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Riassunto esame Letteratura italiana, prof. Frabotta, libro consigliato Storia della letteratura italiana, Ferroni

Riassunto per l'esame di Letteratura italiana, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia della letteratura italiana, Ferroni. Dalle avanguardie a Gadda e in più analisi delle poesie trattate a lezione con la professoressa Frabotta più di 500 pagine riassunte in 40. Gli argomenti trattati sono i seguenti: le guerre, l'avanguardia, l'espressionismo,... Vedi di più

Esame di Letteratura italiana docente Prof. B. Frabotta

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Ronda”, pronti a sottolineare il bisogno di ordine e di ritorno alle tradizioni. Già il nome della rivista

vuole sottolineare ciò: la ronda è riferita alla ronda militare, quasi un senso poliziesco per ristabilire

l’ordine nella disordinata cultura contemporanea. Il Cardarelli scrisse il Prologo nel primo numero

della rivista e artisti come Giorgio de Chirico, Carlo Carrà e Alberto Savinio ne furono collaboratori.

Inizialmente la rivista guarda al classicismo del passato, specialmente al Manzoni e al Leopardi

(per il piano della prosa soprattutto alle Operette), ma più avanti questa ricerca di eleganza, di

equilibrio formale si trasformerà in una poetica del frammento, su osservazioni e divagazioni

spesso marginali di letteratura e momenti dell’esistenza.

Gli scrittori della Ronda.

Nell’opera di Vincenzo Cardarelli si riassumono i limiti e le contraddizioni della politica de “La

Ronda”. Egli si fa portavoce del programma della rivista, ma il suo è un classicismo voluto e

metaforico, risultato di un’aspirazione all’equilibrio. Il meglio di Cardarelli va ricercato nella prosa

formata da frammenti autobiografici, descrittivi, aneddotici e saggistici.

Emilio Cecchi scrive con eleganza e sensibilità e lo aiuta molto la conoscenza dell’inglese, dal

quale prende l’umorismo. La sua critica letteraria è sostanzialmente descrittiva e presta attenzione

alle pieghe nascoste della realtà.

Riccardo Bacchelli si dedica invece al romanzo storico “Il diavolo al Pontelungo” e il ciclo “Il mulino

del Po”, prendendo come esempio quello manzoniano. Scrittore dal realismo linguistico, scrive

trame complesse con strutture narrative acute e sottili.

La letteratura del fascismo tra polemiche, schieramenti e programmi.

Si vengono a formare due schieramenti: uno a favore del “populismo antiborghese” e l’altro de

“novecentismo”. Il primo ispira la rivista “Il Selvaggio”, fondata da Mino Maccari. Sotto il nome di

Orco Bisorco nel 1926, Maccari lanciò il movimento dello Strapaese in cui veniva esaltato lo spirito

popolare e nazionalista contro quello della civiltà industriale e cittadine denominato Stracittà.

La modernità di Massimo Bontempelli.

Nasce a Como nel 1878 e muore a Roma nel 1960. Tutta la sua opera, insieme alla rivista “900”, è

improntata a trasportare l’avanguardia nella società rendendola il più accessibile possibile. I suoi

due romanzi “La vita intensa. Romanzo dei romanzi” e “La vita operosa” sono di matrice futurista. Il

primo è una giocosa contrapposizione di dieci romanzi d’avventura. Il secondo racconta una serie

di vicende nella Milano operosa del dopoguerra dominata da un affarismo senza misura. La

comicità di questi romanzi è dettata da una serie di incomprensioni, incongruità e paradossi e usi

sbagliati di persone e cose. Importante è anche la produzione teatrale, grazie anche alla

conoscenza di Pirandello. La sua opera migliore fu “Nostra dea”, in cui una figura femminile

cambia aspetto e carattere a seconda del vestito che indossa. Con Bontempelli si parla della

formula del realismo magico: la narrativa era tesa a tirar fuori dalla realtà un’atmosfera mitica e

magica. Collegava questo programma a una visione della storia in cui vedeva sorgere nell’età

moderna una terza età in cui l’uomo doveva creare nuovi oggetti, tirarli fuori di sé e con essi

cambiare il mondo. Tra le sue altre opere: “ Il figlio di due madri”, “Vita e morte di Adria e dei suoi

figli” e “ gente nel tempo”.

Problematicità di Corrado Alvaro.

Nasce a San Luca D’Aspromonte nel 1895 e muore a Roma nel 1956. La sua scrittura, essendo

meridionale, prende spunto dal realismo di Verga, ma dati i suoi contatti con la rivista “900” e con

Pirandello, la sua poetica si allarga verso produzioni liriche e fantastiche che non mancano di

risonanze autobiografiche e problematiche. Prendeva spunto dalla miseria della sua realtà

calabrese contrapponendola alla realtà industriale e cittadina. Ci parla soprattutto attraverso gli

occhi di un adolescente. Nell’opera “ Gente in Aspromonte” egli descrive una vicenda di

oppressione e violenza per il riscatto sociale di un adolescente. Carattere autobiografico ha il ciclo

di 3 romanzi “Memorie del mondo sommerso” in cui si seguono le vicende infantili e adolescenziali

di Rinaldo Diacono prima nella sua terra del meridione e poi in un collegio romano.

Solaria e le riviste fiorentine.

Firenze torna ad essere in questi anno il centro della cultura. È proprio qui che nasce per volere di

Alberto Carocci nel 1926 la rivista “Solaria” il cui nome è ripreso dall’utopica città del sole e il cui

programma letterario vuole restituire modernità e un’apertura verso gli orizzonti europei e mondiali.

Contro l’ideologia fascista non si avvicinava però neppure all’idealismo e alla filosofia crociana.

Preferiva prestare maggiore attenzione ai casi particolari italiani come Tozzi e Svevo e a quelli

europei come Joyce, Kafka, Mann, Proust e Elliot. La rivista fu male adocchiata dai fascisti che la

fecero chiudere nel 1936, ma continuò la sua linea nella rivista “Letteratura” di Bonsanti.

A Firenze ebbero peso anche riviste fasciste e una rivista cattolica tradizionalista e popolare

convergente nel fascismo “Il Frontespizio” che dava voce a un cattolicesimo più inquieto e

problematico e dava voce a poeti più giovani e critici dell’ermetismo che poi si distaccheranno per

formare la rivista “Campo di Marte” fondata da Alfonso Gatto e Vasco Pratolini.

In “Solaria” l’espressione più caratteristica fu quella dell’analisi psicologica, dell’io, alla maniera

proustiana. Si ricercava un’aura, un’intensità di luci, ombre, profumi , per far emergere le più varie

motivazioni sentimentali e psicologiche. Al centro d’interesse venivano messi gli adolescenti, visti

come figura di passaggio e sospensione nel futuro, del difficile confronto tra l’io e il mondo reale.

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto.

Proust nel suo capolavoro vuole intrecciare la rappresentazione della realtà e la più sottile indagine

interiore. Appartenente alla borghesia ottocentesca parigina aveva da sempre frequentato i salotti

letterari. Scrive molti romanzi in cui c’è un narratore comune , Marcel, che coincide con l’autore.

Nel flusso del tempo e della sua durata, emerge l’importanza dell’arte, capace di dare senso alla

vita nelle sue innumerevoli vicende. Il narratore si accorge di trovare momenti felici nella sua vita

passata e decide quindi di scriverne, senza accorgersi però di averlo già fatto, ricominciando

dunque all’inizio, riavvolgendosi su di sé come in un cerchio. Seguendo questa logica, la

narrazione dell’opera non sarà lineare poiché salterà da un punto di vista all’altro, attraverso

presentazioni parziali e sfumate, senza che mai si presenti un’immagine oggettiva della realtà.

L’opera tende a darci un’immagine della società dell’epoca , dei rapporti tra gli esseri umani,

inganni e passioni. Il primo capitolo La strada di Swann rievoca il passato e l’infanzia dell’autore

circondato da dolci figure femminili che vanno dalla madre, alla nonna, alla zia Leonie alla

domestica. Il momento clou del ricordo è generato dalla degustazione delle madeleine (dolcetto)

che scaturisce in lui tutta una serie di ricordi legati al suo profumo e al suo sapore. Tutto ciò per

sottolineare l’importanza della memoria.

Esiste un surrealismo italiano?

Il surrealismo, nato in Francia per mano di André Breton negli anni ’20, mirava a voler liberare le

facoltà più sotterranee e segrete dell’uomo. Rifiuta l’arte borghese e il militarismo futurista lottando

per un’umanità basata sull’amore, la libertà e la poesia. Volendo dar vita ai desideri più nascosti,

rileggono la psicanalisi freudiana e danno campo libero la sogno, all’inconscio, all’erotismo, alla

follia, al lapsus e al gioco di parole. Cercava di far emergere nuove figure: dal mito antico a quelle

moderne della vita quotidiana. Venivano usate tecniche molteplici tra cui la scrittura automatica e

dell’umorismo. In Italia arrivò in maniera indiretta attraverso il realismo magico di Bontempelli e il

teatro di Pirandello e più diretta per Savinio, Delfini e Landolfi.

