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Letteratura italiana: primo modulo

Appunti di letteratura italiana sul primo modulo basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. D'Alessandro dell’università degli Studi Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt, Interfacoltà. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Letteratura italiana docente Prof. F. D'Alessandro

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ESTRATTO DOCUMENTO

lettore ne realizza il disegno di senso traducendolo nella originalità inalienabile del

proprio presente. E a contatto con i motivi e problemi di una nuova storia, quella del

lettore e della sua risposta creativa, il testo svela dimensioni e profondità sconosciute

e imprevedibili del proprio significato. [...]

Non si dà vero dialogo con il testo senza avvertire la responsabilità dell’altro in sé.

[…] E questo implica il riconoscimento che il testo presenta alla mobile intelligenza

associativa dell’interprete dei vincoli oggettivi. […] Anche l’esperienza letteraria ha

infatti una sua interna scientificità. Non per nulla, un buon lettore è una combinazione

tra il temperamento artistico e quello scientifico: egli deve saper unire in sé la

passione di un artista e la pazienza di uno scienziato [filologia, stilistica, logica..].

L’esattezza dell’osservatore non abolisce certo il giudizio, anzi lo sollecita a un

massimo di forza e di illuminazione critica in rapporto alle istanze e ai problemi del

presente. […]

Più si aderisce ai toni, alle figure, agli intrecci semantici che recano il segno non

confondibile di un’alterità nel tempo, e più scatta intensa la sensazione di prossimità

che trasforma l’esperienza di uno scrittore in memoria vivente, sostanza di una nuova

avventura che si fa dialogo e incontro.

Forse l’etica della lettura trova qui il suo carattere più peculiare: in una esperienza di

libertà compresente nel pieno riconoscimento dell’altro, allorché interviene la

tensione che conduce all’‘impulso filologico’. […]

La verità iscritta in un testo si rivela così un potenziale che cresce nel tempo

all’infinito, nell’incontro irriducibilmente interindividuale, imprevedibile, con la

realtà vivente dei lettori, con la loro storia plurale di relazioni e di contatti, di

preoccupazioni e di interessi. […] E certo se l’evento della lettura è l’incontro di due

solitudini, ognuna di esse risulta popolata da una molteplicità senza termine di voci e

di ombre misteriosamente solidali: [questo è la tradizione].

Un libro non informa soltanto, né solo intrattiene, è una creatura, che non posso

ridurre a una superficie discontinua di stimoli. […] Si percorre un testo non come un

turista, ma come un pellegrino, che nel compiere il suo viaggio cerca anche se stesso

e indaga il proprio caos sentendosene responsabile. […] Nel momento in cui si

colloquia con l’io di una poesia o con il personaggio di un romanzo è come se lo si

chiamasse a diventare una parte di sé e si fruisse potenzialmente di una vita

moltiplicata.

Ogni opera artistica che tratti dei rapporti umani coinvolge un aspetto morale, in

quanto tutte le relazioni umane possono essere valutate secondo categorie morali.

Così il mondo della letteratura diventa uno dei luoghi del dibattito sul comportamento

dell’uomo. […]

Leggere e interpretare significa veramente attingere, faccia a faccia con il volto

percettibile di un testo, la sua ‘cosa interna’, il suo progetto di colloquio immerso nel

flusso dell’esperienza e dell’esistere. […] È proprio dell’io morale non essere mai

sicuro della correttezza dell’interpretazione. E al pari di un altro uomo, anche il testo

deve essere considerato in ogni senso inesauribile. (E. Raimondi, Un’etica del lettore,

2007)

Concetto, idea di lettura come affrontare la lettura e con quali

esiti. è un

lettura atto morale,

Se prima non si comprende che la un

atto di responsabilità nei confronti dell’autore, non si può

intraprendere una corretta interpretazione dei grandi classici e

non si può neppure pensare di intraprendere un cammino che

conduca ad una maturità intellettuale.

La quasi totalità dei concetti qui esposti risalgono all’esempio delle

origini (Dante e Petrarca). è

la lettura non un atto

Il critico E. Raimondi vuole chiarire che

è

da condurre in solitudine, non una forma di isolamento, di

esclusione dalla vita che ci circonda e neppure una forma di

sospensione del vivere, che invece viene incanalato all’esplorazione

di un’entità morta (come può essere la pagina scritta).

Concetto di lettura associato al concetto di incontro .

Letteratura come qualcosa di affascinante, che coinvolge da un

punto di vista emotivo, come un incontro; incontro con un altro

uomo, non con dei concetti.

Non dobbiamo pensare che un testo letterario sia qualcosa che

avviene esclusivamente nella sfera dell’astrazione razionale, la

è

lettura un incontro con un altro uomo che nel libro rivela

qualcosa della sua storia più profonda.

Noi ci rivolgiamo alla persona che sta dietro al testo e così fa lei,

dicendoci le sue verità più intime e profonde, con uno slancio della

slancio emozionale.

sua coscienza affettiva  è

Il testo letterario per sua natura fatto da una serie di messaggi

non riducibili al solo significato della parola, ma riconducibili al

significante.

Il testo letterario veicola anche il non detto; tutto ciò che

viene evocato, lasciato intendere, perché troppo profondo e intimo

per essere spiattellato con semplici parole referenziali.

“vale

La lettura un atto d’amore”.

Atto d’amore di chi va verso l’altro in tutte e due le direzioni tra

il lettore e lo scrittore si producono lo sguardo, la coscienza di una

vera e propria relazione etica. sguardo,

è

Il primo passo con il quale ci accostiamo ad un testo lo

coscienza,

l’occhio che si posa sulla pagina; dopo lo sguardo c’è la

man mano che lo sguardo si addentra nella pagina, la coscienza

aderisce a quel rapporto che si va creando; il faccia a faccia,

confronto che diventa sempre più ravvicinato.

Tutti questo gesti conducono a una vera e propria relazione etica,

cioè un rapporto costruito e basato sulla schiettezza e sulla verità

rapporto basato sulla gratuità e sull’autenticità.

Rapporto basato su una tale schiettezza che consente il passaggio

rapporto responsabilità reciproca.

della verità, di

La lettura diventa per l’autore la riprova della tenuta della sua

opera l’autore già per primo si dispone nello scrivere alla fase

successiva: al confronto (fase della lettura).

Questo disporsi al confronto va nella direzione dell’efficacia

comunicativa di un testo ; arrivare alla massima trasparenza e

permeabilità del testo senza tradire la verità complessa che l’autore

chiarezza, non banalizzazione.

vuole trasmettere  è

Se la chiarezza diventa un alibi per semplificare, non più una

chiarezza utile, ma un avvilimento del contenuto.

L’interprete ha piena libertà di dare la propria lettura del testo

senza però mai tradire, ma soltanto accrescendo con significazioni

ulteriori, non contrastando la volontà originaria dell’autore.

Questo rapporto di incontro che avviene nella lettura funziona

tanto più quanto si produce una letteratura che pone delle

letteratura problematica che nasce da

domande 

interrogativi pronti a stimolarne altri nuovi; materiale testuale

pronto a essere stimolato dagli interrogativi che il lettore pone

man mano che affronta la lettura.

E’ grazie al lettore che si determina una memoria collettiva

i lettori sono la garanzia del fatto che i testi letterari siano beni

culturali.

Mentre leggo, la mia identità si rivela verso l’alterità di chi ha

scritto

Che cosa fa della letteratura un bene culturale?

IL LETTORE, CHE GARANTISCE IL DIVENIRE E IL RINNOVARSI

DI UN’OPERA.

Il lettore leggendo un’opera, le cede la sua vita per riportare essa

stessa in vita e allo stesso tempo rispetta l’originalità del testo.

Il vero lettore deve essere autore ampliato (Novalis) 

riporta l’autorialità al suo tempo.

Quando un autore legge altri autori che l’hanno preceduto e poi

è

compie l’atto della sua scrittura, già in sé un nucleo relazionale;

è

nel momento in cui l’opera realizzata, ciascun lettore che entrerà

in relazione con quest’opera si porterà dietro il proprio nucleo

relazionale.

Già all’atto della lettura di un solo testo siamo di fronte

all’intrecciarsi di due nuclei relazionali complessi: quello

dell’autore e quello del lettore. è

la letteratura una rete fittissima di relazioni

In questo modo

che si intrecciano tra loro e che si portano avanti.

è

Ogni lettore l’uomo chiamato dall’autore a collaborare alla sua

opera creatrice, perpetuando il testo, custodendolo,

interpretandolo, ricontestualizzandolo e facendolo oggetto di

ispirazione per la propria scrittura.

I testi sono organismi viventi che nascono, si nutrono delle

opere che li hanno preceduti, generano altri testi, si

accrescono (grazie all’interpretazione dei lettori che dilatano la

ciclo biologico della letteratura.

portata del testo di origine)

Come affrontare la lettura critica dei testi letterari: il senso della

responsabilità dell’altro da sé passa attraverso un’oggettività 

cos’è un’oggettività di un testo, se abbiamo detto fin ora che questo

è passibile di interpretazioni diverse?

Edizione ne varietur = edizione che non varierà più, che verrà

pubblicata.

All’atto del tramandare il testo si crea una difficoltà oggettiva: la

e quindi

trascrizione, quindi il rischio di errori si crea un problema

di ricostruire l’intenzione originaria dell’autore.

A questa si aggiunge l’attenzione alla critica delle varianti: quali

passaggi ha fatto l’autore prima di arrivare alla redazione

definitiva. è

La filologia un ancella rispetto alla lettura del testo ripristinare

e ricostruire nella storia l’unicità irripetibile del passaggio

dell’autore nella storia.

I grandi filologi umanisti del XV secolo avevano capito che la

filologia ha senso se non si sostituisce al testo su cui lavora, se non

ha la pretesa del primato.

è è

Se la filologia al servizio della testualità ha senso, altrimenti un

paradosso.

Umiltà dell’autore che scrive, che si accorge di avere

-

bisogno

dell’altro

- Umiltà del lettore che rispetta lo scritto

- Umiltà del filologo che no ha pretese arroganti

= VINCOLI OGGETTIVI secondo Raimondi vincoli che vogliono

che il testo sia riprodotto il più fedelmente possibile.

Raimondi afferma che un testo deve essere percorso dal lettore

pellegrino,

non come da un turista ma con l’attitudine di un che

cerchi nel proprio viaggio le ragioni del proprio esistere, il senso

del proprio cammino, della propria identità.

Il primo grande viaggio dell’uomo sull’uomo, da pellegrino

viandante e quello della Commedia di Dante.

Qui Dante ci fa comprendere che ha già tutte le consapevolezze

che Raimondi ha nel 2007, quando scrive il suo trattato sulla

lettura.

Dante arriva a voler rendere universale quella che era stata la sua

esperienza autobiografica, a volerla elevare all’altezza e al livello di

exempla. è

Quello che caratterizza la Commedia la nitidezza e l’oggettualità

delle sue immagini; la scrittura di Dante ha una consistenza

materica.

Una eredit da tramandare. Dante e Virgilio

à

(T.S. Elliot) Eliot su Dante

In Dante (e non solo) la filosofia è essenziale alla struttura della poesia e che la

struttura è essenziale alla bellezza poetica delle parti.

Il poeta può trattare concetti filosofici, non come materia di discussione ma come

materia di visione.

Dante, più ancora di ogni altro poeta, è riuscito a trattare la sua filosofia non come

teoria o come suo commento o riflessione, ma in termini di cosa percepita.

(Dante, 1920)

Ciò che sorprende nella poesia dantesca è, in un certo senso, la sua estrema facilità

di lettura. È una prova che la poesia autentica può comunicare prima di farsi capire,

attraverso l’emozione poetica.

Dante si dovrà definire il poeta più universale che abbia scritto in una lingua

moderna: la cultura di Dante non era quella di un paese europeo, ma quella

dell’Europa.

Il suo stile possiede una particolare lucidità, una lucidità poetica, distinta dalla

lucidità intellettuale. Il pensiero potrà essere oscuro, ma la parola è lucida o, meglio,

trasparente, secondo il processo che permette a chi possiede un’idea di esprimerla in

immagini.

Quella di Dante è un’immaginazione visiva (nel senso di un’epoca in cui si

avevano ancora delle visioni): il suo tentativo consiste nel far vedere a noi quello che

lui ha realmente visto.

L’inferno per lui non è un luogo ma uno stato, può essere soltanto pensato

attraverso la proiezioni di immagini sensoriali: egli non ci richiede un assenso

ideologico o religioso, ma un assenso poetico. Dante trasforma così l’impoetico in

poetico e traduce l’inapprendibile in immagini visive e sensazioni concrete, chiare e

precise.

(Dante II, 1929)

Elliot capì che Dante aveva compiuto un miracolo nell’aver

trasformato la materia di discorso in materia di visione; aveva

trasformato in immagini, i concetti.

La tradizione, secondo Elliot, non deve essere considerata eredità,

ma deve essere conquistata; si fa riferimento ad una tradizione di

stampo Europeo e non nazionale.

Riguardo la Divina Commedia, afferma che descrizioni molto

dettagliate di luoghi e fatti rende percepibili le sensazioni dei

protagonisti, rendendo possibile la trasformazione di semplici

pensieri in fattori reali.

La critica di Croce è errata, perché la struttura mista rappresenta

la massima espressione della filosofia dantesca, i concetti espressi

da Dante superano il pensiero umano perché il senso generale del

discorso è sempre comprensibile, anche se i dettagli non lo sono.

Infine l’inferno è una condizione, uno stato d’animo dell’uomo,

perché Dante non è da intendere come poeta religioso, ma come

stato dell’uomo e basta. è

Uno dei pregiudizi che ha colpito la lettura di Dante stata la

lettura che ne ha dato Croce, il quale diceva che Dante non era un

poeta puro, perché nel suo testo vi era un misto tra zone molto

poetiche e parti strutturali.

Auerbach: critico che riscattò il significato della struttura della

Commedia, quello che per Croce non era poesia viene rivalutato.

Potenziare la specificità, l’originalità delle figure umane fatte

emergere come personaggi nella Commedia, che nella loro

collocazione oltremondana raccolgono una ragione di esistere ben

definita.

Grazie alla sua capacità di trasformare in immagini concrete e

tangibili tutti i concetti che voleva descrivere, Dante apre la sua

incontro.

commedia con un

Questo incontro avviene nel momento peggiore dal punto di vista

esistenziale per Dante, momento di massimo smarrimento (esilio),

perdita della direzione del proprio percorso intellettuale e di fede;

è

Dante perso, smarrito nella selva (luogo oscuro, della perdita di

certezza).

