Il latino volgare
I romani, quando conquistavano territori, oltre a diffondere la loro architettura e la loro organizzazione statale, diffondevano anche la lingua latina. Oggi in quelle zone, dette dai linguisti "romània", si usano delle lingue che continuano il latino, quindi "neolatine". Le lingue neolatine derivano dal latino volgare (da vulgaris-popolo), cioè dal latino parlato, che presentava caratteristiche diverse in base al luogo (anche in base all'estrazione sociale e alla circostanza in cui era usato). Il latino invece definito classico era quello utilizzato dai grandi autori dell’età aurea (ad esempio Virgilio e Orazio). Questa lingua era utilizzata dai ceti più elevati ed è stata pian piano scambiata con il volgare (essendo il latino classico utilizzato solo dai dotti nelle opere degli autori dell’età aurea non si è modificato tanto quanto le lingue parlate ed è quindi a tutti gli effetti una lingua morta). In età imperiale, con l'arrivo del cristianesimo e quindi con il suo messaggio egualitario, si afferma il volgare. Questo procedimento è ancora più accelerato con le invasioni barbariche. Anche se le persone non comprendevano più il latino, la Chiesa continuò a utilizzare il latino per molto.
Dalla scuola provenzale alla scuola siciliana
Tra il 1230 e il 1250, la scuola provenzale si sviluppa in Provenza, una regione del sud della Francia dove vi era il feudalesimo e spesso vi erano diversi signori che o stringevano alleanze o erano in contrasto tra loro. All'epoca, per quanto riguarda la lingua, la Francia era divisa: al sud veniva utilizzata la lingua d'oc (cioè il provenzale antico) mentre al nord la lingua d'oil (da cui nascerà l'attuale francese). I poeti provenzali vengono definiti trovatori o trovadori perché “trovavano le giuste parole”, appartenevano solitamente alla nobiltà, essendo principi, cavalieri o, in qualche caso, dame. Il primo, secondo le fonti, è Guglielmo IX. La loro poesia era scritta in volgare francese, scelta che rappresentava una novità. Il tema principale era l'amore cortese, ma vi erano anche poesie politiche e filosofiche. Un evento storico che contribuisce alla fine della scuola provenzale è la crociata contro gli Albigesi, indetta da papa Innocenzo III contro gli eretici catari stabiliti in Provenza. Avviene un assoggettamento da parte della Francia del nord, così alcuni poeti, in seguito alla diaspora, trovano accoglienza nella corte di Federico II.
Situazione socio-politica in Francia vs in Italia
Nel sud della Francia vi erano vari feudatari e i poeti erano più liberi, mentre in Sicilia la situazione era diversa. Federico II stabilì la sua corte nel sud Italia, privilegiando la Sicilia, ma in realtà si spostava spesso. I poeti della sua scuola erano funzionari. Federico II tra i suoi obbiettivi aveva quello di creare nella sua corte un centro di cultura internazionale, perché l'egemonia culturale apparteneva alla chiesa, e di costruire una nuova classe sociale in alternativa alla nobiltà (legata alla chiesa) con la quale non aveva buoni rapporti. Non tutti i poeti siciliani erano originari della Sicilia, molti si erano formati all'università di Bologna.
Tema: scuola provenzale vs scuola siciliana
Nella scuola provenzale il tema fondamentale è l’amore cortese tra un cavaliere e una dama (spesso la moglie del feudatario o comunque che ha una posizione sociale più alta del cavaliere). L'amante desidera mettersi al servizio della dama; è un amore asimmetrico perché l'uomo sceglie di subordinarsi alla donna, idealizzandola come un essere sublime. Questo è un amore non consumato solitamente, ma vi sono delle eccezioni nella poesia provenzale e questo era impensabile nella corte di Federico II a causa anche dell'influenza della chiesa. Un amore impossibile perché l’amata è sposata; gli amanti sono costretti a nascondere la relazione e temono la scoperta che potrebbe compromettere le loro reputazioni. Il cavaliere contempla l’amata da lontano e il nome della donna è sostituito da un nome fittizio, senhal.
Nella poesia provenzale vi erano anche i serventesi, componimenti accesi e utilizzati per schernire, a tema politico, che nella corte di Federico II non avvenivano; non vi erano neanche le pastorelle. Nella letteratura provenzale ci sono anche le prime poetesse che raccontano l'amore cortese dal loro punto di vista. I trovatori si intendevano anche di musica, poiché le loro liriche erano sia cantate che recitate.