Alberto Savinio: la saggezza del dilettantismo.

Andrea De Chirico, fratello del pittore Giorgio, nasce ad Atene il 25 agosto 1891. Viaggiò molto

dalla Germania all’Italia per poi arrivare in Francia dove si occupò principalmente di musica. Dopo

essersi arruolato in guerra andò prima a Milano e poi a Roma, dove s’interessò di teatro e

dell’esperienza del Teatro d’Arte di Roma. Ritornato a Parigi inspessì i suoi contatti con Breton e

col surrealismo. Torna a Roma definitivamente nel 1935. Evitò sempre di prendere posizione in

merito al fascismo e solo al momento della caduta ne accusò le idee totalitarie. Avendo molti

interessi, non volle celarsi dietro l’appellativo di intellettuale, ma volle proporli al mondo sotto il

nome di dilettantismo. Dalle sue origini greche ricava la sua predilezione per il mondo classico, ma

non ha una visione classicistica; per lui il campo della realtà e della cultura è aperto a una serie di

incontri casuali tra le cose e le parole; si ricollega alla Critica della metafisica di Nietzsche. La sua

scrittura è insolita e segue percorsi diversi: va dall’associazione libera di parole, a essere priva di

scopo, si apre continuamente al sogno e alle battute senza limiti fino alla freddura. Il mito diventa il

mondo di personaggi senza spessore, archetipi enigmatici che però non hanno nessun significato

nascosto e segreto. Forte è la suggestione del mondo dell’infanzia, col tema degli ostacoli da

superare nella vita che la famiglia e la società pospongono alla nostra libertà e felicità. Insistente la

riflessione sul tempo e sul movimento della mente verso il passato, ma non in un recupero della

memoria come Proust, ma in un annullamento del tempo stesso, nella scoperta del suo eterno

ritornare e della coincidenza tra vita e morte. Un peso essenziale infine lo ha la sfera sessuale e il

contrasto maschile e femminile, rifiutando la rigidità virile e ispirato a integrare maschile e

femminile nell’equilibrio indifferente e giocoso dell’ermafrodito.

Le opere letterarie di Savinio.

Hermaphrodito (1918): raccolta di racconti e divagazioni che ricordano lo stile di Apollinaire. Vi si

intrecciano motivi mitici e autobiografici.

La casa ispirata (1925)

Angelica o La notte di maggio (1927): antiromanzo. Testi d’impronta surrealista.

Achille innamorato (1938): racconti.

Tragedia dell’infanzia (1937): contro la società adulta e le sicurezze false che profetizza,

l’infanzia si rivelava come uno spazio altro, indecifrabile allo sguardo adulto. Questa indagine

prosegue nell’ Infanzia di Nivasio Dolcemare in cui le avventure del bambino si aprono verso

sproporzioni comiche, equivoci e distorsioni.

Casa “la Vita” (1943): racconti dall’infanzia ellenica a figure della morte, nella convinzione che

essa è il problema centrale che tronca tutti i problemi possibili, ritrova il segno originario della

nascita e del nulla.

Signor Minister: racconto in cui il protagonista assiste alla propria morte e decomposizione che

culmina in un gioco surreale di scambi ed evanescenze.

Anche nei testi saggistici si incontrano temi con curiosità culturali, spunti autobiografici, giochi

comici e fantastici, sfuggendo alle regole accademiche e alle convenzioni della scrittura critica.

Esempi sono “Nuova enciclopedia”, “Dico a te, Clio”, “Ascolto il tuo cuore, città”, “Sorte

dell’Europa”, “Souvenirs”.

La produzione teatrale di Savinio comprende il mito classico, scomposto e privato di peso,

sottilmente confrontato con la realtà moderna (La morte di Niobe, Capitano Ulisse, Alcesti di

Samuele).

La Dea Terme (opera).

Il testo tratta del primo capitolo del romanzo in cui Savinio presenta una serie di immagini della sua

infanzia, dilatate sul piano del fantastico col proposito di negare la consueta rappresentazione del

mondo infantile, come mondo di eterna felicità. Egli anzi afferma che tra bambino e adulto c’è

ostilità e sottolinea il carico di sofferenza che devono sopportare i bambini nella famiglia. L’infanzia

è uno stato di perpetua ribellione contro gli adulti che però è destinata ad essere sempre sconfitta

dalla violenta reazione dell’educazione e della socializzazione. Il titolo dato al capitolo era La città

scomparsa e tratta il ricordo di alcuni giorni di malattia di quand’era bambino nella città natale di

Salonicco, anticamente era chiamata Terme. La soluzione a cui si arriva è che la più segreta gioia

di un adulto è la sofferenza dei bambini, che anche nella malattia si trovano a combattere contro le

regole degli adulti.

Icaro (opera).

Si manifesta il trattamento straniante, ironico e inquietante che Savinio fa del mito: il mondo

classico e la società moderna si fondono ed entrano in collisione. Una figura mitica come quella di

Icaro cade nel mondo contemporaneo e lo scombina, vi inserisce l’imprevisto e la sorpresa. L’aura

classica del mito viene ironizzata, condotta alla quotidiana banalità, ma al tempo stesso fa capire

la provvisorietà del presente.

Ci troviamo in un campo d’aviazione dove quattro militari giocano a carte, finchè il militare

napoletano colpisce un uomo proveniente dal cielo che si scopre essere Icaro. Solo un capitano

che ha fatto studi classici lo riconosce e gli prepareranno un sontuoso funerale. Il racconto è

un’aggressione ironica e caricaturale del militarismo fascista. Il finale ci riporta poi a Creta dove

Dedalo piange il figlio. Assistiamo qui ad un annullamento delle barriere spazio-tempo, ma si perde

la purezza del mito.

Amore (opera).

Fa parte della seconda maniera di Savinio. C’è una concezione dell’amore surrealista, in cui si

incontra una fanciulla per caso e poi la si perderà (come “A un passant” di Baudelaire). Parliamo di

“concetto di inafferrabilità” poiché la fanciulla, una volta ottenuta, la si distrugge, quindi è come se

negasse l’esistenza dell’amore. Ciò che chiamiamo amore è solo il movimento del desiderio: esso

si realizza solo perché irraggiungibile. L’amore per la cosa amata è in definitiva l’amore per se

stesso. Gli amori più sublimi, quelli cantati in poesia, sono intransitivi: la poesia li cristallizza, ma

quel desiderio del soggetto non si realizza mai con l’oggetto.

Tommaso Landolfi: la letteratura di fronte all’”impossibile”.

Tommaso Landolfi si accosta al fantastico e al surreale partendo da un fondo romantico e quasi

nordico. La passione per la letteratura si accompagna a quella del gioco, in un’eterna scommessa

con se stesso, in una continua dissipazione dell’io e nel rifiuto di ogni stabilità. Si offre ad

esperienze totali, in cui su uno sfondo romantico ed esistenziale, l’io si confronta con

l’imprevedibilità del caso, che si frantuma nel pullulare di infiniti particolari e circostanze. Dietro

questa scelta si nasconde un “umore malinconico”, intricato e difficile sviluppo psicologico.

Nato a Pico Farnese nel 1908, visse a Firenze dove si laureò in letteratura russa. Fu anche

incarcerato per antifascismo e nel dopoguerra rimase molto appartato rispetto al mondo letterario

ufficiale. Morì a Roma nel 1979.

Sentì la suggestione del “Romanticismo nero” da Hoffmann a Poe, del grande romanzo francese e

russo di Kafka e del surrealismo. Il linguaggio è di grande equilibrio letterario, sigillato in giri verbali

lucenti e sorvegliatissimi. Il meraviglioso e fantastico prendono avvio da una lacerazione segreta,

un’insufficienza esistenziale. Lo scrittore si sente fuori da ogni ruolo sociale privilegiato a cerca

nella letteratura una nuova esperienza, una ricerca linguistica che però è ostacolata dall’artificio e

dalla menzogna.. la letteratura landolfiana si imprigiona in una nozione di letteratura come morte.

Nella sua poesia hanno un ruolo centrale la luna e l’immaginario notturno collegati all’amore per

donne inafferrabili, sensuali e metalliche con personaggi maschili che cercano in esse un totale

abbandono. Accanto a queste immagini di erotismo si accompagnano però i caratteri più viscidi e

animaleschi della sensualità che richiamano quasi gli assassini. I personaggi landolfiani sono

immersi in questo mondo tra sogno e follia e sono come sospesi tra essi, chiusi in una solitudine

lunatica e animalesca.

