Letteratura italiana II
Il Rinascimento dei moderni: il Cinquecento di Machiavelli, Ariosto e Tasso
Il Cinquecento, per molti aspetti, si sovrappone alla categoria di Rinascimento anche se la categoria storiografica di Rinascimento è una categoria complessa, discussa. Per certi aspetti, potremmo dire che il Rinascimento comincia prima del Cinquecento: secondo alcuni, Petrarca dà inizio al Rinascimento, il movimento umanista mette le radici del nostro Rinascimento. Cosa non facile è anche stabilire quando finisce il Rinascimento: se c’è una fine oppure se ci sono più rinascimenti e, in questo caso, quando finisca uno e quando inizi l’altro.
Bisogna chiarire che cosa si intenda per Rinascimento e quali sono le caratteristiche fondamentali di un movimento che possiamo definire Rinascimento.
Il Cinquecento è un secolo fondamentale per quanto riguarda la letteratura italiana: è fondativo perché nel Cinquecento nasce una letteratura che si può definire italiana. Nei secoli precedenti abbiamo dei capolavori fondamentali ma che spesso nascono con una inclinazione più municipale: non a caso definiamo Dante, Petrarca e Boccaccio “le tre corone fiorentine”: sono personaggi importantissimi per la letteratura ma che nascono in una dimensione ancora fortemente locale, municipale, con una lingua che ancora non è la lingua italiana. All’epoca in cui scrive Dante c’è una buona parte delle regioni d’Italia che non usa quella lingua come strumento letterario.
Nel Cinquecento, invece, ha inizio una letteratura che, a tutti gli effetti, possiamo definire italiana: la lingua impiegata dai vari autori, anche quelli che hanno provenienze marginali, è una lingua che punta ad essere un codice condiviso da tutti. In primis, possiamo fare l’esempio di Pietro Bembo che instaura un magistero orientato a stabilire una lingua comune italiana condivisa, che possa essere utilizzata da tutti. La poesia quattrocentesca aveva come caratteristica una escursione linguistica notevole.
Se prendiamo le ottave dell’innamoramento di Orlando di Boiardo, noi leggiamo un testo decisamente padano. L’Orlando Furioso, soprattutto nell’ultima redazione, quella che esce nel 1532, invece, è un testo italiano. Stiamo parlando di Italia ben prima dell’unità d’Italia, stiamo parlando di una unità linguistica, culturale, ricercata, molto prima che esista uno stato italiano. Stiamo parlando di una consapevolezza culturale di questi uomini del Cinquecento rispetto a ciò che li unisce anche al di là delle vicende politiche, amministrative, particolarmente tese in quegli anni, soprattutto nei primi decenni del Cinquecento.
Questo deciso movimento fondativo si situa in corrispondenza di un periodo di grande crisi per quanto riguarda la politica, la storia: es. le guerre d’Italia nei primissimi decenni del Cinquecento segnano anche alcune delle esperienze letterarie e alcuni dei capolavori di quella prima stagione cinquecentesca nascono proprio per rispondere alla situazione di crisi che c’è a livello storico-politico. Il Principe di Machiavelli è uno di questi capolavori che nasce per dare una risposta, anche pratica, alla crisi degli stati italiani. Il Principe è un trattato di politica che ha una fortissima valenza pratica: a Machiavelli interessa che si faccia qualcosa per risolvere quella situazione, il suo opuscolo è rivolto ai Medici affinché intervengano e provino a liberare l’Italia.
Quindi, una letteratura che è fortemente collegata con la storia di quegli anni. Anche i testi che, apparentemente, sono più lontani come l’Orlando Furioso, che racconta di cavalieri, palazzi magici, anelli, ha una connessione profondissima con la storia e con il potere.
Siamo dentro questo fenomeno di rinascita, di riscoperta delle arti, dopo i secoli bui del Medioevo con grandissimo fiorire delle arti figurative (la scultura, la pittura, l’architettura). A tutte le latitudini, in tutto il mondo, l’Italia viene spesso identificata con i più grandi capolavori di quest’epoca (fine Quattrocento-inizio Cinquecento), opere straordinarie che a volte noi non riusciamo ad apprezzare appieno.
Questo periodo, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, è caratterizzato da una grande rinascita delle arti non perché non ci fosse un’arte precedente ma perché l’arte in questo periodo si caratterizza per delle peculiarità che rendono l’arte di questo periodo del tutto diversa da quella precedente. Un elemento fondamentale di questa rinascita è il rapporto con l’antichità.
