Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

IL TEATRO

NEL Barocco ebbe grande importanza e si sviluppano il melodramma e la Commedia

dell’Arte. Il teatro rappresentava al meglio la concezione della vita intesa come

spettacolo, nel mondo inteso come teatro. Il teatro è aperto alla sperimentazione e

all’innovazione. I luoghi dove gli spettacoli venivano rappresentati erano come nel

secolo precedenti le corti, i cortili, le piazze, ma si va anche via via configurando

sempre più un teatro stabile e il teatro all’italiana. Questo era strutturato con forma ad

“u” e le persone erano sedute nei palchi o sui gradoni situati lungo il perimetro della

sala. Era lasciata vuota la platea. Con la nascita del teatro stabile acquisirono

importanza la figura dell’attore e del cantante.

Evoluzione del melodramma: già nel secolo precedente le rappresentazioni in

versi erano accompagnate da musica, soprattutto il madrigale. Poi gli intermezzi

musicali acquistano sempre più importanza tanto che il pubblico svogliato le preferiva

alla storia stessa. Con la nascita del melodramma sia il recitato che la musica sono

fondamentali, tanto che si parla di recitar cantando. Il recitar cantando indica il

tentativo di imitar col canto chi parla. Il melodramma nasce con il gruppo de La

Camerata dei Barbi (membro importante era Vincenzo Galilei, padre di Galileo Galilei).

Scopo principale era quello di creare un canto capace di muovere gli affetti, cioè di

commuovere. Importante compositore di melodrammi fu Monteverdi. Non in tutte le

città il melodramma si sviluppa allo stesso modo. A Roma, per esempio, la Curia

papale controllava rigidamente questa forma di espressione; nascono così i

melodrammi a carattere sacro. Carattere diverso ha anche il melodramma a Venezia.

Era destinato a un pubblico più vario, purchè pagante. Così non è più privilegio di un

elite ma oggetto di mercato. Le rappresentazioni non erano più in occasioni di feste o

eventi particolari ma venivano fatte secondo calendari. Spinto dalla Camerata dei

Bardi il melodramma approda a un eclettismo tipicamente Barocco.

Evoluzione della Commedia dell’Arte: si sviluppa in modo sorprendente nel

Barocco. Non esiste una traccia per gli attori, ma solo un canovaccio. Abili devono

essere gli attori nell’improvvisazione. Viene svalutato l’elemento letterario in favore di

quello scenico. Il canovaccio è strutturato come una sorta di breve novella che da le

indicazioni generali agli attori, poi tutto è lasciato alla loro capacità sul palco.

L’elaborazione orale prevale dalla forma scritta, che viene così svalutata. Lo scritto è

puramente funzionale all’orale. Nascono le maschere. Già nelle opere del secolo

precedente c’erano personaggi ricorrenti, ma ora sono caratterizzati da un preciso

modo di vestire e di parlare.. sono immediatamente riconoscibili. Spesso sono

contraddistinti dall’uso di un particolare dialetto; per esempio Pantalone è veneziano,

Arlecchino è bergamasco, napoletano Pulcinella. Tuttavia oltre il linguaggio è

importante la gestualità e la mimica. Gli attori della Commedia dell’Arte erano soliti

riunirsi in compagnie e si muovevano tutti insieme. Giravano le più importanti città

italiane e talvolta si spostavano anche all’estero. L’arte dell’attore è empirica, deriva

cioè dall’esperienza diretta, e sia apprende dalla vita più che sui libri.

La commedia letteraria: nel periodo Barocco si sviluppa a Firenze un teatro

letterario legato alle Accademie. L’interesse linguistico prevale su ogni altro aspetto,

come era tipico della tradizione fiorentina.

La tragedia: è un genere letterario che resta collegato perlopiù con gli ambienti

aristocratici e cortesi. Rimane un genere eminentemente letterario e destinato alla

lettura, che compete con il genere epico. È ancorata al classicismo e all’aristotelismo e

la novità sta nell’intreccio della storia che viene romanzato. Scrittori di tragedie

importanti furono Federico della Valle e Dottori. Dottori è affascinato dai colpi di scena,

sorprese e scambi di persona. È noto per l’”Aristodemo”. Durante la guerra tra Sparta

e Messene, gli dei offesi impongono gli si sacrifichi una giovane messenia. Aristodemo

mosso da volontà di grandezza, offre la figlia (che si sarebbe da sola offerta per fare

piacere e onore al padre). Un giovane che la ama cerca di salvarla dicendo che era

incinta. Aristodemo per punirla la uccide, capisce l’errore e si uccide a sua volta.

Dottori mette in evidenza i due personaggi tragici centrali di padre e figlia per

suscitare emozione nello spettatore.

GALILEO GALILEI

La vita

Nacque a Pisa nel 1564. Il padre, di professione commerciante, fu un importante

rappresentante della Camerata dei Bardi. Galileo ebbe un educazione umanistica ma

poi entrò all’Università di Medicina nel 1581. Insegnò matematica all’Università di

Padova ( dove vigeva il conservatorismo). Frequentò personaggi come Keplero e Sarpi.

La scoperta più spettacolare è quella del cannocchiale. Se è vero che prese l’idea dagli

olandesi che l’avevano già costruito, sta a lui il merito di essere stato in grado d

utilizzarlo in modo rivoluzionario ( tanto da essere celebrato nello opere dei poeti

contemporanei). Esplorò con esso la superficie della Luna, i satelliti di Giove, le fai di

Venere, la via Lattea e dette fondamento scientifico alla teoria copernicana ( a cui

aveva già in precedenza aderito). Egli scoprì che la superficie lunare non era così

dissimile da quella terrestre. Così intacco la concezione aristotelico- tolemaica secondo

cui vi è una netta separazione tra il mondo sublunare terrestre corruttibile e quello

celeste perfetto e incorruttibile. Galileo sostiene con fervore che la ricerca scientifica

non ha niente a che fare con la fede. Il linguaggio scientifico infatti è preciso e non va

inteso in senso figurato come quello biblico. A sua volta il linguaggio biblico però non

deve essere letto in senso non figurato perché si sbaglia tipo di interpretazione del

testo. Le scritture di prefiggono lo scopo di parlare anche attraverso immagini e

metafore a tutti gli uomini, anche i più semplici. Le scritture vanno interpretate,

mentre il linguaggio scientifico è preciso e denotativo di un singolo fenomeno e non

più che essere univoco e preciso. Necessario alla nuova scienza è un metodo

sperimentale ch lo supporti. Le necessarie osservazioni danno luogo a delle leggi

matematiche che descrivono con esattezza il fenomeno. nel 1616 la teoria

copernicana viene dichiarata eretica e Galileo viene ammonito dal Cardinale

Bellarmino di non proseguire le sue ricerche. Galileo non si arrese e pubblicò nel 1623

il “Saggiatore” e nel 1632 “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”.

L’Inquisizione non tardò ad intervenire e il libro fu sequestrato. Nel 1633 fu

condannato al carcere a vita e all’abiura. Galileo ormai vecchio abiura e accetta

l’umiliazione. La prigionia diventa una specie di esilio che trascorre ad Arcetri, dove

morì nel 1642.

Il saggiatore

nel “Saggiatore” Galileo prende posizione nella natura delle comete. Grassi risponde a

Galilei con “Libra astronomica ac philosophica” dove accusa Galileo di aver torto.

Galileo sosteneva che le comete fossero puri inganni ottici, mentre Grassi sosteneva

che fossero corpi celesti. Galileo risponde all’accusa di Grassi con quest’opera. Se la

libra è la bilancia usata da Grassi per verificare la veridicità delle affermazioni di

Galileo, il saggiatore è la bilancia di precisione usata dagli orafi. Galileo di fatto aveva

torto ma l’opera è importante dal punto di vista dell’abilità retorica, è un esempio di

vivacità polemica e soprattutto un esempio di rigore scientifico.

“Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”

Esibisce già nel titolo la volontà del dialogo e del compromesso. Indica l’incontro-

scontro fra le due teorie cosmologiche. Il dialogo permette di far esporre a più

personaggi più punti di vista, cosicché viene esposta la teoria copernicana senza che

l’autore ne venga direttamente coinvolto. Il dialogo permette di parlare della nuova

teoria senza che l’autore venga subito accusato di eresia. I personaggi sono: Sagredo (

l dialogo è ambientato nella sua dimora), Salviati (controfigura dell’autore stesso) e

Simplicio (inventato). Simplicio è portatore dei valori aristotelico- tolemaici da

distruggere. Il nome è simbolo dell’ottusità ignorante di che lo contraddistingue.

Galileo fa di lui un personaggio comico, tanto che le sue opinioni in partenza sono

inefficaci. Lingua utilizzata sia qui che nel “Saggiatore” è il volgare.

Galilei letterato e critico

La passione per la letteratura d Galilei fu costante, in armonia con la sua prima

educazione umanistica. Attraverso le forme letterarie comunicò verità scientifiche e

insegnò a ragionare scientificamente. Egli si inserisce nel dibattito letterario fra i

sostenitori di Ariosto o Tasso. Egli accusa Tasso di un linguaggio alto e troppo

artificioso , oscuro. Ariosto è elogiato per la sua semplicità, limpidezza e razionalità del

discorso. Preferisce l’ideale linguistico classicista e non manieristico. Fu anche studioso

di Dante, Petrarca occasionalmente poeta.

GIOVAN BATTISTA MARINO

La vita

Nacque a Napoli nel 1569. L’ambiente napoletano era ancora fortemente influenzato

da Tasso. Fu membro dell’Accademia degli svegliati e risale a questo periodo la prima

stesura del’Adone. Marino tenta il genere epico facendo riferimento a Tasso in

“l’Anversa liberata” e la “Gerusalemme distrutta”. Queste opere ebbero scarso

successo. A Napoli subì due arresti e riuscì a rifugiarsi a Roma, dove frequenta

l’Accademia degli Umoristi. A questo periodo risalgono le “Rime”. Si trasferì a Torino

dove si scontrò con Murtola. Prima soltanto per via letteraria : marino scrisse la

“Murtoleide” e Murtolo scrisse la “marineide”; poi lo scontro fu diretto e Murtolo sparò

a Marino. Questo fece raggiungere ancora più grande fama a Marino. Gli anni torinesi

fino al 1615 furono molto produttivi.

La lirica mariniana

La prima parte delle liriche ha il titolo di “La lira”. Il titolo fa pensare allo strumento

musicale a corde. Questo perché Marino voleva sottolineare la vicinanza che c’è fra

musica e poesia. L’opera non ha una struttura unitaria come quella di Petrarca, ma le

liriche sono divise o per tematica affrontata o per genere utilizzato. Vuole raggruppare

tutti gli elementi poetabili secondo il gusto del tempo. La tematica amorosa è la più

importante, ma ora la donna è rappresentata in ogni sua azione( mentre fila, mangia

ecc), si parla del neo, del cane ecc.. importante è il bacio ( chiedo, dubbioso, mordace)

in tutte le sue sfumature. Vi è una forte inclinazione alla sensualità. Altra importante

racconta poetica è “La Galeria”, dove l’autore voleva comporre liriche che

commentassero e descrivessero opere pittoriche scultoree di importanti artisti a lui

contemporanei. Era divisa in due sezioni: le Pitture e le Sculture. Infine si ricorda “La

sampogna”. Anche questa ci fa pensare a uno strumento musicale, ma questa volta

pensiamo a una poesia pastorale.

L’”Adone”

È opera centrale nella carriera poetica di Marino. Pubblicato nel 1623 con prefazione

dello stesso editore che aveva redatto “La secchia rapita” di Tassoni, subito venne

accusata dall’Inquisizione. L’opera è di grande mole e l’autore stesso nelle sue

“Lettere” ne è felice perché questo garantiva lo stupore e la meraviglia nel pubblico,

secondo un gusto tipicamente Barocco. Il poema in Italia era condannabile da ogni

punto di vista, poiché era antieroico e antiepico. Il soggetto è mitologico ed erotico

piuttosto che bellico. Egli propone un epica di pace dove l’unico campo di battaglia è il

letto. La storia è semplice: Venere si innamora di Adone, Marte è geloso, Adone muore

e si tramuta in fiore (Metamorfosi). Marino dice che in tre modi ci si può rapportare ai

classici: o traducendoli, o imitandoli o rubandogli. Spiega che la sua poetica è nel

leggere con il rampino, ovvero prendere ciò che c’è di buono nei vari autori e

riutilizzarlo al momento opportuno. Ma nessuno riuscirebbe a punire il suo crimine,

perché “il mare in cui va a pesca” non è battuto da altri e perché “non è facile trovargli

addosso la preda”. La prima immagine implica il fatto che lui riutilizza autori secondari

o minori, non letti da nessuno. La seconda espressione si riferisce al fatto che modifica

le informazioni rubate secondo il proprio gusto e la propria originalità, tanto da

renderle irriconoscibili (quasi).

Le polemiche sull’”Adone” e la sua fortuna

L’”Adone” fu oggetto di accesi entusiasmi o di aspre critiche. Venne condannato

all’Indice dagli ecclesiastici per la materia antireligiosa: tematica eroica e apertamente

libertina. In ambito laico gli era contestato il non aver tenuto conto delle regole

aristoteliche che ancora imperavano in quel contesto. Viene inoltre accusato di aver

messo in piedi una storia inconsistente con una lingua scarsa e di aver rubato da altri

autori. Considerato l’emblema del cattivo gusto Barocco cadde in discredito. Discredito

ancor più sottolineato da Croce e de Sanctis. Solo in tempi recenti s è aperto il

dibattito sull’opera per trovare nuove diverse interpretazioni.

GIAMBATTISTA BASILE

La vita

Nacque a Napoli tra il 1566 e il 1575. Fu membro dell’Accademia degli Oziosi. Morì nel

1632. La prima edizione del “Lo cunto de li cunti” è datata fra il 1634-1636.

“Lo cunto de li cunti”

Era noto anche con il titolo “Pentamenrone”, titolo che allude all’opera boccacciana.

La vicinanza a quest’opera è data dalla divisione in 5 giornate. Vengono narrate 50

novelle da 10 novellatrici. Alla fine delle prime 4 giornate c’era un momento di

componimento in versi. L’opera all’inizio dell’opera è dedicata dal narratore alle

“femene”. Ma sono questi stessi elementi che sanciscono la distanza dall’opera di

Boccaccio. Infatti i novellatori non sono giovani aristocratici che si ritirano in un luogo

appartato a raccontare novelle per sfuggire alla peste, ma sono donne del popolo.

Queste sono grottescamente deformate e anche i loro nomi richiamano i loro difetti

fisici (la gobba, la sciancata). I loro intrattenimenti sono giochi popolari e le egloghe

che chiudono le loro giornate hanno uno scopo satirico contro alcuni mali della società,

quali l’ipocrisia, la falsità, la prevaricazione e la corruzione. Altra differenza è che lo

cunto è una fiaba, mentre Boccaccio parlava di novelle. Il cunto non ha pretese

realistiche o di verosimiglianza, il suo mondo favoloso si contraddistingue per non

poter essere oggetto di nessuna verifica. Anche il titolo originario è significativo per la

struttura dell’opera. Tutti i 49 racconti sono racchiusi nella cornice iniziale che si

conclude solo nell’ultimo”Cunto”. La cornice è lo cunto de li cunti, il racconto dei

racconti. Si parla della vicenza di Zosa, che vittima di una maledizione potrà sposare il

principe Tadeo solo se riuscirà a riempire un grande vaso delle sue lacrime. Stanca si

addormenta e l’opera sarà finita da una sua serva che prende il suo posto accanto al

principe. Zosa fa venire voglia alla donna di ascoltare le favole che gli costeranno la

vita. Così inizia la narrazione delle fiabe e alla cinquantesima si scopre l’inganno. Zosa

prende il suo posto accanto al principe e l’ingannatrice è punita. Viene usato il dialetto

a fine espressivo. IL 1700

COORDINATE STORICO- CULTURALI

È il periodo che va dalla fine del 1600 alla fine del 1700. È il periodo di ritorno al

classicismo. In Italia si afferma come rifiuto dell’eccesso tipicamente Barocco. Periodo

scomponibile in due fasi: 1- dal 1690 al 1750 circa, è il periodo dell’Accademia

dell’Arcadia (Roma 1690) che propugnava il ritorno ad una poesia bucolica, leggera

ed elegante. In questa prima parte del secolo si ricerca il buon gusto, ovvero l’antico

senso di grazie e d misura. In ambito artistico europeo si afferma il Rococò (la

miniatura è uno degli ideali del Rococò). Il termine deriva dalla deformazione del

francese Rocaille in rifermento all’arte decorativa degli interni; 2- a partire dal 1730 si

sviluppa la corrente di pensiero dell’Illuminismo. Questo movimento nasce in Francia e

poi diventa fenomeno europeo. Il termine si riferisce alla volontà di portare luce in ogni

ambito del pensiero sconfiggendo i pregiudizi e le consuetudini irrazionali e ingiuste. Si

fonda sul libero pensiero ovvero sulla capacità della ragione. Motto dell’Illuminismo fu,

secondo Kant: “Sapere aude”, cioè osa sapere, abbi il coraggio di usare la ragione. I

maggiori centri di diffusione dell’Illuminismo in Italia sono Milano e Napoli. A Milano

opera Pietro Verri che fonda l’Accademia dei Pugni e insieme al fratello Alessandro

fonderà il periodico “Il caffè”, al quale collaborò anche Cesare Beccaria. Beccaria fu

autore del famoso trattato “De delitti e delle pene”, una delle più importanti opere

illuministe. Egli dimostra come la pena di morte sia inutile e lo Stato deve svolgere

un’azione preventiva nei confronti del crimine piuttosto che reprimere. (La Toscana di

Pietro Leopoldo fu l primo stato italiano a togliere la pena di morte nel 1786). Il

caposcuola dell’Illuminismo napoletano è Genovesi. Egli fa proposte di rinnovamento

dell’economia meridionale. Egli accusa tutti i ceti che gravano sui ceti deboli

sfruttando il loro lavoro( critica quindi il clero, i nobili e grandi proprietari terrieri).

Altro illuminista napoletano fu Pagano che applica il metodo di Vico allo studio dello

sviluppo e decadenza degli Stati. Il periodo degli illuministi napoletani si conclude nel

1799 quando vengono mandati a morte nel momento della rivoluzione. Erede

dell’illuminismo napoletano è Vincenzo Cuoco. Nelle arti si procede verso una

reinterpretazione del bello, che diviene oggetto di studio di una nuova disciplina:

l’estetica( che è sia sapere autonomo sia parte della filosofia). La disciplina trova la

sua prima sistematizzazione in Kant, nella critica del giudizio. A Burke si deve invece la

riflessione sul “sublime” dell’arte. È distinto dal bello perché si basa sul dolore anziché

sul piacere, sulla dismisura anziché sulla proporzione. L’illuminismo si lega a un

nuovo filone di reinterpretazione del classicismo: il Neoclassicismo. È indirizzato

verso la riscoperta dell’arte classica greca, di contro alla frivolezza del Rococò. L’antico

era ormai non recuperabile se non a livello ideale e l’obiettivo era la ricostruzione

ideale di una nuova classicità. L’ideale poteva essere raggiunto mediante la ricerca del

Bello. Il bello ideale si può raggiungere dolo quando ci si eleva alla grazia e alla

contemplazione. Il momento storico in cui si è riusciti a raggiungere l’ideale è il

periodo della civiltà greca classica, la cui arte diventa modello di interpretazione per

gli artisti moderni. Attraverso il bello l’uomo ritrova la propria identità. Keats scriveva

“Bellezza è verità, verità è bellezza”. L’antica grecia è celebrata come esempio di

civiltà libera e armoniosa nella quale l’uomo aveva potuto sviluppare le sue facoltà in

accordo con la natura. I teorici del neoclassicismo furono Winckelmann e Mengs.

Winckelmann dice:”Come la profondità del mare resta sempre immobile per quanto

agitata ne sia la superficie, l’espressione delle figure greche, per quanto agitate da

passioni, mostra sempre un’anima grande e posata”. Nelle opere greche si riconosce

la bellezza suprema che deriva dalla sintesi degli elementi sparsi in natura e le

caratteristiche di serena armonia che si eleva al di sopra delle passioni contingenti.