Gli si fa incontro una figura inizialmente evanescente: Virgilio

(“ombra o homo certo”).

Qui Dante in termini di concretezza di immagine ci sta raccontando

il suo percorso di letture fino ad arrivare a quel testo decisivo che

l’ha riportato a concepire il monumento della commedia, l’incontro

è

decisivo con la sua guida un incontro con un poeta che si

definisce lui stesso.

è

Dante orgoglioso di ammettere che sta per costruire il più grande

poema sul mondo cristiano traendo le basi da uno dei più grandi

poemi pagani: l’Eneide, di Virgilio.

Dante ha paura ma l’incontro con Virgilio gli ha ridato speranza, lo

ha indotto sperare.

Dante non commette l’errore dei medioevali: il senso, la distanza

è

storica viva, non vuole portare Virgilio al suo tempo, ma lascia

inalterata la distanza incolmabile che c’è tra lui e Virgilio (l’uno nel

1300, l’altro nato sotto Cesare Augusto).

è

Il dialogo con Virgilio affrontato con rispetto, da allievo a maestro

“poeta”) la poesia rompe la frattura tra

(che lui chiama

cristianesimo e paganesimo.

è

La visione di Dante totalmente votata alla letteratura, egli non

prende in considerazione le divergenze religiose, storiche e

è

culturali, egli non un profeta, ma un POETA.

Dante parla della totalità dell’opera di Virgilio Integrità

dell’opera, egli l’ha studiata e ricondotta ad un intero per leggerla

(origine della concezione filologica).

“lo cioè uno

Da poeta dell’Eneide egli trae bello stilo”, stile elevato,

alto e sublime, accompagnato dalla commistione di altri stili

(comico ecc.).

Temi centrali:

1) Lettura come incontro e letteratura come bene da tramandare;

2) Icasticità di Dante, ovvero la sua capacità di creare immagini

concrete partendo da concetti astratti.

3) tema della selva da Dante fino a Montale.

Inf. I, 79-87

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?»,

rispuos’io lui con vergognosa fronte.

«O de li altri poeti onore e lume,

vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore

che m’ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,

tu se’ colui da cu’ io tolsi

lo bello stilo che m’ha fatto onore.

(Inf. I 79-87)

Dante incontro più importante della storia; momento buio,

aiutato da Virgilio, dalle sue opere, unica luce all’interno del buio

della vita.

Letteratura come incontro delle diverse persone, Virgilio fa da

guida salvifica all’interno della Commedia.

Tema 1-2.

Inferno IV , 85-102 siamo nel Limbo e Dante incontra i

magnanimi, gli uomini che si sono resi degni di un ricordo

lasciando qualcosa di grande per l’umanità; tra costoro incontra

altri poeti e scrittori verso i quali Virgilio conduce Dante facendo

da tramite.

E’ Virgilio stesso che gli fa riconoscere gli altri poeti, Dante ci sta

raccontando le sue letture, quali autori sono a monte delle sue

opere di lettura e della sua personale tradizione), i quali sono

capitanati da Omero; viene poi Orazio, il satiro, Ovidio e Lucano,

“ ”,

la bella scola

tutti poeti della classicità greca e latina, adunanza

di maestri che ricevono l’allievo che si fa avanti.

è

La reazione di Virgilio quella di compiacersi del successo

dell’allievo che viene accolto dai grandi poeti; a Dante viene

“sesto”

tributato un grande onore, perché egli diviene il di quei

è

poeti, la tradizione che si modifica; egli aggiunge la sua figura a

quelli che sono i suoi referenti, ovvero quegli autori sui quali egli si

è formato.

Lo buon maestro cominciò a dire:

«Mira colui con quella spada in mano,

che vien dinanzi ai tre sì come sire:

quelli è Omero poeta sovrano;

l'altro è Orazio satiro che vene;

Ovidio è 'l terzo, e l'ultimo Lucano.

Però che ciascun meco si convene

nel nome che sonò la voce sola,

fannomi onore, e di ciò fanno bene».

Così vid' i' adunar la bella scola

di quel segnor de l'altissimo canto

che sovra li altri com' aquila vola.

Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,

volsersi a me con salutevol cenno,

e 'l mio maestro sorrise di tanto;

e più d'onore ancora assai mi fenno,

ch'e' sì mi fecer de la loro schiera,

sì ch'io fui sesto tra cotanto senno.

(Inf. IV 85-102)

Inferno XV , 82-85

Ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,

la cara e buona imagine paterna

di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m’insegnavate come l’uom s’etterna.

(Inf. XV 82-85)

Tra i maestri, Dante colloca Brunetto Latini, quello che fu davvero

il suo maestro.

Egli dice che gli ha insegnato a perpetuare i valori dell’uomo

attraverso la scrittura, il pensiero e il sapere, nonostante Brunetto

non lo abbia avviato alla classicità, perché Dante la scopre dopo.

Letteratura come mezzo per travalicare la morte, l’uomo si eterna

attraverso la letteratura.

Purgatorio XXI , 82-136

Stazio la gente ancor di là mi noma:

cantai di Tebe, e poi del grande Achille;

ma caddi in via con la seconda soma.

Al mio ardor fuor seme le faville,

che mi scaldar, de la divina fiamma

onde sono allumati più di mille;

de l'Eneïda dico, la qual mamma

fummi, e fummi nutrice, poetando:

sanz' essa non fermai peso di dramma.

E per esser vivuto di là quando

visse Virgilio, assentirei un sole

più che non deggio al mio uscir di bando».

[…]

Questi che guida in alto li occhi miei,

è quel Virgilio dal qual tu togliesti

forte a cantar de li uomini e d'i dèi.

Se cagion altra al mio rider credesti,

lasciala per non vera, ed esser credi

quelle parole che di lui dicesti».

Già s'inchinava ad abbracciar li piedi

al mio dottor, ma el li disse: «Frate,

non far, ché tu se' ombra e ombra vedi».

Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate

comprender de l'amor ch'a te mi scalda,

quand' io dismento nostra vanitate,

trattando l’ombre come cosa salda».

(Purg. XXI 82-136)

Dante immagina di incontrare Stazio (Tebaide e Achilleide), autore

della tarda latinità sul modello Virgiliano.

Stazio rivela la sua identità e il suo obiettivo mai appagato nella

vita, ovvero quello di incontrare Virgilio, sua fonte di imitazione

unica e irripetibile, l’aspirazione del lettore, di incontrare l’autore.

è è

Stazio rivela che grazie al maestro non solo divenuto poeta, ma

è

anche divenuto cristiano paradosso: in un poema che il

coronamento della cristianità, Dante mette in scena la conversione

di un pagano al cristianesimo tramite un pagano; nella Commedia

un pagano si converte al cristianesimo solo e grazie al valore della

poesia: viene vinto l’oscurantismo medievale.

In questa prospettiva viene ad esplicarsi un continuum: Dante

stesso si colloca tra i poeti latini, fino a giungere alla letteratura

italiana che viene ad essere un’evoluzione di quella latina, senza

frattura.

Quando Stazio si rivela e dice di essere morto mentre scriveva il

secondo poema icasticità di Dante, che lo fa parlare tramite

immagini. è in cui c’è il

La scintilla di Stazio scattata con l’Eneide, paragone con

le forze vitali dirompenti (fuoco, scintille..). è

: l’Eneide

Un’opera letteraria genera un’altra opera letteraria

“madre”, cioè dà vita a altre poesie; può essere sia forza

generativa, sia nutrimento di altri testi.

è

La letteratura cibo, nutrimento, alimenta la propria interiorità e

diviene cibo intellettuale; Stazio aggiunge infine che sarebbe

disposto a rimanere in Purgatorio pur di poter conoscere Virgilio,

è

finché Dante non gli rivela che davanti a lui.

Purgatorio XXII , 55-75 conversione di Stazio.

«Or quando tu cantasti le crude armi

de la doppia trestizia di Giocasta»,

disse 'l cantor de' buccolici carmi,

«per quello che Clïò teco lì tasta,

non par che ti facesse ancor fedele

la fede, sanza qual ben far non basta.

Se così è, qual sole o quai candele

ti stenebraron sì, che tu drizzasti

poscia di retro al pescator le vele?».

Ed elli a lui: «Tu prima m'invïasti

verso Parnaso a ber ne le sue grotte,

e prima appresso Dio m'alluminasti.

Facesti come quei che va di notte,

che porta il lume dietro e sé non giova,

ma dopo sé fa le persone dotte,

quando dicesti: 'Secol si rinova;

torna giustizia e primo tempo umano,

e progenïe scende da ciel nova'.

Per te poeta fui, per te cristiano:

ma perché veggi mei ciò ch'io disegno,

a colorare stenderò la mano.

(Purg. XXII 55-75)

Dante chiede al poeta come sia riuscito ad uscire dalle tenebre per

convertirsi; egli spiega che nel momento in cui Virgilio lo ha spinto

verso la poesia, lo ha spinto anche verso la verità di Dio.

Come fa un pagano a convertire un altro pagano al cristianesimo?

Lo fa in quanto poeta; ogni poeta in quanto tale, attinge

è

direttamente a quella Verità che Dio, quindi ogni poeta rivela il

Divino una delle concezioni più alte di poesia che siano mai state

concepite: essa ha lo statuto della Verità, in quanto attinge a Dio.

Virgilio, anziché giovare a se stesso convertendosi, giova agli altri:

tiene il lume dietro di sè per illuminare i passi di chi viene dopo di

lui, rinunciando ad illuminare i propri; Dante salva Virgilio perché

così vuole, nonostante la visione del tempo impedisse la salvezza a

chi non era cristiano.

EUGENIO MONTALE

Nasce a Genova nel 1886, studi di ragioneria, ma si ritira.

Viene mandato al fronte, incontra Solmi, si trasferisce a Torino esperienze

amorose e intellettuali che lo portano a pensiero nichilista grazie alle letture di

Shopenauer.

Si trasferisce poi a Milano, accostandosi più consapevolmente alla lettura di

Dante : alternativa al nichilismo, si può dare salvezza, non annientndosi, ma

attraverso l’amore di una donna, che fa da tramite.

Esperienza che questo poeta usa per costruire la sua lirica:

esperienza di una vita vissuta nell’interiorità (espressione della

Bettarini).

Esperienza lirica che attraversa la II Guerra Mondiale, la guerra

fredda ecc.

Lirica Montaliana: deriva da un’esperienza interiore.

Analisi dell’interiorità umana proiettata su quel che c’è fuori; una

è

caratteristica della poesia del novecento che la storia non c’è, non

è trattata. è

L’assunto esistenziale della poesia montaliana testimoniato in due

’24.

liriche del : la

Incontro tra Montale e Sergio Solmi svolta.

Il mestiere: l’autore che per vivere deve lavorare (Solmi per

sopravvivere trova lavoro come consulente in una Banca).

‘900 è

Solmi nel un autore importante, non tanto per le sue opere,

“coscienza

ma in quanto critica”; indirizzava i suoi amici poeti

nell’ambito letterario. Solmi riuscì ad

Essendo molto aperto alla letteratura d’oltralpe

andare contro il Crocianesimo di quegli anni.

Il Crocianesimo dal punto di vista etico ha un grande spessore

è

(anti-fascista), ma in ambito letterario carente: per Croce il testo

letterario nasce come intuizione immediata, quasi per magia, senza

lasciare una traccia nello spazio e nel tempo, sia dell’esistenza

dell’autore, sia come fosse fuori dallo spazio e dal tempo.

Essendo Croce un filosofo aveva cercato di adattare lo schema

Hegeliano dell’idealismo alla letteratura. è

Croce inoltre tendeva a distinguere ciò che poesia da ciò che non

è; è una

lo distinzione tra ciò che ha trasporto lirico e tutto ciò che

afferiva alla mimesi del quotidiano, alla razionalità, alla struttura,

è

che non poesia. ‘900

Per Solmi e gli altri poeti del questa distinzione comportava

delle conseguenze: la poesia non doveva attingere alle parole del

quotidiano, ma poteva essere scritta solo con linguaggi lirici e

artefatti.

Tutto ciò viene sentito come un problema in quanto i poeti

novecenteschi cercavano addirittura di trasferire la realtà nella

poesia, cosa che per Croce non era possibile.

Inoltre, sempre secondo Croce, la tradizione doveva essere

svuotata dai valori (visione dell’opera poetica come scintilla

divina).

Al contrario per Solmi chi scrive fa un lavoro sacrificato, una fatica

è

per produrre; la creazione un processo dinamico che via via

è

approda a una redazione che non necessariamente l’ultima e

l’unica, può anche solo approssimarsi al desiderio che inizialmente

è

per Solmi il processo molto più importante

aveva l’autore 

dell’opera finale, in quanto dietro a ogni opera c’è molto più

“scintilla”

che la teorizzata da croce importanza di vedere

è è, quindi si parla di

come quell’opera arrivata ad essere quello che

dinamismo dell’opera d’arte. “Ossi

Solmi, insieme a Montale, assiste alla pubblicazione dei primi

di Seppia” del 1925 presso Gobetti e sempre insieme a Montale

assiste alla morte di Gobetti, ucciso dagli squadristi fascisti.

Tra il 1925 e il 1928 (periodo che intercorre tra la prima e la

seconda pubblicazione degli Ossi) Montale continua a scrivere e

assesta la sua figura di poeta; comincia sognare di trovare un

impiego a Milano come Solmi.

Allontanamento progressivo di Montale dalla pratica religiosa, si

allontana per una forma di rettitudine di coscienza.

Si forma questo immaginario Montaliano di una religiosità che si

cala nella realtà e prende le fattezze della donna amata con un

percorso stilnovistico che va sempre più affermandosi nel sentiero

poetico di Montale.

Incontro

“ ” “Arletta” “la nasce nel

(prima intitolato e poi Foce”)

1925, pubblicato sulla rivista del circolo del convegno (aperto ai

venti d’Europa), che accoglieva interventi di molti intellettuali

milanesi. è

Milano in questo periodo una città molto importante, affacciata

è

sull’Europa (già lo era ai tempi di Petrarca) ed sempre a Milano

che si fonda e si forgia l’italiano, il volgare di Petrarca era già

italiano. è

Montale non riuscì a trovare un lavoro a Milano, così costretto a

tornare a Genova fino a quando non si sposta a Firenze a lavorare

come revisore dei manuali scolastici

Incontro, 1925 (E.Montale, Ossi di seppia, 1928)

Tu non m'abbandonare mia tristezza

sulla strada

che urta il vento forano

co' suoi vortici caldi, e spare; cara

tristezza al soffio che si estenua: e a questo,

sospinta sulla rada

dove l'ultime voci il giorno esala

viaggia una nebbia, alta si flette un'ala

di cormorano.

