Il colonialismo e la storia universale
Oriani
L'esperienza delle due sconfitte (Adua e Dogali) costituisce quindi il nucleo principale su cui si svolge la riflessione coloniale di Marini. Ma la sconfitta è per Martini l'occasione di verifica, il momento in cui è possibile valutare con maggior consapevolezza gli aspetti e i problemi che l'impresa coloniale comporta. La sconfitta impone la concretezza, esige la lucidità di un bilancio e riporta lo sguardo sulle condizioni reali che bisogna prima conoscere e poi soppesare per tracciare piani che risultino davvero utili ed efficaci.
L'esperienza della sconfitta nutre la riflessione sull'Africa anche di un altro autore, Oriani. Dogali è il suo saggio più significativo e viene inserito in una raccolta di scritti (Fino a Dogali) pubblicata nel 1889.
La visione di Martini e di Oriani sull'Africa è completamente diversa, ma l'una e l'altra hanno costituito dei componenti essenziali dell'atteggiamento culturale attentamente coltivato dal fascino nella prospettiva di una solida e duratura conquista coloniale.
Quindi, nel momento culminante della campagna propagandistica svolta dal regime per l'impresa etiopica, veniva ripubblicato Nell’Affrica italiana di Martini. Ma del resto la figura di Martini non poteva apparire adeguata al fervore dell'attività conquistatrice della politica del momento. Negli anni '30, infatti, il regime aveva promosso una vigorosa campagna di orientamento diretta a spingere gli scrittori italiani a raccontare la realtà delle cose viste e vissute in Africa, allontanandoli da quell'esotismo di maniera che denunciava la mancanza di un effettivo impero coloniale.
Il compito della letteratura coloniale doveva essere essenzialmente informativo, cioè doveva prescindere dalle finalità estetizzanti e destinazioni elitarie e utilizzare uno stile capace di rivolgersi al più vasto pubblico nel modo più semplice ed accessibile. L'opera di Marini appariva, in questa luce, esemplare.
Ma la conoscenza e concretezza non bastavano: accanto a questi si poneva l'esigenza di una visione dell'Africa e i rapporti con l'Italia atti a giustificare, in chiave ideologica, l'intera operazione coloniale perseguita dal fascismo, capace di rappresentare l'impresa in maniera spoglia di dubbi. L'indagine fredda, precisa e orientata sui fatti doveva essere inserita in una visione storica ampia, in grado di sfumare la crudezza dei dati in una rete di valori millenari. Insomma, il realismo di Martini doveva essere collocato in una visione ideologica imperiosa e seducente, e a questo poteva prestarsi l'opera di Oriani.
I tratti comuni che hanno Oriani e Martini, oltre all'appartenenza alla stessa generazione di intellettuali impegnata ad affrontare i problemi posti alla formazione del nuovo stato italiano, erano una vocazione letteraria portata a spaziare in più campi: dalla narrativa al teatro, alla rievocazione autobiografica alla saggistica e al giornalismo.
Martini aveva maturato l'esperienza di un politico concretamente inserito nelle istituzioni e nell'amministrazione statale, occupando posizioni e svolgendo, con moderazione, incarichi di rilievo; Oriani, invece, costituiva il tipico esempio di intellettuale solitario, scontroso, geloso della propria autonomia di pensiero e diffidente da ogni compromesso.
Nel 1892 Oriani pubblica, a proprie spese, La lotta politica in Italia, una delle sue opere più importanti. (inoltre egli fu autore di romanzi, poesie, racconti e interventi saggistici e polemici)
Tra il 1923 e il 1933, gli fu attribuito il riconoscimento più esplicito ed ufficiale proprio da Mussolini, il quale pubblicò la sua opera omnia in 30 volumi: i temi, le immagini e le argomentazioni di Oriani dovevano entrare nella costruzione del tessuto ideologico funzionale agli obiettivi politici del regime.
Oriani, dal suo atteggiamento di impronta hegeliana e antipositivista, traeva una visione della storia come realizzazione di un macrodisegno da cui i fenomeni particolari (come la formazione dell'impero romano, la rivoluzione americana, le conquiste coloniali ecc.) assumono il loro significato: la dinamica di questo disegno si realizza, non dalle circostanze materiali, ma da una rete di eventi spirituali, che condizionano i dati di fatto e alimentano i processi socioeconomici. Il motore dello sviluppo storico, per quanto riguarda l'operare umano, è costituito dalle vicende della coscienza, molto più che dalla disponibilità di risorse tecnologiche.
