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successione di apparenze mutevoli? “è l’ultima volta che VEDO”: variano sempre per opera del

tempo e per il nostro mutare, ma se non ci fosse quel mutare, quel desiderio e mancanza, non ci

sarebbe nemmeno la vita che vale quella mancanza.

INNO: acqua è LETE, fa dimenticare.

“amore mio giovane emblema tornato a dorare la terra”= illuminare con l’oro, la luce della terra e

dice tornatO perché lo identifica col sole e quindi con la divinità che rappresentava il sole, quindi

Apollo. La figura del sole viene per traslazione del campo semantico, sottolineata dal suo

accostamento col verbo tornare, crea una relazione tra la figura del sole e la figura del temo: quindi

tra la figura dell’amore e la figura del tempo stesso.

(PG316)CORI PER LA TERRA PROMESSA, 9°CORO: risponde al rapporto della trasfigurazione

dello scorrere del tempo con il movimento perpetuo del Sole. Il riferimento in questa poesia è al

giorno del compleanno del poeta che mette in evidenza il tempo che passa: tutti gli anni la mimosa

torna a fiorire. Nell’ultimo periodo della sua vita, dopo la morte della moglie, U si era trasferito da

via Remuria a Roma, all’Eur dalla figlia. L’immagine della mimosa fiorita ogni anno e che ritorna a

fiorire è manifestata già nella sua duplice diversità si presente e di passato:la mimosa che il

soggetto poetico vedeva dalla finestra della casa dove aveva abitato e la mimosa che vede ora

fiorire dalla finestra della casa dove abita e dunque nel confronto tra presente e passato. Immagine

della realtà e della memoria: confronto che se nel caso specifico è fatto tra l’albero che s inquadra

nella finestra del presente e quello del passato, potrebbe essere fatto anche tra la mimosa come

appare ora e che ricordiamo fiorita l’anno scorso. Il tempo NON scorre: Gozzano diceva “tutto

ritorna” così come afferma il primo principio della termodinamica e quello che chiamiamo tempo

non scorre, ma passa attraverso noi che ne constatiamo il passaggio attraverso la modificazione

delle cose e apparenze che sono intorno a noi: cose apparentemente sempre presenti o che

ritornano e di cui vediamo il cambiamento col confronto dell’immagine del passato. “mentre arrivo

vicino al gran silenzio…”: nel momento in cui si approssima la morte (dietro questo discorso

filosofico c’è sempre un discorso di tipo linguistico relativo alla parola: è lei che muta e offre diversi

aspetti della realtà la quale nasce e defluisce nel silenzio) se di tutte le cose ritorna comunque

l’apparenza (perfino ciò che è morto ch torna nel sogno o nell’immaginazione:pg 293 Terra

Promessa: il privilegio della notte e della momentanea sospensione di tutte le apparenze reali nella

oscurità della notte che il tempo può proiettarsi momentaneamente all’indietro e far nascere,

rinnovare, la speranza di rendere alla luce quei gesti tanto amati da essere creduti immortali. Nella

notte, oscurità e momentanea sospensione dell’urgenza della realtà, ciò che è morto, passato – fa

riferimento al figlio- l’immagine dei suoi gesti riappare, è riportata alla luce e si mantiene nella forza

della memoria, del ricordo. La poesia s’intitola il segreto del poeta: perché è quell’inesauribile

segreto che deriva dalla notte e che può essere detto solo parzialmente)che è cmq un apparenza

sempre diversa, se però tutto torna vorrà dire che niente muore ma che tutto esiste e resiste o

saprò finalmente che la morte non ha regno che sopra l’apparenza? Quando sarò morto riuscirò a

sapere che tutto continua a vivere e che quindi la morte non esiste o che c’è solo la morte che

regna sul nulla?

Ogni parola nasce e finisce nel silenzio:è l’esperienza della morte.

INNO ALLA MORTE: “Abbandonata la mazza fedele..morte arido fiume”, tornando ai Fiumi : tutti i

fiumi e tutti i periodi storici della sua vita si ritrovino/riconoscano nell’acqua dell’Isonzo “questi sono

i miei fumi contati nell’Isonzo” ed è la mia nostalgia per ciò che non c’è più; nell’oscurità della notte

e nella constatazione di tutto ciò che manca, che è stato perduto e sembra quasi racchiudersi nella

corolla di questo fiore cui è paragonata la vita, ciò che è presente diventa l’immagine stessa della

perdita, di ciò che è stato e che seguita a mantenersi attraverso la memoria. È la memoria dunque

che prevale in questa immagine di un fiume o tutti i fiumi che fanno riferimento a diverse epoche

della vita. Nella poesia del 1916 il rapporto tra identità e armonia universale, tra vita e infinito, tra

memoria e innocenza, viene fatto attraverso l’immagine d un fiume, l’Isonzo in cui si condensano

tutti i fiumi della sua vita, attraverso l’elemento della memoria che viene invece negata laddove si

prospetta un altro fiume arido “ma queste occulte mani”. Nell’Inno invece c’è un acqua buia,ed il

fiume è arido perché è il fiume che toglie la memoria della morte e la memoria svanisce. Nell’altra

poesia parla della nostalgia degli altri suoi fiumi e delle epoche della sua vita, qua invece scivola

nell’acqua senza rimpianto di ciò che è stato. “Immemore sorella morte” pian piano arriva la

definizione con l’evoluzione di concetti e linguaggio: immemore, aggettivazione già annunciata

prima, arida, non desidera e non ricorda. “mi farai nel sogno baciandomi” il verbo baciare lo

troviamo già in una poesia dell’Allegria del 1916 ANNIENTAMENTO: “oggi come l’Isonzo..è felice ,

ho sulle labbra il bacio di marmo”: il termine annientamento mette in evidenza uno dei motivi

ricorrenti di U ossia la inevitabilità della perdita d’identità nella possibilità di recupero d’armonia: ciò

che è finito può solo annientarsi nel finito per essere in armonia con l’universo. Vengono così meno

le coordinate spazio temporali che presiedono alla sintassi.

Versi finali: il processo di identificazione con la natura/realtà circostante, la riflessione prende di

nuovo a modello l’Isonzo “mi trasmuto in volo di nubi”:l’Isonzo, a maggio, lo vede sia nei suoi punti

più aridi laddove si vede il greto azzurro e dice che si fissa in quel greto, nell’immobilità delle acque

(il greto fa parte del fiume ma è immobile) e si trasmuta in volo di nubi come l’Isonzo: se

guardiamo l’acqua del fiume noi ci vediamo riflesso il cielo e quindi l’acqua del fiume diventa

insieme sia qualcosa di arido che qualcosa di aereo e con lui anche chi la guarda “mi fisso e mi

trasmuto” U è l’Isonzo. Il solito essere sgomento, quell’essere che è sempre sgomento nel senso

della sua esistenza, oggi è finalmente libero da ogni freno in quanto perde la propria identità, si

annienta, ha perso ogni definizione ed il freno. “non batte più il tempo col cuore” la poesia

cominciava con la definizione del cuore. Il tempo è la definizione della nostra vita, è il cuore che lo

scandisce e ha creato la divisione e la dimensione del tempo: non ha tempo ne luogo ora ed è

felice perché non c’è piu nessun desiderio e nessuna mancanza, ha raggiunto l’armonia nella

perdita della propria identità: “ho sulle labbra il bacio di marmo” che è il bacio della morte, ma è un

bacio che è sulle labbra e ne sigilla l’apertura, imprimendone il silenzio: la parola è espressione di

mancanza e assenza e desiderio e infelicità. INNO ALL MORTE: “avrò il tuo passo” identificazione

con la morte, senza lasciare impronte in quanto non c’è segno nella perdita dell’identità. Cuore

immobile è l’assenza del desiderio, l’indifferenza e la perdita della memoria prelude al reperimento

dell’innocenza d ciò che è stato prima della cacciata dell’Eden e prima dell’inizio della storia e

formulazione della parola come espressione della mancanza, assenza e desiderio che ne deriva.