La foce è allato del torrente, sterile

d'acque, vivo di pietre e di calcine;

ma più foce di umani atti consunti,

d'impallidite vite tramontanti

oltre il confine

che a cerchio ci rinchiude: visi emunti,

mani scarne, cavalli in fila, ruote

stridule: vite no: vegetazioni

dell'altro mare che sovrasta il flutto.

Si va sulla carraia di rappresa

mota senza uno scarto,

simili ad incappati di corteo,

sotto la volta infranta ch'è discesa

quasi a specchio delle vetrine,

in un'aura che avvolge i nostri passi

fitta e uguaglia i sargassi

umani fluttuanti alle cortine

dei bambù mormoranti.

Se mi lasci anche tu, tristezza, solo

presagio vivo in questo nembo, sembra

che attorno mi si effonda

un ronzio qual di sfere quando un'ora

sta per scoccare;

e cado inerte nell'attesa spenta

di chi non sa temere

su questa proda che ha sorpesa l'onda

lenta, che non appare.

Forse riavrò un aspetto: nella luce

radente un moto mi conduce accanto

a una misera fronda che in un vaso

s'alleva s'una porta di osteria.

A lei tendo la mano, e farsi mia

un'altra vita sento, ingombro d'una

forma che mi fu tolta; e quasi anelli

alle dita non foglie mi si attorcono

ma capelli.

Poi più nulla. Oh sommersa!: tu dispari

qual sei venuta, e nulla so di te.

La tua vita è ancor tua: tra i guizzi rari

dal giorno sparsa già. Prega per me

allora ch'io discenda altro cammino

che una via di città,

nell'aria persa, innanzi al brulichio

dei vivi; ch'io ti senta accanto; ch'io

scenda senza viltà.

Punto di volta nel passaggio fra la prima fase della concezione

della realtà alla seconda.

Prima fase: pensiero di Schopenhauer; uomo calato nella realtà

necessitata, che non concede libertà all’uomo.

Egli non può incidere sul reale se non attraverso l’idea, secondo

cui, l’uomo può acquisire la sua dignità ed affermare la propria

libertà, condividendo la sofferenza dell’altro e sacrificandosi per

lui.

Montale in questa fase ha ancora l’idea di far parte di un Creato in

è

cui l’autore non ha speranza di liberarsi dalla gabbia in cui calato.

Egli trova poi una scappatoia: donare all’amata quel poco che gli

resta, una speranza che ormai si va inaridendo e suggerisce alla

donna amata di fuggire, cede a lei la sua scarsa speranza e la

:

spinge a usarla per scappare egli nega a sé la sua dignità e la

dona alla sua amata.

Si riaccende un barlume di speranza nella figura della donna

che può farsi salvatrice del poeta.

Grazie all amore il poeta riesce a ipotizzare una forma di

salvezza.

Questo testo ha tutti quei filoni tematici che ci riconducono

all’immaginario Dantesco: Montale descrive la sua Genova come se

fosse trasfigurata in un paesaggio infernale Dantesco.

è è

Questo quartiere quartiere della foce del Bisagno, il quartiere

dove passa la folla che torna dal lavoro al tramonto (quartiere tetro

e squallido).

Montale in questo testo invoca nella prima strofa un’alterità, che

è è

però non l’alterità femminile, ma un sentimento, l’unico rimasto

la tristezza.

a fargli compagnia: simbolismo ottocentesco,

è

Questa strofa ancora debitrice del che

però già scompare nella strofa seguente, sostituito dal nuovo

simbolismo montaliano, che si rifà a Dante.

è

Il poeta dolcemente abbandonato alla sua tristezza; il soffio di

è

vento che svanisce quello in cui la tristezza diviene la sua

interlocutrice.

paesaggio Dantesco:

Il inizia a farsi diventa sempre più arido,

scabro, confinante con una dimensione di morte e quasi spettrale,

cioè si carica di significati simbolici quasi come un’allegoria

dantesca.

Elementi inorganici che danno vita a un’entità privata dell’acqua

è

(che l’origine della vita).

Dettato poetico alto perché rivolto a una tensione metafisica 

l’uso che fa degli oggetti della quotidianità va nella direzione della

trasfigurazione metafisica (a differenza dell’esperienza

crepuscolare).

Tutta la scrittura montaliana delle prime tre raccolte (fino alla

è scrittura segnata nello stile tragico.

Bufera) una

La foce del Bisagno diventa l’immagine del luogo, dove vanno a

finire i gesti degli uomini, consunti dalla fatica quotidiana.

La foce diventa l’immagine del trascorrere e dell’esito della vita

umana, impallidita, che si scolora come il sole al tramonto (=vite

tramontanti; tramonto della giornata = tramonto della vita)

è

Visi emaciati, mani scarne, cavalli in fila… un corteo.

Tutto questo vede Montale nell’umanità: inutilità, perdita

dell’identità personale, un andare senza senso fino a consumarsi,

come un rottame. è

Il dolore che Montale condivide con la sua gente questo

aver perso il senso, l’identità, camminare senza sapere dove,

tutti in fila, come in un corteo.

larve

“ ”

Montale dice che queste non possono essere definite vite

è

(perché la vita umana caratterizzata dalla libertà) sono vite

ogni uomo ha visto

vegetative della città (=l’”altro mare”),

degradarsi la propria identità, per scendere a un grado

inferiore di vita, quello vegetale.

Montale vede questa marea brulicante come fossero alghe che

sovrastano la città (=”l’altro mare che sovrasta il flutto”).

“Si :

va” = si aprono le porte dell’inferno l’essere umano non ha più

la sua dignità e il suo spazio. “andiamo”,

Inizialmente Montale aveva scritto ma poi si accorge

è “si è

che andiamo un verbo personale e che il va” più direttamente

riconducibile alla voce di dante questa impersonalità si

trasforma nell’inferno.

“Si va sulla carraia” = strada percorsa dai carri, come se ci fossero

dei binari dai quali non si può scappare.

è siamo tutti destinati a

Questa carraia di fango rappreso:

percorrere la stessa strada, sembra che non ci sia via di

uscita.

Montale diceva nei primi Ossi che l’unico evento che può spezzare

è è

questa catena delle necessità, il fatto che, non necessario.

Siamo in una condizione infernale di perdizione senza scampo, non

si può nemmeno mettere il piede fuori dal solco.

Gli uomini sono incappati cappa = peso immenso che impedisce

agli uomini di comunicare fra loro (Dante così aveva raffigurato gli

è

ipocriti) il male peggiore che Montale stigmatizza l’ipocrisia.

“sargassi

Folla che si muove definita umani” = alghe (Mar dei

sargassi), persone regredite a vita vegetativa.

Bambù mormoranti = tendine fatte di bambù poste una accanto

all’altra, dondolanti.

Torna il tema della tristezza nell’istante in cui sta per compiersi il

è

miracolo, la situazione ormai senza scampo, Montale non ha più

nulla da perdere. “lampo

Torna a rivolgersi alla tristezza, come vivo”.

Quando anche la tristezza se ne va, gli sembra di sentire un

rumore ronzante di sottofondo, ingranaggio che si avvicina allo

stacco successivo della lancetta, sta per accadere qualcosa:

nonostante questa desolazione e che la solitudine si sia compiuta

fino in fondo, Montale sente che sta per accadere qualcosa.

Si abbandona a un vuoto che si colma subito di attesa, di

sospensione, l’attesa di chi non sa temere su questa prova, ha

è

superato ogni dolore, caduto nella condizione peggiore della

peggiore immaginazione: non ha più nulla da perdere.

Mentre il sole tramonta, si squarcia per un istante

brevissimo quel velo che tiene lontano Montale al di là di

quell’oltre a cui aspira.

Montale capisce che può aspirare a ritrovare un volto; pienezza di

sé, della propria interiorità, il senso del suo vivere.

Questo moto interiore lo conduce ad andare incontro a una

pianta appesa a un vasetto accanto a un’osteria sente che

è

quella pianta pervasa da una vita autentica e il poeta si sente

attratto da questa, quindi tende una mano a quella pianta.

Nel contatto tra la mano del poeta-alga (che cerca di riavere una

è :

vita) e la foglia di quella pianta viva, l’uomo dotato della libertà

scarto tra il vuoto interiore del poeta che non riesce a realizzare se

stesso e la pianta che pur essendo misera e stentata, ha raggiunto

la sua pienezza.

Il poeta si protende a quella forma di vita e nel contatto

avviene il miracolo: c’è quella sorta di passaggio vitale che nel

nostro immaginario potremmo ricondurre all’immagine della

la vita

creazione della Cappella Sistina di Michelangelo (passa

attraverso quel contatto). la vita piena

Montale sente diventare propria un'altra vita 

entra in lui: finalmente Montale ritrova la sua forma, la sua

essenza, la sua anima

(Richiamo all’episodio di Paolo e Francesca).

Improvvisamente, al tatto, le foglie diventano capelli:

metamorfosi inversa: pianta che si trasforma in donna, in quella

degli Uberti,

donna che Montale aveva tanto amato (Anna

Arletta), donna che non accolse mai l’amore del poeta (condizione

paragonabile a quella di Dante e di Petrarca: cantare in absentia,

la donna morta per Dante e Petrarca e anche per Montale, anche

è è

se Anna non fisicamente morta lo per lui).

Avviene il miracolo, Montale sente entrare in lui un’energia vitale

nuova che lo trasfigura, ma terminato quest’istante meraviglioso,

tutto tace di nuovo (il poeta ha però acquisito una consapevolezza

in più).

La donna appare sommersa nella memoria, nelle acque dell’oblio.

Per la prima volta nella poesia di Montale può avere spazio

un’invocazione, l’invocazione alla donna perché lo salvi la

è

donna invocata perché interceda.

Lo stile da elegiaco diviene qui tragico, sublime; in questa

invocazione il poeta chiede alla donna di poter percorrere le strade

dei viventi con un animo rinnovato, con una consapevolezza nuova,

con una maturità acquisita. è

La richiesta che Montale fa quella di venire restituito a sé stesso,

è quella di tornare a provare coraggio e con lealtà affrontare le

prove della vita.

Man mano che la vita di Montale prosegue oltre la tappa segnata

da questo testo, avviene il trasferimento a Firenze, che in una

personalità come quella di Montale, che sta tra il timido e l’inetto,

è

che una personalità incapace di vivere dal punto di vista psico-

è

fisico, un’esperienza traumatica.

E’ una figura facile alla paralisi, estremamente legata nella prima

parte della sua vita alla sorella, che costituisce un rifugio, un alveo

in cui rintanarsi.

Con il matrimonio della sorella si prospetta una situazione difficile

è

da accettare e con in più la difficoltà di trovare un lavoro

costretto a trasferirsi a Firenze.

LA BUFERA E ALTRO (’56)

’43)

Nasce da un libro precedente (“Finis terrae” che confluisce

“La

nell’opera Bufera”. ’43

Il libro viene pubblicato nel con l’aiuto di Contini; libro di forte

critica al regime che contiene l’idea di Montale su quest’ultimo: i

principi infliggono agli uomini la persecuzione.

Le occasioni terminano con un’immagine mortuaria della donna;

nella prima lirica della bufera quella tomba, che era quella di Clizia

è è

vuota, Clizia risorta per incarnarsi nell’angelo che viene a

donna angelo.

salvare il mondo, figura della

è

L’altro l’espansione al mondo intero della guerra cosmica

combattuta tra Clizia e il male, guerra universale che tocca ogni

è

uomo; il temporale in Montale sempre immagine di disvelamento

di qualcosa che prima non c’era.

La primavera hitleriana

“ ”, E.Montale, La Bufera e altro, 1956.

“Occasioni” è

Irma nelle ancora rappresentata nella dimensione

“La

umana, diverrà una figura divina, ne Bufera”, in cui sarà una

manifestazione del Cristo (donna angelo).

Fino a questi anni, Montale aveva fatto poesia solamente

guardando alla sua vicenda personale, mentre ora comincia a

guardare alla storia, alla cronaca e alle vicende d’Italia e d’Europa

si sente partecipe di un evento drammatico e universale come la

Guerra e le dittature.

è

Egli estremamente lucido nel capire che la propria vicenda

personale, piccola e individuale, sarebbe stata insignificante e

minuscola, se non ricondotta allo sfondo terribile della tragedia

Montale si sente partecipe di un dramma personale

umana:

(quello con Irma) e di un dramma universale (dittature e

vicende storiche). è

La Bufera nasce con la barbarie, la perdita dei valori, la cultura

minacciata dalla dittatura che vuole imporsi con la follia di stragi e

è

l’idea di questa civiltà minacciata il nucleo che

genocidi;

genera le sue nuove opere.

Mentre il poeta era ancora impegnato a scrivere nelle riviste

è

cittadine, dove sostiene la vita intellettuale del paese, sempre più

convinto che queste passioni siano sempre più minacciate.

“Finis

La prima raccolta si intitola infatti terrae” (località, sulla è

punta d’Europa affacciata sull’Atlantico, in Portogallo); Montale

stato in questa località e l’ha caricata di valori simbolici forti: nel

“Finis “la

linguaggio Montaliano terrae” indica fine della terra”,

lembo estremo della terra sull’Oceano rappresentazione

simbolica di una situazione apocalittica nella quale ci troviamo a

vivere, l’ultimo lembo di civiltà in cui viviamo; civiltà occidentale

è

minacciata dal dramma d’Europa di quegli anni, Finis terrae

l’ultimo bagliore di speranza per un popolo destinato a inabissarsi

nel fondo del mare. è

Montale dice a Contini, che Finis terrae anche la delimitazione

tra il qui e l’ora, tra la vita reale del mondo e l’oltre-tempo, abitato

dalle presenze dei morti (finito rispetto all’infinito, con la

connotazione tragica della minaccia della Guerra).

Nel 1943 esce presso Bernasconi a Lugano, la prima edizione della

Bufera, il giorno di San Giovanni, 24 Giugno; in questo giorno si

coglie il frutto di un atto di pietà di amicizia che Contini fece a

Montale, in quanto egli prese la piccola raccolta del poeta, la portò

a Lugano e la fece pubblicare perché in Italia una cosa del genere

non poteva essere pubblicata.

I versi iniziali già facevano riferimento alla tirannia, versi collocati

in un altro secolo, ma comunque allusivi alla dittatura.

Nel 1943 avviene la svolta che sembra portare all’armistizio, ma

è

non fa altro che accendere la guerra civile, quindi la situazione

profondamente tragica.