L’artista migliore interprete del Neoclassicismo è Canova, che si forma sulle statue

degli antichi e sugli scritti di questi due teorici. (es “Amore e Psiche” e le “Tre grazie”

con le qual ispirerà oscolo e Byron). Si parla di neoclassicismo per l’arte e la

letteratura della seconda metà del secolo. In Germania verso il 1770-1780 nasce lo

Sturm und Drang, movimento letterario che sostiene il rifiuto e l’eversione dei

canoni. È considerato un proto romanticismo. Inizialmente questa tendenza convive

con il neoclassicismo, infatti il più grande esponente dello sturm è Goethe, che fu

anche uno dei più grandi neoclassici del tempo. Nel 1800 i canoni cambieranno

radicalmente, nasceranno nuovi temi e generi nati dalla nuova situazione

socio-politica del post rivoluzione francese. Nasce nel 1789 la nuova società moderna

e non si parlerà più di suddito ma d cittadino. Sul piano filosofico si ha una grande

stagione intellettuale. A partire da Locke si diffonde il sensismo, che sottolinea

l’importanza della percezione sensibile nel processo di conoscenza e dell’elaborazione

di idee. Nascono nuove scienze umane, come l’antropologia, lo studio del

linguaggio, l’indagine sull’origine della religione. A causa dei progressi delle scienze la

religione e la metafisica trovano sempre meno spazio. Si impone l’idea che la terra

abbia subito grandi sconvolgimenti e sia in realtà molto più antica di quanto emerge

nella Bibbia. È il periodo della “crisi della coscienza Europea”, caratterizzata da uno

sviluppo dell’indagine razionale e da una disponibilità a mettere in dubbio certezze

fino ad allora incrollabili. Vengono divise le funzioni legislative, amministrative e

giudiziarie. Un’importanza sempre maggiore è rivestita dai luoghi di incontro pubblici

quali i club. Nasce la figura del letterato moderno che vive del proprio lavoro ma

ancora la divisione dei saperi non è compiuta e l’uomo di scienze può anche essere

abile letterato. È un secolo di grande espansione economica e demografica. Motore

dell’economia è ancora l’agricoltura, che ha ampliato la gamma della produzione

includendo le colture provenienti dall’America, quali il mais e la patata. In Inghilterra

ha avvio la Rivoluzione Industriale, che permette la meccanizzazione del sistema

produttivo, che diventa più efficiente, più veloce e più economico. Simbolo della

rivoluzione industriale è la macchina a vapore, che permette di migliorare la

produzione, che non sfrutta più solo la forza umana e animale. La Rivoluzione

Industriale si diffonde gradualmente in Europa ed è alla base della società

capitalistica. Porta a uno sgretolamento dell’ancient regime poiché mutano le basi

strutturali della società. L’aristocrazia e il clero subiscono una restrizione del loro

potere sociale. Viene riorganizzato il sapere e nascono le enciclopedie. La prima

venne fatta da Diderot e d’lambert. Venne pubblicata tra il 1751 e il 1772 ed è una

summa di tutti i saperi dell’uomo nei vari ambiti del sapere. Ebbe una vasta diffusione.

Accanto alle Università nascono le Accademie scientifiche. Luoghi imp per lo scambio

di idee sono i club, i caffè i circoli letterari e contribuiscono a far nascere l’opinione

pubblica i periodici e i quotidiani. Imp quotidiano italiano fu “Il caffè” dei fratelli Verri.

Si diffonde la moda del grand tour, cioè un viaggio attraverso l’Europa a scopo

culturale e informativo. Meta prediletta è l’Italia, con i suoi affascinanti resti

archeologici. Famoso è il famoso resoconto di viaggio di Goethe. In campo musicale il

1700 è il secolo del grande trionfo del melodramma di stile italiano. Importanti i libretti

di Apostolo Zeno e Metastasio. Grande periodo musicale con Mozart e con Rossini. Tra i

maggiori musicisti italiani si ricordano Scarlatti, Porpora e Pergolesi( Stabat Mater).

Tempi della poesia settecentesca. Nella prima metà del secolo prevalgono le

opere di tipo Rococò, non prive del contatto con il Barocco. Verso la fine del secolo

diviene invece dominante il gusto Neoclassico, anche se comunque vi sono anche

opere influenzate dal Rococò ancora. Dichiarazione assurta a emblema del

Neoclassicismo: “fare versi antichi su pensieri nuovi” Nel frattempo in Inghilterra

e Germania si iniziano a privilegiare il sentimento e la passione e la fantasia e si inizia

così parlare di proto romanticismo (anche questo si interseca con il convivere del

Rococò con l Neoclassicismo). È all’insegna della riscoperta dell’istintività e della forza

della natura. La natura è concepita come primo tramite tra l’uomo e il divino. Questo

conflitto di poetiche si risolverà con il declino della cultura antica come unico modello

da imitare e con la sostituzione del gusto classico con il nuovo romantico-moderno. A

partire dal 1770 inoltre si diffonde in Inghilterra un gusto per il “primitivo”. Vengono

pubblicati canti tradizionali gaelici del ciclo di Ossian rielaborati e con l’aggiunta di

episodi inventati. Quest’opera vive di grande fortuna ( in Italia è tradotto da Cesarotti).

Va poi segnalato il filone della poesia sepolcrale, di ambientazione notturna e

cimiteriale, dove spiccano i pensieri di Young e Thomas Gray, che influenzeranno

Foscolo (e altri).

LA LETTERATURA ITALIANA

Un quadro d’insieme

l’evento fondamentale nella storia letteraria italiana del 1700 è la fondazione

dell’Accademia dell’Arcadia nel 1690. Propugna un ritorno alla semplicità e

all’eleganza dei classici dopo gli stili estremi del Barocco. Viene riconosciuta

l’importanza e lo stile di Petrarca e Della Casa. Notevole è la rivalutazione di Dante.

Muratori propugna una funzione civile ed educatrice della poesia. L’imitazione del vero

è alla base dell’ispirazione poetica. La fantasia fornisce le immagini per rappresentare

il verosimile. La poesia arcadica diviene ripetitiva nei contenuti e nella seconda metà

del secolo l’illuminismo è anche rinnovamento dei contenuti che si aprono sul mondo

civile e sociale. Si apre la figura dell’artista con un ruolo sociale che intende

intervenire direttamente. Parini rappresenta il perfetto esempio di classicismo arcadico

temprato dall’Illuminismo. In campo teatrale con Goldoni si apre lo scenario sulla

nuova commedia borghese. Lo stesso risultato non si ha nella tragedia nonostante i

tentativi di Alfieri. Nella narrativa nasce il nuovo romanzo borghese, anche se non

raggiungerà i livelli di quello Inglese e Francese. Si da all’Europa uno fra i più grandi

traguardi in campo della legislazione e della letteratura penale: il “De delitti e delle

pene”. Negli ultimi decenni del secolo il neoclassicismo da un senso nuovo al rapporto

con l’antico e fornisce il contesto in cui troverà voce la letteratura rivoluzionaria e

napoleonica.

La poesia

La prima metà del secolo è dominata da una poesia pastorale di gusto arcadico dal

tono cantabile ed elegante e riferita ad eventi ce coinvolgono una ristretta cerchia di

Accademici. Dal 1770 il Neoclassicismo domina anche l’arte e si esprime il gusto per

l’antico che è visto come ideale di bellezza e virtù. Neoclassico fu Monti che esprime

nella poesia la sua visione politica: giacobino, antirivoluzionario e funzionario

napoleonico. Al Neoclassicismo appartengono la “Notte” e le ultime odi di Parini, i

carmi di Foscolo. A partire sempre dal 1770 accanto al filone di poesia neoclassica si

sviluppa un filone malinconico e sentimentale che prevarrà nel secolo successivo.

La poesia arcadica. Nel 1655 la regina Cristina di Svezia rinuncia alla fede

luterana e al regno e si trasferisce a Roma sotto la protezione d Papa Alessandro

settimo. A Roma fonda l’Accademia che in precedenza aveva fondato a Stoccolma e gli

diede un impulso classicista. L’attività dell’accademia si interrompe nel 1689, daa

della morte della regina. Un anno dopo un gruppo di 14 letterati si riunisce sul

Gianicolo e fonda l’Accademia dell’Arcadia. Tra i fondatori si ricordano Crescimbeni e

Gravina. Il nome Arcadia deriva dalla regione dell’antica grecia culla della poesia

pastorale. I nomi adottati dai poeti appartengono all’antica grecia e i cognomi indicano

dei luoghi geografici su cui avrebbero avuto giurisdizione. Il luogo dei loro incontri è il

bosco Parrasio, luogo sacro ad Apollo. L’insegna dell’Accademia è la siringa di Pan

(formata da canne via via decrescenti) e il protettore è Gesù Bambino. Il primo

“custode” dell’Accademia è Crescimbeni, che rimane in carica fino al 1728, data della

morte. Sorgono numerose Accademie in giro per l’Italia che rispondono all’Accademia

dell’Arcadia, ma hanno tuttavia una forma di autonomia. L’Arcadia è la prima

Accademia a carattere nazionale. Si verifica una rottura tra Crescimbeni e Gravina.

Gravina propendeva per un classicismo rigoroso e per Dante, mentre Crescimbeni

preferiva Petrarca e le regole del buon gusto della poesia idillica ed elegante.

Crescimbeni resta a capo dell’Arcadia, mentre Gravina e i seguaci fondano

l’Accademia dei Quirini. La poesia arcadica è soprattutto d’occasione e

d’intrattenimento. Il metro pastorale per eccellenza è l’egloga. Le rappresentazioni

erano accompagnate da musica ed erano vere e proprie recite. Le scene

rappresentano boschi, ruscelli, pastori intenti a cantare le loro pene d’amore, la

gelosia, la lontananza, ecc.

