Letteratura italiana moderna e contemporanea
Introduzione al volume II di “Giornalismo italiano” di Franco Contorbia
Nel 1901, la morte di Verdi rappresenta un discrimine storico e simbolico per la vita del Paese; nessuno meglio di Luigi Barzini può essere conferito il ruolo di testimone di una continuità ininterrotta. Al termine di un non lungo apprendistato su giornali di Perugia e Orvieto, nel gennaio 1899 lo assume il “Fanfulla”; a luglio va a Londra per conto del “Corriere della Sera” di Albertini; nel 1900 parte da Genova al seguito della spedizione internazionale destinata a reprimere la ribellione dei Boxers a Pechino; nel 1902 è a Mosca, dove Vittorio Emanuele III è andato in visita allo Zar Nicola II; nel 1904-1905 segue per il “Corriere della Sera” il conflitto russo-giapponese.
L'eco di quella guerra remotissima, che le nuove tecniche di comunicazione di massa cospirano ad “avvicinare” all’Occidente, si ritrova in Guido Gozzano, ne “L’analfabeta” (vv. 82-84: “…L’orrore della guerra scende in me: cittadino della Terra, in me: concittadino d’ogni uomo”).
Nel 1907, Barzini visita San Francisco distrutta dal terremoto; nel gennaio 1909 è a Messina, rasa al suolo dal catastrofico sisma che l’ha colpita a fine 1908. Una vita vissuta con un battito tanto accelerato, così naturalmente estrovertita e spettacolarizzata, da promuovere il reporter a protagonista delle vicende narrate; cronicamente inseparabile da una deferenza al potere politico che non lo ha scollato più dal fascismo nemmeno nei sinistri mesi di Salò.
Detti e novità del giornalismo italiano
Memorabili i suoi sette detti, fra cui citiamo: 3) Non prender note. Affidarsi alla memoria. La memoria deve ritenere e selezionare i fatti prima di scrivere; 4) Le cose facili le fanno gli altri; 5) Non leggere i rapporti tecnici ma parlare con i loro autori; 6) Il buon giornalismo è quello parlato; 7) Per aver successo basta lavorare. Gli altri non fanno nulla.
La prima grande novità nella galassia del giornalismo italiano – ma non si tratta di una novità assoluta, se si pensi ai pesantissimi condizionamenti esercitati dal governo (dai governi) nei confronti del loro lavoro fin dal tempo delle prime campagne d’Africa – risiede forse nel cambiamento di status dei corrispondenti di guerra nel corso del conflitto italo-turco, e nella compressione di ogni autonomia di giudizio nella prospettiva della salvaguardia delle esigenze politico-militari della spedizione. Non a caso, nel 1914, a due anni dalla fine delle operazioni militari, Renato Serra rifletterà sull’argomento nella clausola del cap. I delle Lettere scegliendo parole che non ammettono repliche: “...Sappiamo troppo bene tutti i clichés dei corrispondenti viaggianti, diventati l’ideale e il modello di tutta la prosa e di tutta la poesia che si stampava in Italia; una vernice unica e uguale, lucida, piatta, grave, distesa su tutte le cose, una vernice di enfasi e di convenzione, di entusiasmo spropositato e di vanità monotona, di falsità letteraria e morale, di speculazione meschina...di commozione obbligata e di grandiosità stilizzata...: se togliete i documenti ufficiali, le relazioni di qualche commissione, e le lettere dei soldati e degli ufficiali...tutto il resto è confuso nella stessa oscurità opaca”.
Boom del giornalismo e la figura di Mussolini
A questa altezza cronologica, ma su un versante esattamente opposto (quello del socialismo massimalista e antitripolino), avviene l’emersione da un milieu provinciale a un orizzonte inequivocabilmente nazionale di Benito Mussolini, direttore dell’”Avanti!”, futuro Duce del fascismo, che pure non rinuncerà, dall’inizio alla fine del Ventennio, ad assolvere l’ufficio di Primo Giornalista d’Italia, e dunque di direttore, o controllore, di tutti i giornali senza eccezione. La sua è una irriducibile e un po’ selvaggia vocazione onomaturgica, aperta a suggestioni in primo luogo francesi, che si inscrivono nell’orbita tracciata fin dai tempi remoti della Scapigliatura democratica e, poi, da Paolo Valera.