Giacomo Da Lentini e il sonetto
È l'inventore del sonetto o almeno il primo ad utilizzarlo. Giacomo avrebbe ripreso la forma metrica dello strambotto d’amore siciliano, ma lo schema corrisponde anche a quello della canzone, come una stanza isolata. Il sonetto è una composizione metrica (dal francese antico sonet «canzone, canzonetta»), di carattere prevalentemente lirico, composta di 14 versi (quasi sempre endecasillabi nella letteratura italiana), distribuiti in 2 quartine e 2 terzine, con rime disposte secondo precisi schemi. I sonetti sono in endecasillabi, ma non necessariamente di 11 sillabe, hanno minimo 10 sillabe e la decima deve essere accentata. L'endecasillabo può essere: endecasillabo tronco con 10 sillabe con l'accento sull'ultima sillaba, endecasillabo piano con accento sulla penultima, endecasillabo sdrucciolo con due sillabe dopo la sillaba accentata, endecasillabo bisdrucciolo con quattro sillabe dopo quella accentata.
Sineresi = due vocali o tre vicine si considerano una sola posizione metrica (iato) che dovrebbe formare due, ma ne viene contata solo una. Accento a maiore è più solenne e la prima parte è più grande della seconda, accento a minore la prima parte è più piccola della seconda. Ha nella sua produzione due periodi diversi, il primo è la forma più semplice con rime cde cde, la seconda forma, più moderna, ha uno schema di rime incatenate abba. Giacomo Da Lentini spiegò il trattato De amore di Andrea Cappellano, che dice che tra marito e moglie non è possibile che ci sia amore perché c'è abitudine e possesso tra gli sposi. Lui aggiunse che l’amore nobilita, eleva l’animo, e per questo non è più un servitius amoris ma un servitius dei.
Poesia di Giacomo Da Lentini
Io m’a[g]gio posto in core a Dio servire,
com’io potesse gire in paradiso,
al santo loco ch’a[g]gio audito dire,
u’ si manten sollazzo, gioco e riso.
Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c’ha blonda testa e claro viso,
ché sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.
Ma no lo dico a tale intendimento,
perch’io peccato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento
e lo bel viso e ‘l morbido sguardare:
ché lo mi teria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiora stare.
Parafrasi
Io mi sono ripromesso di servire Dio, così da poter andare in Paradiso, in quel luogo santo di cui ho sentito parlare, dove eternamente durano il piacere, il divertimento e l’allegria. Non vorrei andarci senza la mia donna, che ha i capelli biondi e la carnagione chiara, senza di lei non potrei gioire, essendo diviso dalla mia donna. Ma non lo dico con lo scopo di voler peccare con lei, ma solo perché vorrei ammirare il suo comportamento virtuoso, e il suo bel viso e il suo sguardo soave, per me sarebbe una grande consolazione, vedere la mia donna nella gloria di Dio.
Alcune note
- Aggio al v. 1 è la forma siciliana del verbo avere alla 1 persona singolare.
- Servire è un termine ripreso dalla lirica cortese e sta a significare essere fedele, quindi il senso è osservare i comandamenti.
- Ù al v. 4 è apocope di ubi, significa dove.
- Blonde e estendo sono due provenzalismi.
- Ché significa poiché.
- Gaudere al v. 7 è una toscanizzazione di gaudire.
- Dal v. 5 al v. 7 c'è una rima siciliana, cioè una rima imperfetta: dire, gire, gaudere (che dovrebbe essere gaudire).
- Portamento al v. 11 significa modi gentili ed è ripreso dalla lirica cortese.
- Ghioria al v. 14 è una toscanizzazione di gloria.
Commento poesia
Il poeta nella poesia dice di voler onorare Dio, di volerlo avere nel cuore, ma una volta morto e andato in paradiso vuole con sé la sua donna perché senza di lei non potrebbe godere della gloria del paradiso. Ma il suo non è un desiderio carnale, ma un'idea di vagheggiamento, cioè di provare piacere nella contemplazione della bellezza di questa donna in paradiso. All’inizio, nella prima quartina, il sonetto sembra avere un tema religioso, ma già dalla seconda quartina il tema cambia e si parla della tematica amorosa, che poi è la tematica su cui è improntato il sonetto. Abbiamo una visione del paradiso laico e infatti la fede del poeta non è una reale fede ma un gioco cortigiano. Nella prima terzina l’autore si giustifica dicendo di non voler stare con la sua donna in paradiso per un desiderio carnale, e qui c’è il tema del vagheggiamento.
