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Capitolo 1: Le origini della nuova lingua e della nuova letteratura

Il passaggio dal latino al volgare

Le diverse lingue volgari dell'Europa alla base delle letterature nazionali; i rapporti fra l'italiano e gli altri volgari.

Il ritardo e l'affermazione della letteratura italiana

Non sono ben chiare le cause di tale ritardo, però è interessante come in un secolo e mezzo appena, dall'inizio del Duecento fino alla metà del Trecento si sia formata ed affermata la letteratura classica italiana da Dante a Petrarca e Boccaccio. Nel Duecento nasce tale letteratura italiana, seppure il latino venga considerato la lingua ufficiale, e i primi testi volgari sono dei “volgarizzamenti” di tali testi, e proprio da qui nasce un'esigenza non solo comunicativa ma anche culturale dell'uso del volgare. Il ritardo, come si è detto non è ben chiaro anche se rispetto ai vicini europei entrano in gioco fattori socio-politici: dalla frammentazione comunale, che rende perciò impossibile una lingua comune e nazionale, all'influenza nella zona centrale del pontificato e di Roma, avvezza ad usare il latino in modo certosino. Questo spiega come e perché, mentre in Italia si parla perlopiù in latino: in Inghilterra risale il poema eroico “Beowulf” al VII secolo, in Germania lo scritto “Niebenlungelied” nel XII secolo, in Spagna il “Cantare del mio Cid” nel 1140 e nella Francia aristocratica, che rielabora i testi religiosi in chiave laica con la lingua d'oc, nell'area provenzale, e la lingua d'oil, nell'area a nord della Loira, ci appare una letteratura che svaria dall'epica delle chansons de geste, alla lirica satirico-trobadorica nel XI XII.

I primi documenti in volgare

(Indovinello veronese fine VIII secolo e doc. giuridico del X secolo)

Uno scrivano introduce, tra la fine del VIII e l'inizio del IX, in un codice liturgico spagnolo un indovinello: “Se pareba boves, / alba pratalia araba,/ et albo versorio teneba / et negro semen seminaba”, cioè “Si spingeva avanti i buoi, arava bianchi prati, teneva un bianco aratro, seminava nera semente”. E cosa vuol dire? Si riferisce allo scrivere (i buoi son le dita, i bianchi prati la pergamena, l'aratro bianco la penna, il seme nero l'inchiostro). Ora è arduo dire se “teneba” o “seminaba” siano dei termini latini ai quali è caduta la desinenza finale (da bat a bat) oppure dei volgari latinizzati, certo è che lo scrittore godeva di una capacità espressiva tale da riuscire a modificare una lingua, il latino in un un' altra anche a livello morfologico (il “SE” al posto di “SIBI”; oppure la desinenza “-O” anzi del “-UM” latino come albo e negro per album e nigrum.

Il documento, i “Placiti Campani”, tra il 960 e il 963 nel principato Longobardo tra Capua e Benevento, e apparso in un processo per porre fine a una controversia fra un uomo di Aquino e il monastero di Montecassino, è redatto dal giudice che registra la testimonianza di 3 uomini favorevole al monastero, in latino. Ma all'interno è inserita una formula volgare per far meglio comprendere il senso ai tre uomini della loro testimonianza: “Sao Ke kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti”.

Premesse francesi per la letteratura italiana

- Il ciclo carolingio e il ciclo bretone (poemi e romanzi). La letteratura italiana si è servita di influssi d'oltralpe. Dalla Francia, in lingua d'oil, appartengono le chanson de geste, scritti e canti eroici. La più importante, scritta da Turoldo, poco dopo l'inizio della prima crociata è la chanson de Roland, che celebra la resistenza epica di Carlo Magno e dei suoi paladini contro i Saraceni; il viaggio dell'esercito dei cristiani verso Roncisvalle, nei Pirenei e la morte del Rolando, tragico epilogo che segnerà l'inizio del ciclo carolingio.

- Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda sono i protagonisti del ciclo bretone. Scritti da Chrètien de Troyes, grande autore di romanzi (5) di avventura e conoscitore del suo tempo dalle geste eroiche all'esperienza dell'amore cortese che sottomette tutto e tutti, attivo alla corte di Champagne e di Fiandra nella seconda metà del XII sec.

- I lais e i babliaux (brevi componimenti): forme di narratio brevis, predecessori della novellistica. Poemetti amorosi sono i primi, a carattere elegiaco, fra i più interessanti a livello poetico ci son quelli di Maria di Francia vissuta nella seconda metà del XII secolo. I secondi hanno natura erotica con versi licenziosi: tra i temi spiccano la misoginia e la satira anti-contadina, con un linguaggio crudo, realistico e poco metaforico e poetico.

