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Letteratura italiana - monografia Verga - Riassunto esame

Riassunto del corso monografico su Verga in Letteratura italiana. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: la letteratura siciliana, Giuseppe Pipitone Federico, il momento e il dibattito sul naturalismo in Italia, fortuna e critica del momento.

Esame di Letteratura Italiana docente Prof. P. Scienze letterarie

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disapprova l’esagerato descrittivismo.

Un altro punto programmatico, riguardava l’attenzione da riservare al teatro: “Il momento” si

occuperà del movimento teatrale. Vi furono diverse rubriche affidate a Silvestri Marino, che

informavano sul movimento teatrale in Italia e sulle rappresentazioni allestite a Palermo.

Il Momento si proponeva di diventare l’osservatorio più attendibile della letteratura francese

contemporanea. Al giovane Vittorio Pica viene chiesto di recensire il romanzo Au Bahreur des

Dames di Zola. Le considerazioni di Pica risultano meno interessanti quando il critico si produce in

difesa scolastica del metodo zoliano, e acquistano un rilievo notevole quando viene individuato il

vero protagonista della vicenda proprio nel Barheur des Dames. Il giovane critico era convinto che

il progresso avesse un prezzo, e che il romanzo di Zola fosse l’espressione più altra di tale

drammatica verità. La critica avversa al naturalismo, aveva attaccato il romanzo accusandolo di

monotonia e di mancanza di passione.

P. F. in Daudet nota il suo sostanziale soggettivismo, che portava lo scrittore a prediligere gli

ambienti consueti della narrativa naturalista. Sembra difficile affermare che Daudet fosse uno

scrittore naturalista, ma Pipitone ne è convinto e coglie la particolarità della narrativa di Daudet e

riconosce la capacità dello scrittore transalpino di scrutare dentro il cuore umano. P. utilizza una

metafora, quella del palombaro dell’anima umana.

Critica fatta al periodico: non occuparsi delle questioni sociali. Nel numero del 1 Luglio del 1883

veniva pubblicata una novella del torinese Arturo Olivieri, dal titolo “Minatori”: si tratta di un

racconto di ispirazione verghiana, non solo per l’ambientazione siciliana, ma per evidenti

somiglianze con la novella Rosso Malpelo. Le corrispondenze si colgono sin dall’incipit e per il

finale tragico. Nel Momento non troviamo indagini sociali sulla miseria del Mezzogiorno.

LA SUBALTERNITA’ DEL “MOMENTO” ALLA “CRONACA BIZANTINA”

Il momento ebbe una precisa individualità, guadagnandosi l’attenzione della critica letteraria

nazionale. Non possiamo condividere l’affermazione di Giovanni Gentile, il quale sosteneva che Il

Momento, fosse stato una specie succursale della “Cronaca Bizantina”. Quanto al numero del

Momento, esso ospitava un articolo molto sanguigno di P. F. contro Luigi Lodi. In esso il critico

palermitano, attaccato dal Lodi, inseriva uno sfogo. Le parole di Natoli sono più velenose e

risentite, del semplice termine succursale. P. F. riproporrà la questione, proprio con l’articolo

“Malandrinaggio letterario”, come il periodico palermitano fosse oggetto di particolare attenzione,

da parte di altre riviste culturali più famose. L’articolo di P. F. era una risposta ad un acidissimo

attacco che Luigi Lodi aveva portato contro il critico palermitano.

Pipitone, che dal 15 Luglio non era più condirettore della rivista, continuava a collaborarvi

intensamente. Vi fu astio tra Pipitone e Lodi, il quale rimprovera all’avversario la sua avversione

contro il Naturalismo. Secondo P. F. sarebbe infondato ritenere il Momento una semplice

succursale della “Cronaca Bizantina”. Egli inseriva una nota indirizzata ad Angelo Sommaruga,

quasi preannunciando la fine non lontana della “Cronaca Bizantina”. Inoltre A. Sommaruga ritenne

il nota-bene di P. F. un attacco alla sua persona e per tale motivo sfidò a duello il giovane critico

palermitano. Nella “Cronaca Bizantina” l’interesse al naturalismo è costante, prevalgono i contributi

inventivi, rispetto a quelli critici. Il secondo elemento di differenza nasce da un’ apparente

somiglianza; entrambe le riviste, informavano che avrebbero dato voce a tutte le correnti letterarie

presenti in Italia. La pagina iniziale della Cronaca Bizantina è un programma editoriale, non certo

letterario o ideologico, mentre quello del Momento presentava una più marcata connotazione a

favore dell’impegno critico-letterario. Nella Cronaca Bizantina si potevano leggere informazioni,

poco culturali, ma molto frivole e salottiere. Molti collaboratori del “Momento”, tra cui Verga e