L’arte e la letteratura di questo periodo instaurano un rapporto profondissimo con l’antichità: si tratta di una rinascita, dopo il periodo buio del Medioevo, che si ricollega fortemente a dei modelli precedenti, un’idea di perfezione dell’antichità che i moderni cercano di imitare e molto spesso di emulare. Nei primissimi anni del Cinquecento abbiamo diversi elementi che, se messi insieme, ci danno indicazioni di una direzione: per esempio, possiamo ricordare che, nel 1506, c’è l’apertura dei Musei Vaticani.
Nel Cinquecento ha inizio anche questo gusto del collezionismo, che, però, non è fine a se stesso: le opere antiche, le rovine dell’antichità vengono riscoperte non con un gusto archeologico erudito, solo di conservazione, ma ricercando costantemente un confronto con queste opere antiche. I pittori del tempo, gli scultori del tempo prendono a modello queste opere e cercano di riprodurne l’armonia, la bellezza tentando di superare il modello degli antichi.
I Musei Vaticani nascono nel momento in cui il papa, Giulio II, porta, dalla casa di famiglia in Vaticano, l’Apollo del Belvedere. In anni vicini, accadono altri eventi: nel 1519-20 pensiamo al documento che Raffaello scrive insieme a Castiglione rivolgendosi al pontefice, Leone X: si tratta di una lettera sulla conservazione dei monumenti della Roma antica. Anche in questo caso, nella consapevolezza che quei monumenti non siano soltanto qualcosa da conservare ma che abbiano qualcosa da dire all’uomo del Cinquecento.
È evidente lo sguardo agli antichi negli affreschi che Raffaello fa nelle stanze vaticane, è evidente la ripresa del modello antico negli affreschi che Michelangelo fa sulla volta della Cappella Sistina (1508-12) in cui si ha il recupero del modello classico. Impossibile non notare la somiglianza tra il gesto dell’Apollo del Belvedere e la figura del Cristo nel giudizio universale.
Il concetto di imitazione
Il Rinascimento si può definire una rinascita, una ripresa ma è una rinascita che non cancella ciò che viene prima anzi, va a recuperare i modelli, gli esemplari che devono avere una nuova vita. Questo concetto di imitazione è fondamentale anche dentro la letteratura del nostro Cinquecento, non solo per quanto riguarda le arti figurative ma soprattutto per quanto riguarda la letteratura del periodo.
Uno dei centri del nostro Rinascimento è la città di ROMA. Lo splendore della corte pontificia, delle committenze dei pontefici rende la città di Roma un luogo in cui l’arte ma anche la letteratura diventano elementi fondamentali. La città di Roma non è importante solo per il presente, per ciò che sta accadendo in quel momento ma è evidente come ci sia un mito di Roma, una riscoperta anche della Roma antica, come in quegli anni, nei primi decenni del Cinquecento, in particolare nella città di Roma, l’antico e il moderno convivano.
Questa centralità del mito della città di Roma la andiamo a cercare in un testo letterario che ebbe grandissima importanza nelle vicende della nostra letteratura e della nostra lingua ed è il libro di Pietro Bembo “Le prose della volgar lingua”. Questo libro, uscito nel 1525, è un trattato in forma dialogica che parla della volgar lingua, è un trattato sulla lingua volgare. In questo trattato in forma di dialogo gli interlocutori si interrogano su quale debba essere la forma della lingua volgare, come si deve scrivere in volgare. Gli interlocutori, in particolare nel primo libro, presentano varie possibilità:
- C’è un interlocutore che sostiene la necessità di usare la lingua latina. È meglio scrivere in latino;
- Un altro interlocutore propone di usare la lingua fiorentina del tempo;
- Un altro propone la lingua delle corti;
- L’ultima opzione, quella presentata dal portavoce dell’autore, il fratello Carlo Bembo, è quella che definiamo il classicismo volgare, cioè la necessità di rifarsi a dei modelli volgari ma considerati ormai classici, cioè Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa.