Le opere di Landolfi.

Il suo primo libro è Dialogo dei massimi sistemi (1937) in 7 libri in cui si nota una scomposizione

continua del narrare insieme a una serie di scatti umorali ed esplosioni fantastiche..

Il mar delle Blatte e altre storie (1939) parla della navigazione verso il mar delle Blatte attraverso

una fantasia surreale, piena di raffigurazioni violente, viscide, assurde, in un groviglio di pulsioni

erotiche che si rivelano essere alla fine un brutto sogno.

La pietra lunare è la rappresentazione di un piccolo mondo provinciale via via deformato in un

mondo stregonesco dal personaggio di Gurù, la donna-capra.

L’opera più importante è però un diario artificiale, che ruota attorno all’esperienza individuale

mischiando fatti reali a fittizi, intrecciando l’analisi dell’io a quella dei personaggi. Il primo volume

s’intitola la “Bière du pecheur”, nome di un’insegna vista in Francia che significa tanto “la birra del

pescatore”, tanto “ la bara del peccatore”.

La pietra lunare (opera).

È un breve romanzo fantastico in cui è narrata la storia di un giovane proveniente dalla provincia,

Giovancarlo, che per caso incontra una strana ragazza Gurù. Durante una serata insieme egli nota

che le gambe della ragazza sono quelle di una capra, ma questo orrore in parte lo attrae e in parte

lo spaventa. C’è una sorta di amore per l’anomalo. La donna-capra lo trascina in una dimensione

notturna, completamente contraria a quella stereotipata del mondo diurno. Dopo aver assistito

all’accoppiamento tra Gurù e una capra, s’imbattono nell’apparizione di un gruppo di briganti morti

ai quali si scopre fa parte Gurù. Il risveglio di Giovancarlo si ha nel momento in cui vede in Gurù

una persona normale, che non lo interessa più e che comporta il suo ritorno in città e il

reinserimento nella società.

Il testo è intriso di citazioni, a partire dal titolo che è ripreso dal poeta tedesco Novalis e ad un

lungo montaggio di citazioni di Leopardi.

Lavori forzati (da LA BIERE DU PECHEUR).

È il più alto risultato della seconda maniera di Landolfi, quella dei “diari metafisici”, nei quali lo

scrittore si abbandona ai monologhi. Appaiono brandelli di narrazione, è leggibile la condizione

essenziale del soggetto scrivente, la cui narrazione si fa autentica, a partire dalla traduzione del

titolo, ripreso da un’insegna di una birreria francese che può tanto significare “la birra del

pescatore” tanto “la bara del peccatore”.

“Lavori forzati” è un racconto sul gioco e sul caso, entrambi temi cari all’autore, in quanto aveva il

vizio del gioco ed è sempre stato attratto dalla fatalità del caso. Il caso da sempre lo affascina:

ricordiamo il gioco surrealista del “cadavere squisito” in cui si scriveva abbandonandosi al caso.

Gioco e caso sono un suo modo per scommettere su se stesso, per consumarsi alla ricerca

dell’assoluto e dell’avventura. Il protagonista, giocatore alla roulette, arriva addirittura al

parossismo, coprendo tutti i numeri del tavolo e giocando a perdere. Si avverte un paradossale

ottimismo da “naufrago” (“Allegria” di Ungaretti) quando avviene il colloquio-soliloquio tra il

giocatore e la pallina, matematico e delirante. Arrivare alla fine del colloquio equivale a perdere e

alla fine entra in quest’ottica quando inizia a puntare su tutti i numeri. Parliamo di romanzo

impossibile.

ANTONIO DELFINI.

Nato a Modena nel 1907 e ivi morto nel 1963. Visse un rapporto con la vita e la letteratura molto

timido e appassionato, nonostante lo scarso successo delle sue opere come Il ricordo della Basca

o il volume I racconti.

Nei Diari, in cui sono pubblicati vari testi e appunti, si nota l’intreccio che in lui si dà tra letteratura e

vita; egli muta continuamente i propri rapporti col mondo circostante, guardandosi come un altro,

sottoponendosi a derisione e critica. I suoi testi sono spesso rivolti a donne con cui è impossibile

parlare nella realtà e che solo leggendo i suoi libri scoprirà i suoi sentimenti verso di lei, oppure

sono rivolti a nemici che attraverso la lettura dei suoi libri capiranno il suo valore e la sua capacità

umana. Per lui la letteratura è rivalsa.

I racconti accumulano moltissime immagini della vita della provincia padana prima del dopoguerra.

È un mondo popolato da personaggi strambi, solitari e inconcludenti, frequentatori di teatro e caffè,

che consumano la loro esistenza inseguendo fantasmi e desideri improbabili o ridicoli.

Momenti di grande intensità sono dati dalla ripresa di situazioni, ricordi, figure che si proiettano da

un racconto all’altro ripetendosi e modificandosi. Ogni suo testo pare sospeso, pronto quasi ad

essere riscritto da un punto di vista diverso.

Due apparizioni femminili (opera).

È l’introduzione all’opera “Il ricordo della Basca”. Vi viene narrata l’origine del libro e il particolare

momento che gli ha ispirato il titolo: un’ adolescente basca alla stazione di Firenze mentre infuriava

la guerra civile spagnola.

Nel testo vengono presentate due diverse figure femminili e due diverse femminilità, comunque

inafferrabili. Nel primo racconto si racconta un momento di vita modenese prima di un viaggio a

Roma e del “complesso dello scrittore provinciale” a cui l’autore non crede, perché tutta l’Italia è

provincia, ma teme di esserne stato contagiato. Nel momento in cui va a comprare la valigia ecco

che incontra una bellissima ragazza che gli rivolge un sorriso. Da lì è rapito da un uragano di

sensazioni e colori a cui fa da contrappeso l’esito comico di quest’estasi, ossia il valigiaio che ha

notato la reazione del protagonista e che gli ricorda che si tratta di una ragazza molto nota a

Modena. Una volta tornato a casa è incalzato da una serie di tre sogni che racconta con una

scrittura surrealista.

Il secondo brano è la fine dell’Introduzione e racconta l’inizio del “Ricordo della Basca”, del

momento in cui vede la quindicenne, con il padre e il fratellino, alla stazione di Firenze. La bellezza

di questa ragazza è completamente diversa dalla prima. In lei v’è una grazia che va al di là della

bellezza, la dolcezza si intreccia al dolore delle vicissitudini trascorse.

LA NUOVA POESIA.

La lirica del Novecento.

La lirica del 900 tende a porsi come voce di un soggetto solitario che assume dentro di sé

un’esperienza carica di significati e non sente la realtà circostante come qualcosa da riprodurre

direttamente, ma come l’orizzonte su cui proiettare la sua interiorità.

A livello metrico preferisce concentrarsi su misure brevi e intense, evitando organismi ampi e

strutture di lungo respiro.

La lirica è l’immagine dell’uomo solitario che vaga nella civiltà moderna, in un difficile e spesso

impossibile tentativo di scoprire se stesso e di riconoscersi in ciò che lo circondava.

L’ultimo “maledetto”: Dino Campana.

La sua esperienza fu del tutto atipica, tanto da meritarsi l’appellativo di ultimo poeta maledetto.

Nato a Firenze nel 1912 consegna ai direttori di “Lacerba” l’opera “Il più lungo giorno”, che viene

smarrita e ricostruita a memoria con un altro titolo “Canti orfici”. Verrà poi internato in manicomio

dove morirà.

Collegandosi alle posizioni più negative della cultura dell’Ottocento, la sua poesia è anarchica e

distruttiva, mira a sconvolgerci e a portarci sul fondo oscuro di una realtà notturna.

I “Canti Orfici” tendono invece a essere più tragici e sublimi e ambiscono a offrire una conoscenza

dei caratteri più profondi della realtà. Ma insieme a questa liricità, unisce scorci e lampi improvvisi

che sconvolgono la misura poetica: emergono figure mitiche, sinistre, come la Chimera, si afferma

la fascinazione della notte. Per Campana il mondo è il teatro dell’alienazione, della perdita di sé ,

che può essere detta solo da una scrittura allucinata e senza coscienza.

La Chimera (opera).

Una prima stesura apparve su un giornale goliardico, “Il Papiro”, poi dal 1912 fece parte della

sezione “Notturni” dei “Canti Orfici”. Si tratta di due lunghi periodi a loro volta divisibili a metà. La

prima parte è di tipo dubitativa, introdotta da “non so”, che formula ipotesi sulla misteriosa

apparizione di una figura femminile. La seconda parte è di tipo affermativo, introdotta da “Ma” in

cui si afferma la consistenza della fanciulla e le reazioni sulla fantasia del poeta. Infine si riconosce

che questa figura è una Chimera, essere mitologico che mescola mostruoso e fascinoso. La

chimera diventa la figurazione della poesia, ma di una poesia notturna e visionaria, che estrae dai

paesaggi naturali violenza e lacerazione, che opera una sintesi tra paesaggio e figura umana. La

Chimera la paragona alla “Gioconda”, poesia di D’Annunzio.

