente e il desiderio di farvi presto ritorno. Il testo si conclude poi con l'immagine dell'Africa vista come un mondo puro e incontaminato che si contrappone alle corrotte metropoli occidentali. La sua opera si basa su un'osservazione attenta, concreta ed estranea a qualsiasi tipo di suggestione, infatti, nella prefazione, l'autore osserva che i magnifici tramonti del luogo non bastano a compensare la realtà deludente della colonia, la miseria e la condizione disperata delle popolazioni ridotte alla fame a causa della guerra.

La percezione della tragedia africana

Il realismo e l'esigenza di una conoscenza concreta, precisa e diretta del mondo africano, permettono a Martini di analizzare le ragioni del disastro di Adua, che apre un dibattito che per anni aveva animato la politica nazionale: se proseguire o meno la conquista coloniale. Così, nel 1896, Martini pubblica "Cose affricane. Da Sahati ad Abba Carima", che raccoglie le considerazioni al mutare del clima coloniale. Iniziando dalla sconfitta di Dogali del 1887 per giungere alla recente disfatta di Adua, Martini analizza le ragioni della sconfitta e descrive non soltanto l'impreparazione italiana nell’impresa coloniale, ma anche la superficialità e la scarsa coscienza del problema africano, nonché l'approssimazione con cui veniva percepito il paese che si voleva conquistare.

Le pagine che Martini dedica alle reazioni della Camera alle voci di movimenti delle truppe nemiche in terra d'Africa, sono scritte sotto forma di una semplice cronaca parlamentare. Il governo italiano chiedeva di sapere se davvero le soldatesche abissine si preparassero ad assaltare i territori occupati dagli italiani; ma il Ministro rispondeva che la cosa non doveva destare alcuna preoccupazione. In questo modo, Martini mostrava le scarse nozioni che gli italiani possedevano dell'Africa: il generale era forse Ras Alula e i “4 predoni” cui si faceva riferimento, erano forse il suo esercito; si parlava inoltre della marcia degli abissini verso Cassala, uno degli episodi della secolare contesa etiopica tra cristiani e musulmani.

Oltre a ciò, gli italiani avevano anche una scarsa conoscenza del loro nemico, quindi, per cogliere la realtà dell'avversario da combattere, l'autore dedica alcune pagine alla descrizione di Menelik, evitando però di incorrere in un'atmosfera suggestiva e leggendaria. Così, adopera come fonti gli scritti di un cardinale e di due esploratori, che avevano vissuto per lunghi anni alla corte di Menelik, con lo scopo di correggere il giudizio di comodo diffuso in Italia secondo cui si trattava di un sovrano mite e pacifico, amico degli italiani.

In questo modo, Martini smaschera il tentativo ipocrita di far apparire la conquista coloniale come presunta missione di civiltà; dunque, anche il tema del mal d’Africa è collegato alla consapevolezza che la conquista coloniale provoca inevitabilmente la distruzione della civiltà degli abissini, che non sono tribù primitive ma un popolo con una profonda identità culturale. Per Martini, quindi, l’espansione coloniale deve avvenire con la consapevolezza di un'incompatibilità culturale tra italiani e africani, che smentisce ogni pretesto di civilizzazione.

Oriani: Il colonialismo e la storia universale

L’esperienza della sconfitta ispira anche la riflessione sull’Africa di un altro autore, Alfredo Oriani. Il saggio che l'autore dedica agli sforzi coloniali dell'Italia si intitola "Fino a Dogali", pubblicato nel 1889. La visione dell’Africa di Martini e quella di Oriani sono diverse ma costituiscono due componenti essenziali dell’atteggiamento culturale coltivato dal fascismo in merito alla conquista coloniale. Negli anni '30, infatti, il regime aveva promosso una campagna di orientamento, diretta a spingere gli scrittori coloniali a narrare la realtà vissuta in Africa, allontanandoli dall’esotismo.

Il compito della letteratura coloniale doveva essere essenzialmente informativo e di utilizzare uno stile semplice ed accessibile a un vasto pubblico. Quindi, il cauto realismo di Martini doveva essere inserito in una cornice seducente e a questo si prestava l’opera di Oriani, un intellettuale solitario e diffidente, la cui posizione è quella del consigliere distante, che esorta e ammonisce da lontano. Dall’atteggiamento antipositivista, Oriani traeva una visione della storia come realizzazione di un macrodisegno e secondo cui il motore dello sviluppo storico è costituito dalle vicende della coscienza, più che dalla disponibilità di risorse tecnologiche, dallo sfruttamento della rete commerciale, o dallo sviluppo di un apparato industriale.

Dunque, secondo Oriani, l'interesse economico che alimenta l’impresa coloniale, è un’illusione strumentale, un'astuzia della ragione che permette alla storia di realizzare uno scopo di carattere culturale.

