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CHIUSO MONDO CATANESE:
LA COSTRUZIONE DELLA CITTA’ LETTERARIA
Quando fu pubblicato Il bell’Antonio di Brancati , la critica ( in particolare Geno
Pampaloni ) mise in evidenza ciò che mai era stato sottolineato dalla precedente
critica e cioè la presenza di un fondo esistenziale tra le righe del suo romanzo, una
sorta di malinconia, e non solo, ma anche la presenza del senso dello spazio , uno
spazio sospeso,uno spazio che si collega al senso del tempo...quelle ore passate nei
caffè o ai balconi..., o in altri luoghi, siano essi campi o spiagge. Anche in Brancati
come in altri esponenti del romanzo moderno pertanto c’è lo spazio protagonista, il
“suo spazio”, che molto spesso coincide con Catania e che ha un valore semantico
tale da rendersi indispensabile ai fini dell’intreccio. C’è sempre uno spazio , nel
romanzo moderno, nel quale i personaggi si integrano e al di fuori del quale è
impossibile il vivere ( si pensi a ‘Ntoni dei Malavoglia), è cosi anche per lo spazio
brancatiano : convivono nella sua produzione due spazi, uno è quello catanese, di
solito, l’altro è quello di opposizione , dal quale si esce “ spaesati”. Si tratta di un
dualismo che si carica di valori semntici, volendo indicare non solo una opposizione
topologica ma anche lo scontro tra due mondi, tra due diverse ideologie, tra due
condizioni psicologiche. Lo spazio brancatiano, come si è detto è Catania, non a caso
questa città, una città “ miniatura delle città del mondo”, dove la modernità viene
vissuta con nostalgia: in pochi decenni aveva conosciuto la modernizzazione, ma in
quegli anni Trenta, si ritrovava svigorita, preda della noia, costretta a vivere
l’esperienza della mortificazione della sua immagine forte: vi si muovono
personaggi annoiati, affetti da un tedium vitae paralizzante, quasi a confermare che il
vicino vulcano Etna abbia determinato il carattere malinconico dei catanesi, poichè il
nome Etna deriverebbe da Etno, foglio di Saturno, Dio della malinconia. Brancati
indugia sullo spazio catanese in concomitanza con il suo passaggio ideologico, nel
1934, dal fascismo all’antifascismo, o come ha detto lo stesso Brancati, dalla
stupidità al pensiero. Quando era fascista Brancati riteneva che l’espressione migliore
dell’adesione all’ideologia mussoliniana fosse l’attivismo, l’istinto , l’intuizione,
valori che egli riteneva positivi di contro ai disvalori, quali, la noia , l’accidia di chi
non era fascista. Nel 1934 , appunto, la svolta in Brancati, il capovolgimento dei
valori : la noia, la malinconia, il non attivismo uniti alla meditazione, all’esame di
coscienza di cui l’uomo contemplativo è capace, diventarono la vera espressione di
una vita contemplativa sicuramente diversa e positiva . Catania è appunto il luogo
giusto dove tali valori si possono coltivare ed esprimere pur in un contesto dove
apparentemente i personaggi sono pigri ed immobili, ma sono soprattutto onesti.
Come in tutti i periodi di crisi, anche nella Catania letteraria di Brancati, dalla noia,
dalla malinconia il passo è breve per una presa di coscienza della propria angoscia
esistenziale; dalla condizione malinconica sarà possibile svegliarsi ed avviare
un’azione di risarcimento di ogni tipo di rinuncia fatta. Che dalla malinconia possa
nascere positività non è solo Brancati a pensarlo. Precedenti illustri sono presenti
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nella letteratura: Marsilio Ficino, nel Rinascimento aveva elaborato la teoria della
connessione tra malinconia e genio, Giacomo Leopardi, è noto, della malinconia fece
il suo grande motivo ispiratore, e non fu il solo, si pensi al Montaigne o al Flaubert.
