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Letteratura moderna e contemporanea

G. Debenedetti, il romanzo del Novecento

Federigo Tozzi, morto nel 1920 quando usciva il suo romanzo-capolavoro, rappresenta una rinascita del gusto per il romanzo in Italia, riconosciuta da Borgese come geniale. Fu lui a coniare formule come "poesia crepuscolare" o "tempo d'edificare", riferendosi al ritorno al romanzo. Questa frase, pronunciata con intenti specifici, significa che secondo lui era giunto il momento di scrivere opere di vasto respiro, coincidente con il nuovo pensiero della letteratura italiana.

Borgese, studioso di letteratura straniera e professore di letteratura tedesca, parla ingiustamente di una generazione "self-made", ignorando i predecessori come Carducci e D'Annunzio, e considerando i frammenti non come vera opera creativa. Per lui, l'opera è il romanzo. La vocazione di un uomo portato alla concezione di grandi idee, escluso dall'intimità artistica (solo qualche scarso tentativo di poesia giovanile), coincide con una spinta legittima e oggettiva della nostra letteratura di quegli anni. Parla di poesia applicata, riferita ai grandi poemi, romanzi, ma quella pura di rado si trova (perle di mare). Dice: "Il libro si inizia nel nome di Verga, l'edificatore più devoto e paziente del vecchio tempo, e Federigo Tozzi, uno dei primissimi edificatori della nuova giornata letteraria d'Italia".

Tozzi arriva in ciascuna pagina a una bellezza propriamente antologica (frammentista) e costruisce come un verista, ritenendo che il suo capolavoro sia "Tre Croci". L'impersonalità è uno dei requisiti di eccellenza, uno dei punti d'arrivo della poetica al verismo (per scena, luogo e azione). Tuttavia, aggiunge un tocco poetico (con aspetti più profondi e interessanti) in "Ricordi", con personaggi dipendenti dalla vita e un senso di estraneità tra gli uomini. Visione verista e naturalismo nella volontà di spiegare deterministicamente i fatti, lirica, restituzione realistica del modo di essere, usa le vite altrui come immagini del proprio stato d'animo, memoria cruda da cui Tozzi deve liberarsi.

Giuseppe Antonio Borgese

Borgese è un critico filosofo, capace di notevoli incursioni nello stile dei suoi autori. Per Serra, è un lettore grossolano senza delizia di impressioni precise, i particolari gli sfuggono. Sapegno dice che gli manca la finezza, la sensibilità ai valori poetici, la capacità di penetrare a fondo nella sostanza letteraria. Montale afferma che prosegue per colpi di scena, sul piano linguistico lo rivelano le frequenti ritorsioni con "ma", "ora", e soprattutto il fatto che tra le formule critiche più pregnanti trovi ossimori o paradossi aggressivi. La sua seconda modalità fondamentale consiste nel risolvere opere in categorie spirituali. Secondo Onofri, la critica di Borgese si fonda come mondo primo nell'opera e l'autore viene spesso sospinto in un mondo secondo, ma questa non è una deformazione artistica aggressiva dell'arte altrui.

Santoro, commento "Tempo d'edificare"

È un testo capitale per la biografia intellettuale dell'autore. Borgese incluse il saggio intitolato "Venti e Ventuno", comprendente i bilanci delle due annate novecentesche, misurati in relazione alle trasformazioni e ai problemi della vita intellettuale nell'immediato dopoguerra. Nel saggio ricorrevano due componenti fondamentali:

  • Identificazione e analisi delle tendenze e delle esperienze di circa un quindicennio giudicato nell'insieme (dall'angolazione di Borgese).
  • Il riconoscimento e la proposta delle possibilità e condizioni di un rinnovamento.

Egli esteseva il discorso agli anni dell'anteguerra, per stabilire la profonda differenza tra prima e dopo, per esorcizzare il pericolo di una restaurazione con il pretesto di un richiamo all'ordine dell'eredità del recente passato. Nomina quattro grandi: Carducci, Pascoli, D'Annunzio, Fogazzaro. Dice che i giovani del primo Novecento avevano tentato di gareggiare, emulare e infine avevano abbandonato il confronto con i primi tre lirici. Ma questo non è giudicato da Borgese come l'errore di fondo, lo sbaglio è stato aver scelto la strada sbagliata, quella del frammentalismo.

Borgese, pur riconoscendo ai "demolitori" di quella generazione il merito di una decisa rottura con la vecchia forma di retorica, anche di aver aperto una strada (che i vociani non avevano saputo percorrere) per l'adozione di un nuovo linguaggio psicologico e interno nella ricerca della vita interiore. La situazione del dopoguerra era profondamente diversa, la guerra per vari motivi aveva determinato una svolta, la dilatazione e l'incremento del pubblico e l'esplosione di opere nell'immediato dopoguerra indicavano indizi positivi e promettenti di risanamento del gusto, anche se l'esigenza più comune e profonda era quella di avere libri dall'aria vissuta (Verga e Pirandello).

Fin dall'"avvertenza" con cui si apre il volume, il libro si configura come una testimonianza esemplare, come esperienza personale dello scrittore e insieme come manifesto. Denunciava il rischio di una nuova egemonia che implicasse l'esclusione del retaggio di altri prestigiosi maestri (in primo luogo D'Annunzio). Egli è l'unico nostro maestro moderno, ma è salutare arricchirsi con altre esperienze (es. compattezza solidità di Verga).

Esemplare l'interesse comune anche a Tozzi per Pirandello (lirismo e presenza d'autore), risemantizzazione di parole e rapporto scrittore/particolare liricità della scrittura, ma anche il Verga come "edificatore" rilanciato non a caso da Tozzi in "Verga e noi". Se Verga rappresenta un insostituibile punto di riferimento, il nuovo tempo si annuncia segnato da una nuova dimensione narrativa rappresentata dall'esempio di Tozzi: introspezione, emozione e dolore, esame di coscienza, condite da linfa lirica.

Nuova realtà culturale e sociale del dopoguerra (tra trasformazione, problemi e contraddizioni della vita politica e sociale) modifica intellettualmente e le sue esigenze di rinnovamento. Borgese qui si fa interprete e protagonista, rivendicando la validità letteraria del romanzo e una sua rinascita.

Nota di Leonardo Sciascia

Nel giugno del 1927, dopo la pubblicazione di "Le belle", Borgese faceva delle piccole confidenze a una rivista letteraria che forse gliene aveva chiesto di grandi, solo che lui non poteva. Intorno al 1920, quando scriveva "Rubè", già volgeva al passaggio dalla critica al romanzo alla poiesia. Questi due libri erano da lui considerati come consegnati dalla fede all'arte e che perciò interamente gli appartenevano nella conversione. Ciò ci permette di vedere "Rubè" non come un'autobiografia o confessione, ma come analitica contemplazione di una spoglia della propria disperazione che però continuava ad essere la storia di altri. Questo voleva, sì, sfuggire a una confidenza con i lettori ma cifrarla, alludere alla condizione in cui lo scrittore come ogni altro cittadino si trovava a soffrire in Italia.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

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