Montale vive tutto sulla sua pelle, a partire dalla fuga di

Irma nel 1938 a seguito delle Leggi Razziali e in più il

dramma universale della Guerra Mondiale.

Il poeta dice che entrambi i popoli, ebreo e cristiano, soffrono la

barbarie che incalza.

In questo clima di grande tensione politica, Montale vive la sua

poesia, conflitto

soprattutto quella della Bufera, come un

insanabile e perenne nella storia, tra il bene e il male 

situazioni titaniche da tragedia greca, sempre accompagnate da

una speranza sia pur ardua, per la salvezza.

Egli spera che il sacrificio che si sta compiendo, porti l’umanità alla

salvezza; Montale si forma su un criticismo ponderato, si svincola

è è

da una religiosità praticante, ma comunque molto religioso: una

religiosità atipica, che si forma proprio nella vicenda con la

Brandeis. è

Secondo Montale infatti, la donna amata, in qualche modo colei

è

che venuta sulla terra a contribuire al compimento del disegno

è

divino, una specie di divinità incarnata per calarsi nel mondo

(donna angelo). “E’

Montale diceva Dio che mi fa problemi, Cristo no.”; egli non

riusciva a concepire un Dio che non si incarna, una divinità astratta

è

e esterna alla sofferenza dell’uomo: per Montale la divinità vera

quella che soffre e porta su di se per prima le cicatrici del dolore

umano, che si fa carne e soffre con gli uomini.

Nella terza raccolta di Montale ci sono tante suggestioni,

filosofiche e letterarie (fin qui abbiamo accennato quelle

filosofiche, influenzate dall’esistenzialismo tedesco), mentre dal

punto di vista letterario, le suggestioni sono numerosissime:

parlando della donna come divinità, si parte da Dante fino ad

arrivare ad autori di ogni tempo e genere, insieme al codice

Biblico, che rimane il bacino da cui trarre il linguaggio simbolico.

“La

Nello specifico de primavera hitleriana” non farà parte della

“La

prima edizione de Bufera”, ma uscirà molto dopo, nel 1956 con

“La

la terza edizione Bufera ed altro”.

Questa poesia ha tempi di composizione molto ampi, che va tra il

1939 e il 1946; in questi anni Montale sperimenta fino in fondo gli

anni del dolore: la lontananza da Irma e il licenziamento dal

Viesseux, il bombardamento di Genova che distrugge la sua casa e

la morte prematura della sorella Marianna.

Nel 1948 approda definitivamente a Milano e riceve il suo primo

“Il :

lavoro fisso, ne corriere della sera” in questi anni a Milano il

nucleo culturale e poetico era in mano a Sergio Solmi e Vittorio

Sereni, che accolgono Montale con estremo piacere.

“ La primavera hitleriana” ossimoro tra primavera (=vita,

rinascita) e hitleriana (=morte, dittatura e tragedia); questo titolo

si innesta su un evento storico preciso, ovvero la visita di Hitler a

Mussolini in Italia, che prevede un passaggio a Firenze nel 1938.

è

L’oggetto del testo un fatto di cronaca ,che sarebbe passato alla

è

storia, un fatto che costituisce il rinsaldarsi dei rapporti tra

l’Italia e la Germania razzista e la promulgazione delle Leggi

Razziali. è

Lo sfondo la Firenze pronta ad accogliere il capo di stato Hitler,

piena di bandiere con le croci uncinate e tutta in festa, per rendere

è

omaggio ai due capi; il teatro comunale pronto per una

: città in

rappresentazione di un’opera lirica in onore di Hitler una

festa, che da Montale viene rappresentata come parte di un

“Incontro”).

girone infernale (come era Genova in

Le forze che appartengono all’aspetto storico-civile, convergono

con quelle che appartengono con la dimensione personale.

Nota prima della poesia: C’è un’immagine che riguarda Clizia, la

ninfa, che rimanda ad Ovidio, al Dante lirico, e alla vicenda privata

del poeta, che si alternerà con la vicenda di cronaca.

è

L’attenzione di Montale al Dante Lirico, stata favorita dal fatto

che l’amico del poeta, Contini, lavorava alle rime di Dante come

editore critico, quindi ci fu scambio di consigli e suggerimenti con

Contini, aumenta la sensibilità di Montale per il Dante lirico.

Né quella ch’a veder lo sol si gira…

Dante (?) a Giovanni Quirini

Folta la nuvola bianca delle falene impazzite

turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,

stende a terra una coltre su cui scricchia

come su zucchero il piede; l’estate imminente sprigiona

ora il gelo notturno che capiva

nelle cave segrete della stagione morta,

negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.

Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale

tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso

e pavesato di croci a uncino l’ha preso e inghiottito,

si sono chiuse le vetrine, povere,

e inoffensive benché armate anch’esse

di cannoni e giocattoli di guerra,

ha sprangato il beccaio che infiorava

di bacche il muso dei capretti uccisi,

la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue

s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,

di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere

le sponde e più nessuno è incolpevole.

Tutto per nulla, dunque? - e le candele

romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente

l’orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii

forti come un battesimo nella lugubre attesa

dell’orda (ma una gemma rigò l’aria stillando

sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi

gli angeli di Tobia, i sette, la semina

dell’avvenire) e gli eliotropi nati

dalle tue mani - tutto arso e succhiato

da un polline che stride come il fuoco

e ha punte di sinibbio…

Oh la piagata

primavera è pur festa se raggela

in morte questa morte! Guarda ancora

in alto, Clizia, è la tua sorte, tu

che il non mutato amor mutata serbi,

fino a che il cieco sole che in te porti

si abbàcini nell’Altro e si distrugga

in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi

che salutano i mostri nella sera

della loro tregenda, si confondono già

col suono che slegato dal cielo, scende, vince -

col respiro di un’alba che domani per tutti

si riaffacci, bianca ma senz’ali

di raccapriccio, ai greti arsi del sud…

Strofa 1: La poesia si apre con un fenomeno naturale inspiegabile,

secondo cui le falene si schiantavano volutamente contro le fonti di

luce fino a cadere al suolo morte; è presagio di morte dettato dal

fenomeno naturale.

La prima scena in cui il poeta si concentra su una scena che

potrebbe essere secondaria, ma che per la connotazione tragica,

viene proposta al lettore, e verrà poi ripresa in chiave biblica alla

fine del componimento.

è

Il luogo il lungo Arno a Firenze.

“coltre”

Il termine contribuisce alla dimensione funerea della scena:

coltre=coperta funebre su cui si adagia la salma (usata anche nel

Cinque Maggio”, Manzoni).

C’è maltempo, nonostante sia Maggio dalle zone rocciose interne

della costa dell’Arno, si sprigiona ancora il freddo invernale

“..che :

notturno capiva nelle caverne della stagione morta.” verbo

“capiva”=conteneva. Coltre + presagio delle falene + stagione

morta = morte.

Dato lo sfondo, si inizia a ritrarre ciò che avviene.

è “Messo

Strofa 2: Sul lungo Arno appena passato un infernale”,

ovvero Hitler: definito con un sintagma che lo fa entrare in quella

battaglia tra bene e male che connota la terza raccolta di Montale.

è

Hitler non più l’uomo terribile e violento che trascina una folla,

metafisica, incarnazione del male

ma diviene un’entità (messo

infernale, inviato da Satana).

Tutte le persone che incitano, che acclamano e aspettano sono

descritte come entità impersonali, che si identificano solo per

essersi schierate in un partito e che sanno solo cantare inni

politici.

Il messo infernale viene inghiottito dal golfo mistico, ovvero

l’orchestra, piena di bandiera naziste; Hitler saluta i musicisti, per

complimentarsi.

In questa ritualità spaventosa, entrano in scena figure di cittadini

ignavi, che non riescono a prendere posizione, che si trovano in

una situazione che non sanno dominare e a cui non danno giudizio

critico: essi corrono, senza sapere cosa realmente celano queste

figure di tiranni, chiudono i loro negozi per acclamarli.

Nel componimento Montale descrive due tipi di vetrine di negozi:

- quella dei giocattoli: la propaganda nazista ha toccato anche i

“di

bambini, e ha fatto divenire i giocattoli guerra”, strumento di

una propaganda impercettibile, ancor più spaventosa;

- quella dei macellai: sono esposti i capretti uccisi con il muso

infiorato di

bacche i capretti vanno a riconnettersi alla Pasqua ebraica, e

all’episodio dell’Esodo biblico, da cui nasce la concezione di Pasqua

dell’Antico Testamento.

Il trasferirsi nell’immaginario Biblico, nell’Antico Testamento in

particolare, comincia a caricare il testo di significato.

Prima di far fuggire gli ebrei dall’Egitto, si era chiesto al faraone di

liberare volontariamente gli ebrei: questo ammorbidimento era

passato attraverso le piaghe d’Egitto; deformazione di fenomeni

naturali quali l’invasione delle cavallette, le acque insanguinate del

Nilo... fenomeni al di là della spiegazione razionale, per cercare di

convincere il Faraone, riconnesso al fenomeno delle FALENE: alla

Montale definisce l’incontro tra Hitler e

fine del componimento “piagata” —>

Mussolini come una (=Piaghe d’Egitto) non a

caso Montale parte da un episodio così minaccioso, per far capire

che passano gli anni, ma la tirannia continua ad esistere e le

vicende dei popoli torturati sono le medesime: il popolo ebraico

torna ad una nuova deportazione.

è

La festa di Firenze ancora ignara dello spargimento di sangue

che si genererà e la sagra di gente è ancora incolpevole e ignara, si

è “tresca”

tramutata in una (=imbroglio, patteggiamento per scopi

è

diversi dal bene comune), un termine che indica una danza

è

scomposta molto antica, ed un termine che usa anche Dante nel

Canto XV dell’Inferno, quando descrive i Sodomiti che durante la

loro pena (caduta di tizzoni incandescenti dall’alto) si difendono

agitando le loro mani con una tresca significato etimologico, che

viene recuperato da Montale e riportato al significato più moderno

di situazione poco chiara, che indica l’alleanza sinistra tra i due

tiranni. è è

La tresca lurida ed fatta di elementi spettrali: le ali schiantate

delle falene, i fantasmi, le larve sulle golene (rientranze di terra

che il fiume copre e scopre a seconda della corrente).

L’acqua dell’Arno viene svuotata del suo significato di portatrice di

vita, che segna il passaggio del tempo (scorre) e il disfacimento

(rode le sponde e sottrae terra ai viventi) ormai il contagio del

è è

male dilaga, più nessuno incolpevole, perché anche il non agire

ormai una colpa.

Su questo sfondo si colloca la vicenda privata di Montale, che

finisce per toccare la vicenda con la Brandeis.

è è

Strofa 3: una strofa molto difficile, fatta di tre gusci:

è

1: La parte esterna quella fuori dai trattini.

“....e

2: Parte mediana: le candele| le tue mani”.

“...ma

3: Nucleo centrale: una gemma|dell’avvenire.”

1:PARTE ESTERNA: Tutti gli sforzi fatti per salvare la civiltà, sono

è

inutili. Il tentativo risucchiato dal polline che brucia di fiamma e

gelo.

2: PARTE MEDIANA: Si apre lo squarcio per il ricordo: una serie di

fatti impressi nel ricordo.

Le candele romane, sono i fuochi d’artificio del 24 Giugno, usati

per celebrare l’estate, che Montale ricorda insieme a momenti in

“forte

cui aveva detto addio a Irma, un’addio come un battesimo” 

è

addio che trasforma la vita (il battesimo quello del sangue, del

martirio, che li ha chiamati a una vita nuova e poi sempre diversa),

nella lugubre attesa dell’orda (vicenda storica).

3:NUCLEO CENTRALE: Montale qui compie il passo più profondo

è

nel suo rimuginare interiore: la gemma una stella cadente che

egli ha associato alla donna, pensando che anch’ella poteva vederla

sotto il suo stesso cielo. C’è un riferimento a Tobia (riferimento

cammino

biblico), il verso l’amore che vuole che lo sposo e la sposa

compiano insieme Tobia è ceco, ma con gli occhi dell’amore ha

compreso che il figlio, partito per cercare una cura, trova moglie;

lui è l’unico uomo che non muore, che diventa suo marito.

“Primavera :

Ripresa della Hitleriana” nella parte conclusiva del

è è

testo, Clizia evocata come colei che salva; la vicenda individuale

è

oramai trascesa, superata, in uno sfondo che universale.

“piagata”,

La primavera narrazione biblica (=Esodo dall’Egitto);

nella narrazione Montaliana sono evocati per ammorbidire il

tiranno.

“piagata”

La primavera può comunque divenire la festa della vita,

se un evento, una persona, una forza, riescono a compiere la

:

salvezza sconfiggendo la morte la sconfitta della morte incarnata

nel messo infernale (tiranno) può determinare la salvezza.

Viene creato un parallelismo tra Clizia e Cristo: coloro che

sconfiggono la morte (..colei che potrà raggelare in morte questa

è

morte.); Clizia quella che può guardare in alto come i profeti e

redimere le sorti umane, che fa da tramite con il divino, che non

può permettersi di guardare il proprio simile.

Nel caso della Clizia montaliana, anche se lontana, continua a

diffondere l’effetto dell’amore benefico (come nelle metamorfosi di

Ovidio). “..fino

Il richiamo a Tobia, continua a che il cieco sole” Clizia

continua a portare un amore immutato, anche se la vicenda della

vita la trasforma; la donna amata da Montale porta dentro di sé

una luce di amore ardente.

Gli ultimi versi del testo sono intrisi di un’atmosfera pasquale:

Montale immagina che tutti quei suoni sinistri e minacciosi di

guerra (le sirene, i rintocchi, avvertimenti di pericolo), si “suono

confondono già con il suono che scende slegato dal cielo 

slegato”= ritualità del Sabato Santo, slegare le campane; il suono

“scende”

che e vince= il divino che si degna di guardare l’umanità

“l’alba” “bianca”=

dolente e ferita; indicata come candore dell’alba

della Pasqua, della Pasqua cristiana.

Tutte le istanze lugubri che hanno percorso tutto il testo, fino alle

sirene e ai rintocchi, trovano un’ipotesi di speranza nell’amore di

una donna che, in quanto capace di sacrificare la propria esistenza

per la vita di altri, si immola e favorisce la salvezza delle sue genti

è

(anche lei ebrea).

L’orrore che Montale ha messo in scena fin ora, viene ripreso

nell’ultimo verso per essere sciolto con la luce rassicurante

dell’alba della resurrezione.