La poesia ossianica e idillica. A partire dal 1760 si diffondono in tutta Europa i

Canti di Ossian. L’Italia conosce questi attraverso la traduzione di Cesarotti. Ossian

viene considerato superiore allo stesso Omero. Il gusto per le rovine, l’ambientazione

cimiteriale dà origine ad un filone di poesia cimiteriale e sepolcrale che sembra essere

anticipatrice di alcune sensibilità romantiche. Vicino a questa linea è Ippolito

Pindemonte, che scrive “i cimiteri”, la lettera a Foscolo “Sui sepolcri”, la traduzione

dell’”Odissea”. Egli è però più noto per le “Poesie campestri”, dove l’ambientazione

agreste malinconica e idillica e la metrica è debitrice alla lezione arcadica. In

riferimento a tutte queste tendenze la critica ha parlato di preromanticismo.

La poesia neoclassica. Vincenzo Monti. È il poeta più esemplare del

neoclassicismo. Nasce nel 1754 e si dedica alla letteratura contro il volere dei

famigliari. Entra in Arcadia e si trasferisce a Roma nel 1776 e vi rimase per un

ventennio. Sposa Teresa Pikler, amata poi anche da Foscolo. Egli tocca temi cari al

neoclassicismo e celebra l’antichità nell’ode “Al signor Montgolfier”. Nell’ode

l’idrogeno è definito “igno aere”, aria infiammabile e il protagonista dell’ascensione è

paragonato a Dedalo che fugge dal labirinto di Cnosso con le ali di cera. Monti tocca

tuttavia altri temi: parla per esempio della forza della natura,influenzato dal Werther

scrive “Poesie d’amore”, sul modello della tragedia di Carlo de’ Dottori sperimenta la

poesia drammatica con l’”Aristodemo”. Una delle opere più note è “In morte di Ugo

Bassville”. Bassville era un diplomatico francese giunto a Roma per diffondere idee

rivoluzionarie e viene fatto a pezzi dalla curia romana. L’autore immagina che la sua

anima si penta di fronte a Dio degli orrori causati dalla Rivoluzione. Nonostante

questa presa di posizione antirivoluzionaria venne accusato di giacobinismo e fuggì a

Milano. Nel 1804 è nominato poeta del governo italiano e storiografo del Regno d’Italia

e nel 1806. In questi anni scrive opere encomiastiche sulla figura d Napoleone. Negli

anni successivi si dedica a una monumentale traduzione dell’Iliade. Più che la fedeltà

Monti segue la cantabilità e la pienezza del verso italiano: elimina la crudezze delle

descrizioni e le ripetizioni che avevano reso Omero sgradito alla sensibilità

settecentesca. La traduzione di Monti resta la traduzione ufficiale fino a quasi i nostri

giorni. Ormai anziano canta la contrarietà al romanticismo e rivendica la poesia

neoclassica. Muore nel 1828, dopo essersi rivelato una delle figure più significative per

lo sviluppo del linguaggio poetico italiano a fine settecento. Monti è legato alla

concezione di autonomia della poesia, mentre la generazione di poeti a lui successiva

rivendicano la funziona morale e civile e politica della poesia.

Il romanzo

La vera novità del 1700 per quanto riguarda generi letterari è la nascita del romanzo

moderno borghese, che trova la culla in Inghilterra. Si attua una forma di realismo

molto più attenta ai dettagli concreti rispetto al passato. Ha come temi le avventure

vere o inventate di personaggi appartenenti alla borghesia, ceto al quale il romanzo è

diretto. Il romanzo offre modelli per il teatro. Il “Tom Jones” di Fielding è per esempio

alla base di tre commedie di Chiari. Talvolta il romanzo offre anche spunti per il

melodramma. Fra i primi artefici del romanzo ricordiamo daniel Defoe. Il marinaio

Robinson, dopo essere naufragato, deve ricostruirsi un habitat su un’isola deserta e lo

fa con ingegno, fede e tenacia, cioè le virtù che dovevano distinguere il borghese

proto capitalista. Sull’isola conosce un indigeno che chiama Venerdì, che educa ma

allo stesso tempo è usato per i propri scopi. Secondo alcuni critici è simboleggiata

l’essenza del colonialismo europeo, in bilico tra le tendenze di sfruttamento e

civilizzazione. È privo di episodi palesemente fantastici, si preferiscono quelli

avventurosi. È da ricordare dello stesso autore anche “Moll Flanders”, storia delle

avventure e degli inganni di una donna spregiudicata. Imp è la “Pamela” di Richardson

che racconta delle vicende di una cameriera che testarda e ferma ne suoi principi

riesce a farsi sposare dal padrone. L “Tom Jones” di Fielfing è la storia di un trovatello

che dopo molte avventure riesce a coronare il proprio sogno d’amore e raggiungere la

stabilità economica. Stern è l’autore di “ La vita e le opinioni di Tristan Shandy” e del

“Viaggio sentimentale attraverso la Francia e l’Italia”, pubblicato con lo pseudonimo

shakespeariano di Yorick e tradotto in italiano da Foscolo. In Italia l romanzo borghese

non raggiunge i livelli dei capolavori inglesi, ma si può parlare solo di romanzi di

consumo, che tuttavia venivano pubblicati in grandi quantità. Il più fecondo scrittore di

romanzi nel 1700 è l’abate Pietro Chiari, autore anche di testi teatrali e di un accesa

polemica contro Goldoni. Di dedica ai romanzi di consumo. I suoi romanzi sono

prevalentemente autobiografici, pieni di colpi di scena ed è d’obbligo il lieto fine. Sulla

scia dei romanzi “popolari” si colloca Piazza che sperimenta intrecci complicati e

improbabili toccando i temi più svariati, da quelli storici a quelli amorosi. Anche l

romanzo risente dell’influsso del neoclassicismo e si ispirazione neoclassica sono i

romanzi di Alessandro Verri, di argomento archeologico. Verso la fine del secolo

tematiche politiche e sociale entrano nell’universo del romanzo, ad esempio nelle

“Ultime lettere di Jacopo Ortis”. Nell’età di Napoleone è famoso il “Platone in Italia” di

Cuoco, romanzo epistolare debitore a Vico, che tratta della situazione politica dell’Italia

schiacciata tra la minaccia del ritorno dell’antico regime e il peso della dominazione

francese. Un discorso a parte va fatto per il genere narrativo illuminista. In Francia si

parla di racconto o romanzo filosofico. Le “Lettere persiane” d Montesquieu sono

critica dei costumi occidentali. Con Voltare però il genere acquista una forma tipica,

soprattutto nel “Candido”, scritto dopo il terremoti di Lisbona del 1755, che ha come

bersaglio l’ottimismo finalistico della filosofia di Laibniz. Laibniz aveva sostenuto che

Dio essere perfetto aveva creato il mondo più perfetto possibile e il male serve spesso

a far gustare il bene e contribuisce a una perfezione ancora più grande. Voltaire,

ironico e tagliente, mostra l’irragionevolezza di questa tesi attraverso tutte le

disavventure vissute da Candido. Rousseau ottiene successo europeo con la “Giulia o

la nuova Eloisa”. Ma il nome d Rousseau resta perlopiù legato alle “Confessioni”: primo

esempio di autobiografia moderna, che sin dalle prime pagine rivela di svelare tutto

dell’autore anche i tratti più disonorevoli e di dare spazio, con effetto rivoluzionario, al

sentimento, alla memoria e all’individualità. In area tedesca capolavoro è “I dolori del

giovane Werther” di Goethe. Werther ama Lotte, che è legata a Albert, borghese.

Giunto alla disposizione Werther si uccide. Animo forte e appassionato è spinto

all’autodistruzione dalla realtà meschina e borghese. Ha grande successo in Europa ed

è il modello delle !Ultime lettere di Jacopo Ortis”. È un romanzo epistolare e l’amico a

cui Werther scrive deve ricostruire gli ultimi attimi di vita del protagonista.

Storiografia e critica letteraria

Nella prima metà del 1700 si sviluppa un progressivo interesse per il recupero della

memoria storica e una nuova coscienza critica nel vaglio dei documenti antichi. Nasce

una nuova storiografia! È differente da quella del passato ( nel passato era considerato

genere retorico), ora ha un proprio metodo di lavoro di stampo razionalistico e

scientifico.

Muratori e Giannone. L’opera di Muratori è fondamentale per lo sviluppo del

nuovo genere storiografico. Egli è uno dei letterati più importanti del secolo. Si laurea

in giurisprudenza, lavora all’Ambrosiana di Milano. Egli condanna la vuota retorica del

secolo precedente ed egli si impegna nel rinnovamento della filosofia e della nascita d

una cultura nazionale che avrebbe dovuto essere all’altezza degli altri stati europei.

Egli fu editore di testi sulla storia d’Italia. Rivolse la propria indagine all’età medievale

e individua il Medioevo come momento centrale nella formazione della storia

istituzionale e politica d’Italia. Giannone sostiene le idee libertine e cartesiane, lotta

contro il potere temporale della Chiesa e l’uso politico della religione. Scrive la

“Historia civile del Regno di Napoli”, dove fonda una storiografia attenta alla

trasformazione delle istituzioni civili piuttosto che a eventi bellici e diplomatici.

Parallelamente alla storia del regno di Napoli delinea la storia della Chiesa dalla fine

dell’epoca romana, perché da quel momento la Chiesa si è sovrapposta al potere

civile. La Chiesa ha potuto far questo abusando della devozione dei popoli e del suo

potere spirituale. È quindi impossibile delineare la storia del regno di Napoli senza

trattare di quella della Chiesa. Giannone viene imprigionato, gettato nelle carceri

piemontesi, dove rimane fino alla morte scrivendo la propria autobiografia.