Capuana, videro i loro articoli pubblicati tra le colonne della “Cronaca Bizantina”.

IL MOMENTO E LA FORMAZIONE DEL PENSIERO CRITICO DI GIUSEPPE P. F.

Il periodico, mantenne l’impostazione, emersa nei primi numeri, anche senza P. F., in qualità di

direttore. La partecipazione del critico palermitano al periodico fu altalenante a partire dal Luglio

1884. Gli interessi scientifici e sociologici non ebbero mai il sopravvento, infatti l’indole del

periodico, era orientata verso un intrattenimento artistico e letterario, con la duplice presenza di

brevi componimenti narrativi e poetici e di interventi critici. La figura di maggior rilievo per la

quantità e qualità degli interventi pubblicato sul “Momento”, fu quella di G. P. F. Gli anni del

“Momento” furono per lui, quelli della formazione di un pensiero critico, sempre più maturo ed

equilibrato. P. F. dedica a Luigi Capuana un lungo saggio. Di Capuana critico, P. loda l’equilibrio

dei giudizi sulla letteratura e ne condivide l’avversione per ogni forma di eccesso sia di natura

romantica, sia di ascendenza naturalista e positivista.

Altro merito di Capuana sarebbe stato quello di intuire, tra i primi in Italia, la grandezza di Zola.

Pipitone ha chiara la differenza tra realismo e naturalismo, il secondo nascerebbe spartanamente

dal primo. Per lui quindi il Naturalismo (nuova narrativa che rappresenta i problemi della società

contemporanea) nasce dal Realismo. Ma il Verismo non è rappresentazione fotografica, non è la

replica della realtà.

Nell’articolo su Dumas Padre, P. F. prende le mosse dalla personale indignazione per

l’inaugurazione a Parigi di una statura dell’autore dei “Tre Moschettieri”. Egli parlando di Zola

aveva come bersaglio il vuoto sentimentalismo, definito lacrimoso. Nel numero del 1° Gennaio P.

F. propose un primo profilo del De Sanctis, ricordando la formazione hegeliana dello stesso, si

lascia andare ad una considerazione poco elegante nella sua enunciazione: critica lo Sconfoglio, il

Salvadori e il Lodi per aver decretato il decadimento fatale del Naturalismo. P. F. precisa la natura

di quelle inquietudini che si propagavano all’interno della letteratura francese. Nel numero 24 del

16 Maggio 1884, P. F. tentava di spiegare come la filosofia positiva fosse il prodotto inevitabile di

quel momento storico, e le attribuiva l’indubbio merito di aver cercato di sostituire la teologia e la

metafisica con l’attenzione per tutto ciò che era immanente. La vera letteratura naturalista si

contraddistingueva per la serietà degli intendimenti e per una moralità non esibita. Le tetraggini

presenti in tali romanzi di scuola naturalista, non erano che lo specchio della realtà e non una

gratuita rappresentazione, del tormento psicologico, che doveva essere rappresentato come il

riflesso di una tensione che era nella società.

Secondo P. F. lo scrittore di razza si distingueva dal mediocre per la capacità di saper dominare la

materia narrata. P. F. dimostra di avere una sua precisa identità di critico, più attento al valore

assoluto dell’opera letta e sempre meno condizionato dai precetti di una scuola. Egli riconosce il

valore assoluto di Verga, di cui cita la novella “Il mistero delle novelle rusticane”, mettendo in

evidenza la perfetta rispondenza delle scelte stilistiche con l’efficacia della rappresentazione. Nel

romanzo “Germinal” di Zola, vi sono accuse di immoralità, proprio per aver mostrato ai borghesi la

cifra esatta dei loro errori, ma P. F. trova in Germinal una compiutezza formale che è indice di

moralità.