Rispetto alla dislocazione della maggioranza degli intellettuali, e dei giornalisti, sotto le insegne della guerra imminente sono pochissimi gli obbiettori di coscienza: tra gli altri, Benedetto Croce, Giovanni Boine e Mario Missiroli. Quest’ultimo, loico sofista, è stato descritto così da Alfredo Panini: “Missiroli è un giovane pallido, esile, diafano; figura un po’ da asceta. [...] Intelligenza lucida, inflessibile, fredda. Segue la sua logica sino alle conseguenze più dispietate...Bellissimo ragionatore”.
Il ruolo del “Corriere della Sera”
Ma al centro del “sistema” è il “Corriere della Sera” di Luigi Albertini, con la specialissima collaborazione di Gabriele D’Annunzio. La lucidità con la quale Albertini, organizzando i servizi giornalistici dal fronte, attende a costruire per il giornale un autonomo, riconoscibile canale di comunicazione entro uno spazio unidimensionale è testimoniata dalla lettera che il 26 maggio 1915 (a due soli giorni dall’inizio delle operazioni militari) egli invia a uno strettissimo collaboratore del presidente del Consiglio Antonio Salandra:
“Il prefetto mi comunica...divieto di occuparsi di qualsiasi fatto avvenuto entro i primi dieci giorni. [...] Che non si vogliano particolari maggiori di quelli che dà il Governo sul numero dei morti e dei feriti, sulle forze impiegate, sulle posizioni conquistate, è troppo giusto e finora tutti qui a Milano abbiamo osservato questi limiti. [...] Ma proibire ai corrispondenti di dare quelle impressioni generiche, quegli episodi di nessuna importanza militare, di fare un po’ di cronaca, di tratteggiare un po’ l’ambiente in senso favorevole alla nostra impresa, questo, perdonami, mi pare assurdo e nocivo allo scopo che si vuole raggiungere. [...] Ma non vi rendete conto che a fare il giornale come dite voi si fa una cosa morta che in pochi giorni darà al paese un’idea terribile della guerra, lascerà negli animi una specie di desolazione, un’ansia straordinaria di notizie, farà correre per tutte le bocche le voci più strampalate, accrediterà chissà quali particolari terribili che non rispondono a realtà? Con la censura ai dispacci di Roma e ai dispacci esteri...con la proibizione delle più innocenti corrispondenze epistolari, voi riducete il florido giornalismo italiano ad una specie di arido, succinto notiziario sul tipo della “Gazzetta Ufficiale” che influirà sinistramente su tutta la vita nazionale.
Io mi preoccupo di ciò non come editore del “Corriere della Sera” perché il “Corriere della Sera” si venderà sempre lo stesso e costerà molto meno se sarà fatto coi criteri che voi volete stabilire. Mi preoccupo di ciò come cittadino che ha qualche contatto con l’opinione pubblica e vi avverte che se non si lascia alla stampa l’incarico di tenere alti gli animi, di dare tutti quei particolari che non nuocciono alle operazioni militari, di cercare gli episodi che coloriscono la nostra impresa e tengono desto attorno ad essa l’interesse pubblico, si fa un’opera di depressione potente che nessuno stato d’assedio, nessun potere eccezionale varrà a riparare”.
La rappresentazione della guerra nei giornali
La rappresentazione della guerra da parte dei giornali italiani uniformemente, totalitariamente militarizzati si colloca, per forza o per amore, in quel solco di cui la sola eccezione è costituita dall’”Avanti!”. Il rilievo vale a fortiori per i corrispondenti di guerra. Il loro è un lavoro prodotto di una fondamentale scissione tra la percezione più o meno veridica della nuda evidenza delle cose e la reinterpretazione “pubblica”. Di tale schizofrenia il (coatto) silenzio dei giornali intorno a Caporetto offre un esempio di clamorosa evidenza.
Piero Gobetti, nei primi due stelloncini del secondo articolo della serie “Uomini e idee”, sulla “Rivoluzione Liberale” del 23 aprile 1922, afferma: “Il giornalismo è un momento della vita ideale da cui una visione dialettica dello spirito non può prescindere. Il giornalista come scrittore che scrive di ciò che non conosce...rappresenta l’agilità dello spirito che muove alla conquista dell’infinito sapere, che prende coscienza dei modi di attività del pensiero più complessi e diversi. [...] Il giornalismo aiuta dunque l’affermarsi di una visione integrale e complessiva della vita, si oppone alla fredda e falsa specializzazione, rappresenta in ogni attimo dello sviluppo la coerenza dell’infinito mondo storico che si deve studiare con la conquistata unità spirituale da cui lo si considera. Accanto a questo giornalismo ideale esiste un giornalismo pratico, di professionisti che ne è la franca contraddizione. C’è il giornalismo...che non cerca gli approfondimenti successivi. Quello che non raggiunge il sistema. Che resta sempre infante, saccente, che non studia più perché deve scrivere, non pensa perché deve chiacchierare al caffè, non legge perché deve fare l’intervista”.
