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Storia e testi della letteratura spagnola medievale

Giovanni Battista De Cesare

PARTE I

(Le origini)

Ambito, origini e caratteri della letteratura spagnola

L’ambito della letteratura spagnola è per tradizione circoscritto ai testi scritti in lingua

castigliana. Le letterature catalana, gallega e di altri gruppi etnici, scritte nelle rispettive

lingue, sono espressione di diverse nazionalità che coesistono nella penisola iberica quali

altri rami culturali e linguistici del comune tronco latino.

Per quanto riguarda le origini della letteratura spagnola, resta valida e consolidata la

teoria tradizionalista impostata da Marcelino Menéndez y Pelayo successivamente

sviluppata da Ramón Menéndez Pidal nei primi decenni del Novecento. Questa teoria

afferma che i caratteri ispanici sono preesistenti alla formazione della lingua ibero-

romanza.

I caratteri salienti della letteratura spagnola che Pidal individua sono:

1. La sobrietà e la spontaneità che si contrappongono alla concentrazione filosofica e

all’erudizione; di questa tendenza alla spontaneità ne sono riprove il verso

ametrico e l’assonanza.

L’anonimato e il collettivismo. Per anni molte opere vengono elaborate per secoli

2. senza che si abbia notizia di un solo autore. Il fenomeno dà luogo ad un processo

corale nel quale, collaterale al desiderio dell’autore di identificarsi con il suo

popolo, si evidenzia il desiderio di quest’ultimo di intromettersi nell’opera

dell’autore. Possiamo parlare di “collettivizzazione dell’opera letteraria” dato che

tutti coloro che recitavano queste opere andavano a fare sempre qualche modifica

al testo originale, magari c’era chi dimenticava la storia, chi aggiungeva delle parti

e chi le inventava, per questo i manoscritti che ci sono giunti sono frutto del lavoro

di più giullari, diventando un’opera collettiva.

L’austerità morale, persistente in tutta la letteratura medievale. Mentre la lirica

3. popolare francese del XIII secolo è ricca di episodi di amore adultero con risvolti

comici del marito tradito, niente di tutto ciò è presente nella lirica gallega e nella

letteratura castigliana. Le “cantigas sono manifestazioni di amore puro

de amigo”

e onesto di virtuose fanciulle innamorate.

4. Il realismo, considerato da Pidal come caratteristica dominante di tutta la

letteratura medievale spagnola, consiste nel concepire la poesia come espressione

di argomenti assai vicini alla realtà e ne è riprova la scarsezza di elementi del

meraviglioso e del fantastico, infatti l’epica spagnola è sostanzialmente storica.

Dámaso Alonso contesta fortemente la tesi del realismo storico di Pidal, sostenendo

l’esistenza parallela di realismo e idealismo, quest’ultimo collegato a qualcosa di morale.

Anche Américo Castro è in disaccordo con la teoria tradizionalista, egli afferma che non

si può parlare di letteratura spagnola fin quando gli spagnoli non prendono coscienza di

essere spagnoli, unendosi come popolo contro gli invasori (come con la Reconquista tra

l’VIII e il X secolo). Inoltre insiste sull’idea di una cultura spagnola come il prodotto, il

risultato, della convivenza di cristiani, mori ed ebrei.

non è d’accordo con difende l’origine

Claudio Sánchez Albornoz Castro, Albornoz

germanica dell’epica, la relazione letteraria esistente tra i visigoti e la futura poesia

castigliana e il contributo visigoto alla formazione della lingua castigliana.

Grazie alla scoperta della jarchas mozarabiche ad opera di Stern, si dimostrava la grande

antichità della tradizione lirica spagnola.

L’unico documento contenente un testo spagnolo anteriore alle jarchas finora conosciuto

è costituito dalle Glosas Emilanenses, trovate nel monastero di San Millán de la Cogolia e

contenute in un manoscritto. Le glosas consistono in linee di demarcazione linguistica

tracciate per scriverci sopra marcate al margine dei testi religiosi latini: preti, monaci o

clerici abbozzavano delle traduzioni per coloro che non capivano i testi religiosi scritti in

latino.

Jarchas mozarabiche

Le prime manifestazioni letterarie spagnole scritte in lingua mozarabica, la lingua parlata

dai cristiani nella Spagna musulmana, sono costituite da canzoni chiamate jarchas

(canzoni tradizionali con cui chiudevano le moaxajas i poeti). Non si tratta di

composizioni autonome, ma di brevi strofe che facevano parte di un componimento

strofico della poesia araba denominato moaxaja con funzione di chiusura o ritornello.