La terza raccolta di Montale si carica di uno slancio metafisico: nel

“La

testo primavera hitleriana”, si parte da una situazione terrena e

di cronaca, e si trae lo spunto per uno slancio metafisico il bene

e la redenzione, di cui si fa carico la donna.

PALIO, le occasioni, 1939

La tua fuga non s’è dunque perduta

in un giro di trottola

al margine della strada:

la corsa che dirada

le sue spire fin qui,

nella purpurea buca

dove un tumulto d’anime saluta

le insegne di Liocorno e di Tartuca.

Il lancio dei vessilli non ti muta

nel volto; troppa vampa ha consumati

gl’indizi che scorgesti; ultimi annunzi

quest’odore di ragia e di tempesta

imminente a quel tiepido stillare

delle nubi strappate,

tardo saluto in gloria di una sorte

che sfugge anche al destino. Dalla torre

cade un suono di bronzo: la sfilata

prosegue fra tamburi che ribattono

a gloria di contrade.

È strano: tu

che giardi la sommossa vastità,

i mattoni incupiti, la malcerta

mongolfiera di carta che si spicca

dai fantasmi animati sul quadrante

dell’immenso orologio, l’arpeggiante

volteggio degli sciami e lo stupore

che invade la conchiglia

del Campo

[…]

Geme il palco

al passaggio dei brocchi salutati

da un urlo solo. È un volo! E tu dimentica!

Dimentica la morte

toto coelo raggiunta e l’ergotante

balbuzie dei dannati! […]

Il presente s’allontana

ed il traguardo è là: fuor della selva

dei gonfaloni, su lo scampanìo

del cielo irrefrenato, oltre lo sguardo

dell’uomo – e tu lo fissi. Così alzati,

finché spunti la trottola il suo perno

ma il solco resti inciso. Poi, nient’altro.

Montale si aggrappa ad un’ultima speranza di salvezza, ma nel

fondo anche lui sas che finirà e rivolge alla donna un’invocazione di

gratitudine perché il suo ritorno a cercarlo dimostra che la

lontananza, la fuga, la dispersione non era definitiva, non aveva

reso vano il loro rapporto “come un giro di trottola” e ora sono

insieme a contemplare questa corsa, dove c’è il tifo, le urla del

palio.

C’è il lancio dei vestiti, gli sbandieratori e lei resta impassibile 

figura di Irma, che è colei che mantiene lo sguardo d’acciaio, occhi

grigi, azzurri, uno sguardo che non viene fatto abbassare da nulla,

ne dal sole, ne dal fumo acre, ne dall’oscurità; lei ha capacità

profetica di chi è stata capace di essere salvifica.

Questa Clizia, costei è portatrice di luce, di vedere il futuro,

portatrice di un sigillo, un simbolo, una moralità forte; si era

sacrificata per la salvezza di Drusilla, quindi agli occhi di Montale

diventa una figura di cristo, sacrificando se per gli altri, l’umanità.

Diventa poi colei che salva l’umanità, anche connessa con lo

sterminio degli ebrei, la shoa e i campi di concentramento; la

rende un’entità luminosa, al di sopra della dimensione umana, ma

anche al di sopra di quella privata.

C’è questo lancio di bandiere che però la lasciano impassibile, è

portatrice di una fiamma che brucia senza incenerire e c’è il

sentore di quella che sarà poi la terza raccolta di Montale; ha una

dimensione profetica di se, infatti ci sono degli indizi nell’aria che

questa sciagura che sta per compiersi, odore di tempesta

imminente, sta arrivando la tempesta avvicinarsi della guerra.

Idea di una civiltà che viene minacciata dal regime totalitario, dalla

barbarie della guerra, atmosfera nella quale la corsa si svolge.

Ormai è ineluttabile alla quale non ci si può più contrapporre;

suono di bronzo della campana, elemento che simboleggia l’ora che

sta per scoccare, elemento di tensione emotiva, di attesa, un

presagio tremendo, intanto i tamburi ribattono.

E Montale avverte di trovarsi in una situazione di straniamento,

guarda lei mentre guarda, c’è questo brulicare nella piazza, il

passare dei cavalli come un onda (“sommossa”), i mattoni che si

vanno incupendo, perché la luce si scurisce, arriva il temporale,

colore più scuro, più minaccioso.

Al suo culmine, c’è un solo urlo ed ecco che il poeta salta dalla

dimensione fisica a quella metafisica, folla accumunata da tifo

comune, ma anche minacciata da una sorte terribile, un dolore che

sta arrivando; la donna è l’unica che li può salvare, “tu dimentica la

morte, che incombe in tutto il cielo, guarda in alto”, “dimentica

supponenza e tracotanza con cui gli uomini di potere continuano a

dire ‘e dunque?’ pretendendo di sapere la soluzione, ma non è

vero, sono solamente balbuzienti.

E sappi che il traguardo è sullo scampanio del cielo irrefrenato 

guarda il cielo e suona una campana, un cielo immenso che va

velocissimo e il traguardo è oltre il cielo, in una dimensione

trascendente, “oltre lo sguardo dell’uomo” colei che può riuscire

a vedere il traguardo che sta oltre lo sguardo dell’uomo, mette in

relazione umano e divino.

La salvezza è oltre lo sguardo dell’uomo.

Aspettiamo che si consumi sta trottola, che si capace di lasciare in

cielo un solo solco.

Voce giunta con le folaghe

“ ”

Ambientato a Monterosso, nel cimitero: Montale immagina di

è

andare a visitare la tomba di suo padre. Protagonista sempre

Irma Brand eis.

Poiché la via percorsa, se mi volgo, è più lunga

del sentiero da capre che mi porta

dove ci scioglieremo come cera,

ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore

ma le vermene, il sangue dei cimiteri,

eccoti fuor dal buio

che ti teneva, padre, erto ai barbagli,

senza scialle e berretto, al sordo fremito

che annunciava nell’alba

chiatte di minatori dal gran carico

semisommerse, nere sull’onde alte.

L’ombra che mi accompagna

alla tua tomba, vigile,

e posa sopra un’erma ed ha uno scarto

altero della fronte che le schiara

gli occhi ardenti ed i duri sopraccigli

da un suo biocco infantile,

l’ombra non ha più peso della tua

da tanto seppellita, i primi raggi

del giorno la trafiggono, farfalle

vivaci l’attraversano, la sfiora

la sensitiva e non si rattrappisce.

L’ombra fidata e il muto che risorge,

quella che scorporò l’interno fuoco

e colui che lunghi anni d’oltretempo

(anni per me pesante) disincarnano,

si scambiano parole che interito

sul margine io non odo; l’una forse

ritroverà la forma in cui bruciava

amor di Chi la mosse e non di sé,

ma l’altro sbigottisce e teme che

la larva di memoria in cui si scalda

ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.

- Ho pensato per te, ho ricordato

per tutti. Ora ritorni al cielo libero

che ti tramuta. Ancora questa rupe

ti tenta? Sì, la bàttima è la stessa

di sempre, il mare che ti univa ai miei

lidi da prima che io avessi l’ali,

non si dissolve. Io le rammento quelle

mie prode e pur son giunta con le fòlaghe

a distaccarti dalle tue. Memoria

non è peccato fin che giova. Dopo

è letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sé… -

Il vento del giorno

confonde l’ombra viva e l’altra ancora

riluttante in un mezzo che respinge

le mie mani, e il respiro mi si rompe

nel punto dilatato, nella fossa

che circonda lo scatto del ricordo.

Così si svela prima di legarsi

a immagini, a parole, oscuro senso

reminiscente, il vuoto inabitato

che occupammo e che attende fin ch’è tempo

di colmarsi di noi, di ritrovarci…

(Folaghe :uccelli migratori)

è

Il titolo: la voce, quella della donna, che giunge insieme alle

folaghe, ovvero, gli uccelli migratori; Montale immagina che la

donna, come gli uccelli migratori, abbia potuto attraversare

l’Oceano e giungere al cimitero di Monterosso dagli Stati Uniti.

è

Il modo di descrivere la figura paterna peculiare; questa vicenda

è l’occasione per farsi insegnare il rapporto dell’uomo con la vita.

“Incontro”

Già in si poneva il quesito del senso dell’esistere e il

poeta si rammaricava che l’uomo per le vie della città fosse

“Incontro”

alienato, infatti, in solo un miracolo aveva permesso a

Montale di raggiungere la pienezza di sé e ritrovare la propria

anima per un istante.

Man mano che Montale sperimenta la vita, le sue vicende sono

sempre più drammatiche (impossibilità di realizzare i suoi desideri,

sempre di più, la salvezza che cercava

la Guerra, ecc), quindi

per sé individualmente, diviene un problema universale e

collettivo.

Fin quando, tornato nella dimensione privata con suo padre, non

smette di trattare il tema della memoria, di ricordare, ricollegando

la morte del padre e la sua esistenza.

Il poeta fa un discorso che parte dalla sua esperienza e da quella di

suo padre, per poi allargare il discorso all’universalità (come in

Dante, che condivide il suo viaggio personale con l’umanità);

è

infatti, la memoria collettiva la somma delle singole memorie

parte da esperienze private per

individuali, per cui si

universalizzarle.

Analisi è

L’ombra che giunge, quella della donna: a questo punto il dialogo

che doveva essere di lui con suo padre, diviene il dialogo della

è perpetuarsi della vita

donna con suo padre il tema quello del

dopo la morte.

E’ una riflessione sul senso del rapporto tra i viventi e coloro che

sono passati al di là del tempo, cioè il grande mistero della morte,

è

ciascuno di noi esposto al rischio della perdita.

Il poeta si chiede che rapporto ha lui con coloro che lo hanno

amato di più, che sono mancati: il senso di vuoto e di assenza che

pervade il poeta in questi anni, per la lontananza della donna e per

la morte dei suoi cari, sono occasione per andare più a fondo a

questo pensiero le possibili risposte prendono corpo in una

rappresentazione, perché i poeti tendono ad immaginare ciò che

non possono spiegarsi.

Montale immagina che il padre si manifesti ai suoi occhi e la

è

donna, che inevitabilmente sepolta nella memoria, gli si fa

accanto.

Il poeta, si sta avvicinando alla fine della vita (nato nel 1896, qui

siamo nel 1947); si rende conto che la via che ha già percorso è

più lunga di quella che li spetta, per illustrare ciò utilizza

“sentiero

l’immagine del sentiero da capre, arduo (= T.S. Elliot, da

Canto di Simenone

capre”, poesia che si innesta sulla tradizione,

su un poeta come Elliot che Montale aveva visto diffondersi con

Solmi).

Al termine del sentiero, l’immagine che Montale usa per evocare la

è

fine della vita quella del Mito di Icaro volare in alto, esser

giunti troppo vicini al sole, sciogliersi come cera e precipitare.

è

La scena, nel cimitero di Monterosso, tutto sviluppato in altezza

(non esteso), quindi per lo più i fiori sono giunchi, verbene, piante

tipiche della tradizione nei cimiteri; Montale passa da linguaggi

formali e preziosi, a tradizioni popolari.

In questo sfondo, Montale immagina di vedere il padre uscire dal

buio: senza scialle, sta diritto e in sovrimpressione appare

l’immagine di quando suo padre all’alba stava stagliato sullo sfondo

del mare, mentre le chiatte dei minatori provocavano rumori

“nere (l’apparizione del padre è

pesanti, ed erano sulle onde alte”

vincolata a due fattori: la pesantezza e l’oscurità) —> situazione di

la figura del

povertà (minatori), di buio, e della pesantezza 

è

padre una figura pesante, non riesce a staccarsi dalla

tema A: pesantezza),

dimensione terrena ( non si scorpora

Montale si riconosce molto in questo

nonostante sia un’anima.

è

aspetto, anche egli attaccato alla dimensione terrena.

è

Il padre, preannunciato dall’immagine della pesantezza, della

schiavitù contro la libertà, la catena, il carico che provoca un

affondamento; le chiatte sono semi-sommerse.

La strofa successiva annuncia invece l’altro tema, come una forma

sonata: Tema A, Tema B e alla fine dialogo tra A e B.

tema B, è luce

Il ovvero quello della strofa successiva quello della

e della leggerezza: mentre nella strofa sopra, era tutto buio e

è

pesante, qui tutto leggero e trasparente. è

Montale, sente accanto a sé l’amata Irma Brandeis; un’ombra

“vigile”, che accompagna, è una donna preoccupata per il suo

protetto, ma che allo stesso tempo lo rimprovera (=Beatrice per

Dante), che vigila e appare nella forma dell’uccello migratore, che

è

posa sopra un’erma (statua) tutto punta verso l’alto la donna

che rimprovera, come Beatrice per Dante sulla Cima del

Purgatorio.

La donna viene qui per portare un patrimonio etico-morale

da condividere (alteregia), stigmatizza l’angustia e la grettezza

del padre di Montale; gli occhi sono ardenti e i sopraccigli sono

marcati da un tratto duro, severo, ma la frangetta rischiara da un

tocco infantile, mentre l’ombra è così leggera e l’anima così

purificata dalle angustie della società.

Il poeta dice che da una parte, il padre appare incatenato alla

pesantezza, e dall’altra la donna che ha raggiunto la leggerezza

è

morale, più incorporea di lui (nonostante lei sia ancora viva), ha

la

vinto quella finitezza che il corpo comporta e si può infinitare 

donna, viva, può infinitarsi grazie alla sua altezza morale, più

del padre di Montale nonostante sia morto e quindi

presumibilmente più incorporeo.

L’ombra di Irma è trapassata dalla luce, dalle farfalle e non è

percepita dalle piante sensibili. L’alternarsi di corporeità o meno

indica una condizione spirituale splendida da una corrotta,

pesante. è è

Il padre del poeta muto; nel suo mutismo pietrificato nel terrore

di allontanarsi dalle sue cose, dalla sua terra.

La donna legge nel cuore del padre. è

Montale nella terza strofa spiega perché il padre pesante, e di

è

che natura l’eventuale leggerezza del padre (imposta), il perché

è

la donna leggera e in che si differenzia lo statuto del poeta dai

due. è

L’ombra della donna scorporata (non ha la pesantezza del

-

corpo, non sente fatica, non si ammala, non sente fatiche)

è

dal fuoco interiore si staccata dalla catena del corporeo

grazie a un fuoco di carità, di misericordia, ovvero un amore

che tende all’infinito.

è è

- Il padre disincarnato, ma a forza, perché morto il padre non

vuole staccarsi dal suo corpo e dalla dimensione terrena.