Nell'avanzata delle conquiste coloniali, secondo Oriani, "l'interesse industriale e commerciale" non è che "un'illusione necessaria della storia per produrre il fatto delle colonie", le quali sono un "modo di propagazione civile". Quindi l'immediato ed evidente interesse economico, che sembra alimentare l'impresa, non è altro che un'illusione strumentale che permette alla storia di realizzare lo scopo di carattere culturale.
La fatalità del processo di colonizzazione
A Oriani si deve, quindi, una delle ricostruzioni più lucide, semplici, attente ai dettagli degli inizi delle imprese coloniali della nuova nazione italiana. In Fino a Dogali e poi nella Lotta politica in Italia, tutti i momenti della penetrazione italiana in Africa vengono ripresi e ricostruiti in maniera minuziosa; infatti, la prosa di Oriani è lucida, chiara, semplice e precisa. I "fatti" sono sempre la traccia mediante cui si può ricostruire il disegno generale della storia, per questo devono essere seguiti e riportati in maniera attenta. Essi sono una delle chiavi indispensabili per la comprensione, che si svolge nell'individuazione di fatti "emblematici" colti come momenti di realizzazione di un "irrevocabile destino".
Quindi, dietro a tutto vi è il macrodisegno della storia che supera la volontà dei singoli e segna le linee guida di ogni trasformazione. La sua dinamica consiste in un movimento di progressiva unificazione mondiale, a cui partecipano, collaborando in un apparente conflitto, molti soggetti storici. In questa prospettiva l'impulso imperialistico delle singole nazioni non è che uno strumento di un processo generale che la supera.
Ciò che importa è sostanzialmente la formazione di nuove entità economiche, politiche e culturali derivate dal nucleo più dinamico e fecondo del progresso. È la costituzione di nazioni indipendenti operata da popolazioni di origine europea che rappresenta, per Oriani, il momento estremo dell'avanzamento in terre "arretrate" delle forme più evolute della storia. Il processo di unificazione mondiale si realizza attraverso una serie di iniziative: l’acquisizione di conoscenze tramite l’esplorazione, l’istituzione di rapporti economici operata dagli scambi commerciali, il coinvolgimento politico, la conquista militare. A questo processo partecipano quindi, più o meno consapevolmente, i missionari come esploratori, i militari in quanto mercanti e gli uomini politici.
L’Europa è protagonista di questo movimento unificatore: a lei si devono l’esplorazione delle coste africane, dell’America, dell’Asia. L’Africa si propone come primo e privilegiato oggetto dell’iniziativa europea. Poi essa è stata terreno di continue esplorazioni, dell’insediamento nelle sue coste e di una costante attività di colonizzazione.
In quanto all’Italia, la sua conquista dell’unità è stata una premessa essenziale per restituire il suo carattere di soggetto e agente storico. Una politica di conquista coloniale è necessaria per una maturazione della coscienza nazionale. E quindi solo partecipando all’opera “unificatrice”, che costituisce il massimo compito storico delle nazioni europee, l’Italia potrà diventare nazione in pieno diritto.
In altre parole, la politica coloniale dell’Italia è un’esigenza sotto un doppio aspetto: è indispensabile tanto per completare l’opera risorgimentale e portare a termine il processo di formazione di una nuova coscienza nazionale, quanto per insediare realmente l’Italia nel suo effettivo ruolo tra le altre nazioni europee, rivendicando non tanto la sua presenza a una spartizione di potere e ricchezza, quanto la sua specifica funzione all’interno della superiore azione storia condotta dall’Europa.
La retorica dell'immagine
L’azione di “unificazione mondiale” operata dall’Europa consiste in un processo che elimina la diversità e accoglie differenze solo in quanto componenti di un comune tessuto sociale. Se dalla conquista coloniale devono nascere nuove entità nazionali, dotate di indipendenza, queste devono essere formate da popolazioni giunte dall’Europa, portatrici di una superiore civiltà.