“IL MOMENTO” E VERGA

P. F. nell’articolo sul romanzo moderno, esprime le personalità ottuse nei confronti della narrativa

verista e di quella di Verga e Capuana in particolare. Il critico era convinto che le novelle di Vita dei

Campi e I malavoglia fossero il preludio di una futura produzione che avrebbe abbandonato la

rappresentazione delle classi sociali più basse. “Il Momento” cercò di avere, sin dall’inizio, Verga

tra i suoi collaboratori, ciò si concretizzò nei termini di un’assidua frequentazione alla rivista; il

periodico potè vantare, nel suo 8° numero, la pubblicazione di una novella di Verga, “La chiave

d’oro”. Il giovane direttore del Momento scriveva a Verga, riproponendo la richiesta con

l’assicurazione di un compenso, che lo stesso scrittore avrebbe potuto quantificare. Lo scrittore

catanese aderì formalmente al progetto editoriale del periodico palermitano e nei suoi primi mesi di

vita il quindicinale si era arri curato la presenza di Zola e di Verga.

Nella prima maniera del Verga, c’è un’idea fissa, la passione. Vittorio Pica accostava Verga a Zola,

riconoscendo la grandezza di entrambi; ma sostenendo che la differenza tra i due stava nello

sconforto indotto nel lettore dai Malavoglia, e nell’ottimismo amaro che pur contraddistingueva il

romanzo in questione del secondo.

LA POLITICA CULTURALE DEL MOMENTO

Per la narrativa, è interessante la presenza di autori stranieri tradotti tra cui Coppée, E. De

Goncourt, E. Zola. La novella di Verga “La chiave d’oro” è stata preceduta e seguita a distanza di

pochi numeri da 2 novelle come “Carità di pievano” e “Cola Mediocri”, ma entrambe portatrici di

uno spirito antichiastico.

CONCLUSIONI

Il momento dimostrò grande vivacità nel partecipare con maggiore autorità al dibattito tra oppositori

e fautori del Naturalismo. Il periodico fu officina intellettuale, improntata a grande liberalità ed aprì il

proprio spazio ad una stimolante discussione sulle trasformazioni nella letteratura europea di fine

‘800. P. F., se da un lato riconobbe i meriti di innovatore dello scrittore francese, dall’altro criticò la

tendenza a indugiare in descrizioni da anatomista.

L’attenzione dimostrata nei confronti delle letterature straniere, la tempestività nell’avvertire le

nuove tendenze all’interno del Naturalismo, l’equilibrio nel giudicare tutto il panorama letterario

contemporaneo, costituiscono alcuni degli aspetti più interessanti della politica culturale della

rivista. Non mancarono le ingenuità, le incoerenze che furono dovute alla giovane età dei redattori.

Il momento accolse le proposte del Naturalismo francese.

LA BRICCICA IN GLORIA

Lo Zena esce nell’82 con la prima redazione della novella “il Canonico”, imbroccando la

via del realismo e orientandosi verso un nuovo criterio di costruzione della struttura

narrativa. Già all’inizio de “il canonico” è attuato l’artificio della regressione dell’ottica dello

scrittore al livello di quella di un narratore anonimo e popolare che riporta fatti e situazioni

filtrandoli secondo la mentalità, la percezione del mondo e i moduli linguistici tipici di un

milieu subalterno e paesano.

La voce narrante sembra appartenere ad un popolano, diffidente nei riguardi della

medicina ufficiale, ma ingenuo verso i ritrovati del canonico che, di umile estrazione

sociale, è sentito più vicino, anche per l’estrema semplicità del suo carattere, e per la

comprensione dei bisogni della gente povera a cui non fa pagare i suoi prodotti.

