Storia della letteratura italiana
Dal manierismo al Barocco
Nel corso del Cinquecento, per una sorta di horror vacui, tutte le forme di comunicazione e di espressione culturale vengono catalogate e regolate: si inizia a pensare che ogni comportamento umano debba avere principi superiori e definiti (nascono i rimari, i repertori poetici e comportamentali). Antiteticamente a questo processo ne ha luogo un altro che prevede la libertà dalle norme. Ecco che in molti artisti si accavallano paradossalmente il culto della regola e l’esigenza di liberarsene. La normativa del Galateo – priva dei riferimenti ideali propri del Cortegiano – agisce fortemente nell’epoca controriformistica, in specie sottoforma di suggerimenti e inviti alla prudenza per difendersi o farsi largo nella società: Torquato Accetto vede ne La Dissimulazione l’unico modo che l’uomo ha per preservare l’autenticità senza cadere nella rassegnazione ad un mondo volgare e oppressivo.
Rispetto alla questione del linguaggio si aprono numerose dispute e polemiche (tra l’altro anche su Dante, Tasso e Marino) che vedono la tendenza linguistica dominante nella parlata toscana, vicina al fiorentino letterario trecentesco, che comunque si carica di effetti retorici e stilistici artificiosi. Firenze elabora una sorta di difesa della propria autonomia e naturalezza linguistica con il progetto del Vocabolario dell’Accademia della Crusca pianificato dal Salviati, che diverrà subito un ottimo strumento di consultazione.
I grandi capolavori tra fine Cinquecento e inizio Seicento, da quello del Tasso a quello di Cervantes ai drammi di Shakespeare, possono essere ricondotti sotto la categoria del manierismo: cioè la corrosione del modello classicistico e la scoperta della contraddittorietà dell’uomo su cui pesano sempre l’incognita e la follia. Il Manierismo perdura fino alla fine del Cinquecento: esso parte dagli schemi classici ma li corrode dall’interno come dentro una prigione. Dunque esso scompone i particolari e li separa tra loro: l’arte pur teatrale manieristica tende quasi ad occultare sé stessa ed ha un difficile rapporto con il pubblico.
Il termine Barocco è invece d’incerta origine (forse in portoghese barroco era una pietra irregolare) e nel primo Ottocento indicava in senso negativo ciò che fosse irregolare e bizzarro: solo in seguito si definì l’età barocca del Seicento come ricca di modernità e d’inventività. Il Barocco parte anch’esso dalle forme classiche ma le proietta all’esterno e le moltiplica nell’incessante ricerca del nuovo: può essere paragonato un po’ alla figura del pavone con la sua coda colorata. Il Barocco è teatrale e tende a dilettare e allietare il proprio pubblico, con iniziative anche pedagogiche e per questo molto vicine ai dettami gesuitici della Controriforma. Si scopre dunque l’infinità del mondo e la curiosità per esso.
La natura barocca fiorisce in tutte le direzioni e fa emergere temi e prospettive inedite: la fisicità dei corpi, in chiave erotica e orrida, emerge senza dare ad essa connotazioni negative. Proprio la curiosità per il disfarsi dei corpi assume un ruolo fondamentale: e con essa viene alla luce la quotidianità e la banalità del particolare, ma anche l’inventività che non vuole giustificare teoricamente le proprie posizioni. Infatti l’arte barocca attraverso l’uso di concetti impreziosisce ossessivamente il linguaggio (concettismo) creando effetti sorprendenti, nonché tramite l’ingegnosità crea arguzia e acutezza. Se il linguaggio si impone con effetto sul pubblico esaltando la vita nel presente, esso non presenta nessun aspetto conflittuale: in Italia non ci sono capolavori barocchi come quelli internazionali di Gongora e Donne.
Giovan Battista Marino
La sua figura ricorda quella dell’Aretino, tutta concentrata nell’imporre la propria personalità con uno spirito di insubordinazione e insofferenza, pur restando lontano dall’anarchismo verso i valori dominanti. Marino nacque a Napoli nel 1569 facendosi subito notare per la sua vivacità culturale negli ambienti letterari che guardavano a Tasso come modello: pubblicò nel 1602 le prime Rime e poi a seguito del cardinale Pietro Aldobrandini giunse a Torino nel 1604 dove compose Il ritratto del serenissimo don Carlo Emanuele duca di Savoia, per cui ricevette il titolo di cavaliere. Entrato in litigio col poeta Gaspare Murtola che tentò di ucciderlo scrisse i sonetti della Murtoleide, finché non si trasferì in Francia al servizio di Maria de’ Medici e dove compose gli Epitalami, La sampogna e il vastissimo poema Adone. Morì a Napoli, ritirandosi a vita calma e privata, nel 1625 e postumi apparvero La strage degli innocenti e le Lettere.