Gli anni della vita del padre, sono stati invece anni pesanti per

Montale, (ha avuto un corpo pesante, perché non ha vinto i suoi

vincoli); il trio dialoga (lui era però comunque leggero per la stessa

logica di Irma, ovvero anche lui ardeva d’amore e sfuggiva alla

pesantezza corporea).

Le due ombre, il padre e Irma, si scambiano parole, che il poeta

“interito”

non ode = latinismo, non esiste in italiano. In latino

significa disfatto, distrutto, annientato.

Il poeta annientato dal suo stesso peso corporeo e dalla sua

mediocrità morale, non riesce a udire le parole che il padre e la

donna si scambiano, rimane sul margine.

Nel guardarli, ipotizza che lei ritroverà la propria anima (come nel

“Incontro”)

miracolo di costituita dall’amore per la divinità (“l’amore

di chi la mosse, non di sé”).

Il segreto dell’anima della donna, non scalfibile, destinata

è —>

all’eterno l’ardere dell’amore della divinità e non di sé

guardare agli altri attraverso la divinità.

è

Il padre invece, una figura spaventata teme che quell’ultima

memoria che i figli conservano di lui, si possa spegnere.

L’uomo aveva limitato la sua idea di morte a un perpetuarsi come

memoria nei suoi cari: questo lo appesantisce, non lo fa completare

verso la pienezza di sé.

Montale con la voce della donna sta cercando un’ipotesi ulteriore:

non pensa solo a perpetuare la morte tramite il ricordo (come

“I

Foscolo ne Sepolcri”), ma va oltre.

La donna rassicura il padre del poeta, dicendogli di aver

perpetuato lei tutte le memorie che gli uomini stavano perdendo di

e quindi

lui lo invita a tramutarsi, a trasfigurarsi nella realtà della

vita eterna.

Irma dice che il padre di Montale finché è legato alla rupe, vivrà

nell’inferno dell’essere non pienamente se stessi.

Ora inizia un discorso che si basa sui passi Agostiniani

(Sant’Agostino):

“Ancora questa rupe ti tenta” la donna capisce che nel padre di

Montale c’è una debolezza ancora, ovvero il suo attaccamento alla

rupe di Monterosso, i luoghi in cui aveva riposto il proprio cuore.

Lei gli dice che anche nella sua esperienza, era rimasta attaccata

alla sua terra prima di trasfigurarsi; lei ricorda bene la sua terra,

è

ma si staccata, ha fatto un volo per far distaccare lui dalle sue

radici per non soffrire più.

“Confessioni”,

Nel libro X delle Agostino dice di aver cercato Dio in

molti luoghi, mari e monti stessa dinamica in questa poesia.

Agostino sbagliava perché cercava Dio nel Creato, ma scambiava il

Creato con il Creatore: doveva guardare più in alto. Il divino non si

è

trova nelle cose terrene e materiali che ha creato, Egli una cosa a

:

sè stante Montale, nella sua poesia dice la stessa cosa, vuole che

il padre si stacchi dalla terra per prendere il volo.

Agostino inoltre, parla di memorie, come in questa strofa di

Montale; la memoria ha dimensione fondamentale nell’uomo:

quella individuale (patrimonio di affetti e della propria identità) e

quella collettiva (ciascun individuo con il suo patrimonio singolo

va a formare un popolo, con memorie condivisibili e universali).

Fin quando la memoria rimane lo spazio in cui l’uomo realizza i

propri spazi e la propria dimensione, va bene; Agostino però

prosegue: la memoria impedisce talvolta di rivolgersi a Dio, perché

è

la memoria non posseduta solo dagli uomini ma anche dagli

animali.

La memoria ostinata che confonde l’uomo con l’animale,

l’atteggiamento iterativo che hanno gli animali grazie alla memoria

(gli animali tornano a casa perché ricordano l’iter percorso);

“talpe”.

immagine che usa Montale quando parla delle

È dunque giusto che sussista la memoria finché ti consente di

camminare, dopo ciò diviene stasi, blocco mentale, diventa così

autoreferenziale da limitare.

(Montale non cita Agostino, di lui si è nutrito come di altri e ne

riposta alla luce incipit, immagine delle api: l’ape: il poeta si nutre

di più fiori diversi, le fa proprie di un progetto metabolico le fa

entrare in sé, le trasforma, dunque il nettare diventa miele, quindi

l’opera nove che deriva dalle letture fatte è un’opera che discende

dalle fonti, intravediamo il legame, ma è diversa. È un processo di

trasformazione non, di copiatura)

Montale dice quindi al padre, di uscire dalla dimensione

limitata e di non esser schiavo della memoria, che brutalizza

è

l’uomo in animale dosare la memoria finché mezzo di

affermazione della propria dignità umana e saperne uscire quando

la realizzazione della pienezza di sè, richiede di andar oltre, ovvero

di esser capaci di guardare in alto e compiere la memoria.

“Il è

vento del giorno…” il vento usato anche da Dante come

rivelazione dell’entità trascendente.

Qui il vento, non distingue l’ombra viva ma trascendente della

donna, da quella del padre ancora indecisa; si crea una sorta di

bolla che impedisce al poeta di abbracciare le persone amate

(Dante che non riesce ad abbracciare le anime + Odissea e Eneide,

‘900.

Enea ed Anchise) tema che si concretizza nel

Mentre il poeta cerca di fermare questo gesto perché non si

dissolva, il respiro gli si rompe non riesce a dire ciò che vede.

Egli trattiene il fiato nell’attimo in cui la sua memoria si conficca in

quella ombre oscura, in quell’avvallamento che circonda il lampo

del ricordo straordinari vissuto e del ricordo della vicenda paterna.

:

Montale si spinge più in là e fa un discorso METATESTUALE il

poeta si narra mentre scrive, si congiunge con le sue parole.

Dopo il discorso relativo ad Agostino (memoria, bellezze del

spiegare il mistero che lega

Creato..), va a fondo nel cercare di

—>

le immagini alle parole come le immagini si possono legare

alle parole che esprimono la cosa ricordata .

“In questo modo si svela…” si svela la verità appena intuita come

un bagliore, legata al ricordo della verità rivelata per un attimo.

C’è un concetto Platonico (le idee a cui l’uomo attinge prima di

è

prender corpo) quando ancora il concetto solo embrionale, e

 è

non si hanno parole per descriverlo, il concetto già esistito, in uno

spazio che l’uomo ha vissuto prima di arrivare nella terra, e lo

rivivrà alla fine dei suoi giorni. Ogni uomo ha già dentro sé quel

concetto, per nascere e vivere le stagioni della vita, per poi

ritornare in quel vuoto.

Ognuno ha dentro sé un ricordo di essere appartenuto all’eternità

prima di entrare nel tempo, prima di nascere; quello spazio, che ha

ospitato l’uomo prima che si incarnasse, ospita di nuovo l’uomo che

vi torna.

Qui, egli ritroverà i suoi cari e ritroverà l’infinitezza e l’anima che

nella terra era limitata e contingente.

Il testo finisce ma resta come in sospeso.

è

Il culmine a cui arriva Montale quello che scollina in una discesa

delle raccolte successive, da Satura in avanti, che sono più

“rovescio”

numerose ma che sono considerate da Montale il delle

prime. ‘900,

Il poeta non riesce a reggere una poesia che sia del secondo

è ‘900

perché la sua poesia figlia del primo poi si accorge che il

 è

modo giusto per esprimersi nella seconda metà del secolo, solo

quello grottesco, di satira, proprio perché Montale non riesce a far

‘900.

suo il linguaggio della seconda metà del

è

Vittorio Sereni, colui che riuscirà ad essere in grado di rimanere

all’altezza tematica delle prime tre raccolte montaliane, senza

tradire il proprio tempo; Sereni riesce ad esprimere i tempi più alti,

‘900,

con il linguaggio del secondo cosa che Montale aveva

rifuggito, dandosi alla satira e al grottesco.

TORNIAMO A PETRARCA PER ANDARE A SERENI.

Gli incontri che contano (Petrarca, gli antichi e i moderni).

- La natura degli incontri per Dante era una natura straordinaria,

egli realizzava gli incontri con personaggi del passato in una

situazione di privilegio nella quale era stato immesso (Privilegio

che consisteva nell’attraversare il regno dell’oltre-tempo

incontrando le alterità di poeti con cui confrontarsi).

- Con Petrarca avviene qualcosa di più vicino alla nostra epoca; si

apre l’età moderna.

In che cosa si apre questa età moderna? In primis nasce quando

Petrarca svincola gli incontri compiuti attraverso le letture da una

dimensione straordinaria e li fa diventare quotidianità.

Per Petrarca gli incontri con gli uomini illustri del passato sono

cosa di tutti i giorni; quelle voci ben lungi dall’essere soltanto

maestri, guide, diventano amici, compagni di cammino, entità con

le quali si dialoga abitualmente.

Gli incontri con gli altri autori che Dante realizzava, si trovavano in

una situazione di privilegio secondo la finzione Dantesca,

l’incontro con altri poeti avveniva una volta nella vita, quella volta

in cui lui fa il viaggio d’oltre-tempo.

PETRARCA:

Tratti biografici di

- Nasce nel 1304 ad Arezzo, decenni dopo Dante (1265 a Firenze),

ad

Arezzo perché suo padre viene esiliato assieme a Dante a seguito

delle

vicende tra guelfi e ghibellini.

- Cresce in Val d’Arno e all’età di 8 anni, la famiglia si trasferisce a

Sud

della Francia, dove il padre svolge un’attività notarile presso la

è

Curia Pontificia (Papato ad Avignone). L’infanzia di Petrarca

privilegiata, può godere dei manoscritti e dei codici della Curia 

più gli autori crescono a contatto con i testi, più si volge all’età

moderna.

Dante intuisce qualcosa al riguardo, quando fa di Virgilio la sua

guida e ne ricostruisce i testi, ma con Petrarca, la consapevolezza

storica dell’età classica, soprattutto latina, e della scienza filologica

che sa ricostruire i testi in correttezza, inizia l’età moderna;

Petrarca ha in casa una ricca biblioteca, e può avvalersi di quelle

curiali.

- Il poeta, assume in questo modo, dimestichezza con i poeti

dell’età classica latina (Cicerone, Tito Livio, Seneca..); adolescente,

con Cicerone, capisce che la sua vocazione sono le lettere.

- A 16 anni, studia giurisprudenza a Montpellier e poi a Bologna,

ma prevale in lui il richiamo della letteratura. Comincia il conflitto

con il padre, che vuole che studi giurisprudenza poeti moderni

caratterizzati dal rapporto critico con la figura paterna.

Petrarca riesce a prender coscienza di sé e a capire cosa ami.

- è

Quando a Bologna, anziché seguire i corsi di giurisprudenza, va

ad

incontrare gli intellettuali. Quando torna in Francia, a vent’anni

intraprende un’impresa che lo porterà alla storia; riscopre una

Deca di Tito Livio che si credeva perduta.

“Ab

Tito Livio, in età augustea, scrisse Urbe condita libri”, dieci

libri dalla fondazione di Roma fino ad Augusto; gran parte di questi

libri vennero persi e la terza delle Deche mancanti, la trovò

Petrarca tra i codici di Avignone ricostruì e scrisse a mano tutte

le pagine che trovò sparse. Per amore, rimette insieme il testo di

Tito Livio nasce così la filologia.

 ‘400.

Questo Codice, fu riutilizzato da Lorenzo Valla nel

- “Lettere

Nel 1340, Petrarca scopre le ad Attico” di Cicerone, che

erano

state perdute.

Egli scrive una raccolta di lettere in prosa latina, in parte

progettate già dall'autore per la pubblicazione e pensate per un

pubblico più vasto del destinatario esplicito.

“Epistole

Nelle familiari” Petrarca scrive delle lettere a Cicerone,

ed altre a Tito Livio ecc.. come se fosse lui a parlare con gli autori

di secoli a lui precedenti. è

Petrarca scrive in latino, perché la nostra letteratura il

“continuum” —>

della lingua e della letteratura latina lo scrivere

lettere in latino, mette Petrarca nella condizione di dialogare con

gli illustri.

“Iuvat vobiscum colloqui, vivi illustres...” Petrarca indirizza a

Seneca questa lettera nel 1348; gli chiede perché ha deciso di

divenire l’istitutore di Nerone e si pone nei confronti dell’età a lui

passata. Proprio perché ama Seneca, gli si rivolge anche in modo

critico, cosa che non era mai accaduta prima.

lettera a Seneca

Rapporto di Petrarca con i classici latini : tratti

dell’età moderna.

parlar con voi,

[Mi giova o uomini illustri, dei quali ogni età ebbe

ogni giorno

penuria e la nostra ha ignoranza e difetto. Certo è che

io vi ascolto parlare con più attenzione che creder si possa; e forse

merito d’esser da voi a mia volta ascoltato.] (Petrarca ad Anneo

Fam.

Seneca, 1 agosto 1348, XXIV 5)

I punti su cui si fondava questa ipotesi, che Petrarca fosse il padre

dell’età moderna, sono: “giova

Dialogo che diventa quotidiano

- parlar con voi uomini

è

illustri..”, in un discorso che non solo eccezionale come in Dante,

è è

ma quotidiano. L’autore l’interlocutore che dà ascolto e presta

attenzione al lettore dandogli risposte.

Coscienza critica moderna:

- Petrarca obietta qualcosa agli

è

autori illustri. Petrarca dice a Seneca che non possibile che egli

sia diventato istitutore di Nerone, che era un tiranno, e chiede se

credeva di poterlo cambiare o l’ha fatto per ambizione. è

Lo dice con rammarico, in quanto per colpa di Nerone si dovuto

suicidare. “amici”,

Petrarca sente questi autori come come voci

“irrinunciabili della sua quotidianità”, ma non esita a sollevare

è

dubbi e critiche, e a prender distanze quando necessario.

è

Questo concetto ribadito anche in un’altra lettera, al suo amico

Giovanni Da Certaldo, meglio noto come Boccaccio.

Boccaccio instaura con Petrarca un rapporto di amicizia, ma egli si

sente anche un discepolo nonostante vi siano solo nove anni di

differenza. Boccaccio sarà una figura fondamentale nel raccordo

è

con il secolo successivo, ovvero quello dell’Umanesimo;

comunemente noto come autore di opere in volgare, ma ha un

fondamentale ruolo come divulgatore. Petrarca, scrivendo a

Boccaccio, gli descrive il suo metodo di lavoro il quale non è

prescinde dal metodo dell’imitazione anche l’imitazione un

punto del passaggio all’età moderna.

-L’imitazione : non la copia; imitare non significa riprendere pari

pari una cosa già fatta, ma reinventarla e farla nuova a partire da

una suggestione originaria che ispira, ma si evolve nell’età in cui si

trova opera nuova, grazie all’adattamento all’età.