Sogno di prigione (opera).

Questa prosa espressionistica-visionaria, contenuta nei “Canti Orfici”, è stata scritta nel periodo di

internamento in Belgio. Potrebbe essere tanto “sogno fatto in prigione”, quanto “sogno di un

prigioniero”. Si tratta di un’inquietante visione notturna, un sogno schizofrenico, che si muove su

un allucinato ritmo paratattico e si divide in tre momenti, in ognuno dei quale si impongono violente

sensazioni sono re e visive. Il primo momento descrive l’ambiente in cui il poeta è recluso, il

secondo un paesaggio bianco accecante in cui canta un’immaginaria figura femminile

accompagnata da un essere infernale ed infine il terzo lo trasporta nel suo paese d’origine

nell’esistente cimitero, vicino la stazione. I suoni e i colori si soffermano sulla locomotiva che lacera

la notte e provoca la scissione del soggetto che rivede se stesso affacciato ad un finestrino del

treno, in fuga da se stesso.

La tensione morale di Clemente Rebora.

Tensione morale e ricerca della verità caratterizzano la vita e l’opera di Rebora. La sua poesia

s’impegna a una ricerca totale della verità soprattutto religiosa.

L’opera “Frammenti lirici” è costituita da 72 testi legati tra loro da fitti rapporti interni.

Il mondo deserto e frantumato di Camillo Sbarbaro.

Nell’opera di Sbarbaro troviamo la crisi del linguaggio poetico tradizionale e del ruolo del poeta

come detentore della verità suprema e di modelli intellettuali. La sua poetica mira all’indifferenza e

all’aridità che ricorda i crepuscolari, ma va oltre in quanto mira alla scarnificazione della parola, alla

rappresentazione essenziale della realtà.

Umberto Saba: una vita fra tenerezza e angoscia.

Saba lo si pone spesso molto lontano dalle tendenze dominanti in questo periodo. Uno dei motivi

sono sicuramente le sue origini triestine ed ebraiche. Nacque nel 1883 a Trieste da madre ebrea

mentre il padre abbandonò la famiglia e gli causò un grave trauma che da adulto si trasformò in

nevrosi. Fece studi universitari a Pisa e poi a Firenze. Infine tornò a Trieste dove si sposò ed ebbe

una figlia. Nel 1910 uscì il suo primo volume di versi “Poesie”. Partecipò alla guerra, alla fine di

essa tornò a Trieste dove comprò una libreria antiquaria, avvicinandosi al mondo intellettuale. La

malattia nervosa lo porterà ad approfondire l’opera di Freud che poi lo aiuterà nella comprensione

della condizione umana. Dal 1943 in poi scapperà con la famiglia a Firenze e poi Roma fino a

trasferirsi a Milano dove vivrà di lavoro editoriale. Morirà a Gorizia nel 1957 e le ultime raccolte di

poesia entreranno a far parte del suo “Canzoniere”.

Poesia e cultura di Saba.

Nella poesia del 900 Saba incarna il rifiuto di ogni legame tra poesia e modernità. Egli sente la

parola poetica come voce della vita e del sentimento, segno di verità e autenticità. La sua lirica si

riferisce a fatti concreti, esperienze vissute che sfociano nel racconto: le sue raccolte suggeriscono

sorprese, incontri, tessono le trame di un romanzo personale. Molti poeti fanno eco nella poesia di

Saba, tra i primi Leopardi, e il genere che preferisce è quello del melodramma, perché ha la

capacità di esprimere gli affetti più autentici attraverso il massimo della convenzionalità e

popolarità.

Nei momenti più alti il suo linguaggio si svolge in modo semplice e diretto, è leggerissimo e carico

di sfumature.

La particolarità di Saba è la ricerca di una dimensione infantile, lontana dal “Fanciullino” di Pascoli,

poiché la poesia mette in scena desideri che trovano le loro radici nell’infanzia. Il richiamo

all’infanzia comporta un’aspirazione a una felicità calda e concreta, fatta di desideri ed istinti,

affidata a una spontanea e libera sensualità. Ma in tutta la sua opera si avverte quel fondo di

dolore che deriva dalla sua nevrosi; dietro la parola si affaccia un male spontaneo. Trovò in

Nietzsche e Freud coloro che avevano saputo trarre alla luce gli istinti segreti della psiche umana e

la psicoanalisi lo portò all’approfondimento della poesia in relazione con la psicologia dell’essere

umano.

Genesi, struttura e temi del Canzoniere.

Già dal 1913 Saba inizia a pensare di voler raccogliere sotto un’unica opera tutte le sue poesie,

molte delle quali riscrivendole in modo tale da dare un senso della sua vita. Gli diede il titolo di

“Canzoniere”, allontanandolo però dal significato tradizionale. Il valore che per il poeta aveva

quest’opera, lo portò a scrivere una “Storia e cronistoria del Canzoniere” spacciandola per una tesi

di laurea in cui si dava spiegazione di tutte le sue poesie, dei loro significati, fornendo spesso

anche tortuose giustificazioni e modificando il processo della sua scrittura.

Uno dei caratteri essenziali del Canzoniere è l’angoscioso ripetersi di luoghi, situazioni, amori e

incontri dall’infanzia fino alla morte, che collega queste due in un cerchio senza fine in un

impossibile desiderio di raggiungere uno spazio felice in cui immergersi.

Prima di questo ricordiamo “Casa e campagna”, in cui si celebra l’amore familiare come porto di

salute e dolcezza, nel quale si affaccia l’immagine della figlia e altre figure infantili e giovanili. A

queste è affidato il valore della leggerezza, che sentiva con forza dopo lo studio della psicanalisi.

“Trieste e una donna” è dominata da disagio e sofferenza; costruisce qui un “romanzo” di una crisi

familiare che porta all’affermazione di un amore più profondo e più difficile, che accetta totalmente

la donna proprio perché appare fuggitiva, menzognera e irraggiungibile.

In “Cuor morituro” parla degli anni paradisiaci vissuti da piccolo con la nutrice Peppa, mentre in “Il

piccolo Berto” assistiamo al richiamo dell’infanzia perduta, attraverso l’uso del doppio, della

scissione tra l’io adulto del poeta e se stesso da bambino, o ricordando altri bambini del presente e

del passato, o l’uso doppio delle due figure femminili della madre e della nutrice.

Con la vecchiaia, le parole di Saba si inaridiscono; si rivolgono a un fanciullo sfuggente, a un tu

oggetto d’amore ed insieme immagine della giovinezza perduta. La definitiva lacerazione con la

poetica precedente si ha con “Epigrafe” che Saba userà come conclusione del Canzoniere.

Edizioni e struttura de “Il Canzoniere” di Saba (opera).

Il Canzoniere 1900-1921 fu pubblicato a Trieste nella libreria Antica e Moderna nel 1921. Il

Canzoniere 1900-1945 fu pubblicato a Roma da Giulio Einaudi nel 1945. Quest’ultimo aveva

trovato una vera e propria evoluzione: era diviso in tre volumi, il primo dei quali includeva tutto ciò

che aveva scritto fino al 1921, ricorretto, mentre gli altri due volumi tutto ciò era stato pubblicato

fino al ’45. A loro volta i tre volumi sono divisi in parti che rappresentano le varie raccolte e le fasi di

vita dell’autore.

Gli scritti in prosa.

Negli scritti in prosa, Saba tocca i più complicati nodi psicologici e i più ardui problemi letterari con

una semplicità disarmante e con una leggerezza e grazia talmente eccessive da apparire

allucinate.

“Scorciatoie e raccontini” sono circa 200 aforismi sulla cultura, letteratura, politica e costume detti

con ironia in modo chiaro e sicuro. Rivendica qui una conoscenza radicata nel presente, attenta

alle forze oscure che agiscono sugli uomini e al loro costante bisogno di felicità.

“Ernesto” è il suo romanzo incompiuto che mette in contatto per l’ultima volta il vecchio poeta con

la sua adolescenza, in una sincerità scandalosa ed esasperante che guarda agli eventi del

passato, prendendo avvio da un incontro omosessuale. Con una narrazione in terza persona viene

rappresentata l’iniziazione del giovane Ernesto (figura autobiografica) al sesso e alla vita.

A mia moglie (opera).

