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Letteratura italiana -parafrasi Paradiso Dante Appunti scolastici Premium

Appunti di Letteratura italiana contenente la parafrasi e il commento dei canti della Divina Commedia con particolare attenzione ai seguenti argomenti: canto primo e sua parafrasi, Dante e la sinfonia di luce, cosmologia dantesca, tutte le cose tendono al raggiungimento di Dio.

Esame di Letteratura Italiana docente Prof. P. Scienze letterarie

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infinita vastità del mare. al qual tutto si muove ciò chella cria e che natura fece (versi

86-87); un’immagine di naufragio e di beatitudine immensa, di morte anche e

d’annegamento in una vita ebbra d’infinito, ove Iddio è eterno approdo d’etrno

amore...”(Marti).

Ma come accade che, se un cibo sazia e di un altro rimane ancora il desiderio, si chiede quello

(di cui è rimasto il desiderio ) e si ringrazia per quello ( di cui si è sazi ),

cosi io ringraziai con l’atteggiamento e con le parole Piccarda, e le chiesi di rivelarmi quale

fosse la tela (cioè il voto) che aveva incominciato ma non finito . “

Una vita virtuosa perfetta e un grande merito (acquistato presso Dio) collocano in un cielo più

alto una donna ” mi disse “ secondo la cui regola giù nel vostro mondo si prendono l’abito e il

velo monacali,

affinché fino alla morte si passi ogni giorno e ogni notte con Cristo, lo sposo che accetta ogni

voto il quale sia reso conforme al suo volere dall’amore.

"La storia della vita umana segue alla descrizione della vita divina" (Malagoli) e

viene introdotta dalla figura di Santa Chiara d'Assisi (1194-1253), che, seguendo

l'esempio di San Francesco, abbandonò il mondo e fondò un ordine di clausura

(l'ordine delle Clarisse). La metafora Cristo-sposo, che regge nei versi 100-102,

prelude a quelle analoghe con le quali San Tommaso presenterà San Francesco nel

canto XI del Paradiso.

Per seguire la via di Santa Chiara abbandonai, ancora giovinetta, la vita del mondo, e vestii il

suo abito, e promisi di osservare la regola del suo ordine.

In seguito uomini, più avvezzi a fare il male che il bene, mi rapirono fuori dal dolce chiostro.

Dio solo sa quale fu poi la mia vita.

Piccarda è, con Francesca e Pia, una delle figure su cui la critica ha amato

soffermarsi per cogliere, attraverso l'esame di ogni sfumatura, l'origine della

commozione da esse suscitate. Se il momento dell'inno sulla beatitudine è il più

acceso e vibrante, i versi 46-48 e 103-108 sono i più umani, i più vicini a noi, perché

ricchi di elementi che, nonostante il loro trasferimento su un piano sovrannaturale,

mantengono intatto il pathos di sentimenti e ricordi terreni. Il racconto di Piccarda è

scarno, chiuso fra due momenti (lui nel mondo vergine sorella e fuor mi rapiron della

dolce chiostra) che trovano la loro conclusione, il loro porto di pace solo in Dio (Iddio

si sa qual poi mia vita fusi) : è propria di Dante la "capacità di disegnare una vita con

una lìnea e spirarvi attorno l'aura di un'anima" (Momigliano). La concretezza poetica

della figura di Piccarda nel canto III trova la sua anticipazione nelle luminose

espressioni con le quali il fratello Forese l'ha, presentata nel Purgatorio (canto XXIV,

versi 13-15): la mia sorella, che tra bella e bona non so qual lesse più, triunfa lieta

nell'atto Olimpo già di sua corona. In questi versi già era prospettata, accanto al

trionfo paradisiaco, la difficoltà della sua conquista, raggiunta dopo una lotta che ha

meritato a Piccarda, come agli antichi atleti vittoriosi, la corona del premio. Nasce

così l'elegia di Piccarda: una storia tutta terrena, che la luce divina ha ormai reso 19

fuggevole e velato ricordo. Il Grabber, commentando questi versi, ha trovato forse

gli accenti più suggestivi per illuminare la figura di questa fiorentina che, apparendo

improvvisamente nel primo cielo del paradiso, sembra riportare a Dante il ricordo

della Firenze della sua giovinezza, di una città fatta di violenze ma anche di tenaci

virtù, nella quale il Poeta aveva vissuto il suo amore per Beatrice e creato, nella Vita

Nova, una raffinata poesia religiosa. "Un cenno solo - dal mondo per seguirla - e vedi

la terra con le sue lotte e già senti l'anima che se ne allontana (fuggimi); e basta una

parola - giovinetta - per dare alla vergine sorella quel tanto di umano che la fa

sentire unita al « mondo» ma come una candida, fragile creatura, la cui volontà di

rinunzia si fa per questo più grande. E l'abito la chiude in un totale isolamento e la

mistica « promessa» (verso 105) la invola agli occhi dei terreni. Ma ecco la violenza

umana che la strappa alla dolce chiostra, a quella vita di smarrimento in Dio, che

tanto rimpianto suscita nel suo cuore, anche se larvatamente espresso in un

aggettivo solo: dolce. Ma tutto qui si sublima in un superiore dominio di sé che è

pudore, raccoglimento in Dio: anche il tormento e la tristezza del bene perduto,

anche la colpa degli, uomini. Anzi per essi c'è, non dico una parola d'accusa, ma un

profondo, sebbene tacito compianto per essere a mal più ch'a bene usi; tanto che,

per un'alta carità, neppure li individua... e, all'infuori del rimpianto per la dolce

chiostra, non ha malinconie per cose terrene, anzi, superata del tutto la vicenda

umana... tutta si rifugia in Dio: Iddio si sa qual poi mia vita fusi. Qual poi... : ... non

un cenno al tormento della sua vita qual fu poi, tra gli uomini, fino alla morte...

Ombra e silenzio, come già fece della giovinetta il monastico velo, chiudono il suo

cuore in quello d'Iddio.

E questo altro spirito splendente che vedi alla mia destra e che si illumina di tutta la luce del

nostro cielo, considera come riferito anche a se ciò che io dico di me:

fu suora, e le fu strappato dal capo il velo monacale così come avvenne per me (cioè con la

violenza).

Quest'altro splendor: è Costanza, figlia di Ruggero Il d'Altavilla e ultima discendente

della casa normanna. Nata nel 1154, sposò nel 1185 l'imperatore Enrico VI di Svevia,

portandogli in dote il regno di Sicilia. Rimasta vedova nel 1197, fu reggente e tutrice

del figlio Federico II. Morì nel 1198. Gli ambienti guelfi, ostilissimi agli Svevi

(Federico II e, poi, Manfredi), raccolsero la leggenda secondo la quale Costanza si

sarebbe ritirata in un monastero di Palermo. Da qui sarebbe stata fatta uscire per

ordine delle autorità ecclesiastiche, che avrebbero preparato il suo matrimonio con

Enrico VI, affinché il regno normanno, che ultimamente si era mostrato ribelle nei

confronti della Chiesa, entrasse a far parte dei domini dell'Impero (cfr. Villani I

Cronaca V, 16). Il Poeta, pur accogliendo questa versione dei fatti, elimina ogni

asprezza polemica e, come già nel Purgatorio canto III, verso 113), presenta la

figura di Costanza in un'aura di particolare solennità, che ha spinto alcuni critici a

vedere nello splendore di santità che circonda la gran Costanza anche lo splendore

della dignità imperiale da lei rivestita in vita.

Ma dopo che fu ricondotta tutta al mondo contro la su volontà e contro ogni norma morale e

giuridica non abbandonò mai dentro di se il velo monacale.

Questo è lo spirito luminoso della grande Costanza che dal secondo imperatore della casa di

Svevia generò il terzo e ultimo rappresentante . ”. 20

Costanza, da Enrico VI, secondo imperatore della casa sveva, generò Federico Il,

terzo ed ultimo sovrano svevo, il quale fu l' "ultimo, imperadore de li Romani"

(Convivio IV, III, 6), perché dopo la sua morte nel 1250 l'Impero, secondo Dante,

restò vacante fino all'incoronazione di Arrígo VII di Lussemburgo nel 1312. Il

termine vento per indicare i rappresentanti della casa sveva, vuole forse riferirsi alle

vicende di questa famiglia e alla forza sconvolgìtrice con cui essa passò nella storia

europea. Soave è la forma italianizzata, usata in quel tempo, del tedesco Schwaben,

Svevia.

Così mi parlò, e poi incominciò a cantare “ Ave, Maria ”, e cantando si dileguò come

(scompare) nelI’acqua profonda un oggetto pesante .

I miei occhi, che la seguirono finché fu possibile, dopo che non la videro più, cercarono

Beatrice,

oggetto del loro desiderio dominante, e si volsero completamente verso di lei; ma ella

risplendette davanti al mio sguardo di una luce così folgorante che dapprima la mia vista non

riuscì a sopportarla;

e ciò mi rese più timido ad interrogarla (intorno ad altri dubbi ).

PARADISO CANTO IV

Posto fra due cibi, ugualmente distanti e ugualmente allettanti, l’uomo dotato di libero arbitrio

morirebbe di fame prima di portarne uno ai denti;

allo stesso modo starebbe immobile un agnello tra due lupi affamati e feroci, temendo nella

stessa misura l’uno e l’altro;

Cosi se ne starebbe un cane tra due daini ( senza inseguirne alcuno): perciò, per il fatto che io

tacessi, non mi biasimo, né mi vanto, perché non potevo farne a meno.

essendo io premuto in ugual misura dai miei dubbi (e impedito di fare una libera scelta). lo me

ne stavo zitto, ma il mio desiderio mi era dipinto in volto. e con il desiderio la domanda assai

più efficace che non se l’avessi espressa esplicitamente .

Beatrice agì con me come fece Daniele con Nabucodonosor, quando lo liberò dall’ira, che

l’aveva reso ingiustamente crudele:

Il profeta Daniele, per ispirazione divina, indovinò ed interpretò un sogno che il re

Nabucodonosor aveva fatto e dimenticato, e che i sapienti babilonesi non riuscivano

a indovinare, per cui il re, adirato, aveva dato ordine di ucciderli (Daniele II, 1-45).

Come Daniele aveva ricevuto da Dio la rivelazione necessaria, così Beatrice può

leggere in Dio i dubbi che angustiano Dante. L'aver incontrato Piccarda, Costanza e

altre anime nel cielo della Luna sembra a Dante una conferma della tesi sostenuta da

Platone (Timeo 41 d sgg.), secondo la quale l'anima preesiste al corpo e dimora in

una stella prima di essere inviata a vivíficare la materia corporea; dopo la morte

dell'individuo ritorna alla sua stella, se nuove colpe non la condannano a reincarnarsi

in un corpo inferiore. Poiché questa posizione è assolutamente contraria alla dottrina

cattolica, la quale afferma che l'anima è creata da Dio quando viene infusa nel corpo,

dal quale si separa con la morte per andare al premio o al castigo meritato, Beatrice

la discute per prima (versi 26-27), esponendo l'ordinamento morale del Paradiso. 21

e disse: “ lo vedo chiaramente come due dubbi (di ugual forza) ti stimolano a chiedere, in

modo che la tua ansia ( di risolverli entrambi ) impaccia se stessa così che non riesce a

manifestarsi .

Tu ragioni così: “Se la buona volontà persevera nel proposito fatto, per quale motivo la

violenza altrui (impedendomi di osservarlo) mi diminuisce la quantità del merito?”

Ti dà motivo di ulteriore dubbio il fatto che le anime, secondo l’opinione di Platone, sembrano

ritornare ( dopo la morte del corpo) nei cieli.

Questi sono i dubbi che premono con uguale forza sulla tua volontà; e pertanto risponderò

prima a quello che è più pericoloso

Le parole di Beatrice - queste son le question e pria tratterò quella... - autorizzano il

lettore ad aspettare una sottile indagine filosofico-morale intorno ai due dubbi di

Dante. E in effetti il contenuto del canto IV è squisitamente dottrinale, così che la

trepida figura di Piccarda e la luce della gran Costanza sembrano davvero svanite

come per acqua cupa cosa grave, senza lasciare traccia. Anche l'immagine folgorante

di luce e di amore di Beatrice, con la quale si era chiusa il canto precedente, lascia il

posto a una figura rigidamente chiusa nelle sue argomentazioni, che affronta per

Dante il problema delle anime che hanno mancato nell'adempimento dei voti.

Tuttavia questa impressione di austerità dottrinale, che neppure le tre metafore

iniziali, di accentuato vigore drammatico, riescono ad ammorbidire, è destinata a

scomparire nelle terzine seguenti, le quali, se rícorderanno appena Piccarda e

Costanza, riproporranno tuttavia la luminosa figura di Beatrice (versi 118-120 e 139-

140) e lo smarrimento contemplativo di Dante (versi 141-142): due elementi di

sicura vìbrazìone lirica tutte le volte che appaiono nella trama del Paradiso. Non è

una poesia di sicura presa, che svolga con decisione e continuità il motivo

sentimentale-psicologico-affettivo che Dante ha presentato in tante pagine

dell'Inferno e del Purgatorio, e che è tornato a riproporre nel canto III del Paradiso,

e nemmeno una poesia che faccia perno su una figura monografica o su un intenso

svolgimento dell'azione. I due interlocutori appaiono immobili, non c'è intorno danza

o canto di beati, i loro interventi si susseguono nel ritmo della domanda e risposta,

eppure le loro parole rivelano una disposizione interiore eccezionale: Dante tutto

teso alla conquista della suprema verità, Beatrice trasfigurata dalla gioia di chi sa di

comunicare la verità. A un'altra manifestazione - diversa da quella di Piccarda, meno

adatta a toccare le corde del cuore, ma non per questo meno valida - del senso e

dell'ansia del divino che strutturano la cantica. Questa tensione spirituale, per cui la

conquista della verità è presentata come lotta, come drammatico «rampollare» di

dubbi (cfr. versi 130-132), spiega il linguaggio attivo che caratterizza il canto, il

procedere immediato e sicuro, la chiarezza e la forza del singolo termine, capace di

racchiudere, nel suo breve giro, il significato di un intero concetto. Infatti, nella

misura in cui nei beati i lineamenti del corpo si assottigliano, i ricordi terreni si

dissolvono, e la presenza del tema filosofico e mistico diventa predominante,

subentra nel Poeta la preoccupazione di sostenere con la materialità e la concretezza

del linguaggio un mondo che altrimenti diverrebbe troppo sfumato o troppo astratto.

