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Letteratura italiana

Leopardi (1798-1837)

Figura emblematica della modernità

Rappresenta una figura emblematica della modernità:

  • Senso di disagio rispetto all'epoca in cui viveva;
  • Critica alle mode, al conformismo e al comune “buon senso”;
  • Incapacità di trovare interlocutori che potessero comprendere il suo isolamento culturale e politico.

→ Simbolo dell'intellettuale moderno.

La sua figura è complessa: attraversa fasi così diverse del suo percorso intellettuale da rendere difficile un'interpretazione unitaria delle sue opere.

Dall'erudizione al bello

Leopardi nasce a Recanati, cittadina dello Stato della Chiesa (oggi nelle Marche, provincia di Macerata) da Monaldo Leopardi e Adelaide Antici, di famiglie aristocratiche. Primogenito di 10 figli (solo 5 sopravvissuti), riceve un'educazione tradizionale e antiquata. Il padre è di posizioni conservatrici e partecipa attivamente alla vita sociale e pubblica. Il palazzo dei conti di Leopardi ospita una grande biblioteca dove Giacomo passa anni a studiare da autodidatta già dall'adolescenza.

Scrive il “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi”, una critica alle superstizioni. Scopre anche la filologia e inizia un'attività di studio che gli permette di sviluppare un grande rigore e una pratica della parola letteraria. Le sue capacità lo spingono anche a sperimentare la traduzione di testi difficilissimi come gli “Idilli” di Mosco. Impara da autodidatta l'ebraico e il greco tramite la Bibbia. Si sente angosciato dall'ambiente chiuso e soffocante di Recanati.

Leopardi scopre la passione per la letteratura e scrive sia in versi che in prosa. Un esempio è l'orazione “Agl'italiani” influenzata dalle opinioni conservatrici del padre; cerca, quindi, confronti con l'esterno, e nel 1816 scrive “Lettera ai sigg. compilatori della Biblioteca italiana”, con cui si inserisce nella polemica classico-romantica. Critica il romanticismo e il suo testo non viene pubblicato.

Ha una forte passione per i classici e sostiene la necessità di riscoprire i legami profondi fra i classici e la grande letteratura italiana.

Il criterio che Leopardi usa per giudicare la poesia è la naturalità: la natura è alla base di una possibile felicità umana. Grazie ad essa, gli antichi potevano coltivare la fiducia nelle illusioni e credere nella virtù e nell'eroismo; l'avvento della civiltà ha portato alla scoperta del “vero” e al crollo delle illusioni: qui si pongono le basi della diffidenza che porta Leopardi al pessimismo, che verrà detto pessimismo storico.

1817-18: comincia ad acquistare autonomia intellettuale e inizia una fitta corrispondenza con il classicista Pietro Giorfani, il quale diviene la sua guida intellettuale. Si innamora di una cugina e scrive “Memorie del primo amore”. In risposta a un articolo di Ludovico Breme scrive il “Discorso di un italiano intorno alla poesie romantica” ma non viene pubblicato perché ribadisce ancora una critica al romanticismo perché secondo lui i romantici sottraggono la poesia alla dimensione corporea dei sensi su cui la fondavano gli antichi. Nel 1818 scrive due canzoni civili ispirate a Petrarca in esse si schiera con i moti del Risorgimento, staccandosi definitivamente dalle idee del padre.

L'approdo alla poesia

Il compimento del cammino verso l'autonomia è rallentato dall'aggravarsi di problemi di vista e del fallimento, nel 1819, di un tentativo di fuga da Recanati. La crisi lo porta a coltivare il pensiero del suicidio. Inizia la sua “conversione filosofica”: c'è un allontanamento definitivo dalla religione e una messa a fuoco del problema dell'infelicità umana, che elaborerà attraverso il sensismo settecentesco. Inizia a comporre poesia lirica che vuole rappresentare l'attimo nel momento in cui passa e diventa un ricordo: ricordanza → fondata su un'osservazione dei meccanismi della coscienza, legati a sensazioni ed emozioni, costituendo l'autocoscienza dell'io. In 3 anni Leopardi scrive sei “Idilli”, il primo dei quali è “L'infinito”. Il termine idilli si riferisce alle poesie pastorali greche, ma la poesia leopardiana se ne allontana perché la natura diventa la realtà in cui l'io proietta i suoi sentimenti. La lingua usata è moderna e sofisticata.