La fatalità del processo di colonizzazione

Proprio ad Oriani si deve la ricostruzione minuziosa delle imprese coloniali dell'Italia, infatti, in "Fino a Dogali", vengono ripresi tutti i momenti della penetrazione italiana in Africa, perché “i fatti sono una chiave indispensabile per la comprensione della storia”. Dunque, il disegno storico consiste in un movimento di progressiva unificazione mondiale, di qui l'impulso all'esplorazione, al commercio e la penetrazione dell'Europa in terre straniere.

Oriani non esalta la vocazione alla conquista che spinge le nazioni più avanzate al predominio e all’autoaffermazione politica, economica e militare; ma appoggia le nuove realtà nazionali che si formano all’interno del processo di colonizzazione. Il processo di unificazione mondiale si realizza attraverso una pluralità di iniziative: l'acquisizione di conoscenze mediante le esplorazioni, la creazione di rapporti economici tramite gli scambi commerciali e la conquista militare. A questo processo partecipano i missionari, gli esploratori, i militari, i mercanti e gli uomini politici.

Protagonista di questo movimento unificatore è appunto l’Europa, cui si devono l’esplorazione, agli inizi dell’era moderna, delle coste africane, dell’America, dell’Asia; in quanto all’Italia, il suo dovere di partecipare a questo movimento di conquista, scaturisce da condizioni particolari. Innanzitutto, l’Italia è stata la prima a esercitare un’effettiva influenza sull’Africa, che si manifesta nell’opera dei missionari e degli esploratori, poiché conoscere il paese non è meno importante che occuparlo. Dunque, l’Italia può rivendicare, nell’opera di colonizzazione, un’antica tradizione, che si manifesta nel costante anelito all’esplorazione e alla ricerca.

Pertanto, la politica coloniale dell’Italia, è un’esigenza sotto un duplice aspetto: è indispensabile tanto per completare l’opera risorgimentale e portare a termine il processo di formazione di una nuova coscienza nazionale, quanto per far riappropriare l’Italia del suo effettivo ruolo tra le nazioni europee.

La retorica dell’immagine

L'unificazione mondiale operata dall'Europa consiste in un processo che elimina l'alterità e accoglie le differenze in quanto componenti di un tessuto culturale, perché bisogna creare nuove entità nazionali formate da popolazioni giunte dall'Europa, portatrice di una civiltà superiore. Ma l'Africa è la “preistoria” contrapposta alla “storia”, quindi, è immutabile ed estranea a ogni processo di trasformazione. L'Africa dunque è altro rispetto alla storia e per questo, nessuna delle sue caratteristiche può essere salvata nell'avanzare della civiltà europea; quindi, concedere all'Africa e alle sue popolazioni il diritto di unirsi in nazioni, sarebbe un grave errore, significherebbe confondere storia e preistoria.

Lo sviluppo storico per Oriani, è alimentato dalle vicende della coscienza umana e dalle sue trasformazioni. Ciò che opera nella storia, quindi, è il modo in cui il fatto viene percepito. Per questo, il discorso di Oriani, si traduce in immagini cariche di valenze simboliche e forti passioni, capaci di coinvolgere la coscienza del pubblico. L’operazione di Oriani, che trasforma un discorso riferito ai fatti meticolosamente riportati, in immagini evocative, trova un esempio nel modo in cui viene trattato lo scontro di Dogali. Secondo Martini, la battaglia segna una sconfitta per le aspirazioni coloniali dell'Italia; nelle pagine di Oriani, invece, il significato dell’episodio si capovolge e la “visione” dei soldati caduti si trasforma in una testimonianza di vittoria. Il primato dell’immagine sul fatto, quindi, riesce a modificarne i significati essenziali. E, di fronte alla carica emotiva dell’immagine, la stessa realtà degli eventi perde ogni valore.

La conquista della terra dei morti e il colonialismo della fratellanza: Corradini e Pascoli

Corradini e “Il Regno”: letteratura e ideologia nazionalista

Enrico Corradini critica il tempo presente privo di valori spirituali e avverte la necessità di rendere la parola uno strumento conforme alle esigenze della politica, per orientare le coscienze verso i compiti della nazione. Per Corradini, quindi, l'attività culturale doveva elaborare temi in sintonia con una precisa visione politica. L'autore, infatti, partecipò in prima persona alla vita politica nazionale, disprezzando coloro che si limitavano a pensare e predicare, senza poi agire.

Corradini attribuisce la sua “conversione” dalla letteratura alla politica al trauma della disfatta di Adua, che mostrava il fallimento della classe dirigente, incapace di governare e valorizzare le energie della nazione. Tuttavia, solo nel 1903, con la fondazione della rivista "Regno", lo scrittore intervenne direttamente nella lotta politica, rivolgendosi a coloro che erano contrari alla politica giolittiana, che non erano favorevoli all'espansionismo italiano e che tentavano di coinvolgere il partito socialista. La rivista, quindi, criticava sia il socialismo, promotore della lotta di classe che la borghesia, incapace di promuovere le potenzialità di una nazione giovane; in tal modo si proponeva come reazione al pensiero positivista.

La rivista, infatti, esponeva in modo chiaro ed essenziale la dottrina nazionalista di Corradini, che riuniva aspetti della concezione evolutiva del darwinismo, con la teoria del superuomo o dell'eroe, inteso come incarnazione dell'intera vita nazionale in un particolare individuo. In questa prospettiva, le mire espansionistiche di una nazione sono concepite come un fenomeno fisiologico, legato alla crescita dell'organismo. Quindi, l'espansione deve essere intesa come esportazione della cultura, del commercio, della forza lavoro: si tratta insomma dell'emigrazione, il fenomeno che dopo l’unità d'Italia, si era sviluppato ancor di più nell'epoca giolittiana e che da sintomo di povertà e arretratezza della nazione, era divenuto una ricchezza da sfruttare. Ma perché ciò avvenisse, era necessario che gli emigranti non fossero sottoposti alle norme di una nazione straniera, ma che potessero operare in una terra propria.

I romanzi dell'emigrazione e della lotta coloniale

La mancanza di coesione e la carenza di ideologie profonde condivise dal gruppo, segnò la fine della rivista, che ebbe breve vita. Due anni dopo Corradini partiva per un lungo viaggio in Brasile e in Argentina come corrispondente del «Corriere della sera» e del «Marzocco». Lì, la visione delle terre di lavoro degli espatriati italiani, favorì la maturazione di una dottrina coloniale strettamente legata al problema dell'emigrazione.

Secondo Corradini, l'Italia ora doveva lanciarsi con le proprie forze in un'opera di conquista capace di dimostrare le sue potenzialità, in grado di svolgere un ruolo da protagonista nella storia mondiale. E le sconfitte subite in terra africana erano esclusivamente dovute all'insufficienza delle classe dirigente che non riusciva a guidare con mano sicura la nazione. Questa prospettiva è ripresa nel racconto "La guerra lontana", dove Corradini esprime 3 idee essenziali: la convinzione dell'esistenza di un compito storico della nazione, la denuncia delle ideologie che ne minano le energie profonde, la decadenza morale del tempo presente che potrebbe essere riscattata da una potente azione di lotta e di conquista.

Il fenomeno dell'emigrazione trova ampio spazio nel romanzo "La patria lontana", dato alle stampe nel 1910. L'emigrazione rappresentava in effetti un problema reale, costituito dalla mancanza di investimenti produttivi che costringeva masse di lavoratori a cercare fuori dei confini una degna sistemazione. Nell'ottica di Corradini, la comprensione del problema non poteva affatto fondarsi sulla semplice analisi di dati economici, ma era necessario cogliere il fenomeno nel suo significato stanco più autentico e profondo.

In questi termini, l'emigrazione costituisce una sorta di emorragia che disperde forze preziose per la patria. Quindi, essa è dispersione della popolazione in tutte le parti del mondo; e si traduce in degenerazione, infatti, la terra che offre lavoro divora i figli degli stranieri e li trasforma, così, gli stessi caratteri originari dell'identità nazionale scompaiono. Pertanto, la riuscita degli emigranti che trovano un lavoro sicuro all'estero, è un fatto negativo, perché il loro successo è una minaccia ai concreti interessi della patria; quindi, il lavoratore che in terra straniera raggiunge il benessere e crea nuovi posti di lavoro per i suoi connazionali, crea un'oggettiva concorrenza all'attività produttiva e commerciale della sua patria di provenienza.

La nazione proletaria e la conquista della terra dei popoli morti

Il problema dell'emigrazione, quindi, è elemento essenziale nell'ideologia nazionalista di Corradini, per cui, la guerra alla Turchia per la conquista di una colonia nell'Africa settentrionale, rappresenta la possibilità per l'Italia di riscattarsi dalla disfatta di Adua e un modo per rilanciare le energie nazionali. Per questo, nel 1911, Corradini fonda «L'idea nazionale», periodico con cui si impegna a mobilitare l'opinione pubblica a favore della guerra di conquista. Tuttavia, le condizioni economiche, sociali e politiche e la stessa tradizione storica dell'Africa orientale su cui si era concentrata la prima azione coloniale italiana, erano assai differenti da quelle dei territori dell'Africa settentrionale, che ci si proponeva ora di conquistare.

La prima caratteristica del territorio libico era la sua prossimità ai confini italiani: la futura colonia si poteva così considerare come un'estensione del territorio nazionale, e perciò un immediato bacino di risorse capace di risolvere naturalmente, per la sua stessa collocazione geografica, i gravi problemi di arretratezza e di povertà del meridione. Inoltre, la vicinanza della Libia alle regioni d'Africa interna, la rendeva un ponte, che avrebbe permesso da un lato un...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Jasminef di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Tomasello Giovanna.
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