Gramsci e il giornalismo integrale
Antonio Gramsci, già operante fra “L’Unione sarda”, il “Corriere universitario”, “Il Grido del Popolo”, l’”Avanti!” e “L’Unità”, scrisse nel Quaderno 24, paragrafo 1 e 9: “Il tipo di giornalismo che si considera in queste note è quello che si potrebbe chiamare “integrale”...cioè quello che non solo intende soddisfare tutti i bisogni (di una certa categoria) del suo pubblico, ma intende di creare e sviluppare questi bisogni e quindi di suscitare, in un certo senso, il suo pubblico e di estenderne progressivamente l’area. [...] Il principio che il giornalismo debba essere insegnato e che non sia razionale lasciare che il giornalista si formi da sé, casualmente, attraverso la praticaccia, è vitale e si andrà sempre più imponendo, a mano a mano che il giornalismo, anche in Italia, diventerà una industria più complessa e un organismo civile più responsabile. La questione, in Italia, trova i suoi limiti nel fatto che non esistono grandi concentrazioni giornalistiche, per il decentramento della vita culturale nazionale, che i giornali sono molto pochi e la massa dei lettori è scarsa”.
Ancora Gramsci, in un allegato alla lettera a Tatiana Schucht del 7 settembre 1931, rievoca e rivendica la sua esperienza giornalistica: “In dieci anni di giornalismo io ho scritto tante righe da poter costituire 15 o 20 volumi di 400 pp., ma essi erano scritti alla giornata e dovevano, secondo me, morire dopo la giornata. Mi sono sempre rifiutato di fare delle raccolte sia pure ristrette. [...] Avere pubblicato un libro da una casa editrice fascista in queste condizioni era molto allettante, pure rifiutai”.
Autorappresentazioni dei giornalisti
Saranno molte le autorappresentazioni dei giornalisti, che hanno “attraversato” il fascismo, dal carattere ambiguo e ingannevole. I “ragionamenti” intorno al proprio itinerario professionale e politico non possono aver corso in tempo reale, ma sono di regola largamente differiti, e spesso sostenuti da un’ottica speciosamente giustificazionista che tocca il suo estremo limite nella contorta operazione autoanalitica che apre “La coda di paglia” di Piovene: insomma, nessuna autocritica ha corso prima del 1945, e talvolta bisogna aspettare anni e anni ancora.
Il massimo dell’autocoscienza “sincronica” mi pare ravvisabile, nell’estremo scorcio degli anni Venti, in “Questo mestieraccio” di Paolo Monelli (Treves, Milano 1930): “Ci siamo illusi, un giorno, di creare un “genere”; di dar forma a un nuovo tipo di scrittore: moderno, vero, aderente alla vita, capace di superare gli antichi miti, ma capace di scorgere i nuovi. Scrittore con fantasia, ma non d’invenzione; devoto alla lingua e allo stile, ma non schiavo delle tradizioni, dei modelli, dei luoghi, dei cieli. Lo scrittore che si scomoda; che vive con la gente, pensa con la gente, soffre con la gente, e della gente vuol essere solo interprete o ricordatore...che non inventa casi eleganti, ma scopre la realtà; che scrive magari in prima persona, ma pensa in terza.
Veramente, questo genere non è nuovo, per quanto desueto. Le storie della letteratura, le antologie classiche sono piene di prose d’occasione: lettere di diplomatici, cronache comunali, ricordi personali. Ma simili prose, se non sanno di muffa, non son più pregiate; e nel savio tempo presente scrittore è sinonimo di romanziere.
Se non facciamo il romanzo, non abbiamo il diploma. Invano usciti dalla classe dei cronisti, invano aspirammo all’aristocrazia degli scrittori. E se il giornalista ha per primo l’esperienza nuovissima, l’avventura inattesa, e la narra, il suo rapporto è messo con annoiata indifferenza da parte. [...] I critici dicono che queste cose non sono poesia; e aspettano che un poeta sedentario canti lui il volo non mai veduto, magari scomodando Icaro, le aquile, e qualche pensosa e irrequieta progenie”.