La comparsa, in Zena, di questo procedimento (l’artificio) è in stretta correlazione con

l’assimilazione della recente lezione di Verga, che in Vita dei Campi, aveva rivoluzionato il

rapporto autore-materia. La presenza del V. è documentabile dall’83. Ma il riconoscimento

del peso dell’esempio di Verga negli sviluppi della sua narrativa viene dallo stesso Zena,

quando in un diario di viaggio dell’87, definisce suo “maestro” Verga, ricordando la visita

fatta ai luoghi descritti ne “i Malavoglia”. Un altro elemento di derivazione verghiana si nota

ne “la figlia della Briccica”, romanzo a puntate, ambientato nei quartieri popolari genovesi

che lo Zena pubblicò su “Frou-Frou” nell’83; la narrazione si fonda su piccoli fatti

insignificanti e comuni, che danno il sapore della vita reale, celando gli intimi drammi e i

problemi degli umili personaggi sotto la normalità di una esistenza banale.

La scelta veristica costituisce la strada maestra percorsa da Zena per un decennio. Z. si

avvicinerà al romanticismo, ma prenderà le distanze da queste due ballate. Scriverà “la

dama di cuori” (1883), “Il Babbo” (1885), “La domenica delle palme” (1885). La ricerca in

direzione verista dello Z. appare contraddetta da scelte d’altro genere (come ad esempio

Amori e turf che rientra nel genere della letteratura d’evasione).

Un momento rilevante è costituito dalla revisione di 2 novelle dell’esordio, d’argomento

realistico “la carriera di Natalino” e “Serafina”, ripubblicate nell’84. Ne “il mare”, rispetto alla

prima stesura è soppressa la parte iniziale che precedeva ed introduceva il dramma,

presentando l’ambiente e i personaggi; qui tutto è concentrato sulla caduta in acqua del

mozzo e sul vano tentativo del padre di salvarlo. Si cerca di presentare in primo piano i

fatti, secondo l’esempio verghiano, riducendo lo spazio concesso all’autore per

organizzare tutta la materia, spiegare e collegare gli avvenimenti, selezionare i particolari

più utili per la comprensione di assi. Rispetto a “la carriera di Natalino” c’è il tentativo di

utilizzare il discorso indiretto libero, per introdurre le emozioni del personaggio. Profonda e

di maggiore impegno è la revisione della novella “Serafina”. Alla gestione continua della

narrazione che aveva caratterizzato la prima redazione della novella, si sostituisce nelle

altre 2 stesure la presenza di un narratore anonimo e popolare, che presenta le vicende,

sottoponendole al filtro dei propri schemi mentali e ricorrendo ad un linguaggio lontano da

quello abituale dello scrittore e dei lettori. Sono eliminate le espressioni letterarie, la

struttura sintattica si apre a suggestioni di un parlato irregolare e popolare, il linguaggio si

fa ricco di espressioni e paragoni coloriti, quali potevano essere in bocca ad un popolano.

Il linguaggio che nella redazione del ’79 distanziava l’autore dall’ambiente descritto,

facendo sentire il suo giudizio negativo, adesso accomuna il narratore a quell’ambiente di

ladri. Il narratore ora sembra apprezzare l’abilità nei furti di alcuni personaggi. Lo Zena può

offrire una visione più immediata e più ampia di un ambiente, soprattutto dello

stravolgimento dei rapporti umani, che risulta non soltanto dalle vicende dei rapporti

umani, che risulta non solo dalle vicende narrate e dai comportamenti dei personaggi, ma

anche dall’ottica stessa della voce narrante, interna a quel mondo. Scompaiono le

osservazioni di carattere psicologico, tutto ciò è eliminato in quanto questi sentimenti

risultano ora dai gesti e dai comportamenti dei personaggi.

L’artificio del narratore anonimo e popolare non è impiegato ancora con rigore in tutta la

novella e in molti punti riappaiono l’ottica, il commento ed il linguaggio del narratore.

Sensibili modifiche riguardano la tecnica di presentazione della protagonista: nell’edizione

del ’79, la novella iniziava col trattato di Serafina, con una serie di notizie che

permettevano al lettore di conoscere la vita della ragazza e rafforzavano l’elemento

patetico; nelle altre 2 edizioni il personaggio è introdotto senza una regolare

presentazione.