Tutte e sei le strofe cominciano con un “Tu sei come”, che paragonano la donna ogni volta a un

animale diverso (pollastra, giovenca, cagna, coniglia rondine, ma nella sesta strofa ce ne sono

due: formica e ape). Salvo che nella 5 strofa il nome dell’animale si trova al secondo verso;

preceduto da due aggettivi nella prima strofa e da uno solo in enjambement nelle altre. Tra alcuni

di essi vi è anche un legame fonico (gravida, pavida, provvida). Nel discorso si alterna un Tu rivolto

alla donna e un Tu che appare impersonale, rivolto al poeta stesso, e autoriflessivo, a una terza

persona che designa sia la donna che l’animale. L’associazione donna-animale e

l’esemplificazione delle loro qualità, sta ad indicare un rapporto di comunicazione profonda tra

donna e cosmo, tramutandola però anche in un essere di un altro mondo.

La capra (opera).

Pubblicata dalla Libreria la Voce nel 1912 fa parte della raccolta “Casa e Campagna”. Rivolge lo

sguardo ad una creaturalità animale, ma stavolta non ci sono paragoni, come nella precedente, ma

si instaura un dialogo tra il poeta e l’animale, che sente nel belare della bestia il suo dolore che

diventa immagine del dolore del mondo.

La città vecchia (opera).

Pubblicata la prima volta nel 1911 sulla rivista “Riviera Ligure” e poi nel 1921 diviene a far parte del

Canzoniere. È definita una delle poesie più intense e rivelatrici di Saba. La città vecchia

rappresenta il ghetto ebraico in cui il poeta si riconosce e si muove tra quest’umanità al pari delle

merci, considerata come lo scarto del porto. Ma in mezzo a questa umanità egli sente il respiro

della vita, l’infinito. Al suo interno il pensiero si purifica, riconoscendo nella fraternità il senso più

autentico dell’esistenza.

La schiava (opera).

La poesia mette in scena un sogno ad occhi aperti in cui il poeta traspone l’amore per la fanciulla

Paolina in un rapporto di dominio e potere assoluto. Il poeta porta la fanciulla in un immaginario

esotico, sognando di essere un signore e lei la sua schiava. Al diniego della fanciulla però egli

reagisce rivendicando l’autenticità del sogno. Afferma infatti di averla comprata da un vecchio in

turbante e che è cosa sua. Potrebbe batterla, ma le fa solo del bene perché vuole apparire un

buon padrone. All’ultima quartina però il poeta si sveglia e ci si rende conto che è una sorta di

soliloquio psicologico del poeta, che con questa fantasia voleva dar voce al desiderio del possesso

assoluto dell’essere amato, della possibilità di disporne senza limiti.

Il poeta (opera).

Fa parte della raccolta “Preludio e canzonette” in cui il poeta adotta una metrica chiusa,

ricollegandosi alla tradizione arcadica. Il poeta vuole provare a rifare le poesie che leggeva nei

suoi libri di scuola e tocca tutta una serie di motivi, temi e figure tradizionali. Mentre la maggior

parte delle canzonette è dedicata all’amore per la donna amata, questa si riferisce alle modalità

creative del poeta. Si delinea il rapporto che il poeta ha con la poesia, vista come unico scampo

alla vita dolorosa, ma ha anch’essa un prezzo in dolore. La poesia si svolge in una contraddizione:

deve trasformare in bellezza, in amore, tutto il male e il dolore del mondo e del poeta.

Squadra paesana (opera).

È una delle poesie che parlano del rapporto del poeta con il calcio, nato quasi per caso quando un

amico gli ha ceduto un biglietto per Inter-Triestina finita 0-0. Si era quasi sorpreso di aver condiviso

l’entusiasmo dei tifosi e dunque elaborò la concezione per cui non è il gioco in sé a eccitare la

folla, quanto questo legame di condivisione che vi si genera, l’esperienza collettiva. Il calcio

diventa per il poeta un’occasione per sentirsi parte della vita normale. La Squadra Paesana

rappresenta la Triestina e Saba si sofferma principalmente sui giocatori, sulla loro giovinezza che è

ancora lontana dalle angosce che fanno invecchiare e sull’effimera gloria che genera il loro

successo.

Dedica (opera).

È la poesia conclusiva della raccolta “1944”. Saba la dedica alla città che l’ha ospitato durante

l’occupazione nazista. Questa Dedica prende avvio dalla malinconia dell’essere altrove, lontano

dalla propria patria, Trieste. Cita esattamente i versi di Cavalcanti “Perch’io spero di tornar

giammai”, ricordando il suo amore per Firenze e la brutalità con la quale i fascisti l’hanno

trasformata.

Ulisse (opera).

Pubblicata sull’Unità nel 1946, ultima nella raccolta “Mediterranee” e del “Canzoniere”, in Saba

appare il mito di Ulisse, figura del viaggiatore instancabile. Il suo nome però è presente solo nel

titolo, mentre è il poeta stesso che si descrive come un Ulisse moderno, rievocando i viaggi lungo

le coste della Dalmazia. Simbolica la rievocazione di isolotti che generano il problema di naufragio

per le imbarcazioni, in quanto nascosti dall’alta marea, e dunque la barca si allontana, donandogli

un senso di irrequietezza, un doloroso amore della vita che lo conduce lontano da ogni porto.

Giuseppe Ungaretti: la vita.

Ungaretti è alla ricerca di una poesia assoluta ed essenziale, che parte dal vuoto e dalla

consunzione del linguaggio. La sua poesia prende origine dal fatto che tutte le tradizionali

possibilità di linguaggio si sono esaurite e si apre una strada a partire dal silenzio e dal “segreto”.

Nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888 da una famiglia emigrata da Lucca. Nel 1912 si trasferì a

Parigi dove frequentò Apollinaire e i maggiori artisti dell’avanguardia. Tornato a Milano fu a favore

della guerra per la quale combattè e durante questo periodo compose le poesie che comporranno

il “Porto Sepolto”, fatto stampare a Udine dall’amico Ettore Serra. Combattè fino alla fine della

guerra, poi rimase a Parigi dove si sposò ed ebbe due figli. Nel 1921 tornò a Roma dove aderì al

fascismo e dove avvenne una vera e propria conversione religiosa. Nel 1936 fu chiamato a

insegnare a San Paolo in Brasile dove si trasferì con la famiglia e dove ebbe visse la notizia della

morte del fratello e del figlio. Rientra in Italia nel 1942 dov’è professore di letteratura italiana

moderna e contemporanea all’Università di Roma. Nel 1969 venne pubblicata la raccolta completa

dei suoi versi “Vita d’un uomo”. Morì a Milano nel 1970.

Poetica e cultura di Ungaretti.

Alla base della sua formazione vi è il simbolismo francese che si arricchisce ulteriormente

dell’espressionismo che precede la prima guerra mondiale, dandogli una forte esigenza

autobiografica. Egli certa una poesia sottile e ricca di sfumature, che rappresenti la “vita di un

uomo”.

Tutta l’esperienza del poeta è dominata dalla poetica dell’analogia, divisibile in due momenti: il

primo è quello di “Allegria”, caratterizzato dalla sola ricerca linguistica, che riduce al minimo le

parole, spezza il ritmo del verso fino ad ottenere componimenti brevissimi come “M’illumino

d’immenso”; il secondo momento invece torna ad una poesia tradizionale, elegante come quella di

Leopardi o Petrarca. È caratterizzato da un’espressione maggiormente ampia ed estesa, il

linguaggio si avvolge in complessi intrecci e le immagini analogiche mirano a rievocare sempre

qualcosa di assente.

Il primo Ungaretti: Allegria.

La raccolta si articola in 5 parti: Ultime, Il Porto Sepolto, Naufragi, Girovago e Prime.

I primi componimenti dimostrano sin dall’inizio come si concentri assolutamente sulla parola. Ma è

la guerra a mettere in relazione l’io poeta con l’io soldato con una realtà esterna e ostile in cui la

natura sembra rimanere indifferente alle sofferenze dell’uomo.

Il titolo Allegria allude alla paradossale forza vitale che si afferma durante la morte e la distruzione

della guerra, è la forza della sopravvivenza.

Sentimento del tempo e l’ultimo Ungaretti.

Nei componimenti post bellici, abbandona le soluzioni più audaci e appariscenti del primo

momento per dedicarsi alle forme e immagini della poesia del passato. Le sue poesia vengono

raccolte nel “Sentimento del tempo” del 1933. La sua parola mira a muoversi verso verità assenti

nella percezione della vita comune. Anche qui abbiamo due momenti: uno in cui si dedica al

Barocco e al fascino di Roma, in cui il poeta sperimenta l’orrore del vuoto e il ricostruirsi

vertiginoso dello spazio in una violenta brama di creatività; il secondo momento si collega alla

conversione religiosa. La sua poesia ritrova la sua vera forza quando affonda nell’esperienza

personale: nasce così la raccolta “Il Dolore” con poesia composte per la morte del fratello e del

figlio.