Giambattista Vico e la “Scienza nuova”. vico è l’esponente più geniale della

cultura italiana del tempo. Egli elabora una nuova scienza, una scienza della storia,

nella convinzione che l’uomo possa conoscere soltanto quello di cui è artefice e

dunque la storia. L’uomo non può invece conoscere il fine ultimo della natura, che è

dato da Dio. Lo storicismo di Vico è fecondo nella cultura napoletana degli ultimi

decenni del 1700 e verrà ripreso nel corso del 1800. Per storicismo si intende una

concezione del mondo che tende a interpretare le manifestazioni della civiltà come

effetto del tempo e della storia. Egli cerca di costruire una metafisica basata

sull’antica sapienza latina, su cui sarebbe basata tutta la sapienza italica. Il suo

capolavoro è la “Scienza nuova”. egli delinea un nuovo metodo di interpretazione della

storia dell’umanità che unisce filosofia e filologia. Con “filosofia” Vico intende la

scienza del vero (disciplina basata quindi sulla ragione che ha come obiettivo la

conoscenza di ciò che è vero). Con “filologia” Vico intende la scienza delle parole e

delle cose indicate dalle parole, la cui attività di indagine è rivolta al certo, che è

attinente alla vita dell’agire pratico dell’uomo nel suo sviluppo storico. I fondamenti

del vero devono intrecciarsi con i fondamenti del certo. Vico individua tre stadi

fondamentali dell’umanità: l’età degli dei, l’età degli eroi e l’età degli uomini, che

corrispondono alle tre facoltà di senso, fantasia e ragione. Queste tre età si ripetono

ciclicamente. La facoltà poetica dell’uomo è tipica delle fasi iniziali, barbariche della

civiltà, quando gli uomini sono dotati di una più forte immaginazione attraverso cui

cercano di spiegare i fenomeni naturali che non riuscivano a spiegare

scientificamente. Vico vede nel mito l’espressione di questa sapienza volgare degli

uomini primitivi, incapaci di una rielaborazione razionale e portati a una visione

fantastica del mondo. ciò facilita anche la comprensione di alcuni caratteri peculiari

nella poesia di Omero e Dante, fiorite entrambe nel momento iniziale di grandi civiltà.

La storiografia letteraria e la critica. Si sente l’esigenza di teorizzare la nuova

letteratura e anche di riorganizzare la storia letteraria del passato. Nella prima metà

del secolo al centro dell’interesse ci sono la poesia e la sua forma. Ad esempio nella

“Storia della volgar poesia” di Crescimbeni, primo custode dell’Arcadia, si svolge una

analisi della poesia attraverso i secoli incentrata sulle forme metriche e sulla

presentazione dei singoli autori presentandoli per giustapposizione. Egli individua nella

tradizione Arcadica un punto d’arrivo per la tradizione letteraria italiana. Nella seconda

metà del secolo l’attenzione si sposta sul piano delle vicende storico-letterarie. Nel

corso del secolo nasce anche un’intensa attività critica, per esempio con Bettinelli.

Sorge una disputa sul valore della poesia dantesca. Alle critiche di Bettinelli rispnde

Gozzi con “Difesa di Dante”. Altra figura importante è Baretti, legato alla pubblicazione

di un periodico: “La frusta letteraria di Aristarco Scannabue”. Il periodico si basa su

una finzione, cioè che Aristarco sia un vecchio militare che si dedica ora all’ ozio

campestre assistito dal suo schiavo turco poiché egli aveva perso una gamba e dal

curato del luogo. La critica di Aristarco (la sua frusta metaforicamente) si indirizza

verso tutto ciò che è convenzionale e pedante. Egli apprezza Gozzi e critica Goldoni.

Molti sono i periodici nati nel corso del secolo, ricordiamo: “Giornale de’ letterati

d’Italia”, fondato da Apostolo Zeno e continua a pubblicare fino al 1740, il “Nuovo

giornale dei letterati d’Italia” e “Il Caffè” i cui fondatori sono i fratelli Verri e vi

partecipa anche Beccaria.

Memorialistica e letteratura di viaggio

Nel corso del secolo trova grande fortuna il genere autobiografico. Tra le autobiografie

più importanti troviamo quelle di Lorenzo da Ponte e Giacomo Casanova.

Parallelamente all’autobiografia si sviluppa la letteratura di viaggio che è espressione

della curiosità intellettuale del secolo. Originariamente appannaggio del nobile il

“grand tour” ora viene praticato anche dall’intellettuale borghese che ne fa uso di

conoscenza e di confronto tra le differenti culture.

Il teatro

La tendenza alla razionalizzazione si manifesta anche nei vari generi teatrali.

Importante è la figura di Maffei, tragediografo ma anche autore di un gran numero di

opere storiche e archeologiche. Poi c’è Conti che propugna un teatro legato ai modelli

greco-romani ( quindi di carattere rigorosamente storico). Nel genere si cimenta anche

l’Arcadia e Martello è affascinato dal teatro francese tanto da creare un verso di 14

sillabe ispirato all’alessandrino francese, che prende il nome di Martelliano. Nella

seconda metà del secolo nasce la drammaturgia religiosa. Nello stesso periodo

vengono superate le unità aristoteliche e si sviluppa il modello di Shakespeare. Ispirate

a quelle del drammaturgo inglese sono le tragedie di Ippolito Pindemonte. Nell’ultimo

ventennio del 1700 la tragedia si avvicina al giacobinismo con le opere di Pagano. Il

maggior talento del secolo resta Alfieri, che decide di dedicarsi al genere perché in

Italia non c’era ancora stato un grande autore tragico. Nel campo della commedia per

la prima metà del secolo domina la Commedia dell’Arte anche se si diffonde il teatro

francese di Moliere. Legato al modello della Commedia dell’Arte è Gozzi, avversario di

Goldoni, alla cui riforma bisogna arrivare per la nascita del moderno teatro borghese. Il

melodramma è il genere preferito del secolo e si diffonde in Europa lo stile italiano. Nel

melodramma si hanno i frutti migliori dell’Arcadia con Metastasio e Apostolo Zeno.

Quest’ultimo è poeta cesareo alla corte di Vienna tra il 1718 e il 1728. Metastasio

nacque a Roma e venne adottato da Gravina, colpito dalla sua grande bravura nel

comporre versi. Metastasio riceve una buona formazione impostata sui classici e una

volta trasferitosi a Napoli inizia a comporre melodrammi. La “Didone abbandonata” ha

un successo strepitoso e Metastasio diventa poeta cesareo alla corte di Vienna nel

1729, dopo la morte di Apostolo Zeno. Metastasio opera una vera e propria riforma del

genere melodrammatico, tesa a razionalizzare le incongruenze e gli eccessi del

melodramma Barocco. Egli pone la poesia in una posizione preminente rispetto alla

musica e alla messa in scena. CARLO GOLDONI

La vita

Goldoni nasce nel 1707. Studia giurisprudenza e inizia a scrivere per il teatro. Questa

attività la affianca a quella dell’avvocatura fino al 1748, anno in cui decide di dedicarsi

al teatro soltanto. Nel 1734 incontra il capocomico Imer del teatro San Samuele. Nel

1736 Goldoni sposa Nicoletta Connio. Nel 1738 scrive il “momolo cortesan” in cui

viene scritta per intero la parte del protagonista! Nel 1743 scrive la “Donna di garbo”,

la prima commedia scritta per intero! Viene ora assunto dal capocomico Madebach

come autore stabile al teatro Sant’Angelo di Venezia. Prende forma la riforma

goldoniana del teatro, che riforma i modelli della Commedia dell’Arte (basata sul

semplice canovaccio interpretato liberamente dagli attori). Di questi anni sono “La

bottega del caffè” e “La locandiera” e anche la rivalità con l’abate Chiari che scrive

per il teatro di San Samuele. In seguito a disaccordi con Madebach Goldoni passa al

servizio del teatro di San Luca. La sua fama è ormai a livelli internazionali. Di questi

anni è la polemica con Gozzi, che ripropone i vecchi modelli della Commedia dell’Arte.

Nel 1762, stanco delle dispute e attratto dal teatro francese, si trasferisce a Parigi,

dove rimane fino alla morte. Qui lavora per la Comedie Italiene ( compagnia teatrali di

attori italiani che proponeva opere italiane) che era improntata ancora sulla Commedia

dell’Arte e quindi torna a scrivere semplici canovacci. È assillato da preoccupazioni di

salute e finanziarie, nonostante ricevesse una pensione di corte. È così costretto a

lavorare come precettore verso le figlie e la nuora di Luigi 15. La rivoluzione scoppia

quando egli è ormai vecchio e cieco e non può comprendere i nuovi sconvolgimenti

sociali. Muore in miseria nel 1793, dopo che gli venne tolta anche la pensione di corte.

La riforma goldoniana

Goldoni rivoluziona il teatro italiano sottraendolo alle recite a soggetto, alla tradizione

delle maschere della Commedia dell’Arte e all’eclettismo dei temi che tendevano ad

attirare lo spettatore ma senza alcun aspetto di verosomiglianza e di realismo. Per i

suoi soggetti dichiara di attingere al “libro del Mondo”. nel periodo in cui lavora per

Imer passa alla scrittura integrale del testo delle commedie. Snodo essenziale è il

“Momolo cortesan”. Prima commedia interamente scritta è “La donna di garbo”. Egli

tuttavia continua a praticare i modi della Commedia del’Arte, raggiungendo i migliori

risultati con “Il servitore di due padroni”. La scrittura del testo è uno dei cardini della

riforma di Goldoni. A ciò si aggiungono l’istanza del realismo, lo sforzo di analisi critica

della realtà sociale e la funzione etica della rappresentazione. Nel 1750 l’autore inizia

a stampare le sue commedie. I frutti più maturi del suo lavoro appaiono negli anni

successivi al 1748, anno in cui decide di dedicarsi al teatro abbandonando

l’avvocatura. Tra le più note commedie del periodo c’è la “bottega del caffè”. Tra le

commedie ancora oggi più rappresentate si ricorda “La locandiera” (1752). Nella

commedia si svolge un confronto fra le differenti classi sociali, tra aristocrazia

impoverita e borghesia arricchita, impersonate dal Marchese di Forlimpopoli e dal

Conte d’Albafiorita, facendo leva l’uno sulla dignità del proprio casato e l’altro

sull’importanza del proprio denaro. I successi crescenti attirano la rivalità di Chiari che

accusa Goldoni di non aver caratterizzato i suoi personaggi anche linguisticamente e

quindi lo accusa di inverosimiglianza. Goldoni risponde e si difende dicendo che non è

la lingua ma il carattere e la caratterizzazione dei personaggi a fare la commedia. La

polemica di Chiari nasce non solo da ragioni di competizione ma dalle differenti scelte

punto di forza delle

letterarie, ad esempio l’abate usa il verso martelliano mentre il

commedie goldoniane è la prosa.