Eppure, come sostiene la studiosa Jula Kristeva “ la malinconia è l’inquietudine
dell’uomo .........una sovrabbondanza di umanità” Infatti gli autori malinconici appena
citati sono rimasti famosi, nel tempo, non certo per freddezza ed aridità ma, piuttosto,
per i loro caldi sentimenti anche se malinconici.
La Catania brancatiana, assume pertanto le sembianze di uno spazio-rovescio del
mondo, di quel mondo precedente, quando forza e violenza, attività e immediatezza
sembravano i grandi valori, uno spazio-rovescio del mondo, una costruzione letteraria
di certo, che trova riscontro nel nome Na-ta-ca che altro non è che la trasposizione
del toponimo Catania nel suo inverso, una sorta di anagramma . E’ una Catania che
porta in sè come caratteristica estetica, la geometricità dovuta ad un’antica
ricostruzione del secolo XVIII, operata in seguito alla distruzione del terremoto del
1693: strade dritte, edifici bassi, facciate panciute...e poi, come emblema , un “
gigantesco ma, basso, tozzo, pigramente statico, monolite di pietra lavica , un elefante
metafora della mitezza originaria dei catanesi.( sono parole del giornalista modenese
Chiesi ( 1892); è una città in cui non esiste l’idea del tempo come progressione
lineare: le stagioni, le feste annuali ne scandiscono il ritmo. Insomma il tempo è
veicolo del “ sempre uguale”; e nulla riesce a sradicare il catanese dalla noia del
tempo trascorso in quello spazio cittadino: tutto ciò che può avvenire al di fuori del
chiuso mondo catanese non può tradursi in “ esperienza”, anzi resta qualcosa di
insignificante, dal quale il personaggio non ricava nulla, nulla , insomma che possa
essere trasmesso nel racconto. Ciò avviene per esempio nel racconto Arrivo in città
dove il protagonista può immaginare cosa si prova nel visitare una grande città:
“nostalgia, imbarazzo e mal di mare”, ma avviene anche in Gli anni perduti, dove i
protagonisti esprimono infine la loro voglia di rimanere nella loro terra, ma avviene
un pò in tutta la produzione brancatiana, sulla scia di quel fatalismo ed immobilismo
di tipo verghiano, su quella assenza di viaggio come metafora di crescita, che viene
sempre meno nella narrativa moderna. Ennio Flaiano, intorno agli anni ’50 dello
scorso secolo scriveva in uno dei suoi romanzi “....non c’è salute fuori dalla propria
grotta”.
Si è già detto che è del 1934 la “ svolta malinconica nella vita di Brancati, segnata
anche dal passaggio dal fervore fascista all’antifascismo, anzi, con maggiore
precisione dalla fermata a Catania, luogo dove egli si fermò dopo l’esperienza
romana , una Catania dove il tempo scorre lentamente , ma dove comunque le idee
scorrono e progrediscono.
La Catania letteraria di Brancati è la risultante di diversi elementi di tipo percettivo,
ma anche di condizionamenti derivati da miti, modelli, immagini preesistenti. Si
tratta di una specie di “ immagine integrata” cioè sintesi di tanti elementi, che
rendono possibile inserire la città in una prospettiva universale. In realtà
numerosissime descrizioni esistono di Catania , che ricordano, specie in epoca
moderna la rinascita dopo il sisma del 1693,col rispetto dell’antico , ma in
prevalenza in veste moderna , con strade dritte e lunghe, con una struttura
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perfettamente simmetrica: una Catania nuova e regolare contrapposta alla Catania
medievale confusa e caotica. Il Duca di Camastra, uomo politico che in quegli anni ,
da vicario , si occupava della ricostruzione della zona , volle una Catania regolare ,
con strade appunto a linea retta, a schema geometrico. Eppure non vi mancarono le
contraddizioni: qualche asimmetria, qualche costruzione non finita, e poi, quei
quartieri della Catania plebea malamente nascosti, quei vicoli e cortili presenti ma
impediti alla vista ed all’attenzione: “ miseria e nobiltà” per usare un’espressione
dello storico Giarrizzo.
Brancati predilige la città regolare, simbolo di progresso e la via Etnea diventa la
“sineddoche”( parte per il tutto) del quadro d’insieme, capace di rappresentare meglio
la città. Catania, al contrari di quanto avviene per le città di Enna o Agrigento, non ha
un nucleo centrale, ma piuttosto una struttura decentrata che deriva proprio dalla sua
regolarità e linearità di strade; ma è una regolarità che nasconde un principio di
ambiguità: per usare un’espressione di Vincenzo Consolo c’è un’anarchia
equilibrata”: e tale contraddizione si traduce nelle menti umane , passa cioè dallo
spazio urbano all’intelletto dell’uomo: ore lenitissime ma “ cervelli sottili” ( Brancati
in “ Gli anni perduti” ) che progettano , sognano, ricordano mentre la fantasia
fermenta. Si tratta di elucubrazioni baroccheggianti talvoltas, come si evince dalla
lettura di “ Gli anni perduti “, in cui si ricordano, tra l’altro, le menti di nobili
dell’epoca, famosi negli ambienti culturali e scientifici dell’epoca. Brancati, che pur
non simpatizza per tutto ciò che è barocco, come dichiara lui stesso, sulla sia del
Croce, impronta di barocchismo la sua narrativa. Come di ce lui stesso v, parlando di
Vittorini “ il barocchismo è alle radici del vero gusto di tutti i siciliani. Quello
Brancatiano è percepibile nella sua attenzione alle minuzie, ai minimi particolari
della realtà ,nella sua meditazione cavillosa ( parole del critico Calendoli)..
Lo spazio urbano di Catania , come già si è detto, dopo la ricostruzione post-sismica
del 1693 è regolare , con ossessivi allineamenti e con una uniformità rettilinea dove
gli uomini compiono le loro, altrttanto ossessive azioni nripetitive , le loro esasperate
traversate della ripetizione: uno spazio barocco condiviso con lo spazio mentale dei
personaggi che ne divntano quasi dei prigionieri tendenti come sono alle
performance dialettiche : così avviene per esempio ne “ Il bell’ Antonio, dove si
avvicendano colloqui contorti , che , come per il “ non sense” di Jonesco ( teatro
dell’assurdo), non arrivano ad alcuna conclusione risolutiva: è la metafora del tempo
e dello spazio che si fermano producendo quasi un circolo vizioso dove tutto ritorna
e si ripete senza arrivare ad alcun compimento.
Catania , tanto cara a Brancati tanto da essere lo sfondo della maggior parti dei suoi
romanzi è insomma, a dispetto della prevelente linearità e geometricità, una città
priva di una vera simmetria: la porta d’ingresso principale della città , la Porta Uzeda
della città, per esempio, rappresenta una irregolare “ sutura” urbanistica tra un
sistema di linee dritte e la linea obliqua di una fortificazione che esisteva nel luogo...e
non è solo questa porta che esprime una condizione contraddittoria. Le facciate dei
palazzi cozzano con le realtà esterne, cosa tipica dell’architettura barocca : un
rapporto tra “dentro e fuori” che potrebbe essere inesistente, data la diversita dei due
aspetti, ma che in realtà esiste attraverso alcuni particolari, per es un raggio di luce
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che penetra attraverso una porta, laddove insomma qualcosa si introduce nel rapporto
interno-esterno a segnalarne le diversità. Ed anche questa simmetria presente in
Catania contribuisce a conferire l’aspetto baroccheggiante di cui già si è detto. E tra
l’altro se si osservano bene le soluzioni decorative in tutta Catania, non è difficile
scoprire, in prevalenza , tratti tipici del barocco ni chiaroscuri, nei contrasti cromatici.
Quindi “barocco”, “ asimmetrie”, “ forza dei contrasti”, sono elementi presenti nella
città e ne confermano l’impronta barocca ma so
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