Quello dei Serafini che sta più vicino a Dio, Mosè, Samuele, e quello dei due Giovanni che

preferisci, e neppure, dico, la Vergine Maria,

hanno la loro sede in un cielo diverso da quello dove risiedono questi spiriti che ti sono apparsi

or ora, né è stato assegnato alla loro beatitudine un numero maggiore o minore di anni ; 22

ma tutti quanti i beati adornano l’Empireo, il primo cielo, e godono della beatitudine in misura

diversa secondo la loro capacità di sentire più o meno intensamente l’amore divino.

I Serafini sono il coro angelico più vicino a Dio e presiedono alla guida del Primo

Mobile. Mosè fu il più grande condottiero e legislatore del popolo eletto, e Samuele il

profeta ispirato da Dio a istituire la monarchia tra gli Ebrei. Giovanni può essere o il

Battista, che preparò la strada alla venuta di Cristo, o l'Evangelista, il prediletto fra

gli apostoli. Tutte le anime - afferma Beatrice - hanno la loro sede effettiva

nell'Empireo, il grande anfiteatro celeste che Dante presenterà negli ultimi canti, e

sulle cui scalinate siedono, in contemplazione eterna di Dio, i beati. Nel paradiso non

possono, infatti, esistere le corrispondenze e le simmetrie che hanno caratterizzato,

sotto il profilo morale e geografico, i due regni precedenti, "e così doveva essere,

data la concezione cristiana della salvazione. Per salvarsi basta esser morto in

pentimento sincero dei propri peccati"(Porena). Tuttavia il Poeta ha già affermato

che se le anime beate, soggettivamente parlando, godono di un uguale grado di

beatitudine, da un punto di vista oggettivo la loro beatitudine, a seconda dei meriti, è

diversa (canto III, versi 70-90): nell'Empireo essa sarà rappresentata dalla

distribuzione dei beati nelle scalinate degradanti dell'anfiteatro. "Ma se con ciò era a

posto il teologo, non altrettanto era sodisfatto l'artista: a cui troppo doveva dolere

che la terza cantica avesse a discordare tanto dalla bella varietà articolata delle

prime due. A ristabilire una certa somiglianza, ricorse allo espediente d'immaginare

che via via che egli e Beatrice, nella loro ascesa all'Empíreo, attraversano una delle

sfere celesti, un gruppo di beati si parta dal paradiso e vada a incontrarli. In tal modo

le sfere si popolano anch'esse, e poiché il poeta immagina che le anime che scendono

nei vari cieli siano quelle che in terra hanno subìto l'influsso del cielo corrispondente,

ecco che le schiere che successivamente egli incontra vengono a costituire

aggruppamenti psicologici simili in certo modo a quelli dei primi due regni. E con

questo espediente otteneva un altro grande vantaggio. In quel suo paradiso

teologicamente concepito, ove le anime, tutte in presenza di Dio, sono interamente

assorbite nella eterna contemplazione divina, sarebbe stato assai sconveniente che

egli potesse. come nei primi due regni,. intrecciare colloqui coi singoli spiriti,

parlando di persone e cose terrene; e gli sarebbe mancata anche la possibilità

materiale di andarsi aggirando per quei circoli e per quelle scalee. Distaccando

successivamente dall'Empireo i vari gruppi d'anime che gli scendono incontro, con

quei gruppi staccati e in regioni celesti separate può invece aver luogo quel contatto

e quello scambio di discorsi che avviene nei cerchi infernali e in quelli del purgatorio;

e anche una certa varietà scenografica di presentazione e d'ambiente. Così, dunque,

rientra nella terza cantica quella simmetria con le due prime che la pura concezione

teologica escludeva; e Dante ottiene l'effetto di appagare col suo Empireo le esigenze

teologiche, e con gli altri cieli le esigenze poetiche. Il primo è il vero paradiso

teologico, ed è quello che dura eternamente e ci rappresenta la vera condizione delle

anime beate; il secondo è meramente transitorio ed eccezionale... La discesa dei vari

gruppi di anime nei vari cieli ha un altro vantaggio: quello di poterci rappresentare

una forma di psicologia e di beatitudine paradisiaca meno trascendentale di quella

dei beati dell'Empireo." (Porena)

( Gli spiriti che hai visto ) ti apparvero nel cielo della Luna, non perché sia loro assegnata in

sorte questa sfera, ma per darti un segno sensibile del loro grado di beatitudine che è 1’ultimo

nel cielo Empireo.

Con segni sensibili occorre parlare alla vostra intelligenza, perché solo dalla percezione

sensibile essa apprende le immagini che poi trasforma in concetti. 23

In questa affermazione è implicito uno dei fondamentali e più luminosi principi

dell'arte di Dante: basare cioè il mondo della fantasia sul concreto, sul reale (cfr.

Paradiso, XVII, 139 sgg.); il che egli ha fatto mirabilmente nella Commedia in cui è

riuscito a dare definita concretezza, e con una stupefacente levità, anche al regno del

puro spirito." (Grabber)

Per questo la Sacra Scrittura s’adatta alla vostra capacita, e attribuisce a Dio piedi e mani,

intendendo alludere ad altro ( cioè agli attributi spirituali della divinità );

e la Santa Chiesa vi rappresenta con figura umana Gabriele e Michele, e l’altro arcangelo,

Raffaele, che guari Tobia.

Dante accenna, nel verso 48, all'arcangelo Raffaele, che accompagnò il giovane Tobia

in un lungo viaggio, lo protesse, e al ritorno fece guarire dalla cecità il vecchio Tobìa

(cfr. Tobia III, 16-17; V, 4 sgg.; VI, 1 sgg.).

Ciò che (Platone) dice nel Timeo intorno alla sorte delle anime non è conforme a ciò che si

vede nel cielo della Luna, poiché pare che intenda proprio in senso letterale (quello che

afferma).

Platone sostiene che l’anima (dopo la morte ) ritorna alla sua stella, poiché crede che essa sia

stata staccata da li quando la natura l’assegnò al corpo come principio informatore;

ma forse la sua opinione è diversa da quello che significano, letteralmente, le sue parole, e può

darsi che egli sostenga un principio che non meriti di essere deriso.

Se egli intende far risalire a questi cieli il merito e il biasimo degli influssi buoni e cattivi sulle

anime, forse il suo pensiero coglie in parte la verità.

In quattro concise terzine, nelle quali la forza didascalica del discorso di Beatrice

assume un tono suasivo più che polemico, Dante respinge la dottrina platonica della

presenza delle anime nei singoli cieli: infatti quello che appare nella sfera della Luna

è finzione, mentre sembra che le affermazioni contenute nel dialogo platonico Timeo

debbano essere intese alla lettera. Tuttavia, anche qui, come già nel Convivio (IV,

XXI, 2-3), il Poeta opera un tentativo di conciliazione con il pensiero di Platone,

avanzando l'ipotesi che le espressioni del Timeo non intendano riferirsi a un vero e

proprio ritorno dell'anima al cielo da cui era discesa, ma agli influssi, benefici o

malefici, esercitati dai corpi celesti sulle anime. Riguardo a questa dottrina Dante

(cfr. Purgatorio XVI, 73-78) rìconosce, come del resto tutto il Medioevo, che le

influenze astrali determinano nell'uomo le inclinazioni naturali.

Questa dottrina degli influssi celesti, male intesa nel suo significato, un tempo fece errare

quasi tutto il mondo, tanto che questo giunse a chiamare gli astri col nome di Giove, Mercurio

e Marte. 24

L’altro dubbio che ti turba è meno pericoloso, poiché l’errore che può derivare da esso non ti

potrebbe allontanare da me (cioè dalla vera fede).

Che la giustizia divina possa sembrare ingiusta agli occhi dei mortali, è motivo di fede e non di

iniquo atteggiamento di eresia.

Ma poiché il vostro intelletto può ben giungere a comprendere questa verità (sui voti

inadempiuti), ti accontenterò, dandoti la spiegazione che tu desideri.

Se si ha vera violenza solo quando chi la subisce non asseconda minimamente colui che la

compie, queste anime non possono essere giustificate completamente a causa di tale violenza,

perché, se non vuole, la volontà non si piega, ma si comporta come fa la natura nella fiamma (

che tende sempre ad andare verso l’alto),

anche se una forza violenta cerca di piegarla verso il basso. Per cui, se la volontà cede, o di

molto o di poco, asseconda la violenza; e così fecero queste anime ( cioè si piegarono alla

violenza), mentre avrebbero potuto ritornare nel chiostro.

Prima di spiegare il dubbio dei suo discepolo di fronte al problema della volontà

umana che soggiace alla violenza, Beatrice premette che alcune volte le decisìoni

divine appaìono frutto di ingiustizia, più che di giustizia e di amore, perché la mente

umana non riesce a penetrare il mistero delle disposizioni di Dío. La volontà

dell'uomo ha in sé la possibilità di opporsi, in ogni momento, alla violenza, la quale è

tale solo, quando chi la subisce non collabora per nulla all'azione di chi la compie,

non arrendendosi mai: questa volontà è la salda forza interiore dei martiri e degli

eroi (versi 83-84). Invece le anime del cielo della Luna, che avrebbero potuto opporsi

alla violenza compíuta su di loro, ritornando alla vita del chiostro (versi 85-86), non

trovarono il coraggio sufficiente per farlo. Nella lucidissima spìegazione di Beatrice

non sono rari i momenti di vigore poetico, soprattutto quando l'argomento è di quelli

che impegnano in modo tutto particolare il mondo morale del Poeta. Il momento di

maggiore accensione lirica del canto, oltre che nelle terzine finali, dove limpido ed

efficace si alza il canto di ringraziamento a Beatrice, è nei versi 76-78, dove "tutto è

volontà e fiamma... sì che, mentre trionfale splende l'immagine del foco anelante di

salire, una forza dura martella certe parole in cui più in particolare s'incide

l'incoercibile potenza del volere: ché volontà, se non vuol, non s'ammorza... se mille

volte violenza, il torza. Il primo verso, col suo ritmo cadenzato e spostato sulla

settima [sillaba], è il pìù fieramente battuto e in esso due volte torna l'immagine del

volere: volontà... vuol. E' questa la più alta e fiera celebrazione della umana volontà:

adeguata all'anima di chi sentì la vita e ogni suo ideale come lotta ed eroismo di

fede" (Grabber).

Se la loro volontà fosse stata salda, come quella che tenne San Lorenzo immobile sulla

graticola, e quella che rese Muzio Scevola inesorabile con la propria mano ( tenendola sul

fuoco),certamente le avrebbe spinte a ripercorrere la strada dalla quale erano state sviate, non

appena furono libere (dalla violenza materiale); ma una volontà così salda è molto rara.

Lorenzo è il santo diacono romano martirizzato nel 258. Posto su una graticola, ebbe

la forza di chiedere ai suoi carnefici di essere girato dall'altra parte, poiché su un

fianco il fuoco aveva compiuto la sua opera. All'esempio cristiano segue quello

pagano di Muzio Scevola, il leggendario soldato romano che lasciò bruciare sul fuoco

la mano destra, per punirla di aver fallito

nel colpire il re etrusco Porsenna, che cingeva d'assedio Roma. 25

E da queste parole, se le hai assimilate dentro di te come devi, risulta annullato il tuo

ragionamento che ti avrebbe procurato turbamento molte altre volte ancora.

Ma ora ti si pone davanti alla mente un’altra difficoltà, tale, che con le tue sole forze non

saresti in grado di superare:

ti stancheresti prima. Io ti ho fatto capire come cosa certa che un anima beata non può

mentire, poiché essa è sempre vicina a Dio, la verità suprema;

e dopo questo hai potuto udire da Piccarda che Costanza mantenne salda la volontà di

osservare il voto; cosi che sembra che le sue parole in questo punto siano in contraddizione

con le mie. Fratello, è già accaduto molte volte che, per fuggire un danno, si sia fatto a

malincuore qualche cosa che non si sarebbe dovuto fare;

come Almeone, il quale, pregato di questo dal padre, uccise la propria madre, e così, per non

mancare all’obbligo della pietà filiale (verso il padre), divenne spietato (verso la madre).

Quando: si giunge a questo punto (cioè al punto di commettere il male per fuggire un altro

male! voglio che tu comprenda che la violenza altrui si mescola alla volontà (di chi la subisce),

e (così unite) fanno si che non si possano scusare (come involontarie) le offese a Dio.