Vengono introdotti alcuni particolari più realistici, per esempio se nell’edizione del ’79

Nicola chiedeva a Serafina di essere in futuro sua moglie, ora le chiede di essere la sua

girondina, cioè la sua amante. I due personaggi nella prima edizione erano il contadino

Michele e la moglie Brigida e tutto l’episodio aveva un sapore manzoniano con un

accenno alla Provvidenza, mentre l’autore mostrava di condividere il caritatevole

atteggiamento del contadino. Nell’edizione dell’82, l’episodio è trattato con umorismo e vi è

un impiego del discorso indiretto libero, mentre nel ’79 predomina il discorso diretto. La

ricerca di Zena, a partire dall’82, si muove lungo una linea segnata dalla sperimentazione

delle tecniche narrative desunte dall’area verista. Lo scrittore deve sentirsi soddisfatto di

alcuni risultati ottenuti.

Ne “il canonico”, appare discontinua la figura del narratore, che nel corso del racconto

cambia volto, status sociale, a livello linguistico. La narrazione all’inizio sembra essere

condotta da una narratore umile di condizione, ignorante, fiducioso più nei medicamenti

preparati dal canonico Marmo, che nei farmaci prescritti dal medico. All’inizio e alla fine

della novella il narratore è al di sotto, per livello culturale e sociale, dello stesso canonico

al quale va la sua ammirazione. Anche in altri punti della novella si percepisce la

condizione subalterna del narratore; il suo livello culturale appare simile a quello dei

semplici personaggi rappresentati. Si è ridotta la distanza tra autore e narratore. Dal punto

di vista espressivo, la novella non è omogenea, il livello linguistico varia. Lo Zena in

questa novella non ha ancora assimilato perfettamente la tecnica verista della

strutturazione del tessuto narrativo fondata sulla distinzione tra autore e narratore. La

gestione del racconto passa in alcuni momenti in mano all’autore. L’intrusione dell’autore è

evidente.

Una più coerente organizzazione della struttura narrativa offre “la Briccica in gloria”, in cui

la finzione del narratore anonimo e popolare al piano linguistico, è attuata con continuità.

Un passo indietro è costituito da “Il tifo”, in cui la responsabilità della narrazione ritorna

all’autore o l’impersonalità non viene rispettata. La gestione del racconto è scoperta, dato

che lo Zena non si preoccupa di attuare il metodo impersonale e lascia trapelare il suo

giudizio sui personaggi. Qui viene utilizzato il discorso indiretto libero.

Le anime semplici

Imponendo alla raccolta dell’86 il titolo “le anime semplici – Storie umili”, lo Zena sottolinea

l’elemento comune alle 4 novelle che lo compongono; l’affacciarsi di personaggi che

custodiscono doti di ingenuità e verginità d’animo. La visione del mondo offerta nella

raccolta si contrappone alle immagini del reale, provenienti da opere naturalistiche e

veristiche. Dai 4 racconti zeniani, esce una rappresentazione della realtà rassicurante, dal

momento che sono presi in esame tranquilli ambienti, dove si affermano sentimenti miti, o

dove è presente il male. Nelle “anime semplici”, c’è spazio per la disinteressata solidarietà,

per gli affetti, naturalmente in quegli individui che mantengono fede a certi valori. Davanti

all’interesse per la degradazione materiale e morale dell’uomo, si contrappone una diversa

valutazione della realtà. Lo stesso Zena nei suoi scritti critici, si pronunzia per un concetto

di globalità del vero. La scelta del campo veristico e l’accettazione di innovazioni tecniche,

non comportano per Zena un allontanamento dalle sue certezze ideologiche; ne “la bocca

del lupo”, la presa di coscienza del problema della miseria e dei suoi effetti in campo

morale, porterà lo Zena ad imbattersi nelle difficoltà.

Anche in “Serafina”, la novella in cui l’ambiente ritratto è un ricettacolo di violenza e di

crudeltà, il male è isolabile e non è estendibile a tutta la società, come si può vedere

nell’episodio in cui la protagonista, maltrattata dai compagni di lavoro, trova ospitalità e

comprensione presso il canonico Marmo.