Fino al 1822 Leopardi continua con canzoni e idilli, ma poi ottiene il permesso di andarsene da Recanati e andare dagli zii a Roma. Trova la città culturalmente morta ma conosce uomini di cultura stranieri. Non riesce, però, a trovare lavoro per essere autonomo e dopo 5 mesi è costretto a tornare a Recanati.

Dal bello al vero

Nel 1824 si concentra sulla poesia filosofica e scrive venti testi che chiamerà “Operette”: dialoghi o racconti in tono satirico, divisi per temi e forme. Il genere è classico e il titolo è “Operette morali” perché tutti i temi sono trattati su un versante morale. Ciò che Leopardi intende per morale è la ricerca della verità e la critica alla corruzione intellettuale, ma per evitare che i suoi testi sembrino dei moralismi fa parlare entità astratte e personaggi mitici, usando dei dialoghi vivaci e una lingua moderna.

Nella fase del pessimismo storico Leopardi considera la natura in modo positivo; in seguito scopre che il pessimismo era già insito nel pensiero degli antichi e la natura, da madre affettuosa, diventa matrigna. Con ciò inizia la fase del pessimismo cosmico: l'ottimismo è un inganno morale e bisogna prendere coscienza della verità dell'esistenza.

Tra il 1825 e il 1826 Leopardi inizia ad avere rapporti sociali tra Milano e Bologna: l'editore milanese Stella gli dà l'incarico di redigere un commento al “Canzoniere” di Petrarca e di curare due antologie. Mentre continua le “Operette” volgarizza dei moralisti greci e questo gli permette di frequentare Giordani a Bologna e di entrare a contatto con gli ambienti colti delle grandi città. Stella stampa le prime operette nel 1827 ma l'ambiente milanese è ostile a Leopardi.

Nel 1827 va a Firenze dove Vieusseux stampa tre operette sulla rivista “Nuova Antologia” e gli chiede di collaborare ad essa. Leopardi accetta e per 4 mesi frequenta il gruppo della rivista e conosce il gruppo della rivista e conosce diversi intellettuali, anche stranieri. In seguito va a Pisa, dove riprende la scrittura poetica: è l'inizio dei “grandi idilli”, profondamente diversi dai primi. Scritti i primi due (“Risorgimento” e “A Silvia”) Leopardi deve tornare a Recanati; in questi anni inizia un'intensa riflessione sulla poesia, registrata nello “Zibaldone”. La ricerca poetica si allarga: partendo dall'io si sposta verso un piano più universale, nel quale mette a fuoco l'infelicità dell'esistenza umana. Questo ampliamento si inserisce nella produzione poetica di un unico libro: i “Canti”.

Nel 1830 lascia per sempre Recanati e va a Firenze grazie a degli amici a cui dedica la prima edizione fiorentina dei “Canti”. In questi anni non ha una vita facile: le operette gli portano accuse di disfattismo politico, viene isolato e osteggiato sia dai cattolici che dai romantici liberali. Tra il 1831/32 scrive il “Ciclo di Aspasia”, dei componimenti ispirati al suo amore infelice per Fanny Targioni Tozzetti; nello stesso periodo compone le ultime due operette. L'amore si configura come un'esperienza di inganno e la donna come un ideale di bellezza che acutizza le sensazioni corporee e intellettuali ma poi lascia un vuoto che porta a desiderare la morte. Dal 1833 vive a Napoli con Antonio Ranieri e continua a scrivere nonostante la cattiva salute. Completa il “Ciclo di Aspasia” e scrive due canzoni sulla caducità della vita. Riprende la sua vena satirica con la poesia e finge di ritrattare il proprio pessimismo e di aderire al progressismo moderato. Scrive un poemetto che costituisce una feroce allegoria dei moti liberali: i “Paralipomeni della Batracomiomachia”. Nel 1832 interrompe lo Zibaldone e le sue riflessioni vengono annotate solo in lettere private a Ranieri. Scrive altri due canti, dando disposizioni a Ranieri perché vengano inclusi nell'edizione definitiva dei “Canti”. Permane la diffidenza verso l'ottimismo progressista: per lui il compito della poesia è quello di aiutare a guardare la verità. Nasce l'idea che dalla fragilità e dal destino comune di sofferenza potrebbe nascere una solidarietà in grado di mitigare l'infelicità degli uomini. Muore a Napoli nel 1837, senza essere stato riconosciuto per ciò che era: il più grande poeta italiano del suo tempo.