- Il poema allegorico: il Roman de lo Rose. Genere allegorico-didascalico di maggior successo: ventimila versi scritti in tempi e da due autori diversi: il primo, Guillame de Lorris, autore della prima parte all'inizio del '200, il secondo Jean de Meung nella seconda parte del secolo sposta l'attenzione amorosa di Guillame in una chiave più dottrinaria e scientifica. Risultato? Un'opera complessa ripresa da autori successivi come attesta “Fiore”, il poemetto che traduce in volgare il testo originario in 232 sonetti e da attribuirsi a Dante.

I provenzali e l'amor cortese

In Provenza è attiva la lirica amorosa, piuttosto che la narrativa. La poesia provenzale occitanica, scritta in lingua d'oc, è la lingua dell'amor cortese, così chiamato perché si rifà ai modi e alle esperienze del mondo delle corti. Il poeta canta la Donna, la “Dama” (domina, padrona, signora). Con la donna il poeta ha un rapporto di extraconiugalità, vale a dire che solo al di fuori del matrimonio ci può essere l'amore. Da ciò nasce una diatriba tra l'etica mondana e quella religiosa. L'amore uomo-donna diventa una vera e propria esperienza totalizzante che meglio traduce, più di qualsivoglia altra cosa, i rapporti feudali gerarchici: tramite il servizio, il vassallaggio, il desiderio e l'omaggio dell'amante all'amata. Si instaura un circolo virtuoso che incorpora talune prassi atte a stimolare e ad accrescere il desiderio nell'amante per l'amata e viceversa sotto le forme di virtù quali: la fedeltà, la dedizione, la discrezione e la liberalità.

L'opera che meglio descrive tali precetti nella e della liturgia mondana è il trattato in prosa latina, De Amore, scritto da Andrea Cappellano nel 1189 alla corte di Champagne. Ne viene fuori che la tensione erotica dell'amante (uomo) è neutralizzata dalla forma idealizzata dell'amata (donna). Tale perfezionamento etico necessita di un perfezionamento formale, stilistico e linguistico della poesia. I poeti sono chiamati trovatori, da trobar, cioè inventare “tropi”, figure metaforiche. Il loro è un impegno a cercare nuove espressioni in due modi opposti: con il trobar clus, chiuso (stile concettuoso, aspro, poco comprensibile e disarmonico) e il trobar leu, aperto (stile e lingua più omogeneo, chiaro e comprensibile e armonico all'ascolto).

Nel gruppo dei poeti provenzali nel XI e i XIII secolo ricordiamo: Guglielmo IX d'Aquitania, il capostipite dei provenzali; Marcabru, aspro e aggressivo nei suoi versi; Jaufrè Rudel, delicato e struggente, suo è il famoso Amor de lohn, l'amore da lontano; e Arnault Daniel, cui Dante assegnerà il primato: “Versi D'amore e prose di romanzi/ soverchiò tutti”.

Capitolo 2. Le grandi aree della prima letteratura italiana

Le lingue della letteratura delle origini

Il provenzale e i volgari italiani; i generi: lirica d'amore, lodi devote e poesia didascalica; gli autori: trovatori, monaci, borghesi e funzionari di corte.

L'Italia settentrionale

I provenzali nell'Italia del Nord

È folta la loro presenza; ricordiamo alla corte del Monferrato nell'ultimo scorcio del XII secolo di Rambaut de Vaqueiras (si ricorda il contrasto tra un'amante e la sua donna, mentre il primo si esprime in dialetto, la seconda in genovese); oppure Uc de Saint-Circ, trasferitosi a Treviso e conferendo verso il 1219-20 importanza nella Marca Trevigiana e dando lustro alle vite dei poeti provenzali cantando le loro biografie “vidas” e le ragioni “razos” delle loro poesie.

Aspetto assai curioso è che molti poeti italiani si esprimevano in lingua d'oc come: Percivalle Doria (a Genova), Lanfranco Cigala (con le sue poesie d'amore profano e lodi alla Madonna) o Bonifacio Calvo (suoi i versi di carattere politico-civile accostati e incrociati a quelli dell'avversario veneziano Bartolomeo Zorzi). A Mantova invece si ricorda Sordello Goito (famoso perché reso immortale nel Canto VI del Purgatorio di Dante per mezzo della sua invettiva contro la lascivia del tempo.

Da ricordare il filologo e studioso della lingua Alfredo Stussi che rinvenne nel 1999 una pergamena ravennate risalente fra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo e che contiene il primo testo lirico elaborato in volgare, ossia la canzone “Quando eu stava in le tu catene”, cinque strofe d'amore di un uomo tormentato dall'Amore e dalla sua forza ammaliatrice.

La letteratura didattica

I proverbi, le noie e gli ammaestramenti morali. Produzione di carattere didascalico e moraleggiante (come il “Proverbia que dicuntur super natura feminarum”, 756 versi, l'ultima parte è andata persa, scritti tra il 1156-60 da un veneziano, in cui appare un carattere misogino).

La misoginia è sviluppata anche dal cremonese Girardo Patecchio (inizi del '200) con la sua “Frotula noiae moralis”. Ispirato all' “enueg” provenzale, genere didascalico di ciò che è fastidioso, e contrapposto al “plazer”, riservato a ciò che produce gioia e piacere. Girardo mette in lista persone “noiose”: il traditore, il superbo, il prete che si fa bello, le prostitute; anche situazioni spiacevoli, di alto e basso registro: la povertà personale, il rasoio che non taglia, la strada rotta, il vino non buono ecc. e incontra un tale Ugo di Perso che gli risponde in rima con altre due Noie.

Suo contemporaneo è Uguccione da Lodi (cremonese anche lui): suo è il “Libro”, testo moralistico, religioso e precettivo, con preghiere e esecrazioni dei vizi, virtù lodate come una scenografia celestiale, contrapposta all'orrore infernale del male.

Il mondo ultraterreno di Giacomino da Verona e Bonvesin de la Riva

Il primo, frate minore, si occupa del mondo ultraterreno che spetta all'uomo, trattando tale tema in due libri: il primo nel 1230 (riguardo il Paradiso “De Ierusalem celesti”) e il secondo nel 1265 (riguardo l'Inferno “De Babilonia civitate”). Il Paradiso, la Gerusalemme celeste è descritta come un luogo straordinario: pavimenta in pietre preziose, mura altissime, luce perpetua, merli in cristallo e sentieri d'oro fino e gli angeli lodano la Madonna, Cristo e Dio. Di natura opposta è quella che spetta all'Inferno, una prigione soverchiata da una calotta glaciale, fiamme continue, residui di resina e zolfo bruciati, puzza, demoni e diavoli inveiscono sui dannati assieme a serpenti e vipere; alla fine c'è Belzebù, il diavolo-cuoco che arrostisce come porci i dannati e se li mangia. Il linguaggio crudo, aspro è usato per accentuare il tono macabro del tema.

Il secondo, tratta in maniera didascalica, didattica e morale in modo assai efficace nel Nord con i suoi libri: “Libro delle 3 scritture”, del 1274, riguardo “la negra e de grand pagura”, l'Inferno; poi la “rossa”, la Passione; e la “dorhada” il Paradiso. Si ricorda anche il “De quinquaginta curialitatibus ad mensam”, manuale sulle buone maniere a tavola (come non mettere i gomiti sulla tavola, non pulirsi i denti con le dita, non risucchiare il cucchiaio e non strafogarsi). Ma anche le “Disputationes” nelle quali attraverso personificazioni messe a contrasto tra loro, ne risulta il chiaro intento moraleggiante. (La più famosa è la “La disputatio Rose cum Viola”; qui, in contrasto col pensiero del tempo che attribuiva alla rosa il primato dei fiori, Bonvesin lo assegna alla viola, simbolo di umiltà). In latino invece è la sua opera maggiore “De magnalibus urbis Mediolani”, del 1288, prezioso documento storiografico, un panegirico di Milano, esaltata nella sue qualità progressiste di civiltà comunale e cultura borghese.

L'Anonimo Genovese

Anomala figura di poeta alla fine del '300 e inizi del '400; associabile per l'orgoglio civico a Bonvesin, sue son infatti all'interno del corpus di rime, versi per la sua Genova vittoriosa sui Veneziani (dopo la gloriosa Battaglia di Maloria del 1284, contro i Pisani). Il suo è un cantare della ricchezza mercantile, militare e culturale di una città allora all'apice del successo; come attesto dalla poesia “De condicione civitate lanue, loquando cum quodam domino de Brixia”: “Et anti sun li Zenoexi/ e per lo mondo sì destexi/ che und'eli van o stan/un'altra Zenoa ge fan”.