L’episodio era stato ristrutturato; anche se revisionato per tecnica narrativa, personaggi o

stile, la funzione dell’episodio non cambia. Lo Zena non può ammettere che nessun aiuto

venga dalla società all’umile oppresso. Il male è presente in un ambiente demonizzato, in

quanto considerato corrotto e lontano dai valori morali: il mondo dello spettacolo dove può

collocarsi la compagnia di saltimbanchi; mentre d’altro canto, i 2 benefattori fanno

riferimenti a concetti di etica cristiana e di interpretazione della volontà divina.

Il canonico Marmo, risponde alle obiezioni della sorella, inizialmente restia ad accogliere

Serafina, accenna a motivi di obbligo morale e religioso, che impongono loro un

comportamento misericordioso nei riguardi della ragazzetta.

Nella rappresentazione della realtà, lo Zena proietta la sua concezione della vita, la sua

immagine dei rapporti umani, la sua soluzione del problema sociale, che vede nella carità

la prima risposta alla sofferenza e alla miseria degli uomini. In “Serafina” la funzione

narrante è delegata ad un narratore che condivide il punto di vista dell’ambiente sociale

rappresentato. La tensione morale dell’autore incrina in alcuni momenti la gestione del

racconto da parte della voce narrante anonima e popolare; soprattutto nella parte finale

della novella, l’affiorare della visione dall’alto è dovuta ad una resistenza morale

dell’autore. Un rapporto scoperto si coglie tra l’ideologia dello scrittore ed il personaggio di

Serafina: gli effetti deformanti del malsano ambiente, in cui vive, sono operanti solo

parzialmente sul carattere e sul comportamento della ragazzetta. Serafina è dedita al

furto, ha momenti di aggressività, tuttavia rimane in lei un fondo di umanità, che è rivelato

dal nascere di un affetto e di un attaccamento nei riguardi di Nicola.

Per lo Zena, non esistono leggi che regolino i rapporti sociali, come ritiene Verga. E’ insito

l’accenno all’ingenuità della protagonista, ma proprio questa scarsa capacità di

assimilazione sembra renderla immune dalla malvagità che la circonda. E’ ricorrente

l’immagine che rimanda alla condizione animale (il cane), per descrivere Serafina e la sua

vita.

L’animalità è segno di una denuncia sociale, in quanto è una implicita condanna del

mondo in cui è ridotto un essere umano per lo sfruttamento e la sofferenza, dall’altro

sembra avere un valore positivo, in quanto sinonimo di ingenuità e purezza. Il significato

del contrasto tra Serafina e il gruppo sociale in cui lei vive, è ridotto, poiché l’episodio del

canonico e della sorella Cicchina ha impedito che si potesse estendere a tutta la società

un sistema di rapporti crudeli.

Come in Serafina, anche ne “la Briccica in gloria”, i valori dell’autore vengono calati in

alcuni personaggi positivi, la cui presenza sta a dimostrare che il reale comprende anche il

bene; alla superficialità di Briccica e Marinetta, all’egoismo predominante nell’ambiente

ritratto, viene contrapposto un diverso modello di vita. Non è insignificante, che durante la

comunione di Marinetta, il Costante, ambiguo benefattore e genio del male, ostenti un

atteggiamento di superiorità nei confronti della religione e si atteggi a libero pensatore e

portatore di una cultura laica. Morale e religiosità per lo Zena vanno di pari passo; Angela,

personaggio positivo, ha scrupoli morali che le vengono dalla sua fede religiosa e le fanno

schivare le insidie del corrotto signor Costante, il quale la giudica una sciocca; in Marinetta

lo scarso rispetto per la religione è uno dei segni premonitori del futuro cedimento.

I pericoli morali vengono all’umile da una mancata accettazione della propria condizione

sociale, che lo portano a desiderare il benessere che il proprio stato economico non gli

consente; si scorge l’interessato desiderio dell’appartenere alle classi dominanti, che non

può non augurarsi che l’umile stia al suo posto. I personaggi positivi mostrano tutti

dedizione al lavoro, senso di responsabilità, mancanza di desiderio di lussi. Queste virtù

possiede il figlio della Briccica, che è morto giovane, come Angela e Battistina, che

risparmia per i suoi. Marinetta è schizzinosa nei riguardi di un possibile lavoro di cucitrice,

che trova pesante e sogna altri lavori.