“no pensiero e bontà” no sentimento verso la realtà, con gli occhi nell’oblio non c’è più ragione, no

prospettiva, no futuro, no memoria “felicità” è una felicità senza futuro, ma che è nel non essere

della morte, laddove l’essere è la parola e quindi mancanza.

Leggere pietà

16-10-12

Ungaretti e Pascal pag 923:commento di Ossola.”tocca alla poesia trovare la lontananza alla

misura” Ossola fa riferimento ad un testo del Sentimento del Tempo, parla della poesia Sentimento

del Tempo e dall’altra parte fa riferimento alla teoria pascaliana. È molto importante la teoria di

Pascal ripreso sulla falsa riga del discorso leopardiano in quanto è Leo che rimanda a Pascal.

Pascal mette in evidenza ch la realtà esistenziale (sia individuale che dell’identità individuale e

della parola, del segno, che si costruisce in uno ambito spazio temporale definito) questa realtà

esistenziale esiste solo frammentariamente e si esprime attraverso due infiniti, due abissi: abisso

del niente che precede la nascita e l’abisso infinito che segue la morte. Tra i due abissi si esprime

l’identità esistenziale (segno, parola, persona, tutto ciò che è FINITO), Ossola afferma che se in

questa realtà e all’interno del pensiero pascaliano ripreso dai versi della morte meditata di

Ungaretti, canto primo, è proprio della morte approfondire lontananze (approfondire lontananze: è

la morte che causa la lontananza rendendola sempre più profonda e incolmabile. La lontananza è

lo spazio che divide il mio presente da qualcosa che è assente in esso; lo spazio della lontananza

si fa sempre più profondo e assoluto quanto piu è approfondito dall’azione della morte).La morte

radicalizza le assenze, le lontananze. Se sulla scia del pensiero pascaliano è la morte che

approfondisce le lontananze come Ungaretti mette in evidenza nella “morte meditata”, dall’altra

parte è alla poesia che è da Ungaretti affidato il compito di stabilire una misura in questa

lontananza e stabilendo una misura, renderla percepibile e quindi esprimibile nell’ambito della

realtà esistenziale: ciò che è infinito non può essere espresso in quanto incontenibile nell’ambito

della parola, ma sta nella parola poetica stabilire questo rapporto tra infinito e infinito, rapporto tale

che è appunto la poesia che resiste all’annullamento radicale della morte.

D’Annunzio: miraggio/pioggia nel pineto è il contrario di Annientamento. Nei versi dannunziani a

partire dall’affermazione de “il verso è tutto”si sancisce l’onniscienza del discorso poetico (il poeta

è il vate) ma anche l’esaustività del discorso poetico, ossia la poesia dice la verità. La verità si

esprime nella parola poetica, così che nella situazione panica (panismo) si riproduce questa

esaustività, all’interno della parola si riproduce tutta la realtà; una parola che per essere detta ha

bisogno della voce di chi la dice, voce di verità ossia il poeta vate. Il discorso ungarettiano è invece

completamente diverso: Ungaretti non dice il verso è tutto o la poesia dice la verità, ma l’esatto

contrario: il verso può dirmi poco, la poesia non è altro che l’espressione dell’esistenza di qualcosa

che non posso dire a pieno ma esprimere attraverso una limitata espressione verbale. Quindi la

parola poetica va verso la verità, cercandola, ma è una ricerca che non potrà portare altro che al

nulla in quanto pascalianamente finisce nel nulla per poi riproporsi come dopo il naufragio riprende

il viaggio il superstite. In Annientamento succede alla individualità naturale quello che succede alla

parola: così come una parola muore in un'altra parola per poi rinascere, in annientamento

interagisce e scompare con quella circostante. Nella scomparsa del tutto io vado /guido la felicità.

Pg 208: LA pietà. Il testo è diviso in 4 parti e si struttura come una riflessione dialogica tra il finito e

l’infinito che nel testo sono rappresentati dalla identità della voce poetica, soggetto poetico in

quanto finito e dell’altra parte dal suo interlocutore silenzioso, quel silenzio che viene man mano

denominato crudeltà o eterno. È proprio facendo riferimento alla identità del soggetto poetico, ma a

quella che è la caratteristica della sua identità divisa, mutilata (l’attacco dei fiumi faceva

riferimento a un albero mutilato) che si fa riferimento subito all’attacco del testo “sono un uomo

ferito”: diviso e mutilata nell’ambito della sua separazione, di ciò che ne determina la finitezza e la

dimensione storica (la cacciata dal paradiso terrestre o il taglio del cordone ombelicale, una

separazione). “uomo solo con se” si riprende il tema del girovago, ma anche quello che è l’esito

auspicato del girovagare stesso dell’esistenza ossia il paese innocente. L’innocenza è quella in cui

l’uomo è solo con se stesso, ma è auspicato anche nell’ultima delle poesie dell’allegria “quando mi

desterò dal barbaglio della promiscuità” ossia quella dell’essere dall’altro da se, condizione

indispensabile per la formulazione della parola e del discorso. “esiliato in mezzo agli uomini” il

discorso ungarettiano si evolve continuamente, riprendendo e sviluppando temi e quello dell’esilio

era già espresso in “girovago”; la figura tipica dell’esule è quella che si definisce nella figura di

Mohammad Sh. (in memoria: “ fu marcel ma non era francese..”). “ non sarei degno di tornare a

me?” Ungaretti uomo di pena, ma la pena è il compartecipare, la compassione, l’essere in rapporto

con altri uomini che vuol dire esistere, parlare, esprimersi attraverso una parola che non può

esprimere altro che la propria mancanza. “ho popolato di nomi il silenzio” quest’affermazione è una

conseguenza della riflessione agostiniana quando Agostino mette in evidenza come nel momento

successivo alla creazione, momento in cui le cose emergono dall’oscurità, è quello

dell’imposizione dei nomi alle cose; quindi l’azione dell’uomo che nel momento della separazione

da quello che era la prevalenza del principio del sapere nel silenzio, prevale il principio di realtà, il

quale è dominato dall’esperienza, memoria e linguaggio: è attraverso la memoria che si fissano e

determinano i frutti dell’esperienza. È solo con la memoria che si fissa l’esperienza, riproducendo

la parola e rompendo il silenzio: il silenzio si popola di nomi e parole. “ho fatto a pezzi cuore e

mente per cadere in servitù di parola” la perdita della propria armonia nell’identificazione,

annientamento, nel silenzio è stata ottenuta a prezzo del condizionamento della propria esistenza

a quelle parole che si sono create.L’identità dell’individuo in armonia con la identità universale è

inesprimibile; si può esprimere solo attraverso la dimidiazione e quindi solo attraverso la

frammentazione della propria identità. Il poeta ha assegnato alle parole dei significato e si è dato

leggi e convenzioni come tempo e spazio. Tempo e spazio esistono perché esistono parole per

definirli, così come Dio. “regno sopra fantasmi” i fantasmi sono quelli che sono stati creati dalle mie

parole, come spazio tempo mondo. “foglie secche” evanescenza di tutto ciò che apparentemente

esiste, ma è solo per la morte; assume consistenza e sostanza solo nella parola che lo esprime.