Ora l’Africa ha una caratteristica propria, sostanziale che ne sancisce l’essenziale differenza rispetto all’iniziativa di infiltrazione promossa dall’Europa: è infatti la “preistoria” contrapposta alla “storia”, di per sé immutabile, immobile ed estranea a ogni processo di trasformazione e di sviluppo. All’interno delle sue coste, pervasa da una civiltà sempre portata dall’esterno, resiste un nucleo essenziale e primitivo.
L’Africa è quindi “altro” rispetto alla storia. Così, contribuire dall’Africa e alle sue popolazioni il diritto di costituirsi in nazioni, sarebbe un grave errore in quanto significherebbe “confondere storia e preistoria”.
Questi temi sviluppati da Oriani dovevano perseguire nella costruzione di una visione dell’Africa attiva all’opinione pubblica italiana negli anni successivi.
Nella prospettiva di Oriani il senso della storia si coglie, come si è detto prima, nella realizzazione di un processo generale che dirige l’attività umana. Questo disegno porta ai fatti il loro autentico e profondo valore e può essere colto e spiegato attraverso argomentazioni ed analisi lucide e puntuali.
Il motore dello sviluppo storico, secondo Oriani, è sostanzialmente alimentato dalle vicende della coscienza umana e dalle sue trasformazioni. Ciò che esercita nella storia, quindi, non è un fatto o un avvenimento con le sue conseguenze pratiche, ma è il modo in cui il fatto viene percepito: infatti la percezione tanto più sarà adeguata, efficace e feconda quanto più riuscirà ad agire sulla coscienza, investirà e trasformerà l’animo.
La percezione storica si risolve in un universo di visioni portate all’evocazione suggestiva, al rinvio di valori millenari che attraversano i tempi. Sono immagini che sfuggono ed esprimono tutta la loro validità nella forza di suggestione con cui agiscono sulle coscienze. L’operazione condotta da Oriani, che trasforma l’apparenza di un discorso argomentato puntualmente riferito ai fatti, trova un esempio nel modo in cui viene trattato lo scontro di Dogali che segna indubbiamente una sconfitta per le aspirazioni coloniali della nuova Italia. Nell’ottica di Martini avrebbe dovuto condurre a una profonda riflessione, a un’attenta valutazione delle sue conseguenze pratiche; ma per Oriani il significato dell’episodio si capovolge: la “visione” dei soldati caduti si trasforma in una testimonianza di vittoria.
Quindi il primato dell’immagine sul fatto riesce a modificarne i caratteri essenziali. E di fronte all’intensità emotiva dell’immagine, che è la sola capace di rendere l’effettivo senso della storia, la stessa verità accettabile degli eventi perde ogni valore. Inoltre è nell’immagine poetica che si deposita il significato ultimo della realtà, e su questa strada doveva proseguire buona parte della letteratura impegnata, in modo da costruire, nell’immaginario italiano, la visione delle imprese coloniali in Africa.
La conquista della terra dei morti e il colonialismo della fratellanza
Corradini e "Il Regno": la letteratura e ideologia nazionalista
Mentre Martini si muove da un discorso intenzionalmente spoglio di suggestioni letterarie, diretto a stimolare riflessione che dovrebbero essere suggerite dal condizioni reali dei fenomeni osservati e tenta di offrire una descrizione, se non scientifica, per lo meno oggettiva e non viziata dai concetti o dalle preferenze dell’autore, e Oriani scorge immancabilmente negli eventi la proiezione di un processo storico generale, che stabilisce e determina i destini dell’umanità e allo stesso tempo non esclude l’attenzione per le vicende politiche, economiche e militari (che anzi vengono descritte con un’estrema precisione e cura nei dettagli), Corradini mette in atto un processo simile, che ancor più di Oriani, esercita una critica all’inerzia del tempo presente manifestato dalla mancanza di valori spirituali in cui si avverte la necessità della parola come strumento delle esigenze dell’impegno politico.
Per Corradini l’attività culturale doveva non solo elaborare i propri temi e definire le proprie impostazioni stilistiche seguendo una precisa visione politica, ma doveva accompagnarsi all’azione concreta, direttamente impegnata a realizzare i valori che ispiravano la pagina scritta. Corradini, al contrario di Oriani, tendeva a partecipare alla vita politica e disprezzava i pensatori e i predicatori che si limitavano a pensare e predicare.