Le jarchas che ci sono pervenute presentano una lingua romanza fortemente arcaizzante e

segnata da arabismi e rappresentano la più remota testimonianza di una tradizione lirica

derivata direttamente dalla poesia latina.

Nella jarchas il tema amoroso si sviluppa in motivi e toni di struggente fragranza. Di

confidano le proprie pene d’amore alla

solito, sono cantate da fanciulle innamorate che

madre, alle sorelle o direttamente all’amato che viene denominato sempre “habib” e che

lamentano con tono malinconico e nostalgico un mancato incontro o la lontananza.

è l’ultimo dei “qulfs” versi che terminano

La jarcha con la stessa rima, della moaxaja.

Essa rappresenta un’unità a parte e il suo argomento dipende dal tema del poema: se il

tema è amoroso, la jarcha ne riassume il contenuto in forma quintessenziata. I versi della

jarcha vengono recitati da un personaggio che non corrisponde al poeta, essa riproduce

parole di donne, ragazzi, ubriachi e perfino colombi che tubano tra i rami. La strofa con

cui si conclude la moaxaja e che precede immediatamente la jarcha presenta il

di unione con l’insieme del componimento.

personaggio che vi parla fingendo da anello

La moaxaja è pura cornice in funzione della jarcha che ne rappresenta il nucleo

strutturale, rispetto alla cornice rappresenta il motivo centrale, il momento della catarsi,

anche linguisticamente distinto. Ciò porta a pensare che la jarcha potesse preesistere alla

rappresenterebbero l’arcaico nucleo di una primitiva lirica

moaxaja: quindi le jarchas

popolare romanza dalla quale sarebbero derivate le “cantigas de amigo” gallego-

portoghesi.

Poesia epica (secoli XII-XIII)

La quantità di documenti pervenutici riguardanti i cantari di gesta della Spagna medievale

è abbastanza modesta, ma dell’esistenza di molti poemi non pervenutici ne sono ampia

prova le crónicas e i romances di epoca medievale.

Cantares de gesta venivano chiamati i racconti epici recitati dai giullari, mentre la poesia

trovadorica svolgeva prevalentemente il genere lirico, il trovatore era poeta, non recitava

come professione, lo faceva in privato. Nonostante fossero molto ricercati dal popolo, i

giullari erano guardati con prevenzione da moralisti e legislatori; Alfonso X espresse

apprezzamento per quelli che narravano fatti eroici distinguendoli da quelli che

recitavano fatti meno nobili.

La parola gesta, dal latino cose fatte, accadute , passò a significare impresa per

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effetto dei racconti che incentravano il loro interesse su cose epiche ; gesta si pose

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così in antitesi con trobar, cioè poetare , che è prerogativa di un singolo autore lirico.

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Le gestas soddisfano necessità popolari quali la curiosità, che provoca interesse

romanzesco, e l’ansia di conoscere i fatti che interessano il destino nazionale.

In un certo senso, il giullare del tempo svolgeva le funzioni dei moderni mezzi di

comunicazione e di diffusione delle notizie, e il cantare di gesta viene a compensare

anche la mancanza di storiografia. Il nome di cantar è dovuto al fatto che le gestas erano

e non alla lettura, per distinguerle sia dall’epica

destinate alla recitazione, al canto,

classica che da quella rinascimentale, le gestas sono definite con il nome di epica

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medievale .

>>

Le preferenze tematiche dell’epica erano varie: ad episodi appartenenti ormai alla

tradizione si alternano racconti di attualità. Molte delle gestas che circolarono nel medio

evo sono scomparse, infatti Menéndez Pidal sostiene che la produzione epica dovette

essere abbastanza abbondante.

Dei poemi pervenutici, soltanto uno, il Cantar de mío Cid, ci è giunto quasi integro.

Il primo poema epico spagnolo, databile intorno all’anno 1000 è quello de Los siete

a cui succede l’insieme dei poemi sui conti di Castiglia, al ciclo di

infantes de Lara,

questi poemi seguì il ciclo del Cid.

Grazie alle tracce presenti nelle crónicas e nei romances, oltre al Cantar de mío Cid

conosciamo l’esistenza di due versioni del Cantar de Sancho II e la Gesta de las

mocedades di Rodrigo, della fine del secolo XIII.

Un terzo gruppo di poemi è in rapporto con la vicenda raccontata nella Chanson de

Roland francese.