Bembo e l'imitazione
Bembo, Prose della volgar lingua, Libro III I: notiamo la voluta complessità di questa prosa: una prosa latineggiante per certi versi, ciceroniana, non spezzata ma, anzi, costruita volutamente con tutta una serie di subordinate di modo che il tono si dimostri fin dall’inizio elevato. Questa prosa serve a Bembo a porre in luce alcuni elementi importanti: fin dall’apertura, il riferimento alla città di Roma è costruito richiamando non i suoi sette colli ma le sue reliquie. La caratteristica fondamentale di Roma che viene immediatamente posta in luce qui è la presenza di “molte e riverende reliquie”. Anche i termini impiegati hanno un’aurea di sacralità: le reliquie sono i resti sacri. Questi resti sono arrivati fino a noi passando attraverso le ingiurie delle nazioni nemiche, dei popoli che hanno fatto guerra a Roma e hanno passato anche le ingiurie del tempo. Molti artisti, di vicine e di lontane parti perché in quel momento Roma attrae artisti da tutta Italia, di fronte alle reliquie dell’antichità, cercano di riprodurre sulle loro carte la forma di quelle reliquie. Questi artisti, dopo aver riprodotto le reliquie dell’antichità, quando si mettono a creare qualcosa di nuovo, cercano di imitare il più possibile la forma delle opere antiche, consapevoli che maggiore perfezione si ha quanto più ci si avvicina alla forma degli antichi. Qui Bembo racchiude, per quanto riguarda le arti figurative, il principio di imitazione: è necessario che la rinascita nelle arti venga ricondotta a questo principio imitativo che è fondamento indispensabile della rinascita. La maturità dell’arte cinquecentesca, secondo Bembo, deriva dalla ripresa, dall’imitazione delle forme antiche. C’è un dialogo costante con gli antichi. Anche Machiavelli installerà un dialogo con gli antichi.
Gli artisti migliori sono quelli che più si avvicinano alla perfezione delle forme antiche e Bembo individua subito alcuni eccellenti esempi di artisti moderni: “Michele Agnolo fiorentino e Raffaello da Urbino” sono riconosciuti tra i moderni due artisti esemplari proprio per la loro capacità di rifarsi ai metodi, all’armonia, alla misura degli antichi. Difficile dire tra i due chi sia il migliore: Bembo sfugge al dilemma di definire chi tra i due sia il migliore ma senz’altro conferma che le qualità eccelse di questi due artisti derivano dall’essersi accostati al modello degli antichi.
Perché questo lungo preambolo sulle arti? Questo ampio preambolo sulle arti serve a Bembo per arrivare all’aspetto linguistico, alla letteratura: questo studio che gli artisti compiono può diventare un esempio da seguire anche per i letterati. Se gli artisti, per divenire eccellenti vanno ad imitare gli antichi quanto più questo confronto con gli antichi si deve fare da parte dei letterati per divenire ugualmente eccellenti tanto più che la letteratura, la poesia ha una funzione ancora più elevata perché è la poesia stessa, è la letteratura ad avere anche il compito di tramandare, di rendere illustri anche le opere d’arte. È grazie all’opera degli scrittori che noi conosciamo la fama di artisti di cui il tempo ha distrutto le opere. Nel confronto tra le arti, la poesia ha un compito che fa sì che renda eterna anche l’arte stessa. Qui si riconosce una funzione eternatrice della poesia fondamentale. La stessa imitazione impiegata dagli artisti si dovrà attuare anche negli scrittori.
Come hanno fatto gli artisti, anche noi letterati dobbiamo, cercando diligentemente i modelli antichi, imparare a sapere bene e leggiadramente scrivere. La modalità con cui lo scrittore moderno impara a scrivere bene, in maniera dignitosa, elegante è solo con il confronto costante con gli esempi antichi. Qui Bembo mette in guardia il suo lettore: non dico della lingua latina ma della nostra volgare. Gli esempi da andare a riprendere nell’antichità non sono tanto gli esempi della prosa e della poesia latina (lì è ovvio che il modello è la classicità; chi nel Cinquecento scrive in latino sa di doversi confrontare con la prosa ciceroniana, con la poesia di Virgilio, con la lirica di Orazio) ma i modelli antichi della lingua volgare. La lingua volgare, in questo momento, è giunta ad una maturità e per questo motivo è pronta ora a reggere l’imitazione dei modelli più illustri che non saranno testi contemporanei ma bisognerà risalire ai modelli trecenteschi nel momento in cui la tradizione letteraria italiana ha avuto i suoi primi buoni scrittori: una lingua trecentesca che è lontana dalla contemporaneità, cristallizzata e per questo motivo adatta ad essere riprodotta.