Figure retoriche
Abbiamo una sineresi, che è una figura retorica che consiste in una metafora creata con due parole risalenti a due sfere sensoriali differenti. Ne abbiamo una al v. 12 “morbido sguardare”. C’è un polisindeto, che consiste nel ripetere più volte una congiunzione tra delle parole o tra delle proposizioni per rallentare il ritmo e dare più importanza ai singoli termini.
Nella poesia provenzale oltre alla figura dei trovatori ne abbiamo altre
- GIULLARE: colui che recita o canta davanti a un pubblico i componimenti dei trovatori, che possiamo considerare un anello di congiunzione tra popolo e nobili, erano analfabeti, non sanno né leggere né scrivere e ripetono i componimenti affidandosi alla memoria. I trovatori hanno rispetto nei confronti dei giullari che ritengono importanti per diffondere i propri componimenti mentre i poeti siciliani li disprezzavano.
- MENESTRELLO: era l’artista di corte incaricato di intrattenere la corte. Un giullare che era salito di livello o trovatore che si era abbassato.
- BUFFONE DI CORTE: divertiva la corte esibendosi e la follia è il suo modus operandi.
De Sanctis e la letteratura
De Sanctis non condivide l’idea secondo la quale la letteratura italiana nasce con la poesia siciliana e popolare perché le considera una copia e quindi non sono degne di essere considerate l’inizio della letteratura italiana.
Cielo d'Alcamo e la poesia giullaresca e gli alessandrini
Era un esponente della poesia giullare e era attivo presso le corti durante il XIII secolo. La poesia giullare si sviluppa accanto a quella siciliana ed è rivolta a un pubblico più ampio e oltre all’amore vi sono anche altri temi. Il nome è incerto perché la poesia fu trovata in un manoscritto. Inizialmente venne frainteso con il diminutivo di Vincenzo cioè Ciullo da Vinzenciullo, ma in realtà è il diminutivo di Michele quindi Cielo. Il cognome D’Alcamo può significare: o originario di Camo, o derivare dal Camo che è uno staccio popolare e quindi stare a significare straccione. Fu attivo lungo il XIII secolo ed era un rappresentante della poesia giullaresca. La poesia giullaresca si sviluppa lungo il XIII secolo accanto alla scuola siciliana. È rivolta a un pubblico più ampio composto dal popolo e dal pubblico colto. La sua circolazione avveniva nelle piazze. Chi faceva questi componimenti, tuttavia, non apparteneva al popolo ma era abbastanza colto da conoscere l’amore cortese e farne una parodia. Cielo D’Alcamo fece dunque contenuti che piacevano sia al popolo che al pubblico colto e quindi grazie a questo aspetto la sua poesia è sopravvissuta.
«Rosa fresca aulentis[s]ima ch’apari inver’ l’estate,
le donne ti disiano, pulzell’ e maritate:
tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;
bolontate è rimasto in dialetto siciliano
per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia».
«Se di meve trabàgliti, follia lo ti fa fare.
Lo mar potresti arompere, a venti asemenare,
l’abere d’esto secolo tut[t]o quanto asembrare:
secolo latinismo
avere me non pòteri a esto monno;
monno parola volgare
avanti li cavelli m’aritonno».
«Se li cavelli artó[n]iti, avanti foss’io morto,
ca’n is[s]i [sì] mi pèrdere lo solacc[i]o e ’l diporto.
Poiché con essi perderei il piacere e la gioia
Quando ci passo e vèjoti, rosa fresca de l’orto,
quando passo di qui e ti vedo, rosa fresca dell’orto
bono conforto dónimi tut[t]ore:
mi doni sempre un grande piacere
poniamo che s’ajúngasi il nostro amore».