La volontà assoluta non acconsente al male;

ma vi acconsente solo in quanto teme, se si trae indietro, di provocare un male peggiore.

Dopo aver affermato, in un verso che ha la saldezza di una sentenza morale (verso

87), che pochi sono capaci di giungere a quella volontà eroica che mai s'ammorza,

Beatrice spiega la apparente contraddizione fra le parole di Piccarda (Costanza,

anche uscita dal chiostro, conservò nel suo intimo il voto fatto) e le sue (le anime del

primo cielo non si opposero completamente alla violenza). Ancora una volta le sue

affermazioni sono desunte dalla Scolastica: esiste una volontà assoluta, che di per sé

non vuole il male, e una volontà relativa o respettiva, la quale può piegarsi a un male

per evitarne uno maggiore: "può l'uomo volere con volontà respettiva quel che non

vorrebbe secondo la volontà assoluta" (Buti). Così le anime del cìelo della Luna, per

timore della violenza, che giudicavano il maggior danno per sé, si piegarono al male,

consentendo ad abbandonare i voti fatti. Piccarda, allorché sostiene che Costanza

restò legata al suo voto per tutta la vita, intende parlare di volontà assoluta, mentre

Beatrice si riferisce solo a quella relativa.

Perciò, quando Piccarda afferma quello, intende riferirsi alla volontà assoluta, e io invece

all’altra; cosicché entrambe diciamo la verità ”.

Questo fu lo svolgimento del santo discorso ( paragonato a un ruscello, rio) che uscì dalla

sorgente (Dio) dalla quale deriva ogni verità; ed esso risolse entrambi i miei dubbi.

Io poi dissi: “O amata da Dio, primo amore, o creatura divina, le cui parole mi attraversano e

mi riscaldano con tale intensità, che mi vivificano sempre di più, il mio sentimento di

gratitudine (per quanto grande) non può bastare a ringraziarvi del dono da voi ricevuto;

ma Colui che tutto vede e tutto può vi ricompensi . Io ben comprendo che mai la nostra mente

può saziarsi, se non è illuminata da quella verità al di fuori della quale non può esistere nessun

altro vero. 26

Appena ha raggiunto questa verità, la nostra mente si riposa in essa come la fiera (si riposa,

sazia) nella sua tana; e la può raggiungere: altrimenti (se non), ogni nostro desiderio (di

possedere la verità) sarebbe vano.

Per questo desiderio il dubbio spunta ai piedi della verità, come un germoglio alla radice della

pianta; ed e un impulso naturale quello che ci spinge a salire di colle in colle fino alla vetta

suprema.

Questo fatto (il dubbio come impulso per la conquista del vero ) mi invita, questo mi dà

coraggio, o donna, a chiedervi umilmente la spiegazione di un’altra verità che mi è oscura.

Mentre il verso 118 rivela il gusto, tipicamente medievale, di accostare parole simili

(amanza... amante), quelli seguenti sono costruiti secondo il più vigoroso e schietto

stile dantesco, ricco di metafore dall'ampio valore espressivo, nelle quali il discorso

sul problema del sapere si trasforma in senso visivo: le parole di Beatrice

«inondano» l'animo del Poeta, la verità suprema lo illustra, « spaziando » ovunque,

facendo nascere un desiderio insaziato di conoscenza, per cui da ogni singola verità

raggiunta « rampolla » il desiderio di procedere ulteriormente. In questi versi,

traduzione poetica di un passo del Convivio (IV, XIII, 1-2: "lo desiderio de la scienza

non è sempre uno, ma è molti, e finito l'uno, viene l'altro; sì che, propriamente

parlando. non è crescere lo suo dilatare, ma successione di picciola cosa in grande

cosa... e questo cotale dilatare non è cagione d'imperfezione, ma di perfezione

maggiore"), Dante trasfonde "il fecondo processo dello spirito; il quale, attraverso

errori e dubbi, si tormenta per raggiungere la vera sapienza che, e qui l'immagine ci

leva dalla terra verso il cielo richiamando anche si spazia (verso 126), non conosce

bassure bensì vette sempre più ardue ed eccelse, fino al sommo dove l'uomo anela di

congiungersi a Dio. Abbiamo visto prima la volontà come fiamma saliente e

incoercibile (versi 73-78) e qui, in una profonda austerità di meditazione, abbiamo la

verità e l'intelletto drammatizzati in potentissime immagini; poicbé anche il vero e

l'assidua lotta per raggiungerlo, sono per Dante passione viva e motivo della più alta

poesia: quella stessa che accende, in tanta parte, la presunta astrattezza del

Paradiso" (Grablier).

Desidero sapere se l’uomo può compensare al vostro cospetto i voti inadempiuti commutandoli

con altre opere buone,

tali che, pesate sulla bilancia della vostra giustizia, non sembrino piccole”.

Beatrice mi guardò con gli occhi così divinamente pieni di sfavillante amore, che la mia facoltà

visiva, vinta, dovette distogliersi da lei,

e chinando i miei occhi quasi venni meno.

ore mi rispose come verrà rivelato nel canto seguente. 27

PARADISO CANTO XI

O stolta preoccupazione dei mortali, quanto sono erronei quei ragionamenti che vi fanno

volgere alle cose terrene!

Chi se ne andava dietro alla giurisprudenza, e chi dietro alla medicina, e chi inseguiva i benefici

ecclesiastici, e chi cercava di dominare con la violenza o con la frode e chi era occupato a

rubare, e chi in attività pubbliche;

chi si affaticava immerso nei piaceri della carne, e chi invece si abbandonava all’ozio, mentre

io, libero da tutte queste vane sollecitudini, lassù in cielo in compagnia di Beatrice ero accolto

con tanta festa.

La contrapposizione fra l'uomo " carnale ", che si occupa del mondo e segue il suo

piacere, e l'uomo " spirituale ", che contempla le cose eterne, è un luogo comune

della letteratura ascetica; e fra i testi in volgare ce n'è uno di intonazione

volutamente popolaresca che può aiutare a comprendere la risonanza del tema,

ovunque diffuso: il Ritmo Cassinese. Tuttavia nei versi di Dante la superba

accentuazione ritmica, I'investitura assorta nella corte del cielo, il moto saliente e

tuttavia estatico, dicono un nuovo processo di individuazione. Con un tratto

sdegnoso il Poeta coinvolge in un solo atto di rifiuto le occupazioni mondane, dalle

più degne seguendo sacerdozio , ( ma sarà da pensare al fatto storico del potere

civile che la Chiesa si trovò sulle braccia alla dissoluzione dell'impero carolingio: la

spirital corte, la curia dei vescovi, esercitò, specie in Italia, il potere politico) alle

meno plausibili , e chi rubare -. Ma l'accento poetico rivelatore del nesso logico cade

su quell'avverbio, - gloriosamente - che dice il moto lento ed invincibile

dell'assunzione gloriosa di Dante e Beatrice nei cieli dei beati.

Dopo che ognuno (dei dodici spiriti) fu tornato (danzando) nel punto del cerchio in cui si

trovava prima, si fermò immobile, come (è immobile) una candela sul candeliere.

E dentro quella luce (San Tommaso) che prima mi aveva parlato, mentre sorrideva facendosi

più splendente, io udii incominciare:

“ Come io risplendo del raggio divino, così, lo sguardo nella luce eterna di Dio, conosco da

dove abbiano origine le tue incertezze.

Tu dubiti, e desideri che il mio discorso si chiarisca con una esposizione così evidente e ampia,

che si distenda davanti alla tua capacità di intendere, riguardo al punto in cui prima dissi “U’

ben s’impingua”, e all’altro in cui dissi “Non surse il secondo”;

e a proposito di questi dubbi è necessario procedere con opportune distinzioni.

San Tommaso, nel canto precedente, ha presentato la rassegna degli spiriti sapienti

e fra le sue prime parole e quelle che ora seguono c'è stato il doppio intermezzo del

mattutino conventuale e del rifiuto della mondanità: nella verticalità raggiante del

suo lume egli adesso, alla ripresa, sorride (che è tratto lieve ed allegro, per tanto

filosofo); né ha più bisogno di sillogizzare ancora o di dedurre e indurre,

investigando, ma splende della luce di Dio e in Dio, che sa tutto, apprende. I due

dubbi, qui ripresi dal discorso precedente e ancora una volta sospesi, concernono la

28

decadenza degli istituti monastici e la sapienza di Salomone, e proprio la spiegazione

sospesa e protratta li innalza e li ingrandisce.

La provvidenza, che governa il mondo con sapienza così profonda che davanti ad essa ogni

intelligenza creata è vinta prima di riuscire a penetrarla fino in fondo.

affinché la Chiesa, la sposa di Cristo, che con alte grida si unì a lei nel suo sangue benedetto

(versato sulla croce), procedesse verso il suo diletto,

I versi 32-33 riecheggiano espressioni evangeliche: poco prima di morire Gesù

"gridando a gran voce, disse: " Padre... " (Luca XXIII 46; cfr. anche Matteo XXVII,

50; Marco XV, 37). .

più sicura in se stessa e anche più fedele a Lui, decretò in suo aiuto (ordinò in suo favore) due

capi, che le fossero di guida da una parte con la carità e dall’altra con la sapienza.

Due principi ordinò: San Francesco e San Domenico, fondatori dei due grandi ordini

religiosi del secolo XII, quello dei francescani e quello dei domenicani. Il primo si

propose di diffondere la fedeltà ai precetti di Cristo (povertà, carità, castità, umiltà),

l'altro di lottare contro gli eretici, affinché la Chiesa fosse più fida nella sua

obbedienza a Cristo e più sicura di fronte alle eresie. E cosi sintetizzato in questa

terzina il compito riformatore per il quale nacquero i due ordini religiosi: riportare

alla purezza di vita e di pensiero la corrotta società cristiana del tempo e rigenerare i

costumi ecclesiastici.

Uno fu tutto ardente di carità come un Serafino; l’altro per la sua sapienza fu in terra una luce

degna della scienza propria dei Cherubini.

San Francesco arse di carità come i Serafini, il cui nome significa " ardenti di carità ",

e San Domenico fu dotato di pienezza di scienza come i Cherubini, che nella

gerarchia angelica rappresentano la sapienza (cfr. San Tommaso - Summa

Theologica I, LXIII, 7).

Parlerò di uno di costoro, perché lodando uno si celebrano entrambi, qualunque dei due si

scelga, perché le loro opere mirarono allo stesso fine.

Il domenicano San Tommaso celebra l'elogio di San Francesco, mentre nel canto

seguente il francescano San Bonaventura loderà San Domenico. Dante si ispira

all'uso, molto antico, secondo il quale, nelle feste dei due santi fondatori, nelle chiese

francescane un domenicano pronunciava il panegirico di San Francesco e nelle chiese

29

domenicane un francescano esaltava San Domenico. Tuttavia l'intento del Poeta e

quello di proporre un esempio di concordia ai due ordini religiosi che sulla terra, in

quel tempo, apparivano divisi da profondi dissensi e rivalità sia in campo pratico che

in campo dottrinale. Via via il tono del discorso di San Tommaso si innalza, pur

sempre serbando quell'ardente fissità suggerita dall'immagine iniziale: fermossi,

come a candellier candela. Dante, misurando con un solo sguardo l'alto e il profondo,

dal segreto dei disegni provvidenziali, tale che nessuna vista può penetrarne tutto il

mistero, e da una confessione d'impotenza prende le mosse per avviarsi agilmente a

dir gioia e lutti, allegrezza e sangue delle nozze di Cristo e della Sposa. Il Duecento è

tutto pervaso ed esaltato dall'opera complessa degli ordini mendicanti, in ogni

campo della vita della cristianità occidentale: slancio caritativo del francescanesimo,

che rompe i vincoli della chiusa società feudale, riconcilia le creature nel segno della

paternità comune di Dio, ritrova benigna la natura, da tanto tempo considerata

maligna, avversa e diabolica nella concezione manichea: e sapienza dell'ordine

domenicano, che promuove la nuova organizzazione scientifica, sincretizzando il

sapere antico con la Rivelazione cristiana. Lo sfondo storico dei due canti agiografici

è anche più ampio che lo sfondo paesistico del ritratto di Francesco e di quello di

Domenico, ma sottinteso e come velato da quell'immagine della Provvidenza

profonda.

Tra il fiume Topino e il fiume Chiascio, l’acqua che scende dal monte scelto dal beato Ubaldo

come eremitaggio, digrada la fertile costa dell’alto massiccio del Subasio, dal quale Perugia

riceve verso Porta Sole i venti freddi d’inverno e caldi d’estate;

e sul versante opposto del Subasio piange sotto il pesante giogo Nocera con Gualdo Tadino.

Prima di presentare la figura di San Francesco il Poeta presenta il luogo in cui egli

nacque, l'ambiente in cui incominciò a svolgere la sua missione. Fra le valli del

Topino e del Chiascio si eleva un massiccio montuoso (la cui cima più alta è il

Subasio su cui sorge Assisi) che a nord-ovest digrada verso Spoleto e Perugia con un

fertile pendio. Le acque del Chiascio scendono dal Colle di Gubbio, non lontano dal

monte Ingino sul quale il beato Ubaldo Baldassini, vescovo di Gubbio dal 1129 al

1160, aveva condotto vita eremitica. Perugia, che sorge davanti al Subasio, riceve

dall'alto monte, nella parte orientale, dove si trova la Porta Sole ( oggi distrutta ), le

correnti fredde o calde a seconda delle stagioni. Dietro al Subasio, e quindi opposte

ad Assisi, si trovano Nocera e Gualdo Tadino sotto grave giogo, perché non solo il

massiccio montuoso non le protegge dai venti, ma toglie loro anche le poche ore di

sole di cui potrebbero godere. Altri interpreti, basandosi su Benvenuto da Imola,

propongono una diversa spiegazione: le due città piangono sotto il grave giogo dei

Perugini, che le dominarono tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo. Secondo

altri, l'oppressione sarebbe quella esercitata dal governo di Roberto d'Angiò.