In tutta la novella sono continui gli accenni alle smanie di lusso di Marinetta e di Briccica;

lo stesso titolo della novella si riferisce alla giornata di gloria della Briccica, in occasione

della comunione di Marinetta, in cui la protagonista può realizzare il suo desiderio di ben

figurare agli occhi della gente del quartiere, e di gustare i piacere di una vita agiata, che

negli altri giorni non può avere; tutto ciò è connotato in maniera negativa, e i divertimenti

della Briccica sono presentati come eccessi, mentre sono sparsi qua e là segnali che

preannunciano la futura caduta morale dei personaggi (un implicito avvertimento). Pur

corrispondendo la novella alla prima parte de “la bocca del lupo”, la funzione di ogni

personaggio rispetto alla trama complessiva, cambia per la mancanza ne “la Briccica in

gloria”, di alcuni episodi fondamentali quali, la morte di Angela, la partenza di Battistina, la

prostituzione di Marinetta e l’accettazione da parte della Briccica dell’attività immorale

della figlia. Le vicende successive del romanzo mostrano perdenti i comportamenti

improntati a moralità, giustizia e amore del prossimo in un ambiente di miseria e di fatto

qualsiasi alternativa al compromesso morale si dimostra rischiosa per chi l’adotta. Nella

novella, i comportamenti di Angela e di Battistina rappresentano un modello di vita diverso,

che si confronta con maggiore forza con i comportamenti egoistici e poco sensibili di

Briccica e Marinetta. Vi è maggiore rilevanza nella novella del contrasto città-villaggio.

“La Briccica in gloria” è ricostruita in base a uno studio del reale più profondo e più

impegnativo rispetto a quello sotteso alle altre novelle. Non può essere una semplice

coincidenza il fatto che “la Briccica in gloria” sia l’unica novella in cui l’impersonalità è

sempre rispettata e la gestione della narrazione è affidata ad un narratore appartenente al

milieu popolare ritratto. Lo Zena realizza una soluzione tecnica che da un lato viene

incontro ad un bisogno di verità, mentre dall’altro risponde ad una sua esigenza latente di

prendere le distanze da un problema sociale, lasciando che la propria interpretazione della

realtà filtri attraverso canali più ambigui. La voce narrante giudica i fatti con un certo

senso morale che tradisce una vicinanza dal punto di vista dell’autore. Nel romanzo

questa caratteristica avrà modo di esplicarsi per l’ampiezza della narrazione, che

abbraccia un numero maggiore di fatti. Ritornando al problema della diversa funzione e

rilevanza dei personaggi e degli elementi della trama ne “la Briccica in gloria”, è

interessante notare come nella novella abbia largo spazio il tema del contrasto città-

villaggio: la città è il luogo dove si addensano maggiori pericoli morali, mentre il villaggio

offre un ambiente più sano e tranquillo, dove sopravvivono più facilmente i tradizionali

valori morali. In paese vive Battistina, viene ospitata dalla nonna; quando poi venuta a

Genova si smarrisce e sviene per la stanchezza e la fame, è soccorsa da un carrettiere

del suo paese. Nel quartiere dove vive Briccica, i rapporti tra la gente seguono un’ottica

utilitaristica, e sono improntati a invidia e astiosità. In paese la miseria sembra essere più

sopportabile per la solidarietà degli altri e non spinge l’individuo verso la corruzione,

mentre in città è più difficile iniziare a lavorare. Nel romanzo del ’92 tutti questi motivi sono

presenti, ma hanno minore rilievo.

Nella novella il tema del contrasto città-villaggio è più in evidenza, anche perché le pagine

finali si chiudono con il significativo ritorno di Battistina, esclusa a Genova dall’affetto della

famiglia, verso il paese; anzi a sottolineare maggiormente il contrasto tra i 2 luoghi è

descritto l’incrociarsi del carretto, con 2 carrozze che riconducono in città, dopo la gita, la

brigata della Briccica; la Briccica e la sua compagnia non si accorgono di nulla e i 2 si

allontanano in direzione opposta. Nella contrapposizione città-villaggio, lo Zena risente di

una concezione cattolica che aveva visto la città come luogo del vizio e del peccato.