Agonia (opera).

Appare per la prima volta nel 1919 ne “L’Allegria” e posta prima de “Il Porto Sepolto”, fungendo da

introduzione all’esperienza della guerra. Attraverso le immagini della quaglia e dell’allodola che si

sacrificano sembra annunciarsi le scelte che faranno molti intellettuali italiani. Inoltre al vivere di

lamento viene preferita la morte. La posizione di Ungaretti, lucidamente disincantato e desideroso

di combattere ricorda Renato Serra. Nella figura del cardellino accecato si possono figurare tutti

quegli intellettuali accecati che si gettarono volontariamente nella guerra. I verbi sono posti tutti

all’infinito seguendo la moda futurista.

In memoria (opera).

Parla del suicidio filosofico dell’amico Moammed Sceab, discepolo di Baudelaire e Nietzsche,

paragonabile a quello di Carlo Michelstaedter. Sceab come anche Ettore Serra, sono gli unici due

nomi che compariranno nelle poesie dell’autore (Serra verrà menzionato nell’ultima poesia a mo’ di

ringraziamento). Quest’avvenimento è molto caro al poeta soprattutto per la sua condizione di

emigrato senza patrie o con molte patrie, di cui deve seguire le diverse leggi, fino ad arrivare

all’annullamento delle proprie radici (quando cambia nome), senza mai potersi integrare. La

differenza tra lui e l’amico è che lui è riuscito a scrivere in modo autentico le sue pene.

Stasera (opera).

Il componimento segue le regole tipiche dell’haiku, componimento giapponese diffusosi in

Occidente a partire dalla Francia e giunto in Italia grazie al lavoro di Gherardo marrone, amico di

Ungaretti. La poesia contiene 17 sillabe in 3 versi di 5,7,5 sillabe ciascuno, nel quale viene

descritto dal poeta un solo aspetto della natura circostante. L’haiku si risolve dunque in un

esercizio espressionistico, a cui Ungaretti aggiunge la data nel tipico stile diario che caratterizza

L’Allegria.

Silenzio (opera).

Nel mezzo della guerra appare come un sogno la visione della città natale, un brandello di

memoria che è affidato all’intensità delle luci e dei suoni. È un frammento autosufficiente che si

isola nella raccolta.

I fiumi (opera).

Questo componimento è definibile come la carta d’identità del poeta, una sorta di discesa in se

stesso. Ha la funzione di riepilogo musicale dell’intero racconto lirico. Carlo Ossola ha notato

nell’immagine del “fiume delle generazioni” uno spunto dai testi della poesia romantica francese di

De Guerin, precursore del simbolismo.

La prima strofa si svolge al presente, indicando la posizione del poeta nel Carso e il suo

contemplare il movimento delle nuvole. Le quattro strofe successive evocano il bagno del mattino

nell’Isonzo e l’asciugatura al sole. Le successive tre viene attribuito il significato di un profondo

riconoscimento con l’universo, si supera quell’angoscia di non credersi in armonia. Vi è uno

sguardo all’indietro verso tutte le esperienze felici del poeta. Le strofe finali passano in rassegna i

fiumi cari al poeta che sembrano trovare la loro verità nell’Isonzo e nella nostalgia della notte.

Allegria di naufragi (opera).

Scritta nel 1917 la poesia si fa emblematico riavvio dopo il disastro del naufragio. Riprende un

tema caro alla poesia decadente di Rinbaud, ma a differenza del poeta francese, che si lascia

abbattere dalla tragedia, in Ungaretti c’è un’immediata ripresa del viaggio. Anzi più nello specifico,

naufragio e ripresa sono indispensabili l’uno all’altro, poiché senza caduta non può esservi risalita.

Ungaretti riprende il concetto pubblicato nel “Controdolore” di Palazzeschi, il quale celebrava in

toni buffoneschi il dolore come premessa al moto di rigetto allegro del “controdolore”.

Soldati (opera).

È forse l’haiku più famoso di Ungaretti che celebra la precarietà della vita al fronte. Nonostante

l’apparente semplicità il lavoro che c’è dietro è immenso non solo dal punto di vista

dell’elaborazione dei versi quanto dalla spezzettatura ritmica interna ai versi. Il paragone dei

soldati con le foglie è carico di memorie anche letterarie, in quanto già presente in un frammento di

Mimnermo, poeta greco del VII sec. a.C.

Statua (opera).

Appartiene alla terza sezione di “Sentimento del Tempo”, raccolta divisa in 7 parti suddivisione

allusiva a un collegamento tra i vari componimenti che nell’Allegria erano scanditi in ordine

cronologico. Il tema della statua si riferisce alla pietrificazione dei sentimenti interiori. Un

sentimento di pacificazione che molti intellettuali italiani provarono intorno agli anni 20. La gioventù

è emblema della statua dell’abisso umano, contemplato nelle poesie precedenti e che ora va

guardata con un sorriso di superiorità, nei confronti delle illusioni e degli entusiasmi del passato.

La madre (opera).

Appartenente alla quarta sezione di “Sentimento del Tempo” è dedicata alla morte della madre. Si

legge in essa lo stesso preziosismo monumentale che c’è in “Statua” ma che ancora non arriva ai

livelli dei componimenti de “Il Dolore”. Dall’accentuazione del carattere celebrativo e solenne si

percepisce l’influsso della conversione del poeta all’ortodossia cattolica.

EUGENIO MONTALE.

La vita.

Nasce a Genova nel 1896 da famiglia borghese agiata. Per la cattiva salute compie gli studi a casa

e un’intera vita lontano dalla società. La sua prima pubblicazione poetica “Accordi” compare nel

1922, mentre il suo primo libro “Ossi di Seppia” nel 1925. Nello stesso anno firma il manifesto

antifascista di Croce. Nel 1926 conosce lo scrittore inglese Ezra Pound e porrà sempre molta

attenzione alla letteratura anglosassone. Nel 1927 conosce Drusilla Tanzi, allora sposata e che lui

appellerà col soprannome “Mosca” e che diverrà sua compagna molto più avanti. Passò a Firenze

gli anni della guerra e dell’occupazione e dopo la liberazione si iscrisse al partito d’azione. La sua

vita mutò considerevolmente quando divenne giornalista per il Corriere della Sera, per il quale

pubblicò molti articoli di cultura, letteratura, reportages di viaggio e critica musicale. La sua poesia

cambierà con la morte della moglie (Satura); nel 1967 sarà nominato senatore a vita e nel 1975

riceverà il Nobel per la letteratura. Morirà nel 1981 a Milano.

Una cultura europea.

L’apertura europea di Montale si ha nel momento in cui il poeta si rende conto che a vivere la

situazione contemporanea non è solo un società nazionale, ma una civiltà collettiva. La sua poesia

vuole essere voce di una cultura e dia una tradizione laica e razionale, italiana ed europea.

Critica e poetica di Montale.

Montale avverte una sorta di saturazione della parola e della tradizione poetica: la poesia è

minacciata non solo dalla consunzione del linguaggio, quanto dal suo incessante moltiplicarsi. Egli

mira a una poesia che trovi in se stessa la propria materia, che non rinuncia alla ragione ma parte

proprio dallo scontro tra la ragione e qualcosa che ragione non è.

“Ossi di Seppia”, la prima poesia di Montale si mette a confronto con il magma e con il travaglio

dell’esistenza e col tentativo di rompere la campana di vetro in cui viviamo. Una poesia più

assestata si ha tra “ossi di Seppia” e “Occasioni” quando si parla di poesia dell’oggetto, che parte

da un’occasione interna, da una spinta intellettuale esprimendola attraverso la descrizione di

oggetti intensi ed essenziali. Nelle ultime raccolte a partire da “Satura” si nota un abbassamento

nei toni, quasi al grado zero del linguaggio, tra spunti ironici e toni dimessi e colloquiali. Fu subito

evidente la relazione con la poetica del corrispettivo oggettivo di Eliot.

Montale parte da un confronto con la poetica dannunziana, abbassandone però i toni aulici e gli

impreziosimenti, avvalendosi dell’insegnamento dei crepuscolari e in primis di Gozzano; arriva

infine anche ad un rapporto con i classici e forme, modi e temi di altro grandi poeti come Leopardi,

Foscolo, Petrarca e Dante entrano a far parte della sua poesia, non come citazioni, ma come

strumenti poetici.

Ossi di seppia.

Del 1925 è divisibile in cinque sezioni. Da subito il linguaggio poetico è scabro ed essenziale,

cerca forme libere e aperte senza dimenticare anche alcuni elementi tradizionali. Usa anche forme

colte e preziose, ma avvicinandosi alla concretezza delle cose, con parole dalla precisione quasi

tecnica, come quelle usate per la descrizione dei paesaggi marini, vegetali e animali. Fugge da

ogni tono eroico e celebrativo.