Sulla costa occidentale ( del Subasio ), là dove essa diventa meno ripida, nacque al mondo un

sole, come talvolta questo sole ( in cui ora ci troviamo) nasce dal Gange.

La luce spirituale di San Francesco ha lo stesso fulgore di quella del sole quando, nell'equinozio

di primavera, esso sorge, rispetto al meridiano di Gerusalemme, nel suo punto più orientale (di

Gange).

Perciò chi parla di quel luogo, non dica Assisi, perché direbbe troppo poco, ma dica Oriente, se

vuol parlare con proprietà (proprio). 30

Continua in questa terzina la rispondenza fra il sole vero e il sole figurato. Poiché

nell'antico nome di Assisi - Ascesi - Dante vede il significato di " ascendere ", osserva

che con la nascita di Francesco ad Assisi non solo ascende, ma addirittura nasce il

nuovo sole, per cui essa meriterebbe il nome di Oriente. La legenda francescana, in

cui Dante si inserisce con strapotente forza, ha tale importanza nella storia delle

lettere e delle arti, specie d'Italia, che non potremo trascurare del tutto una

inquadratura storica. Mentre, essendo ancora vivo Francesco, si accese il dibattito fra

i seguaci più severi del Santo, più attenti all'opera invincibilmente ardita dello

spirito, e quelli più intenti ad un compromesso che consentisse alla società ed alla

storia di far propria in misura maggiore la sua eredità, nel campo artistico si formò

una tradizione che vide da una parte i moduli agiografici del pietismo spirituale (con

la Legenda trium sociorum e i Fioretti) e dall'altra le impegnate creazioni di Cimabue

e Giotto. Dante si dispone in questa tradizione artistica, ma diventa "autore di un

ritratto, e quasi capostipite di una iconografia, che accentua i dati dell'ardore,

dell'estasi, del rapimento" (Apollonio), accogliendo, inoltre, con un tratto più giulivo

l'ispirazione naturalistica. Così il proemio paesistico, svolto sul tema del sole e

largamente antifonato dall'allegoria dell'oriente, si appoggia a dati concreti

variamente contrapposti: i fiumi e le terre, e il freddo e il caldo a Perugia da Porta

Sole, e l'ombra del massiccio montagnoso su Nocera e su Gualdo di contro al

versante aprico.

Questo sole non era ancora molto lontano dal momento della sua comparsa, quando cominciò

a far si che la terra sentisse qualche beneficio della sua potenza vivificatrice, perché, ancora

giovane, affrontò una lotta col padre per amore di una donna tale, la Povertà, alla quale, come

alla morte, nessuno fa grata accoglienza;

e davanti alla curia vescovile della sua città e alla presenza del padre si unì a lei come sposo;

in seguito l’amò di giorno in giorno sempre più intensamente.

A partire dal verso 55 Dante incomincia a narrare le tappe principali della vita di San

Francesco, prendendo come sue fonti la vita del Santo scritta da Tommaso da Celano

e quella scritta da San Bonaventura. Francesco, figlio del mercante Pietro

Bernardone, abbandonò le cose del mondo e iniziò la sua vita di ascesi nel 1206,

all'età di ventiquattro anni. Fondamento della sua nuova vita e della sua dottrina fu

l'amore per la povertà. Per essa dovette lottare contro la fiera opposizione del padre,

che giunse a citarlo davanti alla curia vescovile di Assisi nel 1207. In quell'occasione

Francesco non solo rinunciò a tutti i suoi beni, ma in presenza del vescovo e del

popolo restituì al padre anche gli abiti che indossava. "Il tema delle mistiche nozze,

largamente svolto nella letteratura francescana del Duecento... costituisce il fulcro

intorno a cui si compone, secondo la tecnica oratoria, tutto il panegirico

dantesco."(Sapegno)

Questa donna (la Povertà), rimasta vedova del suo primo sposo, Cristo, era stata per oltre

mille e cento anni disprezzata e dimenticata, senza che alcuno la ricercasse, fino alla nascita di

costui;

né valse (a farla amare) l’udire che Cesare, colui che sgomentò tutto il mondo, la trovò

tranquilla e serena, al suono della sua voce, accanto ad Amiclate; 31

Lucano, nella Parsaolia (V, 515,531), narra che Amiclate, pescatore dell'Illiria, forte

della sua povertà, teneva sempre aperta la porta della sua capanna, mentre in quei

luoghi combattevano duramente le truppe pompeiane e cesariane. Non si sgomento

neppure quando lo stesso Cesare entrò nella sua dimora.

né le valse l’essersi dimostrata fedele ed eroica al punto da patire con Cristo sulla croce,

laddove (anche) Maria rimase ai piedi di essa.

Ma perché io non continui a parlare in modo troppo oscuro, nel mio lungo discorso intendi

ormai per questi due amanti Francesco e la Povertà.

La loro concordia e la letizia dei loro aspetti facevano si che l’amore e l’ammirazione e la dolce

contemplazione che ne derivavano fossero motivo di santi pensieri (in chi li vedeva);

tanto che il beato Bernardo si scalzò per primo, e corse dietro a questa grande pace spirituale

e, pur correndo, gli sembrò di andare troppo lento.

Bernardo da Quintavalle, un ricco e nobile signore di Assisi, fu il primo seguace di

Francesco. Lo seguirono subito dopo Egidio e Silvestro, entrambi assisiati (cfr. verso

83).

O ricchezza ignorata! o bene fecondo di tanti frutti! La sposa piace tanto, che seguendo lo

sposo si scalza Egidio, si scalza Silvestro.

Poi quel padre e quel maestro se ne va (a Roma) con la sua sposa e con quel gruppo di

discepoli che già cingevano (intorno ai fianchi) l’umile cordone.

Dante, poeta d'amore e poeta cristiano, racconta qui la sua più bella storia d'amore;

e non si obietti che la Povertà è un'allegoria, e che di allegoria non si fa poesia,

perché la figura di madonna Povertà ha quella vaghezza di contrappunto ( dalla sua

immagine solitaria davanti alla porta che nessun diserra, all'unione amorosa e

all'estatico abbandono con Francesco, dalla presenza continua a fianco dello sposo

alla sua ultima apparizione in punto di morte) che Dante aveva appreso dalla poesia

provenzale.

La guerra che Francesco sostiene contro il padre è un dato storico, e un dato storico

è il conforto della virtù che largisce alla sua terra: si opera così un passaggio dal

tema del sole a quello delle gesta eroiche, dall'orto al corse, che è gesto anche di

torneo cavalleresco;

ma c'è pure un sentimento tutto dantesco, di uomo vivo, quando parla insieme del

ribrezzo della povertà e della morte.

Anche il lungo intermezzo della storia antica e della storia sacra (la Povertà sicura in

mezzo alle guerre e al cospetto imperiale, la Povertà che, morto Cristo, rimane per

millecent'anni e più dispersa e scura) rende più ricco e ammirabile il quadro nuziale,

32

come un fondo d'oro e d'azzurro, mentre la storia d'amore si svolge con il dinamismo

proprio dell'affresco, dove le singole scene si susseguono senza interruzione, le une

alle altre.

Cosi si passa dall'estasi innamorata degli amanti alle conversioni dei seguaci, colti

nel gesto di scalzarsi e di correre a piedi nudi, alla processione dimessa della gente

poverella, legata dall'umile capestro, dietro gli amanti.

Né viltà d’animo gli fece abbassare gli occhi per il fatto di essere figlio del mercante Pietro

Bernardone, o per il fatto di avere un aspetto tanto spregevole da suscitare stupore,

ma con regale dignità manifestò al papa Innocenzo III il suo proposito di una vita austera, e da

lui ebbe il primo riconoscimento del nuovo ordine.

Recatosi a Roma ( verso 85 ) con undici discepoli alla fine del 1209 o all'inizio del

1210, Francesco ottenne dal pontefice Innocenzo III il primo riconoscimento della

sua regola (giugno 1210), anche se si trattò di un'approvazione soltanto verbale. Il

solenne riconoscimento del nuovo ordine avvenne sotto il pontefice Onorio III con

una bolla papale nel novembre del 1223 (versi 97-99).

Dopo che i seguaci della povertà si moltiplicarono dietro le orme di costui, la cui vita mirabile si

canterebbe meglio (che altrove) nella gloria del cielo, la santa volontà di questo pastore fu

coronata con una seconda approvazione dallo Spirito Santo per mezzo di papa Onorio III.

E dopo che, spinto dalla sete del martirio, ebbe predicato la dottrina di Cristo e degli apostoli

alla presenza del sultano nel fasto della sua corte, .

Dante ricorda il viaggio in Oriente compiuto da Francesco con dodici suoi frati nel

1219. Egli tentò di convertire il sultano d'Egitto Malek-al-Kamil, il quale, pur non

accettando la fede cristiana, ascoltò la predicazione di Francesco e lo trattò

benevolmente.

e avendo trovato il popolo musulmano troppo restio ad ogni tentativo di conversione, per non

restare (in terra infedele) senza frutto,

se ne tornò a far fruttificare il seme sparso in Italia, sulla cima rocciosa (della Verna) tra le

valli del Tevere e dell’Arno ricevette da

Cristo l’ultima approvazione con le sacre stimmate, che le sue membra portarono impresse per

due anni.

Nel 1224 Francesco, mentre si trovava sulla Verna per un periodo di Solitudine e di

penitenza, ricevette direttamente da Cristo l'ultimo riconoscimento, il più grande,

della sua missione: le stimmate, che egli portò per due anni, fino alla morte. 33

Quando a Dio che lo aveva destinato ad operare tanto bene, piacque di portarlo in cielo al

premio che egli aveva meritato facendosi umile, ai suoi frati, come a legittimi eredi,

raccomando la donna sua più cara (la Povertà),

e comandò loro che l’amassero con vera fede; e dal grembo della Povertà la sua nobile anima

volle partire, per tornare al cielo che era il suo regno, e per il suo corpo non volle altra bara.

Sentendosi prossimo alla morte, Francesco si fece portare alla Porziuncola, nella

chiesa di Santa Maria degli Angeli, chiedendo di morire nudo sulla nuda terra. Le

storie si compongono dentro spaziati riquadri: Francesco e papa Innocenzo III,

Francesco e papa Onorio III, l'approvaz1one verbale dell'uno, l'approvazione solenne

dell'altro, ma entrambe suggerite dallo Spirito Santo, e, in mezzo, la confessione

d'impotenza dell'agiografo nel riconoscere che la vita del Santo non può esser

narrata che come inno di gloria in cielo. E ancora il terzo riquadro dei potenti -

altrettanto suggestivo nella sua assorta grandezza umana fra i due moti opposti della

sete del martiro (verso 100) e della solitudine (verso 106) - l'incontro col sultano

d'Egitto. Poi, dal mondo alla solitudine: tornato dall'Oriente in Italia ( di nuovo uno

schizzo panoramico aduna le linee paesistiche intorno ad un centro di vita fulgente,

nel crudo sasso intra Tevero e Arno) riceve il suggello ultimo. Dopo il mistero delle

stimmate la vita di Francesco non è che un commiato, in attesa del cenno che gli

verrà da Dio, che l'ha creato al bene e alla gloria; e il verso, che era stato

drammaticamente robusto nell'esprimere la sua fiera penitenza, ridiventa andante e

lievemente ritmato nello scandire i momenti della sua morte serena.

Pensa ora (se tale fu San Francesco) quale dovette essere colui che fu suo degno compagno

nel mantenere la barca di Pietro (la Chiesa) sulla giusta rotta nel mare tempestoso; e questo

fu (San Domenico) il fondatore del nostro ordine;

per la qual cosa puoi comprendere come chi segue lui secondo le prescrizioni della sua regola,

accumula validi meriti per la vita eterna.

Ma il suo gregge è diventato ghiotto di altri cibi, cosicché non è possibile che non si disperda in

pascoli fuori della giusta strada; e guanto più i suoi frati fanno come le pecore che se ne vanno

erranti e lontane dal pastore, tanto più tornano all’ovile privi del latte (della dottrina e della

virtù ) .

Vi son bensì alcuni frati che temono il danno (dell’inosservanza della regola) e si stringono

intorno al pastore, ma sono tanto pochi, che basta poco panno per fornire loro le cappe.

Ora se le mie parole non sono oscure e se tu mi hai ascoltato attentamente, se richiami alla

memoria quello che è stato detto, sarà in parte appagato il tuo desiderio di chiarimenti,

perché vedrai per quale causa la pianta dell’ordine domenicano si corrompe, e vedrai che cosa

significa la correzione che ho fatto all’affermazione

“U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”.

PARADISO CANTO XII

Non appena la luce benedetta di San Tommaso ebbe pronunciata l’ultima parola, la santa

corona incominciò a volgersi in cerchio; e non finì di compiere un intero giro che un’altra

corona di beati la circondò, e accordò il suo moto e il suo canto al moto e al canto di quella; 34

in quei dolci strumenti questo canto supera quello dei nostri poeti e delle nostre donne tanto

quanto il raggio diretto supera quello riflesso.