“odio il vento e la sua voce di bestia immemorabile” tema che si riprende in alcune strofe del

Caino, scritto lo stesso anno della pietà. In caino si dice il contrario di quello che è scritto nella

pietà. Nella pietà è il vento che spazza via ogni traccia della memoria, rendendo tutto vano e

mutevole. “Dio coloro che ti imploro non ti conoscono piu che di nome?” stesso concetto d infinito e

creazione in quanto inizio deriva dall’esistenza del non Dio: Dio esiste, ma non sappiamo atro che

il suo nome. “mi hai discacciato dalla vita, mi discaccerai dalla morte?” tema dell’esilio ripreso, il

discacciare dalla vita è la perdita, cacciata dal paradiso terrestre, mentre è nel silenzio della morte

che si può recuperare l’armonia persa nel momento della cacciata . “forse l’uomo è indegno di

sperare” speranza d recuperare nella morte e nel silenzio l’unità perduta a causa del peccato.

“anche la fonte del rimorso è secca?” così come non si spera nel futuro, non si rimpiange il

passato, il ricordo del peccato. “il peccato che importa se alla purezza non conduce piu, cerco un

paese innocente2 non può arrivare al paese innocente e riconquistare l’unità perduta e cosa

importa se c’è stato un peccato che ha scisso quello che una volta era unito? “la carnesi ricorda

appena che una volta fu forte, è folle e usata l anima. Dio guardala nostra debolezza” l’umanità si

presenta in quelli che sono le sue caratteristiche di maggiore debolezza come la vecchiaia che

mostra il passare del tempo, l’azione vanificante del tempo e dall’altra parte anche un anima che

non può sperare più in niente, in quanto è consapevole della impossibilità di esaudire i suoi

desideri. “di noi nemmeno piu ridi e compiangici dunque crudeltà” se il concetto dell’indifferenza

degli dei viene qui ripreso, figura nietzchana del dio che ride degli uomini, ma anche accenno alla

figura palazzeschiana di dio nel manifesto del 1913 dell’antidolore: dio non ha qualità fisiche, ma

ometto mediocre nelle sue caratteristiche che rideva nel vedere gli esseri creati per il suo

divertimento. “se tu non ridi nemmeno piu di noi almeno compiangici” l’azione di dio è di assoluta

indifferenza e la divinità non può essere concepita se non come indifferenze xk nella differenza sta

il finito. “non ne posso piu di stare murato nel desiderio senza amore” si ritrova spesso la figura del

muro che abbiamo trovato anche nell’inno alla morte “con la mente murata”; qui è la situazione

opposta, non c’è speranza di esaudimento del desiderio e dunque la parola non puo essere altro

che l espressione d un desiderio senza speranza, una parola limitata; desiderio senza amore non

sarà mai esaudito, ma solo formulazione della propria mancanza e inesauribilità. “la tua legge qual

è?” se la legge degli uomini non può mostrare la verità, allora qual è quella di Dio? “sono stanco di

urlare senza voce” espressione ossimorica, come urlo di Munch, valenza di tipo espressionistico

ottenuta attraverso l’ossimoro. L’urlo senza voce è quello che esprime la propria incapacità di

rompere un silenzio che nella sua rottura esprime un fallimento. “malinconiosa carne” esprime la

sua malinconia, ricordo di ciò che era stato e ora si manifesta solo come mancanza. “gioia” quella

di vivere, dell’esistenza: il discorso di Ungaretti va sempre avanti nel rapporto dialettico tra storia

vita esistenza infinito eterno silenzio.. l’innocenza di ciò che non è e la memoria che è storia,

esistenza e vita. “tu vedi anima matura quello che sarò caduto nella terra”il momento della

vecchiaia, altro tempo della vita; dalla constatazione di tutto ci che è stato creato dall’uomo con le

sue parole si passa alla meditazione della morte.”siamo noi la fiumana d ombre, sono esse il grano

che scoppia in sogno..nomi” noi siamo morti viventi, fiumana di ombre, perché noi passiamo, ogni

momento della vita è già passato nel momento in cui ne parliamo, siamo la rappresentazione fisica

e metamorfica; i morti sono quelli che danno peso con la loro memoria ai nomi, sono i nomi della

nostra storia, quelli che hanno creato la storia. “speranza di un mucchio d ombra” dal futuro

aspettiamo solo di diventare ombre, è il nostro destino, quindi dio è solo un sogno e desiderio,

manifestazione della mancanza d infinito che non può essere colmata. Quando si dice che la

parola e immagine di Dio è il frutto della piu evidente demenza, ribadisce quello che era stato detto

in commiato, nella poesia di chiusura del porto sepolto, “limpida meraviglia di un delirante

fermento”: nella parola che dice Dio, c’è la limpida meraviglia della assoluta inesprimibilità

all’interno di quella parola del concetto stesso di Dio. È demente, fuori dalla mente, e chiara nella

sua espressione: si esprime un concetto attraverso la sua negazione in quanto la parola nega

l’infinità di Dio. “piaga misteriosa” il concetto di eterno e infinito non deriva da ciò che è fuori di me,

ma dentro di noi come piaga, segno della mancanza, di un assenza. Noi non abbiamo l’infinito,

siamo stati cacciati dall’Eden e abbiamo solo il senso della nostra finitezza e l’idea di Dio nasce

dalla mancanza di Dio dentro di noi, mancanza di infinità dentro di noi.

Concetto della luce: nel suo discorso su Petrarca in una delle lezione in cui affronta il tema della

poesia e del rapporto tra parola e immagine in Petrarca, enuclea un verso di Petrarca che più di

ogni altro mette in evidenza la presenza dell’assenza: il verso petrarchesco è “e m’è rimasta nel

pensiero la luce”. La figura di Laura progressivamente si allontana e svanisce nella sua

dimensione fisica e addirittura nei suoi tratti e viene quasi a perdersi, assorbita da ciò che però

permane come il segno della sua stessa assenza. In questa luce è rappresentata la forza di

resistenza della memoria e anche il suo esaurirsi all’interno della manifestazione della sua stessa

assenza. La dinamica tra luce e buio è gia evidente nelle prime poesie dell’allegria e si ripropone

nel testo ungarettiano sulla falsa riga della riflessione sulla poesia petrarchesca e del valore della

memoria e del suo stesso esaurimento, quindi il rapporto tra ciò che è, ciò che non è piu e non

sarà piu nella morte. Frammentarietà dell’essere rispetto al nulla che era prima della nascita e non

sarà mai piu dopo la morte.

22-10-12

Riflessione che tocca il rapporto tra infinito e finito, a partire anche da quella che è stata la

riflessione della scuola elleatica di pamenide su questo tema a partire dall’affermazione di

Parmenide che l’inifinito era costituito da una pienezza che non ammetteva frammentarietà o il

nulla. Il non ammettere nulla non ammette nmmeno il vuoto o la morte. A partire da questa

considerazione sulla pienezza dell’essere, ripresa dalla scuola dei pitagorici (discendente da quella

elleatica) ma anche nella riflessione di s Agostino già si ribadisce quello che era stato il concetto di

fondo della riflessione parmenidea e pitagorica: quando agostino dice “quando ancora non era

stata fatta luce e la realtà che appare non era emersa, dov era tutto questo?” e sii risponde “c’era

già” tutto era gia fatto e compiuto. L’illusorietà della realtà deriva da questo rapporto tra essenza e

esistenza di cui l’uomo non può percepire altro che il secondo tempo, l’esistenza che è limitata

dalla vita nascita e morte e che in quanto tale gli ha fatto inventare delle nozioni come quella di

spazio e tempo che se sono necessariamente vere per l’uomo non corrispondono alla verità, una

verità che risiede nella sostanza essenziale della realtà, nell’essere stesso, che però l’uomo non

può percepire o apprendere o manifestare tranne che in qualche raro sogno.