Petrarca desume da Orazio l’immagine dell’imitare, ovvero

come le api succhiano il miele dai fiori. Le api sono gli autori

moderni, che succhiano dai fiori (autori antichi) il polline, ma poi

restituiscono qualcosa di altro, diverso e migliore, ovvero il miele

è

l’opera moderna non solo non la copia di quella antica ed

 è

ha un’identità diversa (miele\ nettare), ma anche migliore.

è

Da parte di Petrarca c’è l‘idea che l’opera nuova migliore di quella

classica; l’amore per i classici gli detta la voglia e il desiderio per il

“..deve

nuovo. Il processo di imitazione far risplendere l’ingegno di

chi imita, e soprattutto piuttosto che aver una guida che mi

atto di

costringa a seguirla in tutto, io non la voglio affatto” 

ribellione, pietra miliare dell’età moderna: l’individuo si

ribella dalla soggezione di una guida (nel Medioevo non si

“guide”,

poteva scrivere senza deferenza verso le le autorità..).

Egli mira ad avere una guida lungimirante ed aperta, che gli

lasci spazio per decidere in cosa seguirla e che accetti i suo rifiuto

di non seguirla se non vuole. è

La guida intesa da Petrarca, procede avanti a lui perché

venuta prima, ma lo lascia libero nell’uso degli occhi e

dell’ingegno occhi e ingegno = due elementi della scienza

moderna.

Gli occhi sono gli organi che consentono la sperimentazione del

fenomeno, l’ingegno crea la teoria a partire dal fenomeno

è

osservato. Petrarca il primo a liberare questi due elementi, che

“ipse

saranno poi usati dalla scienza moderna al contrario dell’

dixit”, che induce gli autori a seguire le autorità, incatenando gli

occhi e l’ingegno. è

La conseguenza di lasciar liberi occhi e ingegno, che la guida

lascia l’allievo percorrere la strada come lui vuole e gli permette di

sorvolare ciò che a lui non interessa; egli deve esser libero anche di

tentare ciò che fino a quel momento era considerato irrealizzabile.

La prima guida di Petrarca era quella paterna, quindi lui si

riferisce anche a suo padre quando parla della libertà di seguire i

suoi passi; solo così si crea il progresso: il primo atto per far delle

è

conquiste quello di cercare una guida che lasci libertà, in temi,

ritmi, tempi ecc.

Laddove la disciplina obbliga a una continuità inarrestabile non c’è

spazio per la libertà individuale, egli vuole anche sbagliare.

- à: è

Affermazione della propria individualit Petrarca se stesso

e non si

pente mai, riconosce e confessa i suoi sbagli (incipit del

Canzoniere) esibisce il proprio io che fa gli errori, non se ne

fa del suo io uno specchio per gli altri.

vergogna, e

L’io si svincola alla necessità di stare sottomesso alle regole

che gli impediscono di autenticarsi; chiede addirittura di poter

tornare indietro, ovvero rinnegare quello che aveva inizialmente

intrapreso, cosa che l’età medievale non concepisce. Ci si apre alla

fragilità dell’uomo in quanto tale e ci si confronta anche con gli

disvelamento del limite e della fragilità.

autori 

Letteratura come monumento

- Petrarca riprende il concetto

e lo rielabora.

Sallustio nelle sue opere storiche fa delle riflessioni di carattere

meta- testuale e teorico circa il valore della scrittura storica e

è

osserva che, secondo lui, più giusto cercare la gloria con è

l’intelletto piuttosto che con la forza fisica, e dato che il tempo

breve, bisogna far sì di rimanere nella memoria.

Con l’intelletto e la scrittura, piuttosto che con la forza, si

può ottenere di far durare la nostra memoria nel tempo.

“Bellum

Nel Iugurtinum” di Sallustio, c’è l’importanza della

rievocazione degli avvenimenti passati.

Sallustio decide di scrivere la storia, ma fa anche riferimento alla

tradizione romana secondo cui era importante la gloria,

l’esortazione dei cittadini alle imprese eroiche attraverso il ritratto

degli avi: vedendo e leggendo dei propri antenati, i cittadini erano

portati al desiderio della gloria.

è

Per Sallustio però, non il ritratto in sè che esorta il cittadino

all’eroismo, quanto il fatto che vedendo quella figura, l’uomo

moderno che lo vedrà, ricorderà quell’uomo ritratto.

“ ”,

Familiares

Il passo successivo che compie Petrarca nelle

è del

immettendo questo concetto in età moderna, l’affermazione

è

primato della scrittura: il monumento non più la statua, ma il

testo. è

Questa la presa di coscienza di un tempo: se si vuole ricordare un

personaggio e tener memoria delle sue gesta, giova di più leggere

delle gesta di quel personaggio, piuttosto che guardare il suo volto

sul marmo, ovvero sul ritratto.

Petrarca raccoglie la suggestione dei classici, ma porta

all’estremo la loro concezione: il testo diviene il vero

monumento.

Prima lettera a Boccaccio

Mi piace l’imitazione, non la copia, e un’imitazione non servile,

nella quale splenda l’ingegno dell’imitatore, non la sua cecità o

dappocaggine; e preferisco non avere una guida piuttosto che

esser costretto a seguirla in tutto. Voglio una guida che mi preceda

non che mi tenga legato a sé, e che mi lasci libero l’uso degli occhi

e dell’ingegno non mi impedisca di porre il piede dove mi piaccia e

ad alcune cose passar oltre, altre inaccessibili tentare, e mi

permetta di seguire una via più piana, e d’affrettarmi e di fermarmi

e di dilungarmi, e di tornare indietro. (F. Petrarca, A Giovanni da

Certaldo, Fam. XXII, 2)

- In un’altra lettera a Boccaccio, sempre sull’imitazione, spiega

che rapporto instaura con gli autori che legge.

rapporto che si instaura tra opera nuova e quella antica,

Il è rapporto tra padre e

non quella di copia e originale, ma un

figlio.

Nell’antichità era spesso usato il rapporto tra il gigante e i nani in

senso metaforico: non c’è un rapporto affettivo tra nani e giganti,

ma i più piccoli possono salire sulle spalle dei grandi per crescere

secondo questa concezione gli antichi sono il mezzo tramite il

quale gli autori moderni crescono, migliorano e producono.

è è

Nell’immagine del padre e del figlio il discorso diverso: qui

implicato il rapporto affettivo e generativo, il rapporto conflittuale

tra padre e figlio, ma anche quello d’amore. I soggetti sono distinti,

ma c’è un’aura che fa sì che ci sia una somiglianza, per cui nel

vedere il figlio ci si ricordi del padre. Nel rapporto c’è un

è è

coinvolgimento totale, emozioni; spesso non così chiaro,

è

sommerso, un legame intrinseco e viscerale che dà luogo a

un’opera totalmente diversa.

è

Petrarca artefice di questa nuova visione.

Egli continua e incita a seguire il consiglio già dato da Seneca e

è

Orazio; il prodotto dell’autore moderno, ovvero il miele, nuovo e

diverso da quello originale antico, ovvero il nettare.

Comincia ad affacciarsi un rapporto metabolico, di assimilazione

delle sostanze (nettare assimilato dall’ape, che lo rielabora e

produce il miele), dal molteplice delle letture fatte, farne una,

un’opera unica e migliore.

Lettera a Tito Livio

In queste così poche reliquie dell’opera tua io m’immergo, tutte le volte che voglio

dimenticare questi luoghi, questi tempi, questi costumi, pieno sempre di fiero sdegno

verso gli uomini della nostra età […]. Ma questo è argomento vieto e scabroso;

voglio invece ora renderti grazie di molte cose e specialmente di questo, che mentre ti

leggo tu mi fai dimenticare i mali presenti e mi conduci in un’età più felice, sicché mi

sembra di vivere non con questi maledetti ladri, tra i quali sotto maligna stella son

nato, ma con i Corneli Scipioni e Affricani […]. E se tutto ti possedessi, da quanti

altri illustri nomi trarrei conforto alla mia vita e oblio di questa odiosa età!]

- Gli effetti dello studio e della lettura: lettera a Tito Livio del

Febbraio 1351( Petrarca ventenne, nel 1324 trova parti

dell’opera di Livio, e rimane a lui legato). In questa lettera, c’è il

tema della dimenticanza.

Dimenticanza non significa fuga, evasione e distacco nel

è

dimenticare concentrato il senso che Petrarca dà alla lettura.

La risposta al dimenticare, viene dalla scelta che fa due anni dopo,

di trasferirsi a Milano.

Petrarca intende dire che attraverso la lettura di uno storico come

Tito Livio, egli ha modo di rapportarsi all’orizzonte della storia per

capire

meglio la sua età, gli aspetti più difficili degli anni che vive; prende

le distanze dagli uomini del suo tempo e capisce che, finché resta

nella mischia della polemica fine a se stessa, non ne viene fuori.

Egli capisce invece che guardare alla storia per capire le

dinamiche che muovono la politica e agitano gli animi degli uomini

nel tempo, gli serve per capire la sua età, per proporre soluzioni ai

orizzonte della storia

problemi che affliggono al suo tempo. L’

non quindi come gusto di sapere cosa avveniva nell’epoca passata,

ma mezzo con cui capire l’animo umano, perché nella storia e

negli uomini ci sono costanti che si ripetono nel tempo.

Ci saranno sempre problemi che rimarranno insoluti: tutto ciò che

è è

contato nella politica e nella storia, stato il superamento di un

:

problema e non solo la sua teorizzazione l’importanza della storia

è proprio questa concretezza, la concatenazione di eventi concreti

e non teorici.

Dopo aver passato la sua vita a studiare, ha sentito il bisogno di

“dimenticanza” è

agire e quindi la in realtà il primo passo per agire;

decide di valicare le Alpi, andare in Italia, portando con sè

l’arricchimento interiore che aveva acquisito con le opere.

A Milano, i Visconti gli propongono di entrare nella loro corte e lui

accetta; passa dalla vita nella Curia, alla vita laica di Corte; dalla

vita contemplativa dello studio, a quella attiva.

Accettando la proposta di Visconti, tutti gli dicevano che si sarebbe

sottoposto ai limiti imposti da un tiranno (un signore); i Visconti

hanno il predominio militare ed economica del Nord Italia, hanno

conseguito alleanze con il Pontefice.

All’esterno però, le forze che perseguivano l’ideale della

Repubblica, consideravano i Visconti dei tiranni e Petrarca, che

fino all’età dei suoi studi aveva amato le imprese dei Repubblicani,

entrando nella scena della politica europea capisce che l’unico

è

modo per aiutare la patria non la contemplazione Petrarca

pensa che i Visconti siano la signoria ideale per collaborare con la

patria, per cacciare gli stranieri dal Nord e per agire in favore

l’unificazione della patria. è

Anche in questo caso Petrarca il padre dell’età moderna: basta

alla figura del principe ideale, alla politica ideale e alle

contemplazioni politiche, si deve agire. Egli capisce il senso della

dimensione eroica della memoria e della storia ci

politica, la “dimenticanza” è

fa dire che la un concetto che si traduce in

sdegno e dallo sdegno prende slancio la forza propositiva e

la voglia di agire.

è è

Il ragionamento etico-civile il dimenticare un temporaneo

ritirarsi alla vita solitaria per studiare per poi ritornare dalla è

propria gente e proporre delle idee nuove e moderne, d’azione;

una figura che non rimane nel suo mondo, che non si limita a

è

scrivere di ideali: un Petrarca che si mette in gioco, che agisce in

modo da essere giudicato, da quando approda a Milano.

Seconda lettera a Boccaccio

Ho letto Virgilio, Orazio, Boezio e Cicerone non una volta ma mille, né li ho scorsi

ma meditati e studiati con gran cura; li divorai la mattina per digerirli la sera, li

inghiottii da giovane per ruminarli da vecchio. Ed essi entrarono in me con tanta

familiarità, e non solo nella memoria ma nel sangue siffattamente mi penetrarono e

s’immedesimarono col mio ingegno, che se anche in avvenire più non li leggessi,

resterebbero in me, avendo gettato le radici nella parte più intima dell’anima mia, ma

talvolta io dimentico l’autore, poiché per il lungo uso e per il continuo possesso quasi

per prescrizione essi son divenuti come miei, e da così gran turba circondato io non

ricordo più di chi sono e se sono miei o d’altri. […]

È mia intenzione, lo dichiaro, ornar degli altrui pensieri e consigli la mia anima, non

il mio stile, se pur non lo faccia citando l’autore o modificando profondamente il

concetto, per ricavare un unico concetto da molti, a mo’ delle api. Altrimenti,

preferisco avere un mio stile, che sia pur rozzo e incolto, ma mi si adatti come una

tunica, fatto a misura del mio ingegno, e non uno stile altrui, più elegante e più

adorno, ma derivato da altri, che da ogni parte mi scivoli non essendo adatto alla

umile statura del mio ingegno. Ogni veste si adatta all’istrione, ma non ogni stile a

chi scrive, ognuno deve formarsene uno proprio e conservarlo, perché non accada che

ridicolmente vestito dell’altrui e spogliato da quelli che rivogliono le loro penne,

rimanga come la cornacchia scornato. Tutti abbiamo una propria personalità come nel

volto e nel gesto così anche nella voce e nella parola, che è più facile, più utile e più

bello coltivare e migliorare, che mutare. (F. P , A Giovanni da Certaldo,

ETRARCA

Fam. XXII, 2)

Familiares (XXII,2)*

- Nelle , egli scrive un’altra lettera a

:

Boccaccio (Giovanni Da Certaldo) racconta al suo amico come e

è

cosa legge. L’autore dice che la lettura non un correre veloce

è

una volta per sempre le opere classiche, ma un tornare mille e

mille volte su quei passi, per renderli familiari.

I passi devono essere meditati usa una metafora, sempre

leggere = nutrirsi,

caratteristica dell’età moderna: di derivazione

Dantesca (madre fummi, e fummi nutrice..).

“divorare,

Petrarca sottolinea il digerire, inghiottire e ruminare” 

dimensione animalesca, la fame di assimilare una lettura; ci vuole

tempo prima che una lettura entri in circolazione, e che alimenti

un animo, infatti egli parla di mattina, di sera, ma anche dell’arco

di una vita (giovane— >vecchio).

“ruminatio” è

L’immagine della ripresa dai Padri della Chiesa, della

—>

tradizione Medievale era riferita alla Sacra Scrittura, il

ruminare e digerire la sacra scrittura.