Come attraverso una nube leggiera e trasparente si volgono due archi ( quelli dell’arcobaleno

quando è doppio) paralleli e fatti degli stessi colori, quando Giunone comanda alla sua ancella

(di scendere sulla terra a portare i suoi messaggi),

e l’arco esterno si forma ( per riflessione) da quello interno, allo stesso modo in cui (dalla

voce) si genera l’eco, che prende nome da colei che l’amore consumò come il sole dissolve la

nebbia,

e tali archi nel mondo rendono gli uomini sicuri che la terra non sarà mai più allagata, per il

patto stipulato da Dio con Noè, così si volgevano intorno a noi le due corone di beati, e così

quella esterna si accordò a quella interna.

Iride, messaggera di Giunone, scendendo sulla terra, dipingeva, lungo il suo percorso

in cielo, un arcobaleno. La ninfa Eco. figlia dell'Aria e della Terra, si consunse a tal

punto nel suo disperato amore per Narciso, che si ridusse solo a ossa e voce;

tramutata in sasso dagli dei, conservò di umano solo la voce ( Ovidio - Metamorfosi

III, 356-510). Dopo il diluvio universale Dio strinse con Noè un patto: non avrebbe

mai più provocato un altro diluvio e come segno di questo accordo mandò

l'arcobaleno (Genesi IX, 0-16). Con l'apparizione della seconda corona di beati che si

aggiunge alla prima, anzi che questa abbia compiuto tutto il suo giro, la poesia si

esalta nella sfera delle immagini, nella perfezione artistica del canto dei due semicori

tripudianti e del loro moto di danza, moto a moto e canto a canto, che vince ogni

umana scienza poetica ed ogni seduzione sensitiva: muse e serene. Il loro accordo è

intrinseco come la fascia interna e quella esterna dell'arcobaleno: il paragone delle

due ruote all'iride dà origine alla stupenda immagine di un patto eterno di pace e di

gioia fra il cielo e la terra, e con essa hanno termine il tripudio e la festa

dell'intermezzo proemiale.

Dopo che la danza e l’altra grande festa che le anime facevano con il cantare e con il

rispondersi di ciascuna luce all’altra, piene di gioia e di carità si arrestarono nello stesso istante

e con la stessa concorde volontà, proprio come le palpebre degli occhi devono necessariamente

abbassarsi o sollevarsi insieme, secondo il desiderio che determina i loro movimenti, dal

profondo di una di quelle luci giunte poco prima si levò una voce, che, facendomi volgere verso

il luogo da cui proveniva, mi fece assomigliare all’ago (della bussola che si orienta) in direzione

della stella polare; e incominciò:

“ Lo spirito di carità che rende più luminosa la mia bellezza mi spinge a parlare dell’altra guida

(San Domenico), per onorare la quale qui si è parlato così bene della mia (San Francesco).

E’ giusto che, dove si parla dell’uno, si ricordi anche l’altro, in modo che, come combatterono

per una stessa causa, così risplenda insieme anche la loro gloria.

La cristianità, che Cristo, a prezzo del suo sacrificio, fornì dei mezzi adatti per combattere il

peccato, seguiva la croce con poco zelo, piena di dubbi e diminuita di numero, quando Dio, che

regna per l’eternità, venne in suo soccorso, mentre essa si trovava in pericolo, non perché ne

fosse degna, ma soltanto per un atto della sua misericordia;

e come è stato detto (da San Tommaso; cfr. canto XI, versi 31-36), portò aiuto alla Chiesa,

sua sposa, con due difensori ( San Francesco e San Domenico), per la cui opera e la cui

predicazione il popolo sviato poté ravvedersi. In quella parte (la Spagna) dove il dolce Zefiro 35

sorge ad aprire le nuove fronde delle quali si vede rivestita l’Europa (in primavera), non molto

lontano dalla spiaggia battuta dalle onde (dell’Atlantico), dietro le quali il sole, come stanco del

suo lungo percorso, talvolta ( nel solstizio d’estate) tramonta nascondendosi ad ogni uomo,

sorge la fortunata (perché patria di San Domenico) Calaruega sotto il governo del re di

Castiglia, nel cui stemma (in una parte) il leone sta sotto e (nell’altra) si trova sopra.

Anche la figura di San Domenico è inquadrata in una descrizione geografica, come è

già avvenuto per quella di San Francesco (canto XI, versi 43-51). In Spagna, la terra

percorsa dallo zefiro (vento di ponente) portatore di primavera, e precisamente nella

vecchia Castiglia, siede la patria di San Domenico, la cittadina di Calaruega, dove egli

nacque nel 1170. Essa fu governata dai re di Castiglia, il cui stemma è costituito da

uno scudo inquartato da due leoni e due torri, cosicché il leone nel quarto inferiore

appare sotto alla torre (soggiace) e nel quarto superiore è posto sopra di essa

(soggioga).

Li nacque il fedele amante della fede cristiana, il santo campione benevolo verso i cristiani e

implacabile verso i nemici della fede.

La lezione sapienziale di San Bonaventura, dedicata alla vita di San Domenico, ha

inizio nell'intimo di una delle luci nove della nuova corona, quando già l'accordo delle

due ghirlande si è espresso in unità di canto e di moto. E come il ritratto francescano

incominciava con il tema della Provvidenza e del soccorso alla sposa di Cristo, il

ritratto domenicano si intona fin da principio allo stile epico che lo pervade: la lirica

di Francesco è sempre lirica d'amore, l'epopea di Domenico predilige la canzone di

gesta, con la marcia guerriera di un esercito che il santo atleta porta alla vittoria

finale; e anche il gesto del soccorso accordato è un gesto militare, di un imperatore

trionfante. E' il paesaggio primaverile dell'Europa atlantica che inquadra la vecchia

Castiglia e Calaruega, la patria di Domenico, ma subito dopo la sinfonia è allargata

ancora a misura epica dal percuoter dell'onde e dal tramonto oceanico del sole e

anche i titoli del Santo, amoroso drudo della fede, atleta ed il proverbiale a' nemici

crudo battono sulle immagini guerriere.

E non appena la sua anima fu creata, venne a tal punto colmata di efficaci virtù, che, stando

ancora nel grembo materno, diede alla madre spirito profetico.

I versi 58-60 alludono alla leggenda secondo la quale la madre di Domenico, poco

prima che egli nascesse, sognò di dare alla luce un cane bianco e nero (i colori

dell'abito domenicano), recante in bocca una face (simbolo dello zelo di Domenico),

con la quale incendiava il mondo.

Dopo che furono celebrate le nozze fra lui e la fede davanti al sacro fonte battesimale, dove

entrambi si portarono in dote, reciprocamente, la salvezza, la

madrina che diede in suo nome il consenso (ad entrare nella fede cristiana), vide in sogno il

mirabile frutto che doveva derivare da lui e dai suoi seguaci. 36

Dante ricorda un'altra delle numerose leggende riguardanti la vita di San Domenico.

La madrina sognò il fanciullo con una stella in fronte, simbolo della luminosa guida

che egli e il suo ordine avrebbero costituito per il mondo intero.

E affinché anche nel nome egli fosse quale era di fatto, dal cielo discese una divina ispirazione

(ai genitori) perché fosse chiamato con il possessivo di colui al quale egli tutto apparteneva.

Domenico è la trascrizione italiana del possessivo Dominicus, che deriva da Dominus

(Signore). Occorre ricordare, a questo proposito, la grande importanza che il

Medioevo attribuiva al nome, nel quale, secondo la concezione del tempo, era

racchiusa la caratteristica essenziale dell'individuo che lo portava.

Fu chiamato Domenico; ed io lo presento come l’agricoltore che Cristo scelse per far fruttificare

il suo orto, la Chiesa.

A buon diritto apparve nunzio e servitore di Cristo, poiché il primo amore che si manifestò in

lui, fu per la povertà, il primo precetto che diede Cristo.

Fu al primo consiglio che dié Cristo: Dante può riferirsi alla prima delle Beatitudini

("Beati i poveri in spirito"; Matteo V, 3; cfr. anche Luca VI, 20) oppure alla risposta

data da Cristo al giovane che Gli aveva chiesto come raggiungere la salvezza eterna:

"va', vendi quanto hai, dallo ai poveri... poi vieni e seguimi" (Matteo XIX, 21).

Preferibile la prima interpretazione, che sottolinea il motivo, ribadito nella terzina

seguente, della povertà come umiltà di spirito.

Spesso fu sorpreso dalla sua nutrice mentre, tacito e desto, stava coricato sulla terra, come se

volesse dire: “ Io sono venuto per questo (per vivere in umiltà e povertà)”.

O padre suo veramente Felice! o madre sua veramente Giovanna, se questo nome, inteso nel

suo significato etimologico, ha il valore che si dice!

Secondo l'etimologia ebraica, fatta propria dalla lessicografia medievale, il nome

Giovanna significa " grazia di Dio", "favorita dalla grazia di Dio".

Non per conseguire beni e onori terreni, per i quali ora ci si affanna negli studi di diritto

canonico o di medicina (a Taddeo), ma per amore della vera sapienza

Di retro ad Ostiense: Enrico di Susa, vescovo e cardinale di Ostia, morto nel 1271, fu

un celebre studioso di diritto canonico ( autore di una Summa molto divulgata),

docente nelle università di Bologna e di Parigi. Taddeo: secondo alcuni è Taddeo d'Al

derotto, famoso medico fiorentino, autore di molti scritti di medicina, secondo altri è

Taddeo Pepoli, poeta e giureconsulto bolognese, contemporaneo di Dante. 37

divenne in breve tempo un dottissimo teologo, così che (con il suo sapere) cominciò a girare

intorno, per difenderla e coltivarla, alla vigna ( la Chiesa ) che subito inaridisce, se il vignaiuolo

(il pontefice) non adempie al suo ufficio.

E al soglio papale, il quale un tempo fu molto più generoso (di quanto lo sia ora) verso i poveri

onesti, non per colpa dell’istituzione pontificia come tale, ma per colpa del papa, che devia dal

giusto cammino, non di distribuire ( ai poveri ) la metà o il terzo (del denaro ad essi destinato,

trattenendo per se il rimanente),

né di ottenere le rendite del primo beneficio che rimanesse vacante, né di godere le decime,

che sono destinate ai bisogni dei poveri di Dio. chiese, bensì chiese il permesso di combattere

contro gli errori del mondo cristiano in difesa di quella fede che è il seme dal quale sono

germogliate le ventiquattro piante che ti circondano

Recatosi a Roma nel 1205, Domenico ottenne dal pontefice Innocenzo III il

permesso di iniziare la predicazione contro gli eretici Albigesi della Provenza. Nel

1215 gli chiese l'approvazione del suo ordine, che però gli fu concessa solo da Onorio

111 nel 1216.

Poi sostenuto dalla dottrina e dalla forza di volontà e dall’autorità conferitagli dal mandato del

pontefice si mosse con la forza di un torrente che sgorga da una sorgente profonda;

e il suo impeto si abbatté sulle male piante dell’eresia, più vigorosamente là (in Provenza)

dove le resistenze erano più forti.

Da lui ( paragonato prima a un torrente) si formarono poi numerosi ruscelli le cui acque

irrigarono fecondandolo l’orto della Chiesa, così che i fedeli sono (ora) più vigorosi nella fede.

I diversi rivi (ruscelli) che ebbero origine dall'opera di San Domenico sono i tre rami

del suo ordine: i predicatori, le suore e i terziari. In Domenico non c'è sosta, e quasi

nemmeno, si direbbe, pausa contemplativa: pensiero ed opera fanno tutt'uno, la sua

mente e piena di flirtate nell'atto stesso del concepimento, e fa profetare la madre,

che sogna la visione del cane bianco e nero che porta in bocca la fiaccola incendiaria,

e il prodigio si replica nella madrina del battesimo, che sogna il fanciullo con la stella

in fronte, e un'ispirazione santa dichiara il nome che gli deve essere dato, Domenico,

" pertinente al Signore ". Anche la triplice menzione di Cristo ribadisce,

rafforzandolo, il richiamo devoto e fermo della vita santa, mentre l'esaltazione si

allarga, dopo l'estasi della preghiera notturna (tacito e desto), nella propiziazione

dei nomi dei genitori, Felice e Giovanna, che s'interpretava " grazia di Dio": non un

dubbio sfiora il panegirista, e l'affermazione è ancora una volta squillante di una

certezza superba. E deciso, sicuro, è il cammino di Domenico verso la sapienza, gran

dottor, ma per lavorare, umile ed operoso, alla vigna mistica di Cristo, non per

conquistare ricchezza e potere con la scienza decretalista o con quella medica. Il

personalismo francescano, riassunto in forme d'arte già tanto numerose e vulgate,

conduceva Dante ai grandi quadri della vita di Francesco e a riassumere nei

magnanimi colloqui coi grandi della terra i suoi atti; ma qui una preoccupazione più

istituzionale, ed anche lo scadere della potenza fantastica dopo il volo dell'altro

canto, lo inducono a fermarsi su tratti raccolti: le suppliche di Domenico alla Chiesa,

fatte nei debiti modi procedurali e rituali, evitano ad una ad una le tentazioni

mondane, e si raccolgono, ancora una volta, nel tema epico: licenza di combatter.

Dottrina e volontà convergono nei tratti dell'eroe operoso, ma ancora la

preoccupazione istituzionale e la riverenza all'autorità pontificia fanno cadere 38

l'accento sull'officio apostolico quasi per riscattare ogni personalismo da

quell'impeto soverchio.