Nella primavera 1932 Ungaretti ebbe dalla gazzetta del popolo l’incarico di fare un viaggio nel

meridione d’Italia, soprattutto nella zona archeologica del salernitano (da Napoli scende verso

Pestum, Cuma e Capo Palinuro). In questo viaggio di cui egli descrive l’itinerario a Jean Paulhan

(scrittore francese direttore di Commerce , rivista di cui faceva parte anche Ungaretti, uno dei più

importanti intellettuali anni 30-60 in Francia). Ungaretti lo aveva conosciuto gi a partire dagli anni

20, amicizia che durò tutta la vita, testimoniata da un epistolario 1920-metà anni 60 (morte di

Jean). In due lettere U parla di questo viaggio ed è molto entusiasta e quest’entusiasmo derivante

da quest’incarico derivava dalla presenza in questi luoghi di quell’antichità classica e di quel mito,

le origini del pensiero filosofico tanto importante sia nell’Allegria, ma soprattutto dalle ultime

dell’Allegrie e prime del ST, anni 20 in poi, importante per la prassi poetica Ungarettiana. Appare

evidente anche xk quando scrive a Jean descrive l’itinerario: gli articoli scritti in questo periodo

(marzo-luglio) vengono successivamente rielaborati e raccolti in versione più estesa in un volume

di prose intitolata “il povero nella città” (non ci sono tutte), volume che sarà ulteriormente ampliato

e, queste prose in parte già pubblicate, vengono raccolte nella sezione “mezzogiorno” del volume

di prose intitolata “il deserto e dopo”. Questa sezione mostra che rovescia l’itinerario descritto a

Jean mettendo per primo il luogo che ha visitato per ultimo, Elea, in una prosa chiamata “Elea e la

primavera”: questo perché quando le prose perdono il loro essere un rendiconto e accentuano la

valenza narrativa si vuole mettere in evidenza la sostanza filosofica che sta alla base

dell’esperienza artistica ungarettiana ed è base della sua riflessione filosofica, quindi quella

parmenidea che faceva capo alla scuola ellenica.

Parte finale della prosa dedicata a Elea, (da prendere in biblioteca) contenuta o ne “il deserto e

dopo”o in “viaggi e lezioni” meridiano. Nella prosa che inaugura la sezione mezzogiorno “Elea

questa è Elea, città di fuggiaschi, dove anche il mondo aveva finito col diventare un assenza,

questa è Elea o città assente” Già qui possiamo vedere come la riflessione nei confronti delle

rovine di una città che erano state ritrovate casualmente nel 700 e quindi Carlo V le aveva fatte

riesumare almeno parzialmente con scavi ripresi solo nel 1927 quindi quando U va lì i reperti sono

appena stati riesumati. Fa molto effetto in quanto la rovina viene a sgnificare

contemporaneamente da una parte la distruzione del tempo e dall’altra la resistenza della memoria

rispetto alla distruzione stessa del tempo. (“e tu onore ettore avrai finchè il sole risplende sulle

sciagure” da cercare su internet). Dall’altra parte c’è Elea, città così importante per lo sviluppo

della riflessione sul pensiero umano, che non esiste: quelle rovine significano la sua assenza: è

una città viva solo nella memoria che resiste nella memoria, ma che non è visiibile. È presente solo

come assenza. “questa è eea città di fuggiaschi dove anche il mondo era diventato assenza, è

elea o città assente. O tu Senofane (maestro di Parmenide) rapsodo che qui approdavi dalla ionia

invasa, della tua opera non restano frammenti piu vasti di queste schegge di terre cotte che a

piene mani posso raccattare salando. Quanto tu eri amaro, uomo, che a lungo eri stato sul mare

scoprendo che solo il pensiero è immortale.” L’immortalità del pensiero che costituisce un

continuum nella terribilità di un esistenza individuale che se a lvl individuale è caratterizzata dalla

sua limitatezza, dall’altra parte in quanto esistenza della specie del mondo si rivela come un

continuum: Elea non c’è più e nemmeno l’organicità del pensiero degli eleatici di cui sono rimasti

solo frammenti e tuttavia quel pensiero continua ad agire a influenzare il pensiero degli uomini

anche se deriva da qualcuno che non c’è più, ma quella città continua a esistere nel pensiero, il

quale è l’unico immortale. Come in 2auguri per il mo compleanno” le cose tornano ma sono

diverse e quindi posso affrontare ciò che non è piu, ma ciò che è e ciò che non è piu rimane nel

mio pensiero. Questo è ciò che diceva Senofane, solo il pensiero è immortale: Ettore permane

finché ci saranno uomini che lo potranno ricordare. “ma quanto tu eri amaro uomo? Che a lungo eri

stato sul mare scoprendo che solo il pensiero è immortale. Cercavi viaggiatore l’essere e non più

le apparenze. L’unità e non gli individui. E per primo nel mondo occidentale in questa terra d’Italia,

toglievi o poeta crudele, alle immagini la divinità” in auguri per il proprio compleanno, nella parte

finale della poesia, dopo aver costatato come tutto cambia, ritorna e muore, si dice “eppure

griderei..resta, sofferenza” (pg 234) vuol dire che diversamente da quanto sembra, questi ultimi

versi sono un disperato amore per la vita, laddove nonostante tutto quel desiderio che anima la

giovinezza del corpo e che fa sì che nella attenzione al desiderio stesso si perda la

consapevolezza della propria individuale vanità (voglio godere della vita e della sua materialità

cercando di esaudire il mio desiderio senza pensare che sia vano e per questo vado in contro al

fallimento, alla disillusione eppure quest’amore della vita, della realtà, forza del corpo che fa

dimenticare la propria vanità e crede che il mondo sia rappresentata dalle immagini del mondo,

quindi rappresentabile. Anche se conosco bene sia la mia vanità che l’inadeguatezza di ogni

parola o manifestazione dell’esistenza che non è eterno, nonostante mi crei sofferenza in quanto

assenza, coscienza della mia separazione da ciò che è vero- quindi vita come errore e sofferenza-

nonostante questo direi non mi lasciare sofferenza perché la sofferenza coincide con la vita) la

poesia è del 1935, 3 anni dopo il viaggio: il concetto appare rovesciato rispetto all’affermazione di

Parmenide “toglievi alle immagini l’immortalità/la divinità” le immagini del mondo non

rappresentano l’eterno, la verità.

Nella Pietà definisce bestemmia il nome di Dio che rinchiude in una parola l’infinità,

frammentandola e offendendola. Nella riflessione di Senofane, le immagini definite, non

appartengono alla divinità o eternità, al contrario di ciò che avviene tra fine 6 secolo inizio 5, scuola

parmenidea elleatica. Nella tradizione omerica esiste l’esatto contrario, leggendo Iliade o Odissea,

l’eterno consentiva immagini, infatti gli Dei venivano rappresentati antropomorficamente. Così

come gli dei romani, brutta copia dei greci, hanno come caratteristica che appaiono in somiglianza

dell’uomo e qui le immagini sono consentite all’eterno. Alla base della dottrina elleatica stava

questo, la consapevolezza contro Omero dove venivano raffigurati anche i difetti umani. Ungaretti

riprende il pensiero elleatico, irrappresentabilità di ciò che è infinito. “avrà nuova prova che l’infinito

è come il finito, illusione. E se non pu esserci spazio, se non può esserci cioè vuoto (tutto è pieno e

perfetto, lo spazio sarebbe immagine d ciò che è definito) se l’unica sostanza reale tutto occupa, è

un inganno dei sensi il non essere. Anche la morte è un inganno come il muoversi e il mutare” tutto

è sempre immutabilmente identico e siamo solo noi con la nostra illusoria percezione della realtà

che lo crediamo mutevole. Se non esiste il vuoto, non c’è morte o cambiamento, non esiste quindi

l’infinito in quanto contrario del finito, esiste solo ciò che è e quindi la morte non esiste.