È forse l’incompatibilità di questo Monelli con la famiglia degli “inviati” più pigramente indulgenti ai moduli di un esotismo stremato a candidarlo a naturale interlocutore, sul tema anche troppo largamente dibattuto dei giornalisti che viaggiano, di Pietro Pancrazi, autore di una recensione al libro di Renzo Martinella “Sud. Rapporto di un viaggio in Eritrea e in Etiopia” (Vallecchi, Firenze 1930): “Che cosa si chiede a un giornalista che viaggia? Che tra lo scrittore e il paese che lui viaggia, e le cose che lui osserva e che dice, si mantenga sempre una bilancia, una proporzione, per cui né lo scrittore né le cose prevalgano mai tanto che l’uno schiacci l’altro.
Trent’anni fa, prevalevano le cose: il positivismo era in auge: quello che importava, erano i dati, i fatti, le statistiche, o, come si diceva allora, “la realtà”. [...] Poi le cose cambiarono [...] Un bel giorno si videro la documentazione, l’economia, la scienza far tutt’uno con la letteratura e il colore mescolarsi con la statistica. Fu appunto sotto i segni di questa congiunzione che nacque Barzini. [...] Dopo Barzini, i diritti del colore e della letteratura, nel giornalismo viaggiante, aumentarono. Oggi sono prepotenti. La situazione di prima s’è rovesciata: lo scrittore oggi è tutto e le cose sono nulla. Le impressioni valgono più della logica, le immagini tengono vece dei ragionamenti. [...] Tutto è fatto personale. C’è chi ne usa e chi ne abusa. [...] La letteratura personale ha saturato il giornalismo”.
Problemi di “generi” letterari e giornalismo fascista
Ma non è solo un problema di “generi” letterari. Prendiamo il periodo fascista: relativamente ai giornalisti operanti in Italia, osserva nel 1998 Enzo Forcella, non è in questione “se sono stati fascisti, ma come lo sono stati, e in che misura hanno raccolto e diffuso le parole d’ordine del potere”. La querelle è fossile e si dipana nell’arco cronologico che va dal “Lungo viaggio attraverso il fascismo” di Ruggero Zangrandi (Feltrinelli, Milano 1962) ai “Redenti” di Mirella Serri (sottotitolo: “Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948”, Corbaccio, Milano 2005).
La rinuncia a celebrare processi sommari prescritti ormai da quel dì non impedirà la nuda registrazione degli episodi perturbanti (come la celebrazione, nel 1937, di Mussolini “scrittore” da parte di un critico della fulgida, demoniaca intelligenza di Giacomo Debenedetti) o francamente abietti (la convinta partecipazione di Guido Piovene alla campagna antisemita del ’38).
Nel campo della comunicazione giornalistica “unificato” dalle leggi eccezionali, a svolgere le funzioni (le finzioni?) di maestri del coro sono (non possono non essere) i giornalisti più colti, o tecnicamente agguerriti, capaci di associare alle risorse e ai trucchi del mestiere una “disposizione” politica opaca o reversibile, ancipite o servile: Ugo Ojetti, Luigi Barzini, Mario Missiroli, Paolo Monelli, Giovanni Ansaldo, Orio Vergani, Curzio Malaparte, Leo Longanesi.
Si pensi ad Ansaldo, e alla traiettoria che lo porta dal “Lavoro” al “Telegrafo”, da Salvemini, Gobetti e Canepa a Ciano. Possiamo ricorrere ai giudizi autocritici dello stesso Ansaldo, non privi, qualche volta, di una spietatezza esercitata al limite del compiacimento masochistico: “Impressionabile, mutevole, nevrotico, io non ho, né posso avere, principii politici. [...] Sono stato antifascista soprattutto per una specie di amor proprio, che mi vietava di lasciare il campo degli antifascisti proprio quando ferveva la battaglia; adesso mi riaccosto al fascismo per picca, per far vedere a tutti gli “anti”...che non sono prigioniero, né delle loro amicizie, né del mio passato”.
Appare, in questa luce, del tutto coerente con il consapevole sdoppiamento che ha luogo tra le ragioni del mestiere e quelle dell’opportunità politica l’acutissima pagina che all’abolizione della cronaca nera Ansaldo riserva, il 25 febbraio 1933, nello spazio segreto del diario: “Da qualche giorno, la persecuzione della povera “cronaca nera” dei giornali si è accentuata. I giornali hanno ricevuto l’intimazione di dare il resoconto di qualunque fatto di cronaca nera...in non più di quindici righe; trenta nei casi eccezionalissimi. [...] Questa...risponde...a due idee generali del Padrone di casa. Prima. La cronaca nera, diffusamente riferita e appassionatamente letta...è la forma più grezza, diciamo così, di regionalismo. Il Padrone di casa, per questo, non la vuole. Egli pretende che – siccome il fascismo è unitario – i gen
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