Se tale fu una delle due ruote sulle quali si resse il carro della Santa Chiesa che vinse

combattendo apertamente la sua guerra civile (perché la lotta fra eretici e fedeli avviene in

seno alla Chiesa stessa),

ben ti dovrebbe essere sufficientemente chiara l’eccellenza dell’altra ruota (San Francesco),

riguardo alla quale Tommaso fu cosi cortese (facendone l’elogio) prima che io venissi ( con la

seconda corona di beati) .

Ma il solco segnato dalla parte esterna della circonferenza di questa ruota, è abbandonato, così

che dove c’era virtù e unione c’è (ora) corruzione e disunione.

E la muffa dov'era la gromma: è una ad essa. Dopo vani tentativi di riportare la pace

fra le due correnti dei frati minori, il pontefice Giovanni XXII nel 1317 e nel 1318

condannò gli spirituali come eretici e ribelli. Dante in questo momento non prende

posizione per nessuna delle due parti, condannando, per mezzo di San Bonaventura,

le divisioni che hanno trascinato l'ordine francescano fuori dell'orbita segnata da

colui che fu tutto serafico in ardore.

Il suo ordine, che aveva seguito le orme del proprio fondatore, si è tanto volto in direzione

opposta, che cammina a ritroso.

E ben presto dal raccolto si vedrà la cattiva coltivazione, quando il loglio con suo dolore si

vedrà escluso dall’arca.

Il Barbi così spiega i versi 118-120: "i frati che, per uno o per altro eccesso, si sono

allontanati dalla volontà di San Francesco, piangeranno il loro errore quando si

vedranno esclusi per sempre dal regno dei cieli". Dante si è così servito della

parabola della zizzania (Matteo XIII, 24-30) per mettere sotto accusa le divisioni che

lacerano l'ordine francescano.

Io dico che chi esaminasse ad uno ad uno i frati del nostro ordine, ne troverebbe ancora

qualcuno fedele alle virtù francescane, nel quale potrebbe leggere “Io sono quel che un buon

francescano soleva essere”; ma quello non verrà né da Casale né da Acquasparta, da dove

provengono tali interpreti della regola francescana, che uno la fugge, e l’altro cerca di renderla

più rigida. lo sono l’anima di Bonaventura da Bagnorea, che nei grandi incarichi ( da me

ricoperti) posposi sempre la cura delle cose mondane (a quella delle cose spirituali).

Il panegirico si raccoglie nel modulo fissato da Tommaso, il cui discreto latino ha

fatto l'elogio di Francesco: dalla dignità dell'uno si trae la nozione della dignità

dell'altro, scelto per un'opera concorde dalla Provvidenza: e l'immagine di questa

concordia s'innalza armoniosa sopra l'immagine terrena delle contese fra gli ordini

religiosi. Ma passando al rimprovero fatto ai confratelli, un rimprovero amareggiato,

ma non corruccioso, Bonaventura sostituisce la similitudine paziente del carro (versi

106-108; 112-113) alla similitudine avventurosa della nave, usata da Tommaso nella

39

sua condanna del corrotto ordine domenicano ( canto XI, versi 118-120). Passando

di metafora in metafora, immagina poi una botte il cui buon vino è guasto, ed alla

botte in cui il buon vino è guasto, ed alla gromma che lo conserva si è sostituita la

muffa che l'inacidisce. Ha certo il suo peso, in questa ricchezza soverchia di

metafore, un gusto barocco che conduce all'uso e abuso di rime preziose: così al

Tomma, familiare e quasi dialettale, corrisponde l'aulico e retorico somma. Ed è certo

acuta l'osservazione del Sapegno il quale giudica questa parte del canto uno squarcio

di eloquenza improvvisata; ma dove il centro dell'invenzione poetica non è una

situazione drammatica, la tecnica oratoria, della cui sapienza e scaltrezza il poema

sacro dà prove innumerevoli, diventa fine a se stessa.

Si trovano in questa corona Illuminato (da Rieti) e Agostino (d’Assisi ), che furono fra i primi

seguaci di San Francesco, i quali, cingendosi del capestro ( accettando, cioè, la regola

francescana), si resero cari a Dio.

Sono qui con loro Ugo da San Vittore, e Pietro Mangiadore e Pietro Ispano, la cui fama splende

in terra grazie ai suoi dodici libri;

Ugo, nato a Ipres in Fiandra verso il 1097, fu canonico dell'abbazia di San Vittore

presso Parigi, dove morì nel 1141. Fu un famoso teologo della corrente mistica della

Scolastica. Pietro Mangiadore(Petrus Comestor) nacque a Troyes, in Francia,

all'inizio del secolo XII e mori nell'abbazia di San Vittore nel 1179, dopo essere stato

cancelliere dell'università di Parigi. La sua opera, Historia Scholastica, è un

commento allegorico alla Bibbia. Pietro Ispano, nato a Lisbona verso il 1226, fu

medico e teologo di chiara fama. Diventato cardinale, fu eletto al pontificato con il

nome di Giovanni XXI nel 1276. Fu autore delle Summulae logicates in dodici libri.

(si trovano qui) il profeta Natan e il metropolita Crisostomo e Anselmo e quel Donato che si

occupo della scienza grammaticale.

Natan, profeta ebraico, rimproverò a David il suo adulterio con Betsabea (III

Samuele XII, I sgg.). San Giovanni d'Antiochia, detto Crisostomo, " bocca d'oro", per

la sua eloquenza, fu metropolita di Costantinopoli e mori nel 407. E' uno dei più

grandi Padri della Chiesa greca, autore di innumerevoli scritti di teologia e di morale.

Anselmo d'Aosta (c. 1033-1109) entrò nell'ordine benedettino e divenne arcivescovo

di Canterbury nel 1093. EL uno dei maggiori teologi del Medioevo. Elio Donato,

celebre grammatico del IVsecolo, fu maestro di San Gerolamo. La sua opera più

importante è l'Ars gramatica, che per secoli costituì nelle scuole il testo ufficiale per

lo studio della grammatica (la "prima" delle sette scienze o arti del Trivio e del

Quadrivio ) e della lingua latina.

È qui Rabano, e mi risplende di fianco l’abate calabrese Gioacchino, dotato di spirito profetico.

Ad emulare (celebrando le lodi di San Domenico) un così valido paladino (San Tommaso,

paladino di San Francesco) mi indusse l’ardente cortesia di frate Tommaso e le sue assennate

parole;

e mosse insieme con me gli altri spiriti: (a manifestare il loro consenso con la danza e il canto).

40

PARADISO CANTO XVII

Come Fetonte, l’esempio del quale rende ancor oggi i padri restii a indulgere alle richieste dei

figli, andò dalla madre Climene, desideroso di accertarsi se era vero ciò che aveva udito contro

di se;

Fetonte, avendo udito da Epafo (suo coetaneo e figlio di Giove), che egli non era

figlio di Apollo, dio del sole; volle sapere dalla madre Climene la verità sulla sua

nascita. Allora Apollo, per persuaderlo, gli concesse di guidare per un giorno il carro

del sole e questo fatto fu poi causa della morte di Fetonte (cfr. Inferno XVII, 106-

108; Ovidio, Metamorfosi I, 747 sgg.).

così ero io ansioso di sapere, e questo stato d’animo era avvertito e da Beatrice e dall’anima

santa di Cacciaguida, che prima per parlare con me aveva cambiato posto (scendendo ai piedi

della croce luminosa ).

Anche Dante, come Fetonte, è ansioso di conoscere la spiegazione di quanto ha udito

incontro a sé da Farinata (Inferno X, 79-81 ), Brunetto Latini ( Inferno XV, 61-72 ),

Vanni Pucci ( Inferno XXIV, 140-151), Oderisi da Gubbio (Purgatorio XI, i39-141).

Perciò la mia donna mi disse: “ Esprimi il tuo ardente desiderio, in modo che l’intensità

interiore appaia bene evidente esternamente,

non già perché la nostra conoscenza aumenti per le tue parole, ma perché ti abitui ad

esprimere la sete del tuo desiderio, Così che gli altri ti possano appagare ”.

“O cara radice della mia famiglia, che t’innalzi così in alto, che, come la mente dei mortali vede

che due angoli ottusi non possono essere contenuti in un triangolo,

con la stessa chiarezza discerni le cose che possono essere o non essere prima che esistano in

atto contemplando la divina essenza, il punto in cui tutti i tempi sono presenti,

mentre seguivo Virgilio su per il monte del purgatorio che purifica le anime e mentre

discendevo nel mondo dei dannati,

mi furono dette parole preoccupanti riguardo alla mia vita futura, sebbene io mi senta

incrollabile ( tetragono: il termine indica ogni figura geometrica dotata di quattro angoli e, in

particolare, il cubo), di fronte ai colpi della fortuna (di ventura).

Perciò l’animo mio è ansioso di conoscere quale sorte mi viene incontro, perché il colpo

previsto sembra avanzare più lentamente”.

Su uno sfondo pervaso di passione morale ( l'immagine dell'antica Firenze

presentata al mondo come modello dell'invocato rinnovamento) e di note intime del

cuore (la dolorosa meditazione sulla sua travagliata sorte), si profila ora la figura

stessa del Poeta, la cui storia ha un inizio preciso ( tu lascerai ogni cosa diletta più

caramente), con vicende ben determinate (il pianto del distacco: tal di Fiorenza

partir ti convene; l'amarezza del mendicare: tu proverai si come sa di sale lo pane

altrui; il peso dell'incomprensione e della diffidenza: quel che più ti graverà le spalle,

sarà la compagnia malvagia e scempia; la prova cruciale della solitudine: averti fatta

parte per te stessso), per sublimarsi poi nella certezza di una missione morale (versi

124-135) e di un futuro di gloria ( verso 98 ). Il contrasto fra la Firenze di un tempo

e la Firenze presente, delineato nei due canti precedenti, è "la sottintesa ragione del

dramma della sua vita di cittadino e della catastrofe con la quale per allora si era

chiusa: l'esilio. E l'esilio, con l'angoscia del distacco, con la povertà, con la

compagnia malvagia e scempia, con le umiliazioni, e insieme coi lenimenti che buoni

soccorritori vi apportano, è delineato a grandi tratti da un animo sensibilissimo, che

soffre di tutte le punture... ma tutte le sostiene e contiene: ben tetragono ai colpi di

41

ventura. Le sostiene per quella dignità di se medesimo della quale è costantemente

compreso, per quella speranza che è anche maggiore dell'altra, affatto privata e

contingente, del ritorno nella sua città, la speranza dell'immortalità e della gloria,

dell'approvazione e lode dei di futuri. Egli, come tutti i grandi, vive, più assai che nel

presente, nel futuro..." (Croce).

Cosi io dissi a quella luce che prima mi aveva parlato; e manifestai il mio desiderio come aveva

voluto Beatrice.

Non con oracoli oscuri, nei quali un tempo si invischia, vano le genti pagane prima che fosse

ucciso Gesù, l’Agnello di Dio che riscatto i peccati del mondo,

ma con parole chiare e con preciso linguaggio mi rispose quel padre amoroso, avvolto nella

sua luce e visibile a causa della sua letizia:

“Ciò che può essere o non essere, che non oltrepassa la sfera del vostro mondo materiale (

perché nel mondo divino esiste solo l’eterno e il necessario), è tutto presente nel pensiero di

Dio:

Tuttavia non per questo ciò che è contingente diventa necessario, così come una nave che

discende lungo la corrente (può essere osservata, ma) non deriva il suo moto dall’occhio nel

quale si specchia.

Dalla visione del pensiero eterno di Dio così come dall’organo giunge all’orecchio una dolce

armonia, mi viene davanti agli occhi il futuro che ti si prepara.

Come Ippolito se ne andò da Atene per le calunnie della spietata e perfida matrigna, così tu

dovrai andartene da Firenze.

Ippolito, figlio di Teseo, avendo respinto le offerte amorose della matrigna Fedra, fu

da questa accusato di aver tentato di sedurla; il padre, maledicendolo, lo scacciò da

Atene ( cfr. Ovidio - Metamorfosi XV, 497 sgg.).

Questo si desidera e questo già si cerca di attuare, e presto sarà fatto da parte di chi ordisce

tali macchinazioni là (nella curia pontificia) dove ogni giorno si fa mercato della religione.

Bonifacio VIII da tempo era intervenuto nella vita politica fiorentina, aiutando le

mire dei Neri contro i Bianchi, il partito al quale Dante apparteneva. Il Poeta, sia

come priore sia come membro dei vari Consigli della città, si era opposto con

decisione ai piani del pontefice, che minacciavano la pace del comune. Come rivelano

chiaramente le parole di Cacciaguida (l'osservazione è del Chimenz), Dante ha la

convinzione di essere stato vittima di una personale animosità del pontefice contro di

lui.

Tosto verrà fatto: Dante lascio Firenze alla fine dell'ottobre 1301 con 1'abasceria

inviata dalla città a Bonifacio VIII per chiedere assicurazioni in occasione della

discesa in Italia di Carlo di Valois. Dopo l'entrata del principe francese a Firenze

(1novembre 1301), Dante probabilmente non ritornò più nella sua città. La sentenza

del 27 gennaio 1302 lo condannava a pagare cinquemila fiorini, a due anni di confino,

all'esclusione perpetua da qualunque ufficio. fu confermata il 10 marzo 1302, con un

bando che comminava a Dante anche la pena di morte.