Analizzando l’inifinito di Leo, mette in evidenza che per dare l’idea dell’infinito Leo si deve servire

di qualcosa di finito, ossia la siepe ed è attraverso questa che di tanta parte dell’ultimo orizzonte

guarda esclude, che si ha la percezione di ciò che non si po’ vedere, e mi sovvien l’eterno e le

morte stagioni.., è tramite il finito che si da l’idea dell’inifinito in quanto anche questo è una nostra

proiezione, in contrapposizione con la finitezza della nostra vita/spazio/tempo; laddove tutto è

perfetto e unito non c’è concetto di infinito perché tutto è per sua natura e siamo noi che creiamo le

immagini di ciò che non c’è, creandoci anche le immagini della nostra morte. Le illusioni che

popolano il mondo sono care perché rappresentano la nostra vita. Il concetto dell’illusorietà della

vita e le immagini che costituiscono la vita dell’uomo sono manifestate nella pietà.

Il sogno deriva dalla memoria, ma si sottrae dalla coscienza definitiva, spazio temporale della

memoria. Nel concetti di memoria vale la definizione spazio temporale, è attraverso la memoria

che ho coscienza del passato e mi proietto nel futuro. Quando sogno le immagini che mi appaiono

derivano dall’esperienza e dal dna, esperienza genetica. Questa memoria che abbiamo in sogno

non è condizionata da divisioni spazio temporali, tant’è vero che in sogno possiamo spostarci

liberamente, in quanto quella memoria è libera.

GRANO: qualcosa deve morire per far vivere qualcos’altro, al nostra continuità vitale sta nella

morte: il seme del grano deve morire per far uscire il frutto. Nell’immagine del sogno questa

continuità appare evidente.

LA PIETà: nelle sezioni 3 e 4 si introduce un altro concetto, ossia quello della LUCE, che si

rappresenta anche nella riflessione ungarettiana non solo come tramite alla emersione della realtà

dall oscurità che la contiene, ma anche come limite estremo di resistenza e manifestazione

dell’assenza di qualcosa che è stato. “e m’è rimasta nel pensier la luce” verso petrarchesco

commentato come massima resistenza dell’esistenza nell’assenza. Una luce che qui tuttavia non è

piu quella che aveva abbagliato la vista di Dante al termine della sua ascesa, ma che si è ridotta a

un filo sempre piu sottile, un filo che unisce ancora nella sua impalpabilità ciò che è con ciò che si

manifesta come non essere o parzialità dell’essere. Filo che nella 4 sezione viene individuato

come un filo di ragno al quale l’uomo sta attaccato sul vuoto che lo circonda. Ossia il vuoto del suo

stesso errore

23-10-12

Vuoto/pieno: Ungaretti dice che il fatto è che c’è l’essenza e c’è l’esistenza! Ma l’uomo non può

percepire altro che l’esistenza e da qui deriva la necessità del suo errore= l’uomo in quanto tale,

essere finito e determinato nei suoi limiti dell’esistenza, in quanto esiliato dalla sua origine e

dunque in quanto tale nella sua condizione d’esilio dimidiato, chiuso nei limiti della sua esistenza,

non può concepire altro che le categorie mentali di spazio e tempo. Ungaretti sulla falsa riga di

Parmenide Platone Pascal le chiama illusioni: è tutto illusorio ciò che noi percepiamo, ma lo è solo

perché fin dal suo punto di partenza diverge dall’unità della verità. La nostra misurazione

dell’esistenza e la concezione del tempo sono solo a misura nostra (90 anni per noi sembrano

tantissimi, ma in realtà rapportati agli anni di vita del sole non sono niente.): la concezione di

tempo e spazio è misurato secondo la nostra vita ed il nostro punto di vista: risulta quindi evidente

che tutto ciò è illusorio, la nostra raffigurazione della realtà è illusoria perché parte da concetti

convenzionali e determinati da noi che non hanno la categoria di verità, verità che è irraggiungibile,

non esiste. Più ci si avvicina alla verità più si hanno approssimazioni deboli. Dialettica

dell’innocenza e della memoria: l’esperienza esistenziale e vitale, non sono solo necessarie (se

non c’è l’esserci non può manifestarsi l’essere) ma c’è proprio l’amore per la vita (resta sofferenza)

nonostante il dolore e l’inutilità di questa. La sua è poesia di amore per la vita. Secondo Parmenide

tutto è pieno e quindi non esistono vuoto, tempo e spazio, ma siamo costretti dalla nostra illusione

a determinarci la vita in questa maniera: secondo lui il vuoto non esiste in quanto è un segno della

mancanza dell’essere e se l’essere è perfetto non può essere manchevole e, se ci fosse un vuoto,

ci sarebbe anche un pieno e quindi qualcosa che non è completamente vuoto o pieno: il pieno è la

mancanza di niente, quindi niente non c’è. Questo concetto viene applicato da Ungaretti al

linguaggio, alla tecnica poetica e filosofia del linguaggio: riguarda la valenza gnostica e demiurgica

del linguaggio: quando si dice che non ‘è mancanza di niente, il linguaggio che per potersi

formulare non può farlo altro che in un rapporto tra pieno e vuoto (messo in evidenza del PS) il

linguaggio si formula attraverso una frammentarietà di pieni /vuoti bianchi/ neri non può essere

altro che erroneo. (Corazzini lo aveva già capito nel 1907 dicendo “non morremo più e andremo

per la vita errando per sempre” la situazione esistenziale è legata all’inevitabilità dell’errore).

La riflessione teorica ungarettina sulla lingua e sui rapporti tra lingua e realtà, sulla funzione della

lingua poetica, avviene su più piani: didattico, saggistico, prosastico, poetico. Troviamo il

corrispettivo di queste domande su tutti i piani, quindi quando viene mandato al sud in viaggio, (ne

“la pesca miracolosa” fa riferimento a Palinuro e la riflessione ch viene fatta sul simulacro,

emblema, morte, sonno, sogno che sono nuclei tematici che afferiscono all’immagine mitica di

Palinuro, hanno il corrispettivo linguistico nella sestina e il supporto teorico che si ritrova sia nei

saggi, nelle lezioni che nelle prose).

Pascal e Parmenide: come si conciliano? Pascal non concepisce tutto come Parmenide: Pascal

concepisce l’esistenza e non l’essenza, ossia l’esistenza è quel frammento che sta tra l’infinito che

precede la nascita e il nulla che segue la morte: quindi Pascal mette in evidenza la frammentarietà

dell’esistenza, inevitabilità della sua frammentarietà.

L’essenza non è definibile, è ci che è. Definendola la si limita.

L’amore per la vita corrisponde alla necessità dell’esistenza.