L'area umbra

San Francesco D'Assisi e le “Laudes creaturarum”

La figura di San Francesco è rilevante per molteplici ragioni. Nato da una famiglia ricca e borghese tra il 1224-25, studia latino e greco, combatte nella guerra tra Perugia e Assisi del 1202-03, e mentre viaggia in Puglia per aggregarsi alle truppe di Federico II, una febbre lo colpisce. Da lì la sua conversione, spirituale e materiale che lo porta a predicare il ritorno alle umile origini della chiesa, coi suoi “frati minori”. Nel 1224, anni di esperienze mistiche, ottiene le stimmate sul monte della Verna, ormai cieco e malaticcio. Muore in una cella della Porziuncola la sera del 3 ottobre 1226. In questo ultimo periodo si collocano le preghiere e scritti più famosi, come il “Cantico delle creature”, o, “Laudes creaturarum”, o, “Cantico di Frate Sole”, (ricorre il dialetto umbro, con similitudini ai salmi come quelli di David, l'iterativo dei versi) con una premessa, all'uomo non è consentito nominare Dio, ma gli è permesso di lodare le sue creature (sole, luna, stelle) e gli elementi (aria, acqua, fuoco e terra). Il linguaggio è semplice, chiaro, ricco di attributi, tutto ciò perché la natura, l'universo è mediatrice tra l'uomo e Dio, tra la creatura e la lode al Dio. La conclusione è l'invito a rimediare i propri peccati con la fede per morire nella Grazia di Dio e non nella dannazione eterna.

Iacopone da Todi e le laude

La Vita. Metà di secolo nacquero i “Flagellanti” ad opera di Ranieri Fasani, i quali si autoflagellavano, mostravano riverenza e il timore di Dio intonando laudi (raccolte nei laudari) e canti in volgare. Il maggior esponente e scrittore di laude è Iacopone da Todi. Nato circa fra il 1230-36, gli si attesta un aneddoto (vero?) come causa della svolta nella sua vita: la morte della moglie ad una festa per il crollo del pavimento, e la presenza di un cilicio sul suo corpo. Fino a quel momento, 1268, era un procuratore legale, ma ben presto abbandonò la vita mondana, e per un decennio tempra il suo spirito con l'esercizio dello “gir bizzocone”, andar mendicando, e nel 1278, entra tra i frati minori, sostenendo l'assoluta povertà, e guardando con interesse le vicende della Chiesa, seguendo prima con dubbiosa trepidazione l'ascesa al Pontificato dell'eremita Pietro da Morrone, divenuto Celestino V nel 1294 (vedanosi i versi Quel farai Pier da Morrone), e una volta abdicato, la figura di Bonifacio VIII (da lui avverso su due fronti: letterario (con “Bonifazio, molt'ài iocato al mondo) e politico (col manifesto Lunghezza, del 1297, che richiedeva le sue dimissioni e un nuovo concilio). Fu per ciò arrestato e scomunicato, e benché richiese coi versi “O papa Bonifazio, eo porto tuo prefazio” la remissione della scomunica, questa gli venne annullata solo nel 1303, da papa Benedetto XI, e morì nel 1306, nel convento di Collazzone.

Le laude, sono 92 (estremo furore, tensione emotiva dei misteri, gaudioso e doloroso, dell'incarnazione e passione). Le due anime presenti sono l'asceta e il mistico, giocando su forze opposte e inconciliabili (inferno-paradiso; vizio-virtù) ecc. La lingua è moderata con vari registri, dalla cruda e sprezzante realtà (versi a Bonifacio VIII), ai sospirati, concitati, affannati versi mistici a Dio. Conosce la poesia laica, provenzale, reimpiegando temi (topoi) ricorrenti in chiave opposta. La lauda (famosa) “Il Pianto della Madonna”, che tratta della Passione, è molto affine al dolce stilnovo, per i tratti psicologici dei personaggi, resi umani. Adopera strumenti retorici per il suo fine: l'essenzialità, la brevitas (“chè la longa materia/sòl gerar fasdidie;/ e longo abriviare/ sòle l'om delettare.”). Presenti gallicismi, latinismi, sicilianismi. Sono 2 i punti da metter in risalto: a) sia la vita che la sua opera sono critici al senso aristotelico della misura, in quanto segno di equilibrio di vita mondana e dunque borghese e dunque lontana dalla smisurata e unica verità, che richiede non saggezza ma follia (amor d'esmesuranza e parlar esmesurato); b) il principale bersaglio, deprecato è il mondo, a cui è opposta la panacea spirituale. Da ciò, l'oggetto della sua critica è focalizzata nell'aspetto materiale e corporeo dell'uomo: come testimonia la lauda “O Signor, per cortesia”, elencando una serie di malattie.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher arthur rimbaud di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Catalano Ettore.
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