La colpa, come al solito, sarà attribuita dall’opinione pubblica alla parte vinta, ma la punizione

darà testimonianza della verità, la quale assegna giustamente i suoi castighi. 42

La voce pubblica, come accade di solito, attribuirà la colpa delle discordie civili ai

vinti, ma la giustizia divina si abbatterà sui veri colpevoli. La profezia, alla quale il

Poeta conferisce un tono volutamente indeterminato, allude ai tristi eventi che

funestarono Firenze e il partito dei Neri dopo la cacciata dei Bianchi e, in particolare,

alla misera fine dei suoi due implacabili nemici, Corso Donati ( cfr. Purgatorio XXIV,

82-90) e Bonifacio VIII (cfr. Purgatorio XX, 86-90).

Tu dovrai lasciare ogni cosa più cara; e questo è il colpo doloroso che prima di tutto ti

infliggerà l’esilio.

Tu proverai quanto sia amaro il pane chiesto agli altri, e quanto sia duro cammino scendere e

salire le scale delle case; altrui.

E quello che ti riuscirà più gravoso, sarà la compagnia cattiva e sciocca con la quale ti troverai

precipitando in questa miseria;

essa si volgerà contro di te piena di ingratitudine, dissennata e piena di odi, ma poco dopo,

essa, non tu, ne avrà le tempie rosse di sangue.

I fuorusciti Bianchi e Ghibellini, unitisi fra di loro, tentarono a più riprese di ritornare

a Firenze con le armi. Nei documenti di un convegno preparatorio, quello di San

Godenzo nel Mugello (8 giugno 1302), compare anche il nome di Dante. Subito dopo,

però, il Poeta si allontanò dai compagni di esilio e non prese parte al tentativo che si

concluse con la sanguinosa sconfitta della Lastra (20 luglio 1304), alla quale,

probabilmente, egli intende riferirsi con l'espressione n'avrà rossa la tempia. Non

conosciamo con esattezza i motivi che portarono alla rottura fra Dante e gli altri

fuorusciti, sui quali il Poeta esprime qui un giudizio particolarmente duro, né

sappiamo quali colpe essi gli imputassero per odiarlo al pari dei Neri (cfr. Inferno XV,

70-72). Il Del Lungo ha avanzato questa ipotesi: "lo sconforto del suo ritrarsi, la

sfiducia nell'opera loro, il dissenso circa le opportunità dell'operare o dell'attendere,

furono interpretati come defezione, e quasi come tradimento, dalla compagnia

sciagurata".

Il suo modo di agire costituirà la prova della sua folle sconsideratezza, così che sarà motivo di

onore per te l’aver fatto partito per te stesso.

L'esilio è certamente il momento centrale e decisivo della vita di Dante: la sua

personalità raggiunge la piena formazione, il suo spirito si apre ad una più ampia

visione dei problemi umani, la sua forza morale si tempra nelle difficoltà e nel dolore

dell'esule. L'argomento fondamentale del presente colloquio con Cacciaguida è

l'esilio. Per tale motivo il XVII "fra i cento del poema si può chiamare il canto di

Dante. E' il canto dell'esilio, della dignità, dell'onestà imperterrita: ed è la chiave del

tono artistico che assume l'etica della Commedia. La quale è, prima di tutto, il rifugio

di un'anima esulcerata in un mondo di giustizia, che ristabilisce l'equilibrio rotto in

terra fra virtù e premio, vizio e castigo. Questo duro atteggiamento di sacerdote della

giustizia è solenne e vibrato più che altrove in questo canto. I primi ventiquattro

versi (46-69) della risposta di Cacciaguida, quelle rime risolute e gagliarde, quei

periodi monumentalmente isolati, quelle frasi ora quasi sillabate (49-50, 64) ora

tempestose (51, 54) ora tenacemente ribadite (69) ora rallentate dal rimpianto e

dall'amarezza (55-56, 58-60), quella frenata irruenza, lo scandiscono

maestosamente. Non lasciano l'impressione d'una vicenda individuale, ma d'un

dramma della storia che si ripercuote nell'alto" (Momigliano). Infatti per il Poeta, in

questo momento, la narrazione delle vicende del suo esilio non è uno sfogo 43

personale, una pagina autobiografica fine a se stessa: non si tratta, cioè, solo del suo

caso personale. Si tratta di sapere che egli con l'esilio incomincerà la sua missione

nel mondo. Cacciaguida non si soffermerebbe sulle sofferenze transitorie della vita

dell'esule, se queste non costituissero una prova e un presagio. La storia del Poeta è

congiunta, come ogni cosa, ogni personaggio della Commedia, a una visione

escatologica del mondo. Questa caratteristica costante della narrazione dantesca

spiega la compostezza e fermezza di linee con cui il Poeta, attraverso un continuo

ricorso alla metafora e alle figurazioni visive, si rivolge al suo dramma umano,

chiarificando la voce delle passioni terrene nell'orbita del senso del divino: " Il ritmo

delle terzine si fa... staccato e forte, i netti contorni delle cose ci trasportano in una

atmosfera... tesa e chiara. È pur sempre la solennità paradisiaca, ma provveduta di

un timbro più distinto, proprio quando l'argomento si volge a delineare un umano

destino: ma il destino umano di Dante è pronunciato da una voce superna e in quel

destino di uomo si compendia la sacra missione di un rinnovamento del mondo"

.

(Malagoli )

Il tuo primo rifugio, la tua prima dimora ospitale ti sarà offerta dalla liberalità del grande

lombardo che ha per suo stemma una scala sormontata dall’aquila imperiale;

Il gran Lombardo è, secondo la maggior parte dei commentatori antichi e moderni,

Bartolomeo della Scala, signore di Verona, morto nel marzo 1304 E' perciò da

escludere l'ipotesi di chi ritiene trattarsi del padre Alberto, morto prima ancora

dell'esilio di Dante o del fratello e successore, Alboino, che il Poeta giudica

severamente in un passo del Convivio (IV, XVI, 6). Verona, quindi, fu la prima tappa

dell'esilio dell'Alighieri, subito dopo la sua separazione dalla compagnia malvagia e

scempia. Il soggiorno, tuttavia, fu molto breve, tanto che di esso non è rimasta

alcuna notizia, mentre ben più lungo e importante fu quello avvenuto durante la

signoria di Cangrande.

'N su la scala porta il santo uccello: lo stemma degli Scaligeri e una scala in cima alla

quale compare l'aquila, l'uccello santo perché insegna dell'lmpero voluto da Dio.

così benevola sarà la considerazione che nutrirà nei tuoi riguardi, che, nei rapporti tra voi due,

rispetto all’esaudire un desiderio e all’esprimerlo, sarà primo (non colui che chiede ma) colui

che esaudisce, il quale, normalmente, agisce dopo che il primo ha espresso il desiderio.

Con Bartolomeo vedrai Cangrande, colui che, al momento della nascita, ricevette un così forte

influsso da questo cielo, che le sue azioni diventeranno memorabili.

Cangrande, fratello minore di Bartolomeo, nacque il 9 marzo 1291 e dopo essere

stato associato al governo da Alboino nel 1311, alla scomparsa di questo (1312)

divenne signore assoluto di Verona fino al 1329, anno della sua morte. Egli ricevette

con particolare intensità l'influsso del pianeta Marte, che dispone a forti imprese in

campo militare.

Le genti non si sono ancora accorte di lui per la sua giovane età, perché i cieli ruotano intorno

a lui solo da nove anni (Cangrande, infatti, nacque nel 1291 e Dante immagina di compiere il

suo viaggio nell’oltretomba nel 1300);

ma prima che il papa guascone Clemente V inganni l’imperatore Arrigo VII, appariranno i primi

segni della sua virtù nel disprezzo del denaro e della fatica. 44

Il pontefice Clemente V, originario della Guascogna (cfr. Inferno XIX, 83), nel 1310

invitò Arrigo VII in Italia per ristabilirvi l'autorità imperiale. In un secondo tempo

divenne fautore degli interessi della casa francese degli Angiò, che mirava ad

estendere il suo dominio in Italia, e ostacolò l'imperatore nel suo tentativo.

Le sue splendide imprese saranno allora così conosciute, che i suoi stessi nemici non le

potranno tacere.

Le sue magnificenze conosciute saranno: tutti i cronisti e gli scrittori del tempo sono

concordi nell'esaltare le doti militari e politiche di Cangrande della Scala, nonché la

sua liberalità (Villani Cronaca X, 140; Petrarca - Rerum memorandarum liber 11, 83-

84; Boccaccio Decamerone I, VII, 5 ) . Dante, che fu suo ospite dal 1315 al 1320

circa, vide in lui un possibile restauratore dell'autorità ghibellina, e quindi imperiale,

in Italia, lodandolo anche nella Epistola XIII, 2-3.

Affidati a lui e ai suoi benefici; per opera sua cambierà condizione molta gente, poiché i ricchi

diventeranno poveri e i poveri diventeranno ricchi.

Porterai scolpite nella tua memoria queste cose che lo riguardano, ma non le dirai ”; e rivelò

fatti incredibili persino per coloro che li vedranno accadere.

Dopo che gli amori, gli odi, i dolori dell'esilio si sono risolti e assommati in quel -

fatta parte per te stesso, ("dov'è, commenta il Grabher - l'orgoglio e il dramma di

una solitudine a cui giungono i sublimi cercatori di quelle vette inaccessibili che

danno si l'ebbrezza di sentirsi al di sopra di tutti, ma anche la sdegnata tristezza di

vedere che nessuno ti segua e ti raggiunga" ), l'animo del Poeta si riposa sereno

nell'oasi dell'ospitalità di signori generosi e "cortesi" che sotto l'insegna del santo

uccello fanno sperare a Dante qualcosa di più di un aiuto per le sue necessità

materiali, perché negli Scaligeri, e in modo particolare in Cangrande, il Poeta

confidava per la realizzazione di uno dei suoi più alti ideali: la restaurazione

dell'Impero. "Questo di Dante a Cangrande è infatti un elogio che trascende non dico

ogni forma di interessata adulazione, ma perfino quasi la personale riconoscenza che

pure il Poeta ebbe e che certo dà lo spunto alla accesa esaltazione. Se infatti

nell'elogio del gran Lombardo, che pure vedi come ideale incarnazione di cortesia, v'è

un cenno al personale riguardo avuto verso il Poeta, in Cangrande il Poeta sublima

quasi la virtù in se stessa e per se stessa, idealizzando nella fortezza, nella liberalità,

nella giustizia di lui, in tutte le sue magnificenze, le alte virtù di un perfetto

reggitore, ben degno del sacrosanto segno che egli porta 'n su la scala." (Grabber).

Prima di proclamare il valore della sua poesia e la missione della sua arte, Dante ha

così tratteggiato gli ideali che essa si propone di realizzare in terra: la città ideale

(Firenze), il cittadino ideale (Cacciaguida), il sovrano ideale (Cangrande). E al di

sopra di tutto questo la voce, il grido della sua poesia.

Poi aggiunse: “ Figlio, queste sono le spiegazioni di quello che ti fu detto (nell’inferno e nel

purgatorio riguardo al tuo esilio ); ecco le insidie che si preparano (per te) nello spazio di pochi

anni ( dietro a pochi giri: dietro a pochi giri di sole).

Non voglio però che tu porti odio ai tuoi concittadini, poiché la tua vita (per mezzo della fama)

si prolungherà nel tempo ben oltre il momento nel quale essi riceveranno la punizione della

loro perfidia ”.

Dopo che, tacendo, l’anima santa di Cacciaguida si mostrò libera dal compito di rispondermi 45

(letteralmente: di mettere la trama in quella tela di Cui le avevo presentato l’ordito con le mie

domande),

io cominciai, come colui che, nel dubbio, desidera il consiglio della persona che è capace di

distinguere la verità e che agisce rettamente e ha una caritatevole disposizione:

“ Ben vedo, padre mio, come il tempo incalza contro di me, per infliggermi un colpo di tale

gravità, che riuscirà più pesante a chi vi si abbandonerà senza reagire;

per questo motivo è bene che io sia previdente, in modo che, se mi è tolta la patria, io non

debba perdere a causa dei miei versi la possibilità di rifugiarmi in altri luoghi.

Scendendo nell’inferno, il mondo del dolore eterno, e salendo sul monte del purgatorio, dalla

cui bella cima gli occhi di Beatrice mi hanno sollevato (alle sfere celesti ) ,

e poi attraverso il paradiso di cielo in cielo, ho appreso cose che, se le riferisco avranno per

molti un sapore fortemente aspro;

e se ( tacendo per paura ) mi mostro timido amico della verità, temo di perdere fama tra i

posteri (coloro che questo tempo chiameranno antico). ”

La luce nella quale splendeva Cacciaguida, la gemma che avevo trovato in quel cielo, dapprima

divenne più fulgida, simile a una lamina d’oro investita dal raggio del sole,

poi rispose: “Colui che ha la coscienza macchiata o dalle proprie colpe o da quelle di parenti e

amici sentirà certamente la durezza delle tue parole.

Ma nondimeno, messa da parte ogni menzogna, rivela tutto ciò che hai visto; e si dolga pure

delle tue parole chi è in colpa ( lascia pur grattar dov’è la rogna: lascia pure che si gratti chi è

affetto da rogna),

Perché se le tue parole riusciranno sgradite ad un primo assaggio, lasceranno poi un

nutrimento vitale, non appena saranno state digerite .