LA MEMORIA/LA PIETA’: La memoria a partire dalla teoria psicanalitica freudiana, è elemento

essenziale nella determinazione del principio di realtà. È tramite la memoria che fisso le mie

esperienze e ne traggo conseguenze. Quando si parla di principio di piacere e di principio di realtà,

di eden e di cacciata dal paradiso terrestre, dimidiazione della nascita, ecco che la memoria

diventa importante sia come fattore di conservazione dei segni che si apprendono all’interno del

nostro percorso esistenziale (la storia, la lingua), ma la memoria, quella libera dalle nuvole

dell’esistenza, può essere anche memoria d’avanti nascita, percezione di quella mancanza che mi

spinge a cercare qualche altra cosa. Quindi, può essere tramite alla ricerca di quello che Ungaretti

chiama “un minuto di vita iniziale, il paese innocente”. In questo senso l’esempio petrarchesco

rispetto alla figura di Laura, quando si dice “e m ‘è rimasta nel pensier la luce” sta a significare

l’assenza di Laura ma la sua forza di permanenza nell’ambito stesso della sua assenza. Non è più

definita, ma è presente nel vuoto della sua assenza.

Nella pietà la luce è elemento che domina nell’attacco della terza sezione ed è concepita nella sua

valenza gnostica conoscitiva ma anche nel rapporto tra il filo di luce che sta a significare la

sempre poi rarefatta percezione conoscitiva (l luce che ci punge è un filo sempre più sottile). Un

filo che è quello che sembra poter collegare l’essere con l’esistere, ma che è sempre più sottile e si

trasformerà nel filo di ragno attaccato sul vuoto (4sezione) e che contrasta con l’abbagliare della

luce divina: quell’abbaglio che ha dentro di sé anche la valenza dell’errore (ho perso un abbaglio),

ma che è anche come nel paradiso dantesco il no più vedere per troppa luce. (in Dante non si

vede per troppa luce e non si può spiegare nemmeno a parole.) Il discorso ungarettiano da una

parte mette in evidenza quanto sia flebile quella luce che ancora collega l’essere con l’esistere e

ne esplica la flebilità nell’interrogativo 2piu non abbagli tu se non uccidi?” ormai la presenza

dell’eterno non è data neanche dalla sua forza abbagliante, ma solo forse nella morte, che viene

comunque richiesta “dammi questa gioia suprema”. La 4 parte è una conclusine relativo a ciò che

è stato detto fino ad ora. L’azione dell’uomo,la sua capacità creativa, l’uomo dio che crea con l’arte

(dal 900 non è riproposizione della realtà naturale, ma composizione all’interno della realtà) crea

qualcosa di limitato e definito. “attaccato sul vuoto” discorso pascaliano. “se non il proprio grido” in

questi versi si sottolinea la grande solitudine dell’uomo, dell’esistenza. L’uomo non è solo esiliato e

alla ricerca di qualcosa che non si esaudirà mai, ma in questo esilio ed estrema vanità della ricerca

stessa, la solitudine assoluta che lo circonda in quanto consapevole della incolmabilità del vuoto

che lo separa dall’essenza è descritta in questi versi. Questo senso di solitudine apre anche le

prose del “Deserto e dopo” e di “Elea e la primavera”. In Elea: parte dall’immagine del porto (porto

sepolto) ma è anche il luogo verso cui si dirige il vecchio capitano dopo tanti naufragi, è limite,

stasi e nel porto emerge la percezione della solitudine, la quale è senso di lontananza e vuoto

impossibile da colmare. Ne “la pietà” ultimi versi, parla di monotono universo dell’uomo che non

parla altro che a se e non convince altro che se stesso nell’inutilità del suo grido. “bestemmie” la

stesa formulazione dell’idea di eternità non può essere altro che bestemmia, errore. Se il concetto

di conoscenza viene qui espresso secondo una tradizione affermata, attraverso la metafora della

luce, vediamo come questo sia dimostrabile in molti componimenti, tra cui “chiaro scuro” primo

periodo e “Il segreto del poeta” del secondo periodo, sta in Terra promessa.

CHIAROSCURO: fa parte della sezione “ultime”, prima dell’Allegria, poesie del 1914-15. Il

riferimento interno al testo “compagno arabo” si riferisce alla poesia “in memoria” in cui parla di

Mohammad che si era suicidato. La figura di Mohammad è figura per antonomasia all’interno del

macrotesto ungarettiano della figura dell’esule e la sua impossibilità di accasarsi, non sapeva più

sciogliere il canto del suo abbandono, non era più arabo ma neppure francese (ragione del suo

suicidio). Questa figura è in posizione mediana tra sopravvento della notte e ritorno del giorno in

una descrizione del passaggio temporale attraverso la variazione cromatica che si dispone nel

testo poetico in posizione chiastica relativamente al titolo e nel testo anche le tombe sono

scomparse perché predomina lo scuro e poi ritorna il chiaro. Nel sopraggiungere della notte e

dell’oscurità, nel dominio della oscurità, è tale da far sì che dentro quella oscurità venga assorbito

anche il segno della stessa morte: anche le tombe sono scomparse. È la luce(ossia Apollo, Sole,

girono che torna e tempo che passa (Vedi Cezanne)) è attraverso la mutevolezza cromatica della

luce che abbiamo la percezione del passaggio del tempo e anche la percezione della definizione

delle cose, degli oggetti che fanno parte della nostra realtà e quindi è attraverso la luce e nella luce

che noi abbiamo anche la sensazione del vuoto, della fine e quindi della morte. Una sensazione

che viene meno nel dominio dell’oscurità, un oscurità che viene descritta attraverso il suo

progressivo installarsi così come è osservato dal punto di vista dell’osservatore “spazio nero

infinito (ossimoro spazio-infinito) calato da questo balcone al cimitero” il balcone è quello dove sta

lui è il suo punto di vista; è una riproposizione con termini mutati “e mi sovvien l’eterno, le morte

stagioni…”: dal punto di vista del balcone guarda verso la morte, il cimitero: il sopraggiungere della

notte esclude anche quella vista, la comprende. La luce è la memoria che resiste dentro l’oscurità

e che collega ciò che è vivo a ciò che è morto, che fa parte dell’oscurità. “rifà giorno..primo chiaro”

c’è una degradatio cromatica: il verde tetro, l’oscurità, verde torbido, chiaro. Dal buio del nulla, si

passa attraverso gradazioni diverse che non sono altro che il riflesso della luce sopra (il verde è

sempre lo stesso) e muta a seconda del mutare della luce. L’ultima parola della poesia è la prima

del titolo “chiaro” quindi luce intesa come messa in evidenza delle immagini mutevoli della realtà.

IL SEGRETO DEL POETA (293):anche qui la costruzione di tipo chiastico collegando l’ultima

parola del primo verso alla prima dell’ultimo: notte e luce. In questo caso la notte viene considerata

amica proprio in quanto nella sua oscurità è concesso di riaccendere la SPERANZA di far sì che

gesti, immagini, figure che erano stati tanto amati da essere considerati immortali, pur sapendo

della loro consistenza umana, (parla del figlio morto a 10 anni e non solo). La notte/oscurità è

occasione di riaccendere la speranza di poter riportare alla luce ciò che è stato considerato

immortale ma che non lo era, ossia il potere di resistenza della memoria e del ricordo. Quindi in

questo caso la parola è ciò che riporta alla luce ciò che è stato. La luce,in senso petrarchesco,

come immagine della resistenza della memoria nella percezione stessa della sua assenza. “e nel

silenzio restituendo va”.