Lettere

Le lettere di Leopardi si distinguono dagli altri epistolari perché sono di carattere privato, a differenza, ad esempio, di quelle di Foscolo o di Manzoni. Tra le 931 lettere ne restano solo alcune rivolte ai familiari, agli editori e ad altri intellettuali del tempo. Sono scritte in un linguaggio piano e diretto; Leopardi non si dilunga in riflessioni filosofiche.

Canti

I “Canti” costituiscono un impegno ventennale per Leopardi, cominciati in gioventù e terminati negli ultimi mesi di vita. I canti hanno una doppia possibilità di lettura: da un lato ogni singolo componimento è complesso e autosufficiente; dall'altro, questi singoli testi sono compresi in un insieme più generale che forma il tutto.

La forma delle prime composizioni è quella della canzone, che esprime l'inizio di un percorso individuale che si allontana da quello del padre e si avvicina a quello aperto e impegnato di Pietro Giordani. Leopardi prende come riferimento le canzoni di Petrarca. Nel 1818 vengono pubblicate le due canzoni “All'Italia” e “Sopra il monumento di Dante”, dedicate a Vincenzo Monti: in esse emerge il contrasto tra il passato e il presente dell'Italia della Restaurazione, schiava e umiliata rispetto al passato. Nella canzone “All'Italia” si celebra il sacrificio degli eroi greci caduti alle Termopili, contrapposto a quello degli italiani caduti nella campagna napoleonica di Russia, che nessuno ha mai celebrato. L'antico si oppone al moderno e solo la poesia può celebrare la memoria. Nelle canzoni successive si approfondisce il contrasto fra passato e presente e si rappresenta più precisamente la modernità come perdita delle illusioni davanti al vero. Nelle due “canzoni del suicidio”, i due personaggi dell'antichità (Bruto e Saffo) giungono al gesto estremo a causa della disperazione. La rappresentazione dei due suicidi permette all'io moderno di prendere coscienza di sé; il desiderio di morte viene elaborato come una forma di consapevolezza dell'inaccettabilità del presente. L'Io invecchia a causa della caduta delle illusioni davanti al vero e conferma la frattura tra presente e passato.

Gli idilli e la lirica dell'Io

Tra la prima edizione delle “Canzoni” e la prima dei “Canti” si verifica una mutazione che ha profondi effetti sulla sua concezione poetica. Nel periodo 1819/21 Leopardi si dedica alla poesia lirica in cui entra in gioco l'Io: gli “Idilli”. Queste nuove composizioni sono così chiamate dal genere che nella poesia greca indicava le composizioni pastorali del poeta Mosco. Queste liriche sono legate al rapporto con la natura, ma qui l'Io si volge verso l'interiorità, più che sull'ambiente. Questi idilli mettono l'Io al centro e la voce poetica si misura da un lato con l'io presente e dall'altro con una dimensione temporale interiore, fatta di memoria: ha inizio il tema della ricordanza, che introduce a una meditazione sulla caducità della vita. All'inizio Leopardi tiene separati i due piani della ricerca poetica rappresentati dalle canzoni civili e dagli idilli; ma poi, dopo una crisi creativa e la seguente ripresa, i due percorsi si intrecciano. Infatti alla sequenza originaria delle canzoni fa seguire gli Idilli, ma con degli spostamenti. Così Leopardi connette i due filoni rivelando il punto d'arrivo comune nella riflessione dell'Io che sarà al centro dei canti persiano-recanatesi: il valore simbolico della donna.

Le composizioni del 1820-30 riprendono alcuni filoni della precedente esperienza lirica, ma sono anche una novità e portano alla prima edizione unitaria dei “Canti”. La nuova maturità del poeta consente di inserire la riflessione sull'Io in un contesto più ampio, all'interno della tematica della ricordanza. In “A Silvia”, ad esempio, la fanciulla morta in giovane età rappresenta il disinganno ed è anche una figura mitica che lega il passato al presente. Col tempo si va chiarendo il discorso, che non ruota solo attorno alla perdita della giovinezza, ma tratta anche dell'infelicità della condizione umana. Il tema della memoria come caratteristica solo umana è al centro del “Passerò solitario”, collocato prima degli Idilli. Qui l'Io viene rappresentato come molto giovane, e questo costituisce un nesso con il “Primo amore”. Parte conclusiva della raccolta: le 5 canzoni del “Ciclo di Aspasia”, due canzoni sepolcrali, una poesia satirica e dei frammenti a cui vengono aggiunti “La ginestra” e il “Tramonto della luna”. Aspasia è il nome di una ragazza ateniese del V. secolo a.C., amata da Pericle, che per Leopardi rappresenta l'amore dei suoi anni fiorentini, ma anche un'immagine ideale di donna lontana dalla realtà. Nell'unica epistola in versi sciolti, la “Polinodia al marchese Gino Capponi”, rivolta al gruppo fiorentino di Vieusseux, il poeta prende le distanze dall'idea di progresso dell'età del commercio e di quello tecnologico che trascura l'infelicità dell'individuo. Nella poesia conclusiva, “La ginestra”, il poeta prende il “fiore del deserto” come simbolo della condizione umana, dell'uomo che accetta il suo destino di morte.