Gli anni difficili e capolavori dei primi anni sessanta

Il passaggio al teatro San Luca coincide con un periodo difficile per Goldoni, che deve

adattarsi a novità che male di accordano alle sue abitudini come la sala troppo grande

e quindi inadatta alle commedie di carattere alle manie di protagonismo di un’anziana

primadonna. A ciò si aggiungono una crisi depressiva e le accuse di Chiari che aveva

preso il suo posto al Sant’Angelo. Con il suo sperimentalismo approdò a numerosi

fiaschi mentre raggiunse il successo con commedie estranee alla riforma. A partire dal

1760 si raggiungono buoni successi ma ancora si deve far fronte agli attacchi degli

oppositori. Chiari come Goldoni condivideva però la volontà riformatrice, mentre Gozzi

attacca proprio la volontà riformatrice professando un forte conservatorismo

ideologico e linguistico. Gozzi prende di mira sia Goldoni che Chiari, riproponendo i

modelli della Commedia dell’Arte.

Le opere parigine e le memorie

Attratto dalla prospettiva di uno stipendio fisso Goldoni si trasferisce in Francia nel

1762 e lavora per la Comedie Italiane, ma gli attori erano ancora legati alla recita a

soggetto. Deluso, nel 1765 smette di lavorare per la compagnia e si impiega come

precettore reale della famiglia reale. Si impegna nella stesura di un’autobiografia. Le

memore escono a Parigi in tre volumi: gli anni giovanili, quelli della riforma e quelli

francesi.

La fortuna

De Sanctis vede in Goldoni uno slancio realistico e antiaccademico e lo definisce il

“Galileo della nuova letteratura”. Parallelamente al rinnovamento tematico Goldoni

passa dalla caratterizzazione linguistica dei personaggi alla scelta di un italiano

letterario o del veneziano, in funzione degli ambienti di riferimento e della

destinazione dei testi. GIUSEPPE PARINI

La vita

Nacque il 23 Maggio 1729 a Bosisio. Una vecchia prozia gli lascia un’eredità a patto

che segua la carriera sacerdotale ed egli si trasferisce a Milano dove frequenta le

scuole dei Barnabiti e prese gli ordini sacerdotali nel 1754. Nel 1752 pubblica la rima

raccolta di poesie, intitolata “Alcune poesie di Ripano Eupilino”, nome scelto da lui in

Arcadia, derivante dall’anagramma del cognome (Parino) e dal nome latino del lago di

Pusiano ( Eupili). Questo volume vale al poeta come entrata nell’Accademia dei

Trasformati., alla quale collabora con testi poetici e in prosa, come “Dialogo sopra la

nobiltà” e “Discorso sopra la poesia”. Nel 1754 egli diventa precettore presso i figli del

Duca Serbelloni, così entra in contatto con la nuova cultura francese illuminista. Il

servizio presso i Serbelloni termina nel 1762 a causa di una discussione tra la

Duchessa e Parini e così passa ad occuparsi della formazione di Carlo Imbonati. La

pubblicazione del “Mattino” e del “Mezzogiorno” gli procurano grande fama e vene

nominato nel 1768 poeta del Regio Teatro Ducale. Nel 1769 diviene direttore della

“Gazzetta di Milano”. Collabora con artisti di ispirazione neoclassica e partecipa

all’ideazione di nuovi edifici, come il Teatro della Scala e il Palazzo Belgioioso. Nel 1791

è nominato sovrintendente delle scuole di Brera ed esce la raccolta delle “Odi”. Muore

il 15 Agosto del 1799, senza essere riuscito a portare a termine la stesura del

“Giorno”, che lo aveva impegnato per anni.

“Dialogo sopra la nobiltà” e gli scritti teorici

“Dialogo sopra la nobiltà” è legato al periodo dell’Accademia dei Trasformati.

Costituisce un momento di riflessione sulla funzione sociale degli intellettuali. Nel

“Discorso sopra la poesia”, anch’esso legato all’ambiente dei Trasformati, resta fedele

ala massima oraziana di unire l’utile al piacevole e celebra l’applicazione alle lettere

dello spirito filosofico, che ha dissolto le nebbie del passato e ha portato nuovi lumi

alla poesia. Classicismo e Illuminismo sono gli elementi caratterizzanti della sua

produzione poetica. Quasi un completamento di questo scritto è il “Discorso sopra la

carità”, che ribadisce il principio dell’utilità sociale delle lettere.

Le “Odi”

Parini compone e divulga le proprie opere nell’arco di tempo che va dalla fine degli

anni 50 alla fine degli anni 90 del 1700. La prima raccolta di odi esce nel 1791. Nel

1795 ne esce una nuova edizione e infine ne esce una terza edizione dopo la morte

del poeta. Le prime odi affrontano perlopiù tematiche civili: “La vita rustica”, “La

salubrità dell’aria”, “La impostura”, “La musica”, l’”Educazione”, “L’innesto del vaiolo”,

“Il bisogno”. La seconda grande fase di produzione delle odi ha inizio negli anni 80 e

tratta temi sentimentali e morali legati alla riflessione sulla figura del poeta. “La recita

dei versi” deplora l’uso di recitare versi ai banchetti poiché svilisce l’arte poetica, “La

caduta” in cui il poeta immagina di cadere e di rivendicare la propria libertà di fronte a

un soccorritore accorso che gli consiglia di essere più servile nei confronti dei potenti,

“La tempesta”, “In morte del maestro Sacchini”, “Il pericolo”, “La magistratura”, “Il

dono”,”La gratitudine”, “L’inclita Nice”, “Alla musa”. In questi componimenti Parini

giunge alla piena maturità artistica raggiungendo il modello oraziano di equilibrio.

Nelle ultime odi si parla di sensibilità neoclassica per la rappresentazione della

bellezza e per le immagini impiegate.

“Il giorno”

Parini vi lavora a lungo, lasciandolo tuttavia incompiuto. Nella sua vita riesce a

pubblicare solo “Il mattino” e il “Mezzogiorno”. Secondo il progetto originario avrebbe

dovuto portare a termine anche “La sera”, ma successivamente sceglie di farne un

unico componimento intitolato il “Giorno”, diviso in quattro parti: il mattino, il

meriggio, il vespro e la notte. Il vespro e la notte sono incompiuti. Parini si finge

“precettor d’amabil rito” ovvero maestro di amabili costumi, che vuole insegnare a un

giovane aristocratico come debba trascorrere la propria giornata. Parini riesce a

mettere in ridicolo tutti gli aspetti di vacuità e parassitismo della nobiltà

contemporanea, ormai priva di una funzione sociale produttiva. L’ironia è espressa

attraverso un linguaggio classicistico ed elegante. Il “Mattino” è preceduto da una

dedica in prosa alla Moda, la nuova dea dei tempi moderni. Il poemetto segue il nobile

dal suo risveglio alla toeletta alla colazione fino al momento in cui esce di casa in

carrozza per andare a pranzo, dove incontrerà la dama di cui è cicisbeo( o cavalier

servente) tra i brani più riusciti è la favola di Amore e Imene, la prima favola

mitologica presente nel poemetto e spiega la divisione tra amore e matrimonio e

l’origine del costume dei cicisbei, mentre quella della Cipria spiega l’usanza di

incipriarsi i capelli, che nasconde le differenze d’età. Nel “Mezzogiorno” si svolge il rito

del banchetto e vi è l’episodio della vergine cuccia (giovane cagnetta) che rivela il

disprezzo della nobiltà verso i servitori plebei, la cui dignità è posta al di sotto di quella

degli animali. Il “Vespro” tratta della passeggiata in carrozza e vi è una trattazione sul

tema dell’amicizia, che è ridotta a mera formalità nel mondo dei nobili. La “Notte”

tratta temi essenzialmente neoclassici. Il poemetto è giocato sull’opposizione

luce-tenebre: la nobiltà contrappone alle tenebre della notte le luci sfavillanti dei

saloni da ballo e da gioco. Nel “Giorno” Parini ci da un grande affresco della decadenza

di una classe sociale ma al tempo stesso le figure della classe borghese emergente

non offrono una via di salvezza alla società poiché sono dedite al lucro e prive di uno

slancio ideale. Ci da l’immagine di un’umanità vuota e declassata.

La fortuna

Fin dagli ultimi anni della sua vita è stato considerato uno dei padri della rinascita

morale della nazione, dopo le vacuità dei periodi cortigiani e arcadici. La statura

morale del poeta è riconosciuta nelle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, nei “Sepolcri”,

nel “Parini ovvero della gloria” (di Leopardi). De Sanctis lo ritiene il primo poeta della

nuova letteratura, perché pone in primo piano la funzione etica e morale della poesia,

così come Metastasio era stato l’ultimo della vecchia. Anche Carducci apprezza Parini.

Croce ridimensiona la sua figura, in quanto egli fu uomo del Settecento e quindi uomo

razionalistico e del periodo delle riforme. Binni ha visto in Parini una sintesi tra Arcadia

e Illuminismo e ha valorizzato il passaggio da una poetica sensista a una neoclassica.

VITTORIO ALFIERI

La vita

Nacque ad Asti nel 1749. Perde presto il padre e la madre si risposa presto con un altro

Alfieri. Vittorio viene mandato a studiare alla Reale Accademia di Torino dove riceve

un’educazione militare rigida e superficiale. Appena uscito dall’Accademia intraprende

una serie di viaggi in Europa: Milano, Firenze, Roma, Napoli, Venezia, Parigi, Inghilterra,

Olanda, Torino, Austria, Germania, Danimarca, Svezia, Russia, Olanda, Inghilterra,

Spagna e Portogallo. In questi anni entra in contatto con la corrente illuministica e si

manifesta la sua irrequietezza di carattere che lo accompagnerà tutta la vita. La sua

prima tragedia “Antonio e Cleopatra” è in italiano e il grande successo ottenuto lo

spinge a scrivere altre tragedie. Evento imp. Della sua vita è il legame sentimentale

con la contessa d’Albany, moglie di Carlo Edoardo Stuart, aspirante cattolico al trono

inglese. Alfieri decide di “disvassallarsi” dal Regno di Sardegna e lascia tutti i suoi

possedimenti alla sorella Giulia, in cambio di un cospicuo vitalizio. La Stolberg per

allontanarsi dal marito si trasferisce a Roma. Alfieri la segue e nella capitale mette in

scena l’ “Antigone” e scrive il Saul. Per non compromettere l’amata è costretto ad

allontanarsene e viaggia per l’Italia, conoscendo a Padova Cesarotti e a Milano Parini.