Saggi: Idea del tempo e valore della memoria in Petrarca/ sui sonetti del Petrarca/ sul sonetto del

Petrarca, quand’io son tutto volto in quella parte (su viaggi) --- (su saggi e lezioni) 1950

24-10-12

Il presupposto da cui parte Ungaretti è quello che ha origine nella riflessione filosofica della scuola

eleatica e Parmenide. Oltre che nella prosa di Elea, si ritrova questo concetto anche in “la rosa di

T/Pesto” (Salerno 14 maggio 1932, ma la data non è relativa al momento della scrittura ne a quello

dell’ampliamento, è il giorno in cui è uscita sulla gazzetta) in questa prosa parlando del pensiero di

Pitagora (p.156 viaggi e lezioni, Montefoschi). Riflessione di tipo filosofico che rimanda ai pensieri

dei filosofi del sud; l’occasione nasce sempre dall osservazione delle rovine archeologiche: in Elea

e la primavera, l’osservazione di Elea città assente in quanto aveva avuto una grande importanza

tra 6 e 1 sec ac, dove si era sviluppata una scuola filosofica che aveva improntato la successiva

filosofia ellenica della Magna Grecia, famosa sia per l’economia che per la bellezza, ormai

scomparsa.In La pietà, riflessione sulla vanità della vita derivante dalla morte, dimostrato dai segni

e dalle tombe così come dalle rovine di Elea, che dimostrano che quello che c’era una volta non

c’è più. I due aspetti che Ungaretti considera, quelli di vanificazione e resistenza, sono considerati

come esempio della condizione umana: nella prima prosa di Elea dice che “l’infinito ha come il

finito illusione. E se non può esserci spazio, se non può esserci cioè vuoto (secondo la scuola

eleatica non esisteva altro che l’1, intero indivisibile e perfetto e quindi non può esistere vuoto e a

sua volta spazio) se l’unica sostanza reale tutto occupa, è un inganno dei sensi il non essere.

Anche la morte è un inganno, come il muoversi e come il mutare, tutto è e è sempre uguale uno

intero e immobile”. Nella rosa di Pesto il discorso procede dalle osservazioni delle rovine, ma

intese nella loro valenza resistenziale: facendo riferimento al pensiero di Pitagora nel rapporto tra

essenza ed esistenza, si rileva come per Pitagora l’idea di perfezione consistesse nella identità tra

esistenza e essenza: la perfezione (p156 viaggi e lezioni) “ si pensa naturalmente a Pitagora a

quella vera idea della perfezione che è l’esistenza identica all’essenza.(NON è LONTANO DAL

CONCETTO DI ARMONIA “IL MIO TORMENTO è QUANDO NON MI SENTO IN ARMONIA”) E

siccome non possediamo che l’esistenza (la vera idea di perfezione per Pitagora è l’identità tra

esistenza e essenza, ma dato he conosciamo solo l’esistenza) abbiamo trovato le parole vita e

morte, (abbiamo esperienza solo per esistenza, di memoria storica che ci porta l’inizio della nostra

vita e la sua fine che identifichiamo nella morte degli altri)ma non esiste che un passare continuo

da una forma a un'altra, non per capriccio ma per previsione eterna (in realtà non sono veri

concetti quelli di vita e morte, principio termodinamica, niente si crea o distrugge, tutto si

trasforma)e siccome dell’essenza, nostra aspirazione di purezza irraggiungibile, solo l’astrazione

può darci qualche vano simulacro,l’esistenza dei mortali è sempre stata un furore nel fuoco per

arrivare in qualche modo a un ordine” intende che se da una parte il concetto di verità non può

essere individuato altrimenti che come coincidenza di essenza ed esistenza, dall’altra parte, per

quello che riguarda noi mortali, siamo inevitabilmente legati all’errore che deriva dalla nostra

stessa finitezza e da cui discende sia la percezione di qualsiasi elemento dell’esistenza come

vita/morte inizio/fine. Essenza: non può essere considerata che dal punto di vista dell’uomo e

quindi della finitezza dell’uomo, il quale, se consapevole della propria definizione, limiti e finitezza,

non potrà di quella essenza esprimere che un vago simulacro, un astrazione, qualcosa che già di

per se non può essere contenuto all interno della definizione del discorso filosofico. Infatti per

l’attinenza di questo concetto con la riflessione teorica ungarettiana continuerà per tutta la sua

produzione a parlare di SEGRETO.

Ungaretti/Pascoli:non è un caso che Pascoli e d’Annunzio appartengono, nelle storie letterarie, ad

uno stesso ambito letterario ed anche alla stessa corrente letteraria, il decadentismo. Tuttavia

quando si parla di avanguardia e si parla di frattura relativamente al concetto di arte, letteratura,

poesia, valore poetico, valenza del segno, si parla di qualcosa che va contro d’Annunzio e non si

parla della poetica pascoliana. Questo è dovuto al fatto che quella rivoluzione teorica e poetica che

viene fatta a partire dal 1905 dalle avanguardie storiche, questa operazione di crisi nei confronti

della tradizione e proposizione di nuovi modelli è già presupposta nella produzione poetica pasco

liana, ossia il lavoro che Pascoli fa da mirice fino ai poemi conviviali, il lavoro che investe il segno

che investe la parola poetica e la sottrae dalla sua consuetudinarietà verbale come con l’uso

dell’onomatopea (Pascoli come Leopardi usa termini che non sono consueti al vocabolario poetico)

quindi è attraverso il discorso Pascoliano che si arriva ai crepuscolari e a Montale. E’ mettendo in

crisi il poeta vate e il valore onnisciente del discorso poetico che si va verso la sperimentazione

novecentesca e così anche per il concetto di morte che cmq non è assente in d’Annunzio così

come il concetto del passaggio del tempo: tutto è contenuto nella parola. Nel discorso poetica di

Pascoli è presente il concetto che Pascoli non ha chiamato segreto, ma che chiama mistero: il

mistero della morte, non può essere detta.

Quando si parla di Continuum e di continuità si parla di continuità storica, quindi relativa non

all’essenza ma all’esistenza, in quanto a noi non è dato esperire l’identità tra essenza ed esistenza

dove, secondo Pitagora, esiste il vero. Parlando di continuità storica, questa esiste attraverso i

mutamenti delle condizioni storiche della specie e di qualsiasi manifestazione di quella specie

(storia della lingua, poesia, arte, di un espressione artistico letteraria che così come si manifesta

nelle antiche civiltà si manifesta anche nell’evoluzione del discorso poetico, nell’evoluzione del

linguaggio). Nell’autocommento al sentimento del temo, Ungaretti mette in evidenza come le

poesie da lui scritte tra 1919 – 1932, afferma che queste poesie sono state occasionate dalla

osservazione del mutamento del paesaggio nella successione delle stagioni, dalla osservazione

del deterioramento della natura sotto la calura estiva e dal rapporto tra pieno e vuoto,

dall’esplosione formale del barocco architettonico romano. A partire da questo, è nata l sua

riflessione sopra la valenza di una poesia che è risultante tra l’esaltazione dell’uomo per la sua

capacità di creazione e la considerazione dell’uomo della vanità e della peribilità della sua

condizione. L’uomo crea, ma tutto ciò che è creato dall uomo è soggetto a fine, ma tuttavia rimane

come rovina o ricordo o memoria. Sta in questa evoluzione e continuità questa valenza di

resistenza e di vanificazione che coesistono nella storia, sono queste che la compongono così

come formano la memoria. Proprio di fronte al senso di solitudine e vuoto suscitato da Elea,

Ungaretti afferma “e di te, città disperata e di voi primi occhi aperti non è rimasto altro se non n po’

di polvere? La vostra forma mortale era un illusione come tu dicevi Parmenide, ma la vostra voce

la sento in questo silenzio, ciò che era materia immortale in voi è immortale anche in questo mio

corpo caduco. “ l’unica cosa immortale è il pensiero che si rinnova e trasforma. “e come a te poeta

o Parmenide m’è caro l’errore dei mortali”(errore riferito a Parmenide, ossia la forma, i modi,

attraverso cui si esprime definendosi la ricerca dell’essere da parte dei mortali) “secondo il quale la

natura la sua luce le sue ombre.. popolano di una misteriosa e coraggiosa battaglia la terra” quindi

se la ricerca va verso l’innocenza di un momento iniziale, tuttavia il desiderio è rivolto anche alla

pur consapevole erroneità dell’esistenza e della vita “eppure griderei non te ne andare, resta

sofferenza”.