Operette morali

Le “Operette morali” sono l'opera più filosofica di Leopardi e si collocano nella tradizione della scrittura morale di taglio satirico-paradossale. Il titolo da una parte indica la moralità dell'opera ed all'altra ne alleggerisce il senso col diminutivo “operette”. In quest'opera Leopardi usa ironia e leggerezza in un'atmosfera surreale, e si pone domande sul senso della vita, sulla civiltà e sul compito della cultura. La scrittura prende avvio solo dopo il completamento delle Canzoni, ma l'idea era nata già tra il 1820-21, quando, scrivendo a Giordani, Leopardi parla di “scritti satirici” e poi di “trattato in prosa alla maniera di Luciano”. L'edizione definitiva è postuma (1845) e comprende 24 testi. Nel 1850 l'opera viene inserita nell'indice dei libri proibiti. Il genere è identificato dal tono ironico, mentre la forma letteraria non è chiaramente decisa: egli definisce, infatti, le Operette, come dialoghi e novelle, scritti, trattati, di volta in volta. L'ordine di successione delle opere è quasi uniformemente quello cronologico di composizione, tranne qualche eccezione. La peculiarità del testo è la mancanza di nessi e collegamenti, che servono a costringere il lettore ad apprezzarne la varietà, grazie anche alla presenza di personaggi mitici e letterari, animali, maschere e fantasmi. Questa varietà sottolinea il carattere sperimentale del testo.

Leopardi vuole costruire una nuova lingua filosofica, una nuova lingua moderna per la nazione. Anche Manzoni, negli stessi anni si poneva questo problema, ma la differenza in Leopardi sta nel fatto che voleva una lingua che si sviluppasse a partire dalla tradizione e dall'immaginazione degli antichi. Per lui la lingua moderna doveva avere una molteplicità di stili ed essere semplice sintatticamente, ridurre la costruzione ipotattica e abolire l'inversione nell'ordine delle parole: una lingua limpida ma in grado di suscitare intensità emozionale.

Primo paradosso dell'opera: la filosofia che dubita della filosofia stessa. È una filosofia che vuole mettere in gioco anche prospettive divergenti; per questo Leopardi fa parlare animali ed entità astratte, senza mai rivelarsi direttamente. I temi privilegiati sono relativi alla morale, intesa come filosofia del comportamento.

La cieca mancanza di senso è la causa dell'infelicità umana, interpretata come dato costitutivo dell'esistenza, e quindi senza rimedio. Il tema della riflessione filosofica delle Operette è quindi la coscienza di un'infelicità assoluta. Continua il confronto tra gli antichi e i moderni, con una superiorità dei primi rispetto ai secondi. Un altro tema è quello della gloria, che ormai non trova più spazio nella società contemporanea corrotta. Legato alla riflessione sugli antichi e i moderni è il tema del piacere, che nella modernità si è andato perdendo a favore di un'eccessiva dedizione all'intelletto.

Nella seconda edizione delle Operette, al posto del “Dialogo di Timandro”, in posizione finale si trova il “Dialogo di Tristano e un amico”. In quest'ultimo, Tristano, autore fittizio del testo, parla con un conoscente e dà un giudizio sulle operette morali.

Zibaldone

Leopardi aveva cominciato a scrivere degli appunti sulla propria autobiografia intellettuale nell'estate del 1817 e li aveva portati avanti fino al 4 Dicembre 1832. Dal 1820 inizia a datare i suoi pensieri scrupolosamente ed è allora che comincia a mettere a fuoco l'idea di un'opera senza un preciso progetto. La scrittura si intensifica, trasformandosi via via in ciò che Leopardi chiama lo “zibaldone di pensieri”.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

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