Queste tue affermazioni faranno come il vento, che percuote più violentemente le cime più

alte, e questo ( la proclamazione della verità fatta senza paura ) non costituisce piccolo motivo

d’onore;

Per tale ragione in questi cieli, nel purgatorio e nell’inferno, ti sono stati mostrati solo spiriti di

persone famose,

perché l’animo di chi ascolta non si appaga né presta fede ad esempi che si fondano su cose o

persone sconosciute e non sufficientemente evidenti,

né su altre dimostrazioni di scarsa apparenza ”.

Nell'ultima parte del canto il dialogo fra Dante e Cacciaguida diventa, palesemente,

un protratto monologo che il Poeta recita a sé stesso. Un doloroso contrasto tante

volte avvertito nelle sue peregrinazioni d'esilio, frena in lui l'ardore messianico che

Cacciaguida vuole comunicargli. L'esule ha bisogno d'aiuto, deve dipendere dagli

altri, specialmente dai potenti, proprio quelli contro i quali il suo grido si è levato con

più violenza: la sua coscienza dovrà, dunque, venire a patti con il vero; tuttavia solo

la verità assicura all'uomo la fama tra coloro che questo tempo chiameranno antico.

Brevi, violente metafore scoprono questa tensione interiore che si è venuta

accumulando nel mondo sanza fine amaro e nel monte dal bel cacume: il tempo

sprona verso il Poeta per colpirlo con tagliente ferro (versi 106-107) e solo chi è 46

tetragono non s'abbandona, ma può "armarsi" di provedenza. Dopo la dichiarazione

dei versi 112-120, che ha il sapore di una rabbiosa confessione, quasi il Poeta si

sentisse prigioniero delle meschine necessità della vita, Cacciaguida non spiega, non

giustifica, impone: tutta tua vision fa manifesta. Nei versi 124-142 "lo stile, dapprima

così tenero ed affettuoso quando si descrivono i dolori dell'esilio,... prende una...

magnificenza epica ispirata dalla grandezza dell'animo, è il trionfo della dignità

umana sopra quei bassi calcoli d'interessi perituri che costituiscono ciò che dicasi la

prudenza; il trionfo della poesia sulla parte prosaica dell'anima" (De Sanctis). La

crudezza plebea del verso 129 (e lascia par grattar dov'è la rogna) diventa allora

"espressione insostituibile di offeso orgoglio morale e misura delle più pure idealità"

(Grabher), violenta affermazione della propria libertà e della propria ansia di

rigenerazione morale. Dante cosi proclama i due principii fondamentali della

Commedia e della vera arte: profondamente radicata nel vero, e di esso solenne

banditrice, la poesia, senza mai scendere a puro valore pratico, deve offrire vital

nutrimento agli uomini bisognosi di verità oltre che di bellezza e questo grido farà

come vento, che le più alte cime più percuote: "Le cime, il vento: balenante

suggestione di paesaggio alpestre e di forza di natura che ingigantisce una statura

morale, richiamando ben tetragono; sì che il canto è come racchiuso entro queste

sue fondamentali immagini di potenza spirituale" (Grabher). Ma per essere vital

nutrimento, la poesia deve poggiare sul concreto (versi 136-142), deve far sorgere le

creazioni della fantasia dalla più viva realtà. "Senti qui, conclude il critico - la

sodezza di un'arte, che, altamente ideale nello spirito, mai si perde nel nebuloso e

nell'astratto, rendendo veramente " salde" anche le più labili "ombre"". L'esule,

superati i suoi risentimenti, trascesi i suoi orgogli, i suoi amori e le sue angosce nella

certezza di una missione universale affidata alla sua poesia, proclama il suo atto di

fede nei valori della vita e dello spirito.

PARADISO CANTO XX

Quando il sole che illumina tutto il mondo tramonta dal nostro emisfero tanto, che il giorno da

ogni parte viene meno,

il cielo, che prima era illuminato soltanto dalla sua luce, ridiventa improvvisamente visibile

grazie ai molti astri, nei quali si riflette l’unica luce del sole:

e questo fenomeno celeste mi venne in mente, non appena l’aquila, l’insegna dell’impero

romano che unificò il mondo, e dei suoi imperatori, tacque col suo becco,

poiché tutti quegli spiriti luminosi, risplendendo sempre di più, intonarono canti, caduti e

dileguati dalla mia memoria.

La similitudine che apre il canto XX nasce, come la maggior parte delle similitudini

della Commedia, dalla costante preoccupazione di riferire i singoli momenti del

mistico viaggio a un mondo di esperienze concrete e positive. Per spiegare come

l'unica voce dell'aquila, che ha appena terminato con il duro sirventese contro i

malvagi reggitori della terra la lezione teologica del canto XIX, si rifrange ora nei

canti delle singole anime, "viene in mente", al Poeta, I'improvviso accendersi delle

stelle nel cielo subito dopo il tramonto del sole. Una immagine visiva per descrivere

un fatto acustico: invenzione non nuova in Dante,: che ha già paragonato il tumulto

di grida e di lamenti degli ignavi al turbinare della rena (Inferno III. 28-30) o,

inversamente, ha chiamato il secondo cerchio, privo di sole, luogo d'ogni luce muto

(Interno V, 28). Il momento poetico centrale della similitudine è nel particolare 47

astronomico del verso 6 (le stelle, secondo la credenza medievale, derivano la loro

luce dal sole): la breve notazione erudita salda, infatti, il momento visivo a quello

acustico, il quale, quando viene introdotto, ripropone un'immagine di luce:per molte

luci, in che una risplende... tutte quelle vive luci... cominciaron canti. Giustamente V.

Rossi commenta che "il fenomeno luminoso svela la sua sostanziale identità col

rifrangersi la voce una del rostro nella moltitudine finora univoca delle luci canore".

Tuttavia, al di là della vaghezza d'immagini, preme al Poeta che nella coralità del

regno dell'aquila si mantenga la pluralità degli spiriti, avendo egli ben avvertito il

pericolo di un errore teologico, quello di sottrarre alle anime dei giusti, serrate nella

figura dell'aquila, ogni attributo personale. A questo proposito risultano assai valide

le seguenti osservazioni del Montanari: " Il primo motivo conduttore di questo canto

è l'alternarsi dei discorsi Dell'aquila formata dalle anime dei giusti e che parla come

un'unica persona, con il brillare e il cantare dei singoli giusti quasi a commento più

variamente personale del discorso comune. Trova cioè, in questo canto, perfetta

espressione il sentimento della concorde unità, ed insieme quello della piena

personale libertà che Dante ha già tentato di rappresentare nel concorde e vario

girare delle corone dei sapienti nel cielo del Sole, e nel vario muoversi dei forti

saldamente inquadrati nella croce di Marte".

O dolce carità che ti avvolgi nel manto luminoso del tuo sorriso, quanto ti mostravi ardente in

quegli spiriti che come flauti spiravano i loro canti mossi solo da santi pensieri!

Dopo che le anime simili a lucenti gemme preziose, di cui avevo visto adornato Giove, il sesto

pianeta, interruppero gli angelici canti,

mi parve di udire il mormorio di un torrente che scende limpido giù di sasso in sasso,

mostrando la ricchezza d’acqua della sua sorgente sulla vetta,

E come il suono si modula nella parte più alta della cetra ( dove il suonatore fa scorrere le

dita), e come il fiato che penetra nella zampogna acquista forma di suono ai fori di essa,

Così, rimosso ogni indugio, il mormorio dell’aquila salì su per il collo come se questo fosse

vuoto.

I versi 13-27 mantengono il tono contemplativo e nello stesso tempo trionfale

dell'esordio. Infatti il tramonto, descritto nelle due terzine iniziali, è ben diverso da

quello, carico di ansietà e di timori, del canto II dell'Inferno (versi 1-3) o da quello,

pensoso e raccolto, del canto VIII del Purgatorio (versi 1-6 ), nei quali l'animo

assisteva con un senso di doloroso stupore alla scomparsa della luce. Ora l'accento è

posto non più sulla mancanza di luce, bensì sull'accendersi di migliaia di stelle, di

migliaia di luci: è una visione nella quale, all'immensità dello spettacolo celeste, si

unisce il tripudio festante di quello scintillio. Non semplice appendice, ma

poeticissimo sviluppo della larghezza di movimento, della pienezza ed esuberanza di

accordi di questo esordio, sono i versi 13-27. Il De Bello, che ha svolto numerosi

suggerimenti di V. Rossi e del Momigliano, nota che questa parte del canto è

musicale non solo per le numerose immagini desunte dal mondo della musica

(I'echeggiare di flailli, gli angelici squilli, il suono che si modula nel collo della cetra

o nei fori della zampogna; a queste immagini si aggiunge, negli ultimi versi, quella

del citarista che accompagna il cantore), ma perché tale è "nella sua abile

strutturazione, nel tessuto della sintassi poetica, nell'uso stesso della parola". Dopo

le terne iniziali di assonanze (discende - s'accende - risplende - parvente - mente -

tacente - canti - t'ammanti - santi), la ricerca musicale culmina in un fine gioco di

assonanze (failli - lapilli - squilli - lume - fiume - eccome) abilmente contrappuntato

da suoni acuti (-illi- ) e gravi (-ume-).Questa sintassi poetica, avvertibile in tutto il

canto (il De Bello cita, a questo proposito, numerosi esempi ), non resta un elemento

esterno, una prova di abilità tecnica nella ricerca di accorgimenti fonici, ma diventa

l'"espressione lirica di uno stato d'animo abbandonato", la componente psicologica e

spirituale della lezione teologica. Il canto XX, infatti, ribadisce e rafforza la serena 48

conclusione del discorso dell'aquila sul tema della predestinazione: ogni dubbio, ogni

angosciosa incertezza si placano nell'invocazione conclusiva dei versi 130-132: o

predestinazioni, quanto remota è la radice tua da quelli aspetti che la prima cagion

non veggion tota! E l'animo del Poeta, nell'accettazione del mistero e nella

contemplazione della giustizia divina, trova la sua gioia più alta e inebriante, quella

che appunto gli detta la musicale orchestrazione nonché la ricchezza tematica di

questi versi. "Rapide, plastiche, luminose" il Parodi definisce le similitudini del fiume

e della cetra, che dopo la polifonia dei canti delle anime giuste introducono

nuovamente alla monodia dell'aquila. Per quanto riguarda la similitudine del fiume

facciamo nostre ancora le osservazioni del De Bello: "I'ubertà del suo cacume,

espressione di pregnante ricchezza che suggerirebbe visioni di scroscianti e

spumeggianti acque alpine si perde e si spegne in quel dolce mormorare, nella

onomatopea del verso, in quello scendere chiaro giù di pietra in pietra. Un torrente

alpino ubertoso di acque sì, forse croscianti, ma udito attraverso una lontananza di

spazio e di tempo, quasi un'evocazione mnemonica di ascoltare rapito...". Proprio

perché l'immagine visiva si risolve in quella musicale del mormorio, questi versi si

differenziano da quelli celebrativi dell'Inferno dedicati ai verdi ruscelletti del

Casentino ( canto XXX, versi 64-67), nei quali l'immagine manteneva la sua concreta

attualità, la sua determinatezza di cosa vista e quasi assaporata. Ora invece tutto

perde capacità e peso. La stessa aquila è pur sempre un immagine stilizzata, senza

profondità, cosicché il suono può sortire attraverso il suo collo bugio.

Nel collo il mormorio divenne voce, e di qui attraverso il becco uscì in forma di parole, proprio

come le desiderava il mio cuore, dentro il quale le impressi.

L’aquila cominciò: “ Ora devi guardare attentamente il mio occhio, la parte: che nelle aquile

terrene vede e sopporta la luce del sole,

perché fra gli spiriti coi quali formo la mia figura, quelli onde l’occhio risplende nella mia testa,

hanno il più alto grado di beatitudine fra tutti quelli del sesto cielo.

Colui che risplende nel mezzo dell’occhio come pupilla, fu Davide, il cantore ispirato dallo

Spirito Santo, che trasportò l’arca santa di luogo in luogo (fino a Gerusalemme);

Davide, re d'Israele e autore dei Salmi ( cantor dello Spirito Santo: perché gli scritti

biblici sono ispirati da Dio). fece trasportare l'arca santa da Baala alla casa di

Abinadab, nella cittadina di Get, e da Get a Gerusalemme (II Samuele Vi, 1-23; cfr.

anche Purgatorio X, 55-69).

ora conosce quale fu il merito acquistato con i suoi Salmi, in quanto (I’accettazione

dell’ispirazione divina) fu frutto della sua libera volontà, per il premio avuto che corrisponde al

merito.

Dei cinque spiriti che mi formano l’arco del ciglio, quello che è più vicino al mio becco, fu

Traiano, colui che consolò la vedovella dell’uccisione del figlio:

L'imperatore Traiano (97-117 d. C.), mentre si accingeva ad intraprendere una

spedizione militare contro i Daci, esaurì le preghiere di una vedova che invocava

giustizia contro gli uccisori del figlio (cfr. Purgatorio X, 73-93). Secondo una

leggenda molto diffusa nel Medioevo, il papa San Gregorio Magno, commosso per

l'atto di giustizia compiuto da Traiano verso la vedovella, tanto pregò per lui che gli

ottenne da Dio la salvezza. Una delle redazioni di questa leggenda narrava che

l'anima di Traiano, che si trovava all'inferno, ritornò per breve tempo nel corpo per 49


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maozinha

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere classiche
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher maozinha di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze letterarie Prof.

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