TEMPO: collegato al ritmo, elemento metrico che è fondamentale per la strutturazione del discorso

poetico e all’interno di questo tipo di riflessione, che è anche una riflessione sull evoluzione della

lingua all’interno della stessa scrittura nel suo passaggio e rimando di tipo analogico da una parola

all’altra. Si mettono in evidenza le VARIAZIONI e le modulazioni verbali di un linguaggio che

mantiene la propria continuità nel mutamento. Prima poesia degli “inni” “Danni con fantasia” del

1928 (pg207):la domanda che si pone all’inizio è quella che sorregge tutto il discorso del

componimento, ma si basa su due presupposti: cioè la differenza tra sostanza e apparenza, ossia

la stessa tra essenza e esistenza. La differenza tra sostanza e apparenza è definita dalla

considerazione che tutto ciò che percepiamo della realtà, partendo dal presupposto eleatico, non è

altro che apparenza. Le apparenze però non durano, vedo qualcosa che non è mai uguale: è da

questo tipo di riflessione in cui si situa il rapporto tra durata e tempo (quindi anche in mutamento e

continuum) che si riallaccia anche il discorso teorico ungarettiano nel concetto di Infinito di

Leopardi. (p469 saggi e interventi, nel secondo discorso su Leo) “s’era in leopardi

antecedentemente l’accordo di due cose: se n’era accorto come abbiamo tentato di dimostrare da

due articoli del Brem, si era accorto dell’importanze del patetico ai suoi tempi ed il patetico per …

diventava il sentimento della sofferenza universale. (sofferenza è il senso della storia) si era

accorto anche che non poteva esserci poesia senza sentimento dell’infinito. Sensazione che si fa

vaga che porta a vaghe ricordanze..sensazioni accettate di ammettere al’inizio del sentimento

dell’infinito (principio di indeterminazione x U e vaghezza per Leo)ma riflettendo, si era accorto che

idea e sentimento dell infinito non possono aversi che da cose finite, cose del passato cose morte

dal nulla da cose scompare che l infinito era un illusione originata dalla potenza evocativa,

potenza incantatoria della parola” il concetto d’infinito come illusione, il nulla, la morte e l’infinito

non esistono: ciò che genera l’idea dell’infinito è la parola (leo x parlarne ha bisogno della siepe

quindi qualcosa che determini l’infinito). Nella continuità del linguaggio la parola è continuità e

variazione, diversificazione. L’assenza di durata delle parole e delle apparenze e delle immagini,

garantisce della continuità della vita, se l’immagine si blocca sarà un immagine di morte ma

tuttavia il mutamento delle immagine come della lingua e delle parole (se la parola si blocca esiste

solo il silenzio).

Leggere la poesia con la poesia “canzone” con auto commento di Ungaretti (+”danni con fantasia”)

29-10-12

Il tema che si affronta ne “danni con fantasia” è basilarmente quello che attraversa tutta la

riflessione ungarettiana a partire dalla metà degli anni 20 in poi, ossia dal saggio su “Innocenza e

memoria” che viene pubblicato in francese, poi italiano e ulteriormente ampliato e che nel suo titolo

stabilisce i due termini dialettici attraverso i quali si evolve il discorso teorico e la sperimentazione

poetica: da una parte la ricerca di una verità che viene individuata come momento iniziale ossia

essere allo stato puro, o coincidenza tra esistenza e essenza o realtà edenica prenatale. Quando

parliamo di realtà edenica, facendo riferimento a tutto ciò che precede la cacciata di Adamo ed Eva

dal paradiso, ossia l ‘inizio della storia, ci riferiamo al MITO:il racconto testamentario si stabilisce

come mito, tanto quanto il racconto omerico o virgiliano alla base di questo rapporto che vede

da una parte l’innocenza e dall’altra la memoria, ossia tempo/storia/esistenza/vita/mutamento

(dove dall’altra parte c’è la perfezione immutabile): in questi due termini, se dalla parte della

memoria ci sono tempo spazio storia.. dall’altra parte stà il mito, non solo l’immobilità, la

perfezione, la verità, ma anche la valenza immutabile del mito che è così forte da far sì che la

realtà edenica diventi immagine della perfezione e della verità, quindi tramite alla percezione di

questa verità. (auguri per il proprio compleanno)“eppure griderei, veloce gioventù dei sensi che

all’oscuro mi tieni da me stesso e consenti le immagini all’eterno, non te ne andare, resta,

sofferenza”: una delle caratteristiche dell’errore dell’essere umano, dell’essere umano nell’errore,è

di non capire la verità e di attribuire verità e credibilità alle apparenze dell’esistenza e della realtà.

Di qui parte il pensiero parmenideo cui Ungaretti fa riferimento nelle prose del deserto e dopo

come momento sintomatico della sua riflessione: Parmenide dice che l’immagine che l’uomo ha

della realtà e della vita non è altro che illusione in quanto le apparenze continuano a cambiare,a

mutare e a divenire, essere sempre diverse, ma ciò che è perfetto è IMMUTABILE. Sulla

riflessione filosofica eleatica c’è anche la comprensione di come ciò che è eterno, infinito, perfetto

è in realtà irrappresentabile in quanto non inscrivibile all’interno dei limiti di un immagine e dunque

indefinibile e indicibile, perché non comprensibile all’interno dei limiti di una parola, di un segno e di

un immagine. La veloce felicità dei sensi che consente le immagini all’eterno, che rappresenta

l’eterno con un immagine, non può essere altro che erronea e produttrice di sofferenza: Tuttavia

questo è l’unico modo che l uomo ha per avere un’idea dell’eterno. Immagine di Dio vietata in

molte religioni, tuttavia quel punto in cui si ferma l’immagine di dio e la sospensione della voce tra

due parole, qualcosa deve esserci: perfino la nostra rappresentazione dell’innocenza primaria e di

ciò che precede l’eden, la storia, è di per se un’immagine che a differenza di quelle della realtà

(che mutano e tornano diverse) di mantiene fissa dentro la sua consistenza formale.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Analisi di poesie e saggi di Giuseppe Ungaretti. molto dettagliate. Vita, poetica, filosofia, principali influenze storico artistiche letterarie.

ALLEGRIA:
- chiaroscuro, in memoria, il porto sepolto, annientamento, i fiumi, commiato, mattina, allegria di naufragi, preghiera, girovago.

SENTIMENTO DEL TEMPO:
alla noia, sirene, inno alla morte, danni con fantasia, pietà, caino, auguri per il proprio compleanno

TERRA PROMESSA:
Palinuro, segreto del poeta I, IX coro.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in lingue e letterature europee e americane
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lightside-votailprof di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana moderna e contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Papini Maria Carla.

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