Egli passò dalla letteratura alla politica in seguito al trauma della disfatta di Adua, e fu anche giornalista e autore teatrale. Era interessato alle opere dei più importanti rappresentanti dell’opposizione naturalista al positivismo e la sua “conversione” alla politica era un inizio di un lungo processo che si sarebbe sviluppato negli anni successivi attraverso una crescente tensione verso l’impegno diretto destinato a proiettarsi in un’attività di organizzatore e agitatore.
Nel 1896 (proprio nell’anno della sconfitta di Adua) Corradini fondò “Il Marzocco”, periodico orientato alla diffusione di istanze naturaliste di carattere estetizzante e si dedicava alla stesura di romanzi influenzati dallo stile di D’Annunzio, inoltre proseguendo la sua attività di autore teatrale.
Solo nel 1903, con la fondazione del “Regno”, Corradini tentò un’operazione culturale volta all’intervento della lotta politica. La rivista, dichiarava l’articolo di apertura, voleva essere “una voce tra tutti coloro i quali si dolgono e si sdegnano per la viltà della presente ora nazionale”. Corradini voleva così rivolgersi a quelli che erano contrari alla politica giolittiana, oltre a non essere favorevole alla logica espansionistica italiana cercava di coinvolgere, per ridurre le tensioni interne, il partito socialista.
L’esposizione delle teorie politiche di Corradini manteneva come presupposto la costante critica della cultura positivista, ed è proprio questo che costruì la base che consentiva di raccogliere attorno al “Regno” un gruppo di collaboratori in cui la posizione intellettuale che non coincideva se non in modo parziale con il credo politico del fondatore.
Inoltre, all’interno della rivista venivano ospitati solo di rado testi creativi o composizioni poetiche, mentre gli articoli che si occupavano di letteratura erano diretti a denunciare ogni residuo di ideologia positivista o comunque a criticare le istanze culturali reputate distruttive, indicando in tal modo tutto ciò che doveva essere escluso o recuperato dalla letteraria del momento e antecedente.
All’interno della posizione nazionalista, su cui parevano essere d’accordo tutti i collaboratori del “Regno”, si potevano già osservare delle sfumature: mentre Corradini intendeva praticare un nazionalismo che predisposto a trasformarsi in programma politico contrapposto agli interessi delle altre nazioni che avevano la fisionomia di avversari, altre voci della rivista preferivano affrontare il problema in una prospettiva di carattere culturale.
I fondamenti della dottrina nazionalista di Corradini trovavano comunque sulla rivista una formulazione chiara ed essenziale, che metteva insieme suggerimenti tratti dalla concezione evolutiva del darwinismo con la teoria del superuomo o dell’eroe. La nazione, affermava Corradini, deve essere concepita come “un organismo vivo”, la cui vita “è nel mondo tra tutte le forze la forza massima per operare nella storia”.
In questa prospettiva la tendenza espansionistica di una nazione è concepita come un fenomeno fisiologico, legato alla crescita e all’espressione delle energie vitali dell’organismo, e l’estensione nazionale deve essere intesa come esportazione della cultura, del commercio, nonché delle forze di lavoro, cioè degli emigrati che portano le tradizioni, la lingua, la razza e la religione italiana.
L’emigrazione, che proprio pochi anni dopo la realizzazione dell’unità italiana aveva assunto dimensioni di massa e poi si era sviluppato in modo progressivo, da segno di povertà e arretratezza della nazione, si trasforma in una risorsa creata dalla popolazione. Ma perché ciò avvenga bisogna che le masse degli emigrati non si trovino sottoposte alle norme e alle leggi di una nazione straniera, devono poter operare in una terra propria.
I romanzi dell'emigrazione e della lotta coloniale
La mancata coesione e la carenza di elementi ideologici condivisi dal gruppo dei collaboratori fu la causa della breve vita della rivista: infatti nel 1905 Corradini lasciava la direzione e nel 1906 chiudeva definitivamente le pubblicazioni.
Due anni dopo Corradini partì per un lungo viaggio in Brasile e in Argentina.
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