è

Petrarca però, un uomo moderno applica i termini della Sacra

Scrittura alle opere della letteratura, ai classici latini, pagani

(Virgilio, Orazio, Boezio e Cicerone); lui divora e rumina le opere

letterarie, i classici pagani e porta alle estreme conseguenze quello

che aveva detto Dante secondo cui la poesia attingeva alla

è

la poesia il primo mezzo per

religione, dicendo che

raggiungere il divino.

Petrarca usa le metafore del mondo antico e medievale per parlare

della sua esperienza quotidiana.

A seguito del suo ruminare i testi, questi sono entrati non solo

nella sua memoria, ma nelle sue vene (processo metabolico della

lettura; ha letto, ha digerito e le sostanze sono divenute tessuto

vitale). DIALOGO INCONTRO,

LETTURA COME E LETTURA COME

DIMENTICANZA,

CIBO NUTRIMENTO.

LETTURA COME E

MACHIAVELLI è

La figura di Machiavelli molto controversa, in quanto considerato

un istigatore alla violenza; le sue opere si diceva fossero scritte

“dal infatti

dito di Satana”, furono messe all’Indice.

Molti degli atteggiamenti metodologici messi in atto da Machiavelli

sono di derivazione Petrarchesca, ma da molti non viene preso in

considerazione; gli italianisti trascurano la figura di Machiavelli e

prediligono quella di Petrarca.

All’operare di Machiavelli, a partire dalla sua azione politica e

è è

civile, impossibile attribuirgli tutto il male che gli stato

attribuito.

“Il è

fine giustifica i mezzi” una frase che Machiavelli non ha mai

è

scritto né pronunciato; gli stata attribuita dall’accanita e

pregiudiziale area ecclesiastica e dai gesuiti, che non hanno letto

l’intera opera e hanno dedotto questa frase in modo erroneo.

Machiavelli nasce da una famiglia di medio-bassa borghesia a

Firenze, nel 1469, e il giovane Niccolò viene avviato a studi non

raffinatamente umanistici, come farà Guicciardini o i rampolli

borghesi; egli viene educato al latino e quasi per niente al greco,

per via privata.

Viene messo in grado di accostarsi agli storici soprattutto latini, ed

è affascinato dagli esempi che la storia fornisce; sono utilizzabili

è

dalla politica e dalla vite civile, infatti sin da giovane attratto

dalla politica di Firenze.

Machiavelli si forma sulle Deche di Tito Livio, perché suo padre era

stato incaricato di redigere l’indice delle Deche; il padre, Bernardo,

non viene pagato per questo ma riceve una copia delle Deche di

“lusso”, che fa rilegare.

Bernardo, ritiratosi a San Casciano, mandò suo figlio a ritirare la

copia relegata.

Machiavelli si trova in una condizione critica per la città di Firenze

ci fu la

e per tutta Italia: tra il 1492 e il 1494 discesa di Carlo VIII

francese in Italia e la cacciata dei Medici dalla città di Firenze che

avevano favorito l’ascesa dei francesi.

A Firenze, tra il 1494 e il 1498, c’è la Repubblica di Savonarola, poi

Pier Soderini, che incarica Machiavelli di fargli da cancelliere.

Machiavelli si rivolge a una riforma interna di Firenze e si proietta

a una formazione almeno parziale dell’Unità d’Italia; il sogno che

Petrarca non coronò, ma che comunque aveva tentato di realizzare

quando era andato dai Visconti.

Secoli dopo, con Machiavelli, l’unità non era ancora stata compiuta

e l’Italia era continuamente tormentata dall’arrivo degli stranieri

che portavano carestie, fame, saccheggi ecc.

:

Niccolò deve agire vuole riformare Firenze ed estendere la

riforma a tutta Italia.

Capisce che all’Italia manca un esercito proprio; si era già accorto

“Canzone

Petrarca nella all’Italia”.

Questo perché le signorie italiane si avvalevano di eserciti pagati,

non italiani, ma stranieri; essi non erano disposti a sacrificarsi per

un paese che non era il loro, non si sentivano legati all’una o

all’atra signoria, andavano da chi li pagava di più.

A tal ragione, l’Italia era divenuta quasi terra di nessuno, perché

:

era vista come un campo di battaglia indifeso Machiavelli, ha

capacità da stratega, e vuole munire l’Italia di un esercito proprio.

è

Senza una sana e spietata concretezza, impossibile realizzare

qualunque progetto, a maggior ragione se si tratta di un progetto

politico; le utopie e gli ideali tratti non si realizzano se non si

approccia ai problemi reali. è

Per Machiavelli, tutto ciò che non si realizza in politica, non

è

vittoria; tutto sconfitta, se non la realizzazione di piani politici.

Nonostante la pratica politica, non disdegna gli storici: comincia a

comporre un commento alla storia della Deca di Tito Livio e riporta

i problemi di Livio all’attualità: studiare la storia per capire come si

risolvono i problemi per poi riportarli all’attualità.

e

Nel 1512, la Repubblica fiorentina vacilla i Medici tornano a

Firenze e condannano chi aveva collaborato con la repubblica.

Mentre i Medici tornavano, l’evento del ritorno si percepiva, il capo

di Machiavelli (Marcello Virgilio, segretario della prima

cancelleria), cambia disegno.

Egli faceva delle lezioni sull’umanesimo latino, che affondavano le

radici su una visione repubblicana; con il ritorno dei Medici,

Marcello Virgilio cambia l’argomento delle sue lezioni: introduce

l’umanesimo greco, ellenistico, che tanto piaceva ai medici.

La signoria preferisce il recupero dei testi dell’Ellenismo greco,

anziché quelli dell’età repubblicana latina; i testi latini sono

ancorati alla Res Publica, incitano gli animi, incitano i cittadini a

una coscienza collettiva; i testi ellenistici, aspirano alla

raffinatezza, portano gli intellettuali a bearsi della loro interiorità e

si dimenticano della politica, non inducono i cittadini all’azione.

Quando i Medici arrivano, non se la prendono quindi con Marcello

Virgilio, perché ha falsamente cambiato la sua posizione.

Machiavelli, che non cambia la sua posizione, viene catturato e

imprigionato perché accusato di congiura medicea; nel Marzo

1513, fu eletto Papa Leone X della famiglia Medici, per festeggiare

vengono liberati i prigionieri; Machiavelli esce di prigione e va in

esilio a San Casciano. è

La vita di Niccolò cambia: dall’attività cittadina, politica e civile,

è

costretto alla vita di campagna, passiva, senza attività alcuna:

una vera tragedia. Per Machiavelli, vedere la sua Firenze nelle

mani dei Medici e vedere l’Italia nelle condizioni di un paese invaso

è è

(a breve, 1527, ci sarà il sacco di Roma) una tragedia; isolato,

messo nell’impossibilità di agire, vuole far qualcosa.

è

Niccolò capisce che la sua strada non più solo quella dell’azione,

è

ma quella della scrittura, perché l’unica speranza per essere utile

alla patria; vuole scrivere le sue intuizioni e consegnarle a chi

governa, per porre rimedio a quello che sta succedendo.

è

La condizione di Machiavelli a San Casciano drammatica: si trova

è

lì con la famiglia, senza lavoro, né denaro ed quindi costretto a

lavori umili la sera, si chiude quattro ore nel suo studio, e si

immerge nella lettura e nella scrittura.

E’ costretto, come Petrarca quando si ferma a Milano, ad

accorgersi che la repubblica in Italia, in quel periodo, non può

è

essere ancora instaurata; come fallita la repubblica di Cola di

è

Rienzo ai tempi di Petrarca, così fallita quella di Savonarola ai

tempi di Machiavelli.

Egli riflette, da una parte continua a scrivere il commento sopra

alla prima Deca di tito Livio (opera legata alla dimensione

repubblicana), dall’altra fa valere la storia nella direzione di

consigli più applicabili nell’immediato nel giro di una decina di

 “De

mesi, nel 1513, ha quasi ultimato il nucleo del Principatibus”,

“Il principe”.

De Principatibus :

Il titolo: opera che riguarda le forme di

principato, ovvero i governi retti da un principe (principato misto,

principato nuovo,

nuovo ecc..); il più adatto per l’Italia sarebbe un

retto da una figura di forza morale e politica per riunire sotto di sè

la maggior parte del paese e facendosi quindi nuovo principe.

è

L’opera non quindi centrata sulla figura del principe, anzi,

è

dichiara ciò che veramente il principe; si nasconde dietro

un’immagine sacra, divina, buona, di salvezza, di fronte ai suoi

è

sudditi, ma non realmente così.

I principi ingannano, usano armi e violenza.

è

Il messaggio di Machiavelli un altro: se si vuole in qualche modo

salvare la patria, si deve guardare con chi si ha a che fare; posti di

fronte a tanti tiranni stranieri, allora si deve reagire.

Egli guarda alla storia, Annibale, gli imperatori, sono tutti stati

crudeli; egli scrive Il Principe in un momento di pericolo, di

è

urgenza, non un trattato; per lui un pamphlet, istruzioni per

affrontare il pericolo, da utilizzare immediatamente per salvare la

situazione.

“verità effettuale”:

La tutti hanno seguito utopie politiche, ma lui

“verità

sceglie di seguire la effettuale”, fa un rilievo da scienza

moderna, lui ha vissuto sulla sua pelle i dati di fatto.

squarciare il velo dell’utopia e prendere

Machiavelli dice di

atto della dura e cruenta realtà tutti quelli che hanno cercato

di essere buoni, sono stati travolti da coloro che non sono buoni,

non hanno combattuto i tiranni con le loro stesse armi.

“ ”

Per questo, il principe nuovo , se NECESSITATO, se il pericolo

incombe, deve agire anche in modo apparentemente contrario alla

— é

morale, ma non per rinnegarla > perch i suoi nemici sono i

primi ad agire in modo contrario alla morale, quindi deve usare le

loro stesse armi.

Il capitolo XVIII del Principe, tanto incriminato da chi l’ha letto

dopo, che dice che il principe deve essere metà uomo e metà

sarebbe meglio che il

bestia, in realtà inizia dicendo che

principe si comportasse secondo la morale, MA, SE

NECESSITATO, deve comportarsi di conseguenza.

Machiavelli non rinnega il sistema di valori e della morale.

Il capitolo VIII, seguente a quello su Cesare Borgia, parla di coloro

che hanno usato le scelleratezze: essi hanno ottenuto imperi, ma

—>

non gloria questi non si annovereranno negli uomini da

ricordare.

Quindi, egli denuncia i tiranni, l’amoralità, ma nel momento in cui

la realtà mette davanti situazioni di pericolo imminente, si deve

reagire. è

Una delle ragioni per cui Machiavelli stato subito messo

è

all’Indice, e ci rimasto per tanto tempo (nel 1810 Manzoni per

è

leggerlo deve chiedere il permesso al Papa), perché:

Machiavelli dichiara che lo Stato Pontificio, il potere temporale

della Chiesa in Italia, era un intralcio all’Unità d’Italia: la chiesa da

una parte era debole per poter unificare da sola l’Italia, dall’altra

era troppo forte per essere assorbita da uno stato.

è

La visione di Machiavelli quello che sposerà Manzoni, quello a

favore dell’Unità d’Italia a discapito della Chiesa.

Machiavelli diceva che la Chiesa, con la corruzione della Curia, ha

indebolito il sentimento religioso degli italiani e questo ha creato

un danno enorme nelle coscienze egli denuncia lo scarso timore

di Dio da parte degli italiani, i quali non hanno più in sè ideali forti,

ma che mirano a piacere effimeri, non si sacrificherebbero per il

bene comune.

La chiesa vede Machiavelli come vicino ai luterani, che in quegli

anni dilagavano. è

Fin ora, la lettura che stata data delle Sacre Scritture e del

è è “..andata

Vangelo una lettura falsata, che nella direzione

dell’ozio e non della virtù”, ovvero, veniva esaltata la visione

trascendente, il dopo la morte.

Questo atteggiamento allontana l’attenzione dalla repubblica,

“ozio”

dall’azione: leggere con significa gioire per la vita dopo la

morte, e accontentarsi della vita terrena che sarà poi riscattata

nell’aldilà; in realtà, se si leggono le Scritture in modo attento,

secondo Machiavelli, si esaltava l’azione secondo virtù, non la non-

azione.

Queste ragioni si trovano principalmente nel commento alla Prima

Deca di Tito Livio.

Lettera a Francesco Vettori, 10 Dicembre 1513

Partitomi del bosco, io me ne vo ad una fonte, e di quivi in un mio uccellare. Ho un

libro sotto, o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio e

simili: leggo quelle loro amorose passioni, e quelli loro amori ricordomi de’ mia:

gòdomi un pezzo in questo pensiero. Transferiscomi poi in sulla strada, nell’osteria:

parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de’ paesi loro; intendo varie cose,

e noto varii gusti e diverse fantasie d’huomini. […]

Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi

spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali

e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antique corti delli antiqui

huomini; dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che

solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e

domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi

rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico

ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi

trasferisco in loro. E perché Dante dice che non fa scienza senza lo ritenere

lo havere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto

De Principatibus;

capitale, e composto un opuscolo dove io mi profondo

quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è

principato, di quale spezie sono, come e’ si acquistono, come e’ si

mantengono, perché e’ si perdono. E se vi piacque mai alcuno mio ghiribizzo,

questo non vi dovrebbe dispiacere; e a un principe, e massime a un principe

nuovo, doverrebbe essere accetto: però io lo indirizzo alla magnificentia di

Giuliano.

Testimonianza “De

della scrittura del Principatibus” ; rientra in un

gruppo di scambi epistolari con vettori, il quale lavorava nella

Curia di Roma e al quale Machiavelli si rivolge per chiedere aiuto.

In questa lettera si vede come Machiavelli prende coscienza man

mano, della sua grandezza, con la grossolanità di Vettori, Niccolò

“gigante”.

emerge come un

Vettori, ben lungi dall’aiutare Machiavelli, inizia la sua lettera

raccontando della sua giornata tra la mondanità; gli elenca una

serie di libri preziosi che possiede, mentre lui se ne va a passeggio

a cavallo Machiavelli non ci vede più, non si spiega come un

gretto di quel genere possa meritare di ignorare i libri che

possiede e di cui si vanta in modo vano.

Mentre Vettori si vanta della sua giornata mondana, Niccolò parla

della sua giornata squallida, basso-comica e popolaresca; poi la

“..venuta

svolta la sera” lo stile si innalza, diviene sublime e

comincia a raccontare il dialogo di quattro ore con l’autore della

classicità latina.


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo (Facoltà di Economia e di Lettere e Filosofia) (MILANO)
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