Domina il paesaggio ligure, con il suo clima secco, aspro, con la visione dell’estate nelle ore del

meriggio, dove tutto sembra immobile e mosso dal costante rumore delle onde del mare. La voce

del poeta è quella di una persona concreta vivente in quel paesaggio, ma non partecipa

direttamente alla sua vita. Si interroga invece incessantemente dei vegetali e degli animali, del

muoversi scomposto degli oggetti, del vibrare di rumori e suoni, dello svolgersi del ritmo del tempo.

Il soggetto tenta di entrare in contatto con le cose nella loro essenza più nuda (l’osso di seppia), in

questo modo si distrugge l’inganno della vita normale.

Ma ogni squarcio verso una realtà più profonda e autentica, finisce per aumentare la solitudine

dell’io, l’allontanamento dalle cose e dal tu tanto ricercato. Il significato più profondo del libro resta

legato comunque a una grande negatività.

Le occasioni.

Le Occasioni comparvero per la prima volta nel 1939 presso Einaudi. Erano una raccolta di 50

poesie diviso in quattro parti, a cui vennero aggiunte altre 4 poesie nell’uscita del 1940. In

Occasioni ci si allontana dalla teoria degli Ossi di Seppia: il poeta non è più incentrato sul male di

vivere ma si concentra maggiormente sugli oggetti, avvolgendosi intorno alle forme e ai gesti con

una assoluta densità fonica, lessicale e sintattica. Sembrano voler trasmettere un messaggio che

non può essere decifrato, e in questo sono vicine all’ermetismo, ma al tempo stesso se ne

allontanano, in quanto la poesia di Montale resta lontana da ogni allusività, indeterminatezza,

abbandono a giochi di sfumature eda ogni compiacimento per il segreto. La sua poesia vuole

andare oltre il mondo della ragione, ma con i mezzi della ragione stessa; non cerca l’oscuro per

passione, ma la luce oltre quel buio. Verso la fine, la figura della donna è vista come salvatrice,

riscatta il poeta dalla volgarità e della mediocrità del presente.

La bufera e altro.

È la terza raccolta uscita nel 1956, divisa in 7 parti. Il titolo vuole dare l’impressione di qualcosa di

aperto e indeterminato, ma l’aspetto romanzesco della donna salvatrice resta un aspetto

essenziale, ponendosi come un moderno “Vita Nova”. La figura femminile ha un carattere

enigmatico, in quanto ci appare con nomi e qualità diverse. La poesia gioca con suprema eleganza

a nascondere e svelare il nome e l’aspetto del tu con cui il poeta dialoga. Questo tu è

principalmente Clizia, nome dell’amante del dio Sole trasformata poi in girasole, sotto cui si

nasconde il nome di Irma Brandeis; ma anche “Mosca”, donna più vicina e concreta, raffigurata

dalla moglie. Infine v’è l’incontro tra paradisiaco e terrestre, tra una Beatrice e un’Antibeatrice

rappresentato nell’inafferrabile personaggio di “Volpe”.

Le “Silvae” sono componimenti scritti in relazione alla situazione del dopoguerra e alla delusione

che essa comporta. Non c’è più la salvifica figura femminile, la speranza tra natura e destino è sul

punto di svanire.

Montale prosatore.

Nel 1956 Montale raccolse una serie di 25 racconti apparsi sul Corriere della Sera nel volume

“Farfalla di Dinard”. Con una prosa leggera, bonaria e ironica ci vengono presentati personaggi

legati a un mondo borghese internazionale , viaggiatori e frequentatori di alberghi, bar e ristoranti.

La farfalla che il poeta dice di aver visto in un caffè, non è altro che la raffigurazione della donna-

angelo presente nelle precedenti raccolte.

Vuoto della parola e negatività del mondo: la miscela di Satura.

Dopo un periodo di silenzio poetico, negli anni ’60 si sviluppa una nuova poesia di Montale,

fondata sull’uso dell’ironia e non più sulla tensione lirica. Montale rivisita la sua poesia, riprende i

suoi temi, le sue figure e le situazioni e le stravolge quasi capovolgendole. Questa poesia sembra

reagire al vuoto della parola consumata e banalizzata, ma resta essenziale il riferimento alla

memoria: con la vecchiaia, i ricordi e le immagini del passato si riavvolgono su se stessi, creano un

continuo confronto tra precedente poesia e la condizione della parola presente.

Il titolo “Satura” sta ad indicare il miscuglio di temi, stili e linguaggi diversi che compongono la

raccolta, insieme a una natura satirica, aggressiva, funebre e conviviale. Su “Satura” si abbatte

anche una visione infernale di una divinità: Montale dimostra come la “morte di Dio” non liberi

l’uomo, ma si concluda nell’evanescenza e nello svuotamento di ogni valore, che attribuisce ogni

potere a questa sinistra divinità (è il fantasma della società tecnologica e amministrativa che

sfugge al controllo dell’uomo). Sotto il segno di questo demone non è più possibile discernere il

bene dal male.

La poesia dell’ultimo Montale.

Siamo a un vero e proprio diario, dai toni bassi, smorzati, ironici e aggressivi. Nel “Quaderno di

quattro anni” si impone l’intreccio tra in tema montaliano della reversibilità del tempo, del suo

continuo ritornare su se stesso, e il nuovo tema della nullificazione del linguaggio.

Ossi di seppia. In limine (opera).

In questa poesia figura subito l’immagine dell’orto, tema tradizionale, ma principalmente gli orti

conclusi dannunziani. La chiusura dell’orto sta ad indicare la chiusura in se stessi, separati dal

mondo, un’immagine priva di senso ed identità. Il prigioniero di rivolge ad un tu, che una volta può

essere una donna, una volta un amico fraterno, un’altra un lettore devoto. Il tu femminile è quello di

Annetta che comparirà anche ne “La casa dei doganieri”. A questo tu, una voce dichiara una

possibilità di uscita, di una conquista di vita, di un riconoscimento di senso. Si tratta in realtà di una

vera e propria preghiera il cui linguaggio si appoggia su una serie di riferimenti letterari e che

danno al lettore l’impressione che la voce poetica venga da lontano. Le quattro strofe si dividono in

quattro modi: nella prima strofa il vento con il suo irrompere porta la vita in un luogo chiuso

impossessato dalla morte; nella seconda all’interno dello spazio chiuso incomincia ad avvertirsi il

sommovimento della natura; al rovello che lacera il prigioniero, si oppone la possibilità di trovare

ciò che la vita potrebbe essere; nella quarta se il destinatario del messaggio riuscirà a fuggire, a

dispetto del poeta, quest’ultimo comunque ne trarrà giovamento.

I limoni (opera).

Del 1921 è la prima poesia posta all’inizio della sezione Movimenti di Ossi di Seppia. È un vero e

proprio testo programmatico, una dichiarazione della poetica: vi si enuncia il rifiuto per una

letteratura aulica, di una poesia ufficiale e propone un abbassamento della poesia. I limoni

rappresentano un linguaggio e un paesaggio della quotidianità, una natura semplice e non

idealizzata. Le forme che aprono la prima e terza strofa, si rivolgono ad un tu indeterminato. Il

tema è quello della ricerca della salvezza ed è rivelato dal silenzio e dalla pace dell’orto dei limoni.

Ma il componimento si conclude malinconicamente, pensando che quella rivelazione altro non sia

che un’illusione. Nella prima strofa c’è il rifiuto delle piante dai nomi rari e preziosi e l’amore per i

sentieri marginali che portano all’orto dei limoni. L’ascolto del silenzio e l’odore dei limoni donano

pace e dolcezza (2 strofa). Nella terza strofa si è sul punto di trovare una verità, c’è una rivelazione

ma nella quarta si scopre che è un’illusione e si torna alla vita grigia di sempre.

Non chiederci la parola (opera).

Del 1923 è la prima lirica della sezione ”Ossi di Seppia” a cui dà anche il nome. Montale la

definisce la chiave di volta dei brevi componimenti ed intende metterla alla fine come conclusione

e commento. Messa invece all’inizio espone l’inappetenza della poesia, il quadro generale della

negatività della conoscenza e della condizione esistenziale e storica. Il tono pacato e assorto della

conversazione parte da un noi che si rivolge a un tu invitandolo a non cercare sicurezza nelle

parole della poesia o modelli risolutivi di vita. La conoscenza non può che generare negatività,

sottolineato dall’uso in anafora del “non” a inizio prima e terza strofa e all’interno del 12 verso.

Meriggiare pallido e assorto.

È la più antica della raccolta. Si apre un paesaggio campestre nella calura estiva in cui il poeta fa

una passeggiata. La vitalità della natura è colta dall’ascolto e dall’osservazione della natura, che

però col suo silenzio è come se si estraniasse. La vita si risolve nel ritmo monotono della

passeggiata campestre, limitata da un muretto che vuole essere limite delle possibilità umane.