La sua poesia è avvolgente e tende sempre a far scaturire infinite figure, immagini e segni: il suo linguaggio carica qualsiasi oggetto di preziosismi, ricami e artifici con un amore ossessivo verso il lusso e il superfluo, attingendo ai più svariati autori ciò che gli occorreva per le sue opere (scriveva col rampino). Il suo concetto di imitazione è del tutto originale e tende a estrarre esiti imprevedibili da figure e immagini dei classici. Nella Sampogna si sviluppa un canto libero e avvolgente mentre nella Galeria il poeta sfiora tutti i ritratti che gli vengono incontro suscitando un infinito numero di arguzie. L’Adone è poi una delle opere più ampie e faticose della nostra letteratura, in venti canti di ottave. Esso celebra l’amore di Venere per Adone che suscita diverse gelosie fino alla morte del giovane: ma non c’è un vero sviluppo narrativo e nega la forma romanzesca, preferendo lo sviluppo di analogie e l’avvicendarsi di immagini, luoghi e segnali mitici. Questo poema esprime una curiosità infinita per gli aspetti del mondo attraverso i sensi quasi comunicandoci alla fine un senso di nausea insopportabile.
Poeti e prosatori barocchi
Nato a Modena nel 1565 Alessandro Tassoni si trasferì a Roma assolvendo incarichi diplomatici presso il cardinale Ascanio Colonna e poi presso Carlo Emanuele di Savoia: ebbe molte ambizioni non realizzate ed un forte culto dell’autonomia italiana e dei valori nobiliari laici. I Dieci libri di pensieri diversi sono il suo zibaldone che testimonia la varietà di interessi, mentre il capolavoro risulta senz’altro La secchia rapita, modello di poema eroicomico. Questo narra la guerra tra ghibellini e guelfi scoppiata per la sottrazione di un secchio di legno presso porta San Felice a Bologna: vengono sbeffeggiati gli orizzonti municipali e campanilistici senza il metodo di rovesciare i valori cavallereschi, quanto piuttosto tramite quello di confrontare il mondo volgare e le aspirazioni eroiche dei protagonisti.
Gabriello Chiabrera fu visto come iniziatore di una tendenza contrastante il Marino, volta a una misura ancora classicistica pur ricavandone nuovi schemi. Nacque a Savona e fu molto legato alla Firenze medicea pubblicando tantissime poesie in vita. I risultati maggiori li si ebbero nelle canzonette modellate sulle liriche di Anacreonte, con grande ricerca musicale e formale, da attento conoscitore delle forme classiche e manieristiche. La poesia è tutta intessuta di una grazia melodica leggera e piacevole.
Fulvio Testi invece nacque a Ferrara e fu spregiudicato e intrigante: nominato conte, pubblicò molte lettere e diverse poesie dove è espressa una continua tensione morale e politica amplificata in sentenze risolute. Rifiuta il barocco e cerca scorci più rapidi e solenni, pur rivelando uno sguardo fisso verso la morte.
Se la poesia ricerca l’artificio, la prosa barocca invece è molto più aderente alla realtà storico-politica e alla vita concreta dell’uomo. Si diffonde infatti il genere del romanzo in prosa con una sua fisionomia moderna nel contrasto e nella parodia con il genere cavalleresco classico (si vedano le opere di Cervantes e di Rabelais), ma anche con temi variamente collegati ai romanzi greci dei primi secoli dopo Cristo: romanzi d’amore, d’avventura, picareschi e con sottile analisi psicologica.
La produzione novellistica resta invece relativamente ai margini, ad esempio con le Ecatommiti (cento novelle) di Giovan Battista Giraldi Cinzio. Più importante risulta invece la figura di Francesco Fulvio Frugoni con il suo Cane di Diogene, esempio postumo di prosa barocca italiana. Questo è un vero e proprio pastiche che tende a contenere in sé tutti i generi possibili e ad affrontare argomenti di tutti i tipi, come sorta di mappamondo geografico: Saetta, il cane del filosofo cinico, offre una vasta gamma di vita degli uomini corrotti e viziosi con sfoggio di pedantesca erudizione e accostamenti eccessivi. Il difetto però è l’assoluta monotonia e la mancanza di una vera tensione conoscitiva.
Giulio Cesare Croce esprime direttamente la cultura popolare cittadina da autodidatta: le sue figure di Bertoldo e Bertoldino che con arguzie e semplicità di contadini tengono testa al re Alboino sono state a lungo presenti nell’immaginario collettivo italiano. Il suo interesse è mostrare il medio buon senso dei contadini che non possono ribellarsi del tutto, con la loro rozzezza, ai dettami della Controriforma. Un uso letterario del dialetto lo si era avuto a Napoli in età aragonese con l’uso degli gliommeri, componimenti in endecasillabi. Ma all’inizio del Seicento la città ebbe la più grande spinta urbanistica ed economica a cui corrispose quella culturale con Giulio Ce...
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