Per quanto riguarda l’origine dell’epica sono state formulate diverse teorie:

− per Bédier, appartenente alla teoria individualista, i grandi poemi che si

conservano sono i primi esistenti (Chanson de Roland in Francia e Poema de mío

Cid in Spagna) e furono opera di poeti individuali, colti, per lo più clericali;

− appartenente alla teoria tradizionalista, l’origine fu

per Ramón Menéndez Pidal,

assai anteriore ai testi oggi esistenti, i quali presuppongono una lunga tradizione di

opere andate perdute.

Dámaso Alonso ha scoperto nel 1954 una Nota Emilianense, databile alcuni decenni

prima della Chanson de Roland, dove è narrata la disfatta di Roncisvalle: ciò attesta che il

tema epico di Rolando era diffuso prima ancora della famosa Chanson francese.

Per quanto riguarda invece l’origine dell’epica specificamente castigliana, alcuni teorici

sostengono che l’epica spagnola deriva da quella francese. Julián Ribera approda ad una

teoria arabo-andalusa, egli osserva che gli arabi non coltivarono la poesia epico-narrativa,

ma che nelle croniche musulmane appaiono resti di leggende indigene, un fenomeno

analogo a quella della prosificazione nelle crónicas; egli da ciò deduce la possibilità

dell’esistenza di un’epica popolare andalusa la quale però non avrebbe lasciato che labili

tracce.

Pidal che a partire dal XII secolo ammette un influsso francese conseguente

all’infiltrazione di elementi della cultura francese ad opera di pellegrini diretti a Santiago

de Compostela che diffondono i poemi del ciclo Carolingio, sostiene l’origine germanica

dell’epica francese ma indipendente da essa.

dei poemi epici; la stessa origine, quindi,

Egli afferma che i visigoti, così come gli altri popoli germanici, avevano sin dall’antichità

canti guerrieri. formula anche una cronologia dell’epica spagnola all’interno della quale

Menéndez Pidal

individua quattro tappe:

1. la prima tappa va dal secolo X al 1140 e svolge cantari brevi che hanno per temi il

re Rodrigo, Fernán González e la Condesa Traidora;

2. la seconda tappa, corrispondente alla pienezza, va dal 1140 (data del Cantar de

al 1236 e i poemi di quest’epoca acquistano perfezione e lunghezza e

mío Cid)

risentono dell’influsso francese;

3. la terza tappa va dal 1236 alla metà del secolo XIV e comprende prosificazioni

quali la Primera Crónica General, la Crónica de Castilla e la Crónica de Veinte

Reyes;

4. la quarta tappa va fino alla metà del secolo XV e corrisponde alla caduta del gusto

per i vecchi cantari epici di robusta severità, in questa fase si accentuano gli effetti

drammatici.

Il romance epico non comporta la distruzione del cantare ma la sua evoluzione verso una

nuova forma originale. Tra i caratteri particolari presenti nell’epica spagnola, riveste

del materiale narrato e l’assenza di

grande importanza il realismo, cioè la storicità

elementi del meraviglioso e del fantastico, tutti elementi che caratterizzavano invece

l’epica francese e quella germanica, in effetti il meraviglioso nell’epica spagnola è ridotto

al sogno e all’esorcismo. Inoltre, la storicità dei cantari epici spagnoli fu tale che essi

vennero considerati fonti essenziali per la storia. Altro carattere particolare dell’epica

spagnola fu il tradizionalismo, di fatto mentre in Francia sul declinare del medioevo i

temi epici vengono abbandonati e dimenticati, in Spagna essi restano sempre vivi.

Sul piano formale l’epica spagnola presenta la rima assonante, mentre in quella francese

all’assonanza iniziale succede subito la rima consonante. Il metro è irregolare, con verso

cesura in due emistichi, mentre l’epica francese è isosillabica fin

diviso da una forte

dall’inizio. PARTE II

(Il Duecento)

Poemetti giullareschi

Nel corso del secolo XIII si ebbe un decisivo ampliamento degli orizzonti culturali della

penisola iberica. I rapporti ispanici col mondo arabo ebbero una svolta determinante a

seguito della conquista di Toledo, una città ricca di biblioteche assai ben fornite nella

quale era attiva una colta comunità ebraica. Qui sorse e si sviluppò un fiorente centro di

studi che richiamò da tutta Europa innumerevoli studiosi, l’intento era di attingere

direttamente ai testi arabi ed ebraici delle dottrine scientifiche, teologiche e filosofiche

risalenti spesso alla cultura ellenica.