Scivolando dal campo artistico a quello letterario abbiamo trovato come questo principio di imitazione sia una costante, un riferimento centrale nelle arti in questi primi decenni del Cinquecento.
Il problema del canone
Parlando di imitazione dobbiamo introdurre il problema del canone: se imitiamo, dobbiamo decidere quali autori imitare. Prima ancora di quali, dobbiamo definire quanti autori imitare. La questione, che Bembo non inventa ma che è precedente, ha un momento importante negli ultimi decenni del Quattrocento, intorno al 1485 quando avvenne una famosa disputa tra Poliziano e Paolo Cortesi: i due discutevano di imitazione a proposito dello stile latino da impiegare.
- Poliziano proponeva di riferirsi a vari modelli, proponeva una docta varietas, prendere ciò che c’era di buono in vari autori e amalgamare.
- Cortesi, invece, proponeva la scelta di modelli chiari, uniformi, la scelta di un autore da imitare.
Questa polemica serve perché le stesse posizioni, le stesse domande se le posero, tra 1512-1513 Bembo e Pico della Mirandola, interrogandosi su quale dovesse essere la forma della scrittura latina: per Bembo c’erano già radicate delle idee che stavano nascendo a proposito della lingua volgare (possiamo traslare gli stessi metodi da una lingua all’altra). La questione è sempre la stessa: per imitare bisogna individuare dei modelli: bisogna capire se è più opportuno scegliere tra tanti buoni modelli oppure individuare un unico esemplare, il miglior modello da imitare.
I vari testi che l’umanesimo aveva reso nuovamente disponibili non erano testi ed opere recuperati semplicemente con un intento archeologico, con un gusto erudito, solo di conservazione ma erano testi ed opere che dovevano entrare in dialogo profondo con i moderni. Queste opere non potevano rimanere inerti, sterili. Il principio di imitazione richiede un rapporto tra l’antico e il nuovo, chiede che ci sia una trasformazione. Una delle figure più frequenti nei testi che riguardano l’imitazione è quella delle api con il miele: chi imita deve fare come fa l’ape che raccoglie il polline dai fiori e poi lo trasforma, lo rielabora. La vera imitazione, quella che non è copia, falsificazione, prevede una rielaborazione come l’ape fa per trasformare il miele.
Machiavelli e l'imitazione
Questa attenzione ad imitare il gusto archeologico noi la troviamo nel testo di Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Libro I, Proemio: anche Machiavelli fa alcune riflessioni interessanti. Machiavelli comincia a stendere queste sue riflessioni a partire dal testo latino a partire dal 1515. Questo testo di apertura del primo libro dei Discorsi segna una opposizione tra il gusto archeologico di coloro che sono sì affascinati dall’antichità, dalle reliquie degli antichi e coloro che si nutrono di un dialogo con gli antichi, che mettono in atto una vera imitazione, che non si accontentano di osservare l’antichità ma cercano di trarne qualcosa di utile per il tempo in cui vivono.
Machiavelli riconosce quella che ai suoi occhi è una struttura, quella di limitarsi ad ammirare ciò che l’antichità ci ha lasciato in una forma o nell’altra. Non è sufficiente cercare di riprodurre le forme degli antichi ma bisogna far sì che si cerchi di imitare in maniera più profonda ciò che c’è stato di buono nell’antichità anzi, rispetto a quello che si legge nelle storie antiche, sembra che i moderni rifuggano quanto più possibile la virtù, il coraggio, tutte le virtù positive che erano presenti negli antichi. Il fatto che l’antichità sia considerata in maniera così superficiale dai moderni è qualcosa che lascia Machiavelli meravigliato, da una parte, e addolorato, dall’altra. Tanto più quando vede ciò che accade, per esempio, nel diritto, nell’esercizio della giurisprudenza o nella medicina, nelle discipline fondate sulla tradizione, in cui ciò che è stato scoperto dagli antichi viene costantemente ripreso.
La disciplina politica, amministrativa è quella in cui è più carente il principio di imitazione, secondo Machiavelli. Machiavelli nomina l’ordinare la milizia e sappiamo quanto Machiavelli tenesse alla necessità di ordinare un esercito proprio senza affidarsi alle milizie mercenarie. Anche in questo frangente Machiavelli è convinto dell’estrema importanza di un'imitazione efficace.
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