Nel frattempo escono i primi due volumi delle sue tragedie. Dopo altri spostamenti

riesce a congiungersi con l’amata in Alsazia. Allo scoppio della Rivoluzione Francese

scrive un entusiastico “A Parigi sbastigliato”, ma negli anni successivi, a causa della

violenza e dell’eccesivo radicalismo politico, arriva ad odiare i francesi. Si trasferisce

da Parigi a Firenze con l’amata. Qui vi rimarrà fino alla morte, avvenuta l’8 Ottobre

1803. Questo periodo scrive le Commedie e il “Misogallo”, opera antifrancese. Il mito

di Alfieri padre della patria viene fissato poco tempo dopo da Foscolo nei “Sepolcri”.

Le tragedie

Quella di Alfieri è una tragedia di carattere, costruita tutta intorno a un unico

protagonista o a pochi altri personaggi. È una tragedia di “un sol filo ordita”(unica

trama), tetra e feroce. Il conflitto spesso è tra il tiranno e l’uomo libero. Alfieri ci

descrive anche il suo modo di procedere nello scrivere una tragedia: prima sceglie la

trama, poi delinea un soggetto e poi scrive la tragedia vera e propria. Alfieri non

inserisce nelle sue tragedie l’ “Antonio e Cleopatra”, ritenendola troppo immatura. La

prima tragedia riconosciuta dall’autore è il “Filippo”, di più grande importanza teatrale.

Scrive poi “Polinice”, “L’Agamennone e l’Oreste”. Legate al trattato “Della tirannide”

sono le tragedie successive. Prendono il nome di “tragedie di libertà”. Sono: “La

Virginia”,”La congiura de’ Pazzi”, “Il Timoleone”, “Maria Stuarda”,” Don Garzia”,

“Rosmunda” e l’”Ottavia”. Dopo questo gruppo di tragedie crede di essere giunto al

termine della sua carriera, quando invece scrive la “Merope” e il “Saul”(uno dei suoi

capolavori). Il “Saul” è dedicato all’abate Tommaso Valperga di Caluso e si ispira alle

vicende dell’Antico Testamento. In questi anni la Bibbia non viene letta come testo

sacro ma come testimonianza di un’antica civiltà, al pari di Omero o di Ossian. La

tragedia è impostata su atmosfere notturne. Saul è diviso dall’amore paterno per la

figlia Micol e per l’istinto di potere, tra l’amore e l’invidia per David (sposo della figlia).

In questo personaggio Alfieri riesce ad esprimere il suo rapporto con il potere: da una

parte egli era spinto alla brama di potere ma dall’altra era contrario al tiranno. Alfieri

compone poi la “Mirra”. La vicenda è presa dalle “Metamorfosi” di Ovidio e parla della

storia di una ragazza, Mirra, che si innamora del padre, re di Cipro, e interrompe le

nozze con il promesso sposo Pereo( che si uccide) e finisce con il confessare ai genitori

la sua ansia. Visto l’orrore nei genitori si uccide assistita solo dalla sua nutrice. In

“Saul” la solitudine del protagonista è provocata dal potere, nella “Mirra” in conflitto è

tutto interno al personaggio, che cerca di soffocare fino all’ultimo il suo desiderio. Il

suicidio non è come autoaffermazione come in altre tragedie alfieriane, ma è presa d

coscienza della sconfitta. Questa tragedia è una delle migliori dell’Alfieri. Insuccessi

saranno l’”Agide” e la “Sofonisba”. Di spirito antitirannico saranno anche “Il Bruto

primo” e il “Bruto secondo”. Il primo tratta delle vicende di Lucio Giunio Bruto che

caccio Tarquinio il Superbo dando avvio alla Roma repubblicana. Il secondo è dedicato

al popolo italiano futuro e tratta del conflitto tra il tiranno Cesare e il figlio adottivo

Marco Giunio Bruto. Per il lavoro seguente, l’”Abele”, Alfieri usa il termine

tramelogedia, un genere a metà tra il melodramma e la tragedia. Il pubblico era

assuefatto dal genere melodrammatico ed Alfieri lo usa per far meglio adattare l gusto

del pubblico alla tragedia. Scrive infine l’”Alceste seconda”.

Le “Rime “ e la “Vita”

Parallelamente all’attività come tragediografo si svolge la sua attività di poeta. Le

“Rime” sono perlopiù di carattere autobiografico. Le liriche nascono da momenti di

solitudine e commozione, dalla vista di paesaggi, da turbamenti interiori per la donna

amata che desidera ma che è lontana. Le liriche contribuiranno alla costruzione

dell’immagine romantica del poeta. La vena autobiografica si esplica maggiormente

nella “Vita di Vittorio Alfieri scritta da esso”. L’opera trova grande fortuna. È divisa in

due parti. La prima parte a sua volta è composta in 4 sezioni: puerizia, adolescenza,

giovinezza e virilità. La seconda parte tratta degli avvenimenti tra il 1790 e il 1803 ed

è una continuazione della virilità. Alfieri si presenta come un giovane insofferente alle

regole impostegli da una società rigida che pretende di imporre i comportamenti, le

scelte di vita, le letture e anche le fantasie.

Gli scritti politico-morali e la produzione satirica

Alfieri scrive diversi trattati di carattere politico e morale, che sono utili per seguire i

temi trattati anche nelle sue tragedie. “Della tirannide” è un breve trattato in prosa

che sottolinea l’inconciliabilità dell’uomo libero con il potere assoluto. Alfieri nega la

possibilità di essere liberi nel mondo moderno e quindi si può solo morire da forti,

evitando ogni compromesso con il potere. In questa prospettiva sono scritte le

tragedie di libertà. Il trattato del “Principe e delle lettere” prende in considerazione

l’inconciliabilità tra potere politico e letteratura. Alfieri condanna il mecenatismo

perché gli scrittori devono sottrarsi alle lusinghe dei potenti per svolgere appieno la

loro funzione etica e dare voce a sentimenti di libertà. Tema politico è anche quello del

“Panegirico di Plinio a Traiano”, giocato sull’invito di rinunciare al potere e dare vita

alla Repubblica. le satire di Alfieri sono 17 e hanno come bersaglio il mondo

contemporaneo. Sono di carattere politico sociale: “I Re”, “La milizia”,l’”Educazione”,

“La plebe”; altre attaccano le idee dei phylosophes. Postume escono sei commedie di

carattere politico e moralistico. Nella tetralogia: “L’uno”, “I pochi”, “I troppi”,

l’”Antidoto”, ribadisce che l’antidoto alla tirannide è un governo misto, cioè la

monarchia costituzionale. La produzione satirica e comica mette in scena un’umanità

degradata, che sembra essere il rovescio dei personaggi delle tragedie.

La fortuna

Non apprezzato da Parini e da Monti. Viene eletto a guida morale da Foscolo nei

“Sepolcri” e nelle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”. Nel 1800 Schlegel lo ritiene

impoetico e incapace di disegnare un’azione tragica organica. Vario è il giudizio dei

letterati italiani: Croce lo definisce preromantico per il forte individualismo e la

rappresentazione delle passioni, altri vedono in lui un forte legame con il suo secolo.

UGO FOSCOLO

La vita

Niccolò Foscolo nasce nel 1778 a Zante. Il nome Ugo viene in seguito sostituito a

quello di battesimo. Il padre Andrea era medico veneziano e la madre Diamantina

Spathis era greca. Nel 1788 muore il padre e a causa delle grandi difficoltà

economiche Foscolo deve tornare a Zante presso una zia, dove rimane fino al 1792,

data in cui la madre riesce a riunire la famiglia a Venezia. Foscolo riesce a farsi

ammettere nei salotti dell’aristocrazia, nonostante parlasse il greco meglio

dell’italiano. Politicamente è un rivoluzionario e mette in scena al teatro di Sant’Angelo

il “Tieste”, che sul modello di Alfieri era di spirito antitirannico. Il governo conservatore

veneziano sospetta di lui e così si trasferisce a Bologna e si arruola nel corpo dei

cacciatori a cavallo e pubblica “A Bonaparte liberatore”. Quando Venezia cade in mano

ai rivoluzionari vi torna, ma poi Bonaparte la cede all’Austria e si sente tradito e

abbandona la città. A Milano conosce Parini e Monti e partecipa alla redazione del

“Monitore italiano”. Inizia la pubblicazione del romanzo epistolare “Le ultime lettere di

Jacopo Ortis”. Sono gli anni degli amori per Isabella Roncioni e per Antonietta Fagnani

Arese ( per la quale scrive “All’amica risanata”). Deluso dalla venuta di Napoleone si

dedica all’Ortis, alle Poesie e al commento alla “Chioma di Berenice” di Callimaco. Nel

1804 si reca nel nord della Francia al seguito dell’esercito francese che aveva

progettato di invadere l’Inghilterra. Qui vi rimase per alcuni anni e nel tempo libero

dalle esercitazioni militari si dedicava alla traduzione dell’Iliade dal greco e a quella del

“Viaggio sentimentale” si Sterne dall’inglese. Ha una relazione con una donna inglese,

dalla quale avrà una figlia, Floriana, con la quale si troverà solo in tarda età. Rientra in

Italia e si stabilisce a Milano. Inizia a concepire l’idea di scrivere i

“Sepolcri”( pubblicato nel 1807). Nel 1811 viene rappresentata la sua commedia

“Ajace” che viene vista come attacco diretto a Napoleone ed è costretto ad

allontanarsi da Milano. Soggiorna a Firenze e frequenta il salotto della contessa

d’Albany. In questo periodo lavora alle “Grazie”, scrive la tragedia “Ricciarda”,

pubblica “Viaggio sentimentale” di Stern e gli aggiunge la “Notizia intorno a Didimo

Chierico”, continua la traduzione dell’Iliade. Dopo la sconfitta di Napoleone rientra a

Milano. Al rientro degli austriaci a Milano riceve la proposta di lavorare per la

“Biblioteca italiana” ma rifiuta la proposta perché non voleva giurare fedeltà agli

austriaci. Si trasferisce a Zurigo in Svizzera e poi a Londra, dove è preso da gravi

difficoltà economiche. Negli ultimi anni ad assisterlo è la figlia Floriana. Muore nel

1827 e le sue spoglie vengono portate nella Chiesa di Santa Croce a Firenze nel 1871.

Le ultime lettere di Jacopo Ortis

Il romanzo ha una storia redazionale complessa, lunga una ventina d’anni. L’intenzione

della volontà di scrivere il romanzo risale al 1796 e al nome: “Laura. Lettere”. la prima

edizione è curata da Foscolo solo fino alla lettera 45. Questa edizione è però fermata

dalla censura. Viene allora aggiustata e ripubblicata. Foscolo ne disconosce la

paternità poiché la stampa non era stata decisa da lui ma dall’editore Marsigli, e ne

pubblica una seconda edizione. La prima parte corrisponde alle prime 45 lettere della

prima edizione mentre la seconda parte consiste di lettere realmente inviate

dall’autore e da parti autobiografiche. Ne esce a Zurigo una terza edizione, contenente

alcune parti, come la lettera del 17 Marzo scritte ex novo, e altre che criticano l’impero

napoleonico. Il principale di riferimento dell’opera è “I dolori del giovane Werther” di

Goethe, ma anche “La nuova Eloisa” di Rosseau, “Viaggio sentimentale” di Sterne e la

“Pamela” di Richardson. Il romanzo è ambientato tra l’ottobre 1797 e il marzo 1799 e

narra la vicenda del giovane Ortis, che si suicida per amore e per motivi politici. Il

cognome deriva da uno studente suicida di Padova: Gerolamo Ortis; e il nome è forse

un omaggio a Rousseau. Il romanzo è costruito sulle lettere che Jacopo invia all’amico

Lorenzo Alderani. Jacopo si rifugia sui Colli Euganei dopo la stipula del trattato di

Campoformio e si innamora di Teresa, promessa sposa di Odoardo. La giovane

ricambia il suo amore ma non vuole andar contro la volontà del padre e così lui è

costretto ad allontanarsi e viaggia per l’Italia. Venuto a conoscenza del matrimonio

della ragazza, torna su Colli Euganei e si toglie la vita. Il romanzo ha un’impronta

autobiografica: è specchio del giovane Foscolo. Ma alle vicende politiche e

sentimentali si intrecciano altri temi cari al Foscolo maturo, come l’importanza del

sepolcro come tramite tra vivi e morti. Nel romanzo sono rappresentate passioni

(anche distruttive), il dissidio insanabile tra ideale e reale, le aspirazioni dell’individuo

e la realtà che le schiaccia. Si può accostare alle esperienze tedesche dello sturm und

drung e non a caso uno dei modelli di riferimento è il Werther di Goethe.

I sonetti e le odi

Nel 1802 escono 8 sonetti e l’ode “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo”. Nel 1803

esce il sonetto “In morte del fratello Giovanni”. Foscolo dedica una grande attenzione

all’edizione del suo “canzoniere” e lo vediamo dall’attento labor limae e dalla cura

nella collocazione dei testi. Estrema è la selettività dei temi: la celebrazione

neoclassica della bellezza, la funzione esternatrice della poesia, l’esilio del poeta.

L’ode “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo” parla dell’incidente che aveva offuscato

la bellezza della nobildonna. Invece “All’amica risanata” è dedicata a Antonietta

Fagnani Arese e mostra temi che saranno cari al Foscolo delle “Grazie”, come il cuto

della bellezza e la rievocazione della patria greca d’origine. Neglio otto sonetti prevale

la vena autobiografica, come in “Solcata ho la fronte, occhi incavati intenti”. Spiccano

per la loro perfezione altri sonetti aggiunti dopo: “Alla sera” dove l’immagine della sera

è avvicinata a quella della morte, nella quale trova requie lo spirto guerrier che

tormenta il poeta; “Alla musa” che è una celebrazione della poesia che sopravvive

all’agitazione del tempo attuale; “A Zacinto” che svolge un parallelo tra Foscolo e

l’eroe greco Ulisse, accumunati dall’esilio, anche se più amaro per Foscolo perché

senza possibilità di ritorno e “In morte del fratello Giovanni” che recupera il modello

catulliano dell’elegia in onore del fratello morto, ed è dedicata al fratello suicidatosi

per debiti di gioco nel 1801.

“Dei sepolcri”

Il carme esce in contemporanea all’esperimento di traduzione dell’Iliade. Trae origine

dalla conversazione che l’autore aveva avuto a Venezia con Isabella degli Albrizzi e

Ippolito Pindemonte circa l’estensione all’Italia dell’editto di Saint-Cloud, che imponeva

di seppellire i morti fuori dalle città e per un criterio di democraticità vi erano delle

dimensioni per le lapidi da rispettare. L’opera è scritta in un laso di tempo molto breve

ed è dedicata a Pindemonte, che nel frattempo si cimentava nella stesura del poema

in ottave “I cimiteri”. Pindemonte lavorava con una prospettiva spiritualistica e

cattolica; Foscolo ha una visione materialista e individua il valore delle sepolture nel

legame che esse contribuiscono a mantenere tra morti e vivi, nella “corrispondenza

d’amorosi sensi” che tra essi si instaura. Il carme è composto in 295 versi, divisi in 4

parti. La prima parte riguarda il valore delle tombe in quanto mantengono vivo il

ricordo dei cari defunti presso i vivi e critica la legge che fa si che malvagi e buoni

vengano sepolti tutti insieme. La seconda parte ripercorre il culto dei defunti nel corso

delle civiltà. La terza parte canta il valore civile delle tombe dei grandi uomini e

celebra i grandi personaggi sepolti a Santa Croce e i Greci morti a Maratona. La quarta

parte celebra il valore della poesia che va oltre la morte e chiude con le parole di

Cassandra che prevede la fine di Troia ma anche la sua gloria futura, cantata da

Omero. Foscolo dunque celebra il valore civile e politico delle tombe. L’opera esprime

la concezione materialista e la tensione civile del poeta e anche uno dei temi più cari

al Neoclassicismo: la funzione esternatrice della poesia. Rappresentano uno dei vertici

più elevati della poesia neoclassica e della poesia foscoliana.

Le “Grazie”

Le Grazie sono divinità della bellezza che secondo la tradizione avevano funzione

civilizzatrice. Tra il 1812 e il 1815 Foscolo scrive la parte più consistente dell’opera,

destinata a rimanere incompiuta e frammentaria. È divisa in tre inni: a Venere, a

Vesta, a Pallade. Il primo è ispirato alla statua di Canova di Venere istallata a Firenze

nel 1812 e narra della nascita dal mare greco di Venere e delle Grazie. Il secondo inno

è dedicato a Vesta, dea del focolare domestico e narra del passaggio delle Grazie dalla

Grecia all’Italia. Il terzo inno è ambientato nel mitico continente di Atlantide, dove le

Grazie sono costrette a rifugiarsi a causa della corruzione del mondo moderno. Foscolo

interrompe la stesura dell’opera al momento dell’esilio. Al momento della morte

dell’autore l’opera è inedita, tranne in alcune parti come la “chioma di Berenice”. Il

grosso era affidato ai manoscritti che vede diversi tentativi di edizione. Il tema

fondante dell’opera ruota attorno all’allegoria dell’incivilimento dell’uomo attraverso le

arti. La forza civilizzatrice delle dee si infrange di fronte alla conflittualità del mondo

moderno.

Il Foscolo del “Didimo Chierico”

Durante il soggiorno francese sulla Manica, Foscolo si dedica alla traduzione

dall’inglese del “Viaggio sentimentale” di Sterne. Pubblica la traduzione nel 1813

come opera di Didimo Chierico. In appendice all’opera Foscolo acclude la “Notizia

intorno a Didimo Chierico”. Il nome è ripreso dall’erudito alessandrino Didimo ( ma

didimo in greco significa anche doppio) e Chierico allude alla condizione di

ecclesiastico( non sacerdote) come era lo stesso Sterne, che a sua volta aveva

attribuito il journey al chierico Yorick. Il personaggio è in pratica un alter ego di

Foscolo.

Scritti vari di critica

Nell’attività di critico si era impegnato con il commento alla “Chioma di Berenice” di

Callimaco. Egli fu anche ricopritore di Dante e si sforza ad interpretare Petrarca e

scrive “Discorso storico sul testo del Decamerone”. Oltre ai grandi del passato Foscolo

si interessa anche alle tendenze attuali della letteratura italiana. Prende le distanze

dalla poetica romantica del “vero” rivendicando il valore poetico della mitologia.

La fortuna

La fama è legata all’Ortis e ai sonetti. De Sanctis sancisce l’eccellenza dei “Sepolcri” e

descrive in modo riduttivo le “Grazie”. Nel 1900 le “Grazie” vengono rivalutate da

Croce. IL 1800

La nascita del Romanticismo

È il periodo compreso tra il 1798 e il 1857. Il 1798 è l’anno di pubblicazione della

rivista “Athenaum” diretta dai fratelli Schlegel ed è anche l’anno dell’uscita in

Inghilterra delle “lirical ballads” di Wordsworth e Coleridge. Il 1857 è la data della

pubblicazione della prima edizione dei “Fiori del male”, opera per cui si passa dal

Romanticismo al Simbolismo. Nello stesso anno è pubblicato “Madame Bovary” di

Flaubert che da il via al realismo, ossia alla rappresentazione del quotidiano,

riscontrabile già dei romanzi di Balzac, Sthendal e Dickens. Alla base del romanticismo

vi l’importanza dell’individualità, vitalità e libertà assolute, svincolate dai rigidi

canoni tradizionali e rispondenti alla vocazione artistica individuale. Nasce così il


ACQUISTATO

29 volte

PAGINE

49

PESO

106.40 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Lingue e e letterature moderne
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher atironagap@gmail.com di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Gentili Sandro.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in lingue e e letterature moderne

Riassunto esame Filologia romanza, Prof Pulsoni, Libro consigliato Le origini romanze, Asperti
Appunto
Storia del teatro
Appunto
Riassunto di letteratura italiana contemporanea
Appunto
Appunti di linguistica generale
Appunto