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La religione del mio tempo

"La religione del mio tempo esprime la crisi degli anni sessanta... La sirena neo-capitalistica da una parte, l'adesistenza rivoluzionaria dall'altra: e il vuoto, il terribile vuoto esistenziale che ne consegue. Quando l'azione politica si attenua, o si fa incerta, allora si prova o la voglia dell'evasione, del sogno ('Africa, unica mia alternativa') o una insorgenza moralistica (la mia irritazione contro certa ipocrisia delle sinistre: per cui si tende ad attenuare, classicisticamente la realtà: si chiama 'errore del passato', eufemisticamente, la tragedia staliniana ecc." (1)

Così Pasolini spiega sulle pagine del settimanale del Pci "Vie nuove" parte del messaggio della raccolta di poesie La religione del mio tempo; uscito nel maggio del 1961, raccogliendo testi scritti tra il 1955 e il 1960. Anni particolarmente importanti, questi, per l'affermazione di Pasolini come letterato e regista. Sono gli anni di "Officina", e proprio sulla rivista creata insieme a Roversi e Leonetti vengono pubblicate per la prima volta le poesie La religione del mio tempo, Una polemica in versi, e gli epigrammi di Umiliato e offeso.

Se ne Le ceneri di Gramsci era evidente lo scontro tra passione e ideologia, tra religiosità e marxismo, ne La religione del mio tempo questi temi vengono assorbiti nell'ideologizzazione del mito popolare, con punte evidenti di autobiografismo. Vengono, comunque, abbozzati i punti fondamentali del pensiero pasoliniano degli anni successivi. Particolarmente rilevanti i riferimenti all'"abbassamento del livello culturale sottoproletario" e alla latente omologazione del neo-capitalismo.

Nell'epigramma Alla Francia, Pasolini reincarna la mitologia del sottoproletariato africano e questo, successivamente, rappresenterà uno dei temi fondamentali, a livello documentaristico, del suo cinema. Il volume testimonia il passaggio tra il populismo (che Pasolini ha smentito solo in parte) caratterizzante la sua opera e gli sfoghi autobiografici e le avvilite riflessioni delle Poesie incivili.

La ricchezza

La ricchezza apre questa seconda raccolta poetica "romana" di Pasolini. Il poemetto si apre con la descrizione di un operaio "col suo minuto cranio, le sue rase / mascelle" (2) davanti agli affreschi di Piero della Francesca, il ciclo pittorico della Leggenda della croce, nel coro della chiesa di San Francesco ad Arezzo.

"Il primo capitolo o movimento del racconto (tutta La ricchezza si sviluppa a lasse di libere strofe, in versi sciolti dall'obbligo di misura e di rima, con un sommario in frontespizio di capitolo) si chiude con la dizione di Nostalgia della vita, ad indicare un viaggio dal di dentro al fuori, dal tempo allo spazio..."

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

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