«Che ’l nostro amore ajúngasi, non boglio m’atalenti:
m’altlenti= che mi piaccia
se ci ti trova pàremo cogli altri miei parenti,
paremo= meridionalismo un sostantivo + agg. poss.
guarda non t’ar[i]golgano questi forti cor[r]enti. Fai in modo che non ti raggiungano questi veloci
Como ti seppe bona la venuta, corridoriconsiglio che ti guardi a la partuta». Ti consiglio di fare attenzione alla partenza
«Se i tuoi parenti trova[n]mi, e che mi pozzon fari?
Una difensa mèt[t]onci di dumili’ agostari:
non mi toc[c]ara pàdreto per quanto avere ha [Bari.] iperbole
Viva lo ’mperadore, graz[i’] a Deo!
Intendi, bella, quel che ti dico eo?»
Parafrasi
1. Rosa fresca profumatissima, che compari verso l’estate,
2. le donne ti desiderano, sia le ragazze, sia quelle sposate:
3. toglimi da questi fuochi, se è nella tua volontà;
4. per colpa tua non ho pace notte e giorno,
5. pensando sempre a voi, o donna mia.
6. Se ti tormenti per me, te lo provoca la pazzia.
7. Potresti arare il mare, seminare ai venti,
8. accumulare tutti quanti gli averi di questo mondo;
9. non potresti, invece, avere me in questo mondo;
10. prima mi toglierei i capelli (mi farei suora).
11. Se ti tagliassi i capelli, vorrei prima morire,
12. poiché con essi perderei la gioia e il piacere.
13. Quando passo di qui e ti vedo, rosa fresca dell’orto,
14. mi doni sempre un grande piacere:
15. facciamo in modo che il nostro amore si congiunga.
16. Non voglio che mi piaccia che il nostro amore si congiunga:
17. se ti trova qui mio padre con gli altri miei parenti,
18. stai attento che non ti raggiungano questi veloci corridori.
19. Come ti sembrò una cosa buona venire qui,
20. ti consiglio di fare attenzione alla partenza.
21. Se i tuoi parenti mi trovano, che cosa mi possono fare?
22. Vi assegno una multa di duemila augustali:
23. tuo padre non mi toccherebbe per tutti gli averi che possiede la città di Bari.
24. Viva l’imperatore, grazie a Dio!
25. Comprendi, bella, quello che io ti dico?
Schema metrico
È composto da strofe di 5 versi rimate in AAA BB versi che fanno capo coda. I primi 3 fanno rima tra loro e gli ultimi due sono endecasillabi. I primi 3 versi sono alessandrini. Gli ultimi due sono endecasillabi a rima baciata. Tra due emistichi ci deve essere una forte pausa perché è un dialogo tra due persone.
Alessandrini
I versi alessandrini furono inventati per veicolare le avventure cavalleresche, infatti prendono il nome da "Roman d’Alexandre". Un esempio è il ciclo Bretone, divulgato per volere della monarchia inglese che voleva dare lustro a una dinastia giovane. In Italia gli alessandrini ebbero successo nel 200, poi, dato che la dinastia Sveva si estinse e quindi non si rinnovò, la monarchia non aveva bisogno di veicolare con questi versi un contenuto eroico, scompariranno e furono ripresi poi nel 600 da Jacopo Martello, che li riprese perché all’epoca era il verso usato dai grandi drammaturghi francesi. Probabilmente Jacopo Martello non era a conoscenza del fatto che erano stati già "copiati" nel 200 dagli italiani e nel 600 fa una cosiddetta copia della copia.
L'alessandrino o martelliano è un verso composto da due emistichi di almeno sei sillabe ciascuno, nei quali la sesta sillaba è accentata. Può coincidere o meno con un dodecasillabo. L’emistichio è ciascuna delle due parti in cui un verso può essere diviso da una cesura. Tra i due emistichi c’è la cesura, che è una forte pausa perché è un dialogo di due persone che parlano.
Commento poesia
Questa poesia è un contrasto, cioè un dialogo tra due persone, in particolare tra un corteggiatore e una donna, e entrambi appartengono a un ceto sociale basso. Il tono usato è comico e realistico, sembra quasi una parodia della lirica cortese, probabilmente veniva recitata pubblicamente. Entrambi cercano di sembrare più grandi di quel che sono, mostrando un linguaggio più elevato. Il poeta gioca sui temi dell'amore cortese, ma con un linguaggio e situazioni più vicine al popolo, rendendo il componimento accessibile e godibile per un pubblico più ampio.
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