Il fenomeno diede luogo all’affermarsi di quella che fu poi chiamata Scuola dei

Traduttori di Toledo e portò ad un progressivo recupero della filosofia greca e della

scienza orientale, tra cui Aristotele, Avicenna e Ippocrate.

Col mondo transpirenaico i rapporti si fecero fitti in concomitanza dei pellegrinaggi a

Santiago di Compostela, i quali ebbero come conseguenza una rapida e densa

circolazione di cultura, di costumi e di lingue diverse. Sul piano religioso il rituale

romano si sostituì a quello visigoto.

Ma l’apertura del Camino de Santiago determinò anche la penetrazione di modelli sociali

diversi e l’acquisizione di nuove ideologie e di nuove forme dell’espressione artistica e

letteraria. Al giullare iberico si aggiunse il giullare e il trovatore di origine provenzale o

francese in possesso di un repertorio in cui i cantari epici hanno un posto non esclusivo; la

nuova generazione di dicitori assorbe e diffonde un repertorio internazionale che

comprende motivi e forme poetiche di origine bretone, franca, provenzale, spagnola e

italiana. Effetti del rinnovamento sono una serie di poemetti narrativi, pervenutici

anonimi, di provenienza spesso francese che introducono il distico a rima baciata dei

roman curtois.

L’estrema incertezza nella datazione rende arbitrario qualsiasi ordine espositivo dei vari

poemetti, pertanto ai fini della loro rassegna si è soliti far valere criteri storico-descrittivi

poco più che casuali. Ma c’è un gruppo di opere che merita una trattazione meno

Libre dels tres reys d’Orient,

generica, di questo gruppo fanno parte il la Vida de Madona

Sancta María Egipcíaca e la serie di dispute, tra cui la Disputa del alma y el cuerpo, la

Disputa entre un cristiano y un judío, la Razón feita de amor y denuestos del agua y el

vino e Elena y María (disputa del clérigo e el caballero).

Libre dels tres reys d’Orient

Il testo manoscritto dell’opera è contenuto in un codice cartaceo della biblioteca de San

Lorenzo del Escorial e fu dato alla stampa per la prima volta dal bibliofilo Pedro José

Pidal a metà del secolo scorso.

Già nella misura dei versi, prevalentemente di nove sillabe, esso rivela l’origine

transpirenaica. Questo testo, pervenuto con un titolo catalano al quale, dato il contenuto

prevalente della storia narrata, si è modernamente proposto di sostituire quello di Libro de

la infancia y muerte de Jesús, si iscrive nella tradizione dei vangeli apocrifi.

È composto da 242 versi disposti in successione di distici rimati, di tono piuttosto rozzo

ma di struttura narrativa compatta, il poemetto ha una funzione marcatamente divulgativa.

Il racconto inizia con l’adorazione dei re magi e prosegue con la fuga della Sacra

Famiglia in Egitto, l’incontro con alcuni banditi e quindi con i due ladroni ancora

bambini, Dimas e Gestas, che finiranno sulla croce insieme a Gesù.

Il tema, già a quel tempo molto popolare, non presenta particolare originalità; nonostante

presenta una certa vivacità narrativa ed un costante interesse da parte del

ciò l’opera

pubblico mediante ricorsi di tipo scenico.

Vida de Madona Sancta María Egipcíaca

Si compone di 1451 versi di otto-nove sillabe, ma con frequenti oscillazioni, raggruppati

in distici con rima in maggior parte consonante. Il viennese Adolfo Mussafia scoprì nel

l’Egiptienne l’origine del testo ispanico. Nella

poemetto francese Vie de Sainte-Marie

linea della agiografia romanzesca vi è tracciato un ritratto della santa, prima peccatrice

sensuale e poi, redenta, umile penitente, la leggenda divenne molto popolare in tutto il

medio evo iberico.

Il testo castigliano è degli inizi del secolo XIII e il valore del testo è prevalentemente

linguistico, oltre che di documento della trasmissione della leggenda tra diverse aree

culturali. Il poemetto presenta i segni di un’arte organizzata sul racconto della vita dei

santi in funzione di una esemplarità che desta l’attenzione dell’uditorio.

Disputa del alma y el cuerpo

Il primo testo spagnolo della Disputa del alma y el cuerpo sembra risalire alla fine del XII

secolo, forse il più antico della serie sulle dispute. Pubblicato nel 1900 da don Ramón

Menéndez Pidal, esso è costituito da un frammento della parte iniziale composto da 37

alessandrini divisi in due emistichi eptasilla

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/05 Letteratura spagnola

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher DeboraM99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura spagnola e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Campese Andrea.
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