L’interesse per la provincia è motivato da un moto di ripulsione nei riguardi della nuova

società, percorsa dai miti del benessere, del potere, del denaro, più avvertibili nella città.

Una figura positiva è il protagonista de “Il canonico”. La sua semplicità appare naturale in

quell’ambiente lontano dalle inquietudini e dai clamorosi cittadini. La ricostruzione di

quell’ambiente remoto avviene non solo attraverso le opinioni, i pensieri degli abitanti del

paese; la regressione del narratore al livello di coscienza dei personaggi permette di dare

un’immagine più estesa della psicologia e della cultura degli appartenenti a quel milieu; il

narratore è un’anima semplice.

LE TRE FIAMME, SUL PROLOGO DI NEDDA

Nelle lettere alla famiglia o agli amici il Verga nega sempre ogni sua implicazione emotiva nella

novella Nedda. L’occultamento di una materia intima calata nel testo, che lo coinvolge da vicino,

dimostra un celato imbarazzo. Tale atteggiamento lascia intuire una necessità autocensoria del

Verga. Già dal tema trattato, l’abbandono colpevole del luogo d’origine e della famiglia e del

ritorno, non possiamo non notare una certa qualità autobiografica. Anche la struttura richiama

l’immagine di una autobiografia, sottoposta a un processo estremo di concentrazione.

Lo scorrimento temporale non è segmentato da indicazioni cronologiche precise. Inoltre ad un

certo punto la biografia si arresta per lasciare spazio a un’altra forma dello scrivere di sé che è

l’autoritratto. Questa variazione è segnalata dal brusco passaggio al presente indicativo, ciò rende

meno omogenea la struttura dell’introduzione.

Si tratta però di un’autobiografia negata, ma con il richiamo all’Etna e con l’utilizzo della 1°

persona, egli si distacca da quel canone che richiede una distanza tra il personaggio e la voce

narrante. Per il resto vi è il tentativo di comunicare un’”irrilevanza” di quelle memorie facilmente

attribuibili al suo passato.

Per il lettore vi è un altro tipo di fruizione, poiché la mondana immagine dell’io narrante crea

immedesimazione nei destinatari e li predispone alla giusta sollecitudine verso gli umili. Parlando

in 1° persona l’autore si rivolge a coloro che apprezzano la “voluttuosa pigrizia del caminetto”,

difforme da quella placida abitudinari età borghese.

Il prologo presenta una tripartizione enfatizzata dal ricorrere dell’elemento iconografico della

fiamma che si ripete sempre, però diversa, per un apparente disegno circolare:

passato/ presente/ passato.

Ma ciò entra in attrito con la bipartizione già segnalata dal passaggio:

autobiografia/ autoritratto.

Tuttavia quel movimento verso il passato ne produce un altro in avanti verso una nuova

metamorfosi. Tale sovrapposizione di uno schema tripartito e di uno bipartito, ha un duplice effetto

contraddittorio:

 MOVIMENTO INARRESTABILE CHE MIRA ALL’AUTENTICITA’ DELL’ESSERE;

 IMMOBILITA’ DI UNA COSCIENZA CHE PRIMA RIEVOCA IL PERCORSO COMPIUTO

PER UN’INIZIAZIONE MONDANA E POI FRONTEGGIA LE INVOLONTARIE

INSORGENZE MEMORIALI CHE LO RIPORTANO A STORIE E LUOGHI DI UN

LONTANO PASSATO.

L’incertezza della costruzione basata su blocchi ruotanti intorno all’immagine di una fiamma, ma

anche come contrapposizione di due momenti, è da attribuirsi alla condizione di un soggetto che

da un lato NON APPARE DISPOSTO A RICONSIDERARE LE SCELTE DI VITA COMPIUTE, ma

allo stesso tempo PERCEPISCE UN BISOGNO DI RITROVARE UNA PARTE DI SE’

RINNEGATA.


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere classiche
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze letterarie Prof.

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