Molte le citazioni letterarie, a partire dal linguaggio botanico e zoologico di Pascoli, D’Annunzio, il

tema orto-muro-mare di Gozzano fino ad arrivare a Dante aspro ed espressionistico.

Forse un mattino andando… (opera).

In questa poesia vi è la rivelazione del miracolo, del segreto dell’esistenza attraverso il voltarsi

indietro del soggetto, che può ricordare il mito di Orfeo, e si riconosce nella visione del nulla e del

vuoto, a cui succede la ricongiunzione alla realtà normale e quotidiana. Si sente l’influenza di

Leopardi e della concezione di Schopenhauer in cui il mondo è rappresentazione dietro la quale si

cela il nulla.

Le Occasioni. Dora Markus (opera).

La poesia si divide in due parti separatamente pubblicate. La prima nel 1937, la seconda nel 1939.

Il nome di Dora Markus compare dopo il 1926, fatto per la prima volta da Bazlen che inviò una

lettera al poeta e la foto delle gambe della donna, proponendogli di scriverle qualcosa. Molto

probabilmente questa prima parte era dedicata ad un’altra donna austriaca come Dora, Gerti, dato

che la prima non la vide mai. La seconda parte venne scritta sotto le persecuzioni naziste e vi è

uno sguardo al destino della donna ebrea. Ma lo stesso Montale ammetterà questa stessa

sovrapposizione Gerti/Dora, sovrapposizione per nulla perfetta. La prima parte inizia attraverso il

ricordo della memoria del porto di Ravenna, con la donna che indica la sua vera patria lontana. La

terza strofa si sofferma sull’irrequietezza e l’indifferenza della donna, sul suo carattere tempestoso

fino a trovare l’equilibrio in una sorta di amuleto: un topo bianco che da oggetto quasi inutile

assume la forza di un simulacro. Nella seconda parte si fa riferimento alla zona lacustre della

Carinzia, dove vive Dora, quasi a specchio con l’ambiente ravennate. Si passa all’interno

dell’ambiente della casa borghese di Dora e si analizza la sua esistenza come inscritta in uno

specchio annerito, che è rappresentato dal nazismo. Si affaccia quindi lo sgomento per la

situazione contemporanea. Questa minaccia si fa sempre più esplicita nell’ultima strofa, dove Dora

si vede affidarsi a un altro oggetto simbolico, il sempreverde alloro da cucina che dovrebbe dare

una speranza, ma la strofa termina con la consapevolezza che la fine è vicina.

Ti libero la fronte (opera).

È la poesia in cui si inaugura il mito della donna salutifera, dell’angelo visitatore; la poesia d’amore

rivolta alla donna lontana che vive sotto il nome mitologico di Clizia e che si identifica con Irma

Brandeis, studiosa conosciuta nel ’33 e che ora vive sull’Ontario. Il poeta immagina questa donna-

angelo che in volo attraversa l’Oceano per fargli visita e lui, in gesto salutare, le sposta il ghiaccio

accumulato durante il viaggio dalla fronte.

Corrispondenze (opera).

Questa poesia fa parte del ciclo dedicato a Clizia e riprende un tema molto caro alla poesia

simbolista e in primis a Baudealire, che scrive “Correspondances”: la poesia sulla corrispondenza

di tutti i sensi. Ma le corrispondenze montaliane sono il rovescio di quelle simboliste: partono da

occasioni di una vita ormai passata. Esse si distribuiscono in tre momenti: nella prima strofa si

passa da un effetto visivo ad uno sonoro; nella seconda strofa si espande l’esaltazione mitica della

mano della donna che dona luce, inserendo l’immagine mitica della festa di Dioniso, in cui la mano

del sole fa passare la luce tra le foglie e nel sottobosco. Me nella terza strofa parte la domanda alla

donna che si è presentata, si è fatta riconoscere, ma resta chiusa al poeta e sembra come svanire.

La bufera e altro. La bufera (opera).

La bufera si pone come immagine della guerra iniziata e vissuta ormai come naturale, ma la bufera

è anche l’affacciarsi della rivelazione, da cui scocca il lampo improvviso che illumina la realtà, la

fissa in qualcosa di eterno ed istantaneo allo stesso tempo. Il sovrapporsi dell’orrore della guerra e

del momento d’epifania è determinato dalla presenza di Clizia, che è al sicuro in America. Ma la

bufera la raggiunge finché ella non svanisce in essa lasciando forse una scia di speranza, di

salvezza nel disastro.

Serenata indiana (opera).

Il titolo deriva da una poesia di Shelley ma contiene anche echi di una lirica di Yeats, “The indian to

his love”. La poesia si divide in due parti: nella prima c’è un noi specificatamente circoscritto ad un

io e un tu sicuramente femminile. Il poeta non ha dato notizie certe sulla donna, ma si esclude che

sia Clizia, data la distanza della figura alla sfera del salvifico. Nella prima parte ci si rivolge alla

donna, affidandosi a lei ma come in preda ad un’ illusione, accettando la follia di seguirla e di

credere che i suoi gesti e le sue parole siano autentici. Ma nella seconda parte viene tutto

smentito, dato il fatto che non si può nemmeno darle un volto, è come se non appartenesse a se

stessa, tant’è che è rappresentata da un polipo. Montale afferma che il polipo può rappresentare il

crepuscolo o addirittura il futuro, il destino. La donna che è il polipo e che si crede se stessa, può

essere anche vista come un’immagine di coscienza deviata da se stessa, determinata dal riflesso

altrui, della società.

Incantesimo (opera).

È rivolta alla terza donna di Montale, Volpe (la poetessa Maria Luisa Spaziani). I critici però sono in

disaccordo, data l’oscurità della poesia e le molte sovrapposizioni di figure femminili: quella del tu a

cui si rivolge e che sembra offrirgli un amore profano, quella di Clizia, a cui allude l’amore sacro e

la terra di Galilea di origine del popolo ebraico, quella di Diotima che rievoca la poetessa greca del

Convivio di Platone, identificata a sua volta con Clizia cercatrice di sole. Qui la fiamma leggera

indica il nuovo amore per la nuova donna Volpe, conosciuta quando ha incontrato Clizia-Diotima.

Ecco perché partono una serie di paragoni e contrapposizioni tra le due figure femminili, che fanno

diventare l’amore profano per Volpe, qualcosa di solare.

L’anguilla (opera).

Mette al centro della poesia un animale, che non agisce più solo come correlativo oggettivo, come

rivelatore di occasioni, ma occupa tutto lo spazio della poesia in cui vengono indicate tutte le

qualificazioni dell’anguilla. L’anguilla è posta come allegoria dell’umanità della poesia e della

resistenza umana travagliata dalla natura e dalla storia. Dietro il tu femminile sta il volto di Clizia,

nel suo resistere in mezzo ai disastri del mondo.

Piccolo testamento (opera).

Prima delle “Conclusioni Provvisorie”, aveva il titolo di “Congedo Provvisorio”. L’attuale titolo indica

un testamento dato l’avvicinarsi di un’apocalisse, di un crollo della società a partire soprattutto dal

dogmatismo dei chierici che combattono la fede del poeta nei valori della cultura liberale

occidentale. L’emblema della sua fede sono l’iride e una cipria, che non stanno a garantire

nessuna specifica salvezza, perché sanno di essere votati a consumarsi: la stessa memoria è

destinata ad estinguersi perché ogni esperienza storica è destinata a lacerarsi e distruggersi.

Resta solo la rivendicazione di una solidarietà con chi ha vissuto quella fede, che ricordano quella

leopardiana di “Ginestra”. Ma la poesia si conclude in un effetto di smorzata lontananza, in un

effetto di spegnimento.

Montale sugli “Ossi” e le “Occasioni”. Intenzioni da “Intervista immaginaria” (opera).

Montale finge di rispondere alle domande di un intervistatore che chiama Marforio. Le domande

però non sono nemmeno trascritte, ma posto attraverso i puntini sospensivi. Tra i punti più

interessanti la formazione giovanile e la sua educazione come cantante lirico, l’indicazione del

legame tra la poesia e prosa e della necessità per il poeta di confrontarsi continuamente con la

prosa.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Letteratura italiana, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia della letteratura italiana, Ferroni. Dalle avanguardie a Gadda e in più analisi delle poesie trattate a lezione con la professoressa Frabotta più di 500 pagine riassunte in 40. Gli argomenti trattati sono i seguenti: le guerre, l'avanguardia, l'espressionismo, Gadda, Montale, Ungaretti.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in letteratura musica spettacolo
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiuzzy89 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Frabotta Bianca Maria.

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