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Modulo B: Il Cortegiano di Baldassar Castiglione

Il trattato di Castiglione si impone fra tutti e a un livello non solo italiano ma europeo, sia perché dà espressione alla massima ambizione della civiltà umanistico-rinascimentale, quella di unire in un modello unico la grazia e l'utilità, il bello e il buono, l'estetica e l'etica, sia perché riesce a fondare un ideale perfetto di comportamento a partire dallo studio concreto di una realtà attentamente analizzata durante tutta una esistenza appunto dedicata alla vita di corte.

Nato nel 1478 da famiglia nobile devota ai Gonzaga, dopo aver passato alcuni anni presso Ludovico il Moro a Milano, Baldassar Castiglione fu assunto al servizio del marchese Francesco Gonzaga a Mantova. Nel 1504 si trasferì a Urbino, al servizio di Guidobaldo di Montefeltro. Qui restò sino al 1513, passando, a morte di Guidobaldo (1508), al servizio del successore, Francesco Maria. La società della corte di Urbino, particolarmente sotto la guida di Guidobaldo e della moglie di lui, Elisabetta Gonzaga, gli si presenta come ideale, la più vicina al modello di vita cortigiana che egli ha in mente. In effetti, in questo periodo comincia a scrivere il trattato, intitolato Il libro del Cortegiano.

Intanto Castiglione si era spostato a Roma, come ambasciatore del duca di Urbino della Rovere presso Leone X. Qui risiede dal 1513 al 1516. Ma in questo anno, caduto il duca, torna a Mantova, dove si sposa (avrà tre figli) e passa al servizio di Federigo Gonzaga. Nel 1521, morta la moglie, abbraccia lo stato ecclesiastico e torna a Roma, al servizio del papa. Fra il 1521 e il 1524 Castiglione scrisse la terza e ultima redazione del Cortegiano (le prime due sono del 1516 e del 1521), che uscì infine a Venezia nel 1528. Morì nel 1529 a Toledo, all'età di cinquanta anni.

Lettera dedicatoria e ambientazione

Il Cortegiano è preceduto da una lettera dedicatoria a Michele De Silva, vescovo di Viseu in Portogallo, in cui Castiglione, oltre ad esporre le sue idee linguistiche, dichiara di aver preso a modello Cicerone, Platone e Senofonte. Nella lettera dedicatoria viene allontanata nel tempo l'occasione del dialogo, facendo presente che quasi tutti gli interlocutori, che allora si riunivano alla corte di Urbino sotto Guidobaldo di Montefeltro, sono nel frattempo morti. In realtà l'autore tende a sganciare l'opera da una situazione ancora attuale concreta: trasforma in mito la corte urbinate e il dialogo che vi si svolge e li offre come modello assoluto alle varie corti europee.

Il dialogo è ambientato a Urbino nel 1506, durante il viaggio in Inghilterra dell'autore. In sua assenza si sarebbe tenuto un gioco di società che poi gli sarebbe stato riferito al suo ritorno: per quattro sere una trentina di cortigiani, fra cui Pietro Bembo e Giuliano de' Medici, riunitisi intorno alla duchessa Elisabetta Gonzaga, cercano di definire il perfetto cortigiano.

Il contenuto dei quattro libri

Nel primo libro, a parlare è soprattutto Lodovico di Canossa. Si definisce subito la qualità principale del cortigiano: la grazia. Questa consiste nel far diventare naturale l'artificio della cultura, della raffinatezza, della civiltà, cancellando ogni affettazione attraverso la sprezzatura, cioè una disinvoltura e una scioltezza particolari.

Nel secondo libro si indicano le altre qualità del cortigiano: deve saper combattere e primeggiare nei tornei cavallereschi, saper cantare e danzare. L'ideale è quello di una medietà, che deve tenerlo lontano da ogni eccesso, anche nel vestire e nell'atteggiarsi.

Nel terzo libro l'argomento si sposta sulle donne, e cioè sulla figura della perfetta "donna di palazzo". Si confrontano qui due posizioni, una misogina, fondata sulla considerazione dell’inferiorità della donna, l'altra più spregiudicata, in cui si teorizza la scissione tra essere e apparire: la dissimulazione consentirebbe di salvare, da un lato, la famiglia e il matrimonio e, dall'altro, la libertà dei costumi sessuali. Giuliano de' Medici contrasta la tesi misogina, indicando un ideale di donna aggraziata ed elegante, che sa stare al gioco di società, sa ridere, scherzare, usare motti appropriati, ma resta comunque casta e virtuosa.

Nel quarto libro va registrato uno scarto. Sino a questo punto l'arte del cortigiano era considerata in sé e per sé e sembrava avere in se stessa il proprio fine. Ora invece viene considerata in relazione sia alla figura del principe e al problema del buongoverno, sia alla moralità e alla dimensione religiosa dell'amore. Il fine del buon cortigiano è di influenzare il principe, senza adularlo: deve consigliarlo, dirgli la verità, correggerlo se necessario. Il cortigiano insomma deve avere qualità morali tali da poter condizionare l'attività del signore.

La sprezzatura e l'importanza della grazia

L'obiettivo della grazia (che rende naturale e spontaneo l'artificio) esclude qualsiasi posa e ostentazione ed esige invece la conquista della sprezzatura, cioè di un'elegante naturalezza. Questa congiunzione di arte e natura, di artificio e di naturalezza, si gioca interamente sul terreno dell'uso e della consuetudine. Anche le posizioni sulla lingua di Castiglione sono coerenti con questa idea, dato che assumono l'uso attuale come criterio decisivo di scelta: di qui la diversità fra il classicismo linguistico di Castiglione e quello di Bembo, basato invece sull'imitazione di un modello passato. Lo stile è basato sul modello del periodare classico, desunto da Cicerone.

Il dialogo e il suo contesto

Il Cortegiano di Baldassar Castiglione, uomo di corte che esercita compiti importanti dal punto di vista diplomatico, fu composto tra il 1513 e il 1518, poi sottoposto a una lunga revisione, venne pubblicato solo nel 1528 (successivamente al sacco di Roma del 1527). Dialogo ambientato nel passato, nel 1507, alla corte di Urbino dei Montefeltro.

C’è inoltre la presenza di molti personaggi storici: Elisabetta Gonzaga, Giuliano de’ Medici, Federico e Ottaviano Fregoso, Ludovico di Canossa, Bernardo Dovizi detto il Bibbiena, Pietro Bembo.

  • Dialogo: è la messa in scena della conversazione tra le persone e nel caso dello stesso Cortegiano avviene una conversazione tra persone provenienti dallo stesso ambiente della corte.
  • Epistola: ci si rivolge a un personaggio storico.

Il dialogo era già stato sperimentato da Leon Battista Alberti, nel libro della famiglia dove mette in scena il dialogo tra personaggi storici. Sono dialoghi fittizi: l'autore finge di riportare conversazioni di un determinato argomento fra diversi personaggi, i quali sono personaggi storici ovvero hanno una connotazione riguardo al loro status sociale. Al tempo stesso l'autore ambienta il proprio dialogo, nel tempo e nello spazio, che è spesso lontano rispetto al tempo di scrittura.

Cortegiano: dialogo tra personaggi appartenenti alla corte di Urbino nel 1507, ma il dialogo è stato scritto tra il 1513 e il 1528. Urbino è infatti un luogo al quale si guarda con una certa nostalgia.

È trattato in forma di dialogo: ha una natura asimmetrica. Non viene trattato l'argomento in modo analitico, secondo una precisa scansione tra l'inizio e la fine, con l'autore che segue una linea. In quest'opera c'è un libero confronto tra i personaggi che si confrontano su argomenti che vengono messi in scena. In generale, è dal confronto che emerge l'opinione più convincente.

  • Ambientazione: il dialogo viene collocato in un tempo e in uno spazio che possono essere significativi sotto diversi punti di vista.
  • Personaggi: nei dialoghi compaiono spesso personaggi storici che contribuiscono a dare un fondamento di realtà alle opinioni che esprimono.
  • Natura asistematica: il dialogo non presenta un'unica tesi sostenuta attraverso una serie di argomentazioni, ma mette a confronto diverse opinioni, facendo emergere da questo confronto l'opinione più persuasiva.
  • Conversazione: attraverso il dialogo si mette in scena uno dei riti fondamentali della civiltà umanistico-rinascimentale, che si fonda sulla dimensione sociale dello scambio e del confronto.

Struttura e argomenti del Cortegiano

  • Primo libro: Lodovico di Canossa: qualità fisiche e morali del cortigiano ideale (si affronta anche la questione della lingua).
  • Secondo libro: Federico Fregoso: comportamento pratico del cortigiano nelle diverse circostanze della vita effettiva delle corti: regole degli esercizi cavallereschi e della conversazione, moda, giochi di società, scelta degli amici. Divagazione sulle facezie (Bibbiena).
  • Terzo libro: Giuliano de’ Medici: ritratto della perfetta donna di palazzo.
  • Quarto libro: Ottaviano Fregoso: rapporti del cortigiano con il principe; Pietro Bembo: lunga disquisizione sull'amore platonico.

La «grazia» è indicata come «un condimento d’ogni cosa, senza il quale tutte l’altre proprietà e bone condizioni sian di poco valore» (Cortegiano I XXIV).

La «regula universalissima» per ottenere la «grazia» consiste nel «fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nuova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi» (I XXVI).

La grazia deve caratterizzare il comportamento e gli atteggiamenti del cortigiano, essa appare essere come un talento naturale, qualcosa di impalpabile. Canossa enuncia la sua idea: tralasciando coloro che hanno questa grazia poiché l’hanno ricevuta dalle stelle io trovo una regola universalissima che si può applicare ad ogni campo della vita, ovvero fuggire quanto più possibile dell'ostentazione. La sprezzatura è la capacità di svolgere con eleganza qualcosa senza ostentare, cioè nascondendo l’arte che consente di tenere quell’atteggiamento così elegante e dare l’impressione che ciò che si fa viene fatto senza fatica e quasi senza pensare. La vera eleganza dell’uomo di corte consiste nel mantenere un contegno nel mostrare le proprie qualità senza esibire il proprio sforzo. Questa naturalezza dell’eleganza risiede in un ideale dell’armonia della civiltà rinascimentale.

«Estimo che la principale e vera profession del cortegiano debba essere quella dell’arme» (B. Castiglione, Cortegiano I XVII). Successivamente si afferma l’ideale dell’uomo di corte che deve avere come il ver principal ornamento dell’animo, le lettere. «Ma oltre alla bontà, il vero e principal ornamento dell’animo in ciascuno penso io che siano le lettere, benché i Franzesi solamente conoscano la nobiltà delle arme e tutto il resto nulla estimino» (Cortegiano, I XLII). In questo passo Castiglione inserisce indirettamente una sosta di peculiarità italiana, ovvero la cultura come specificità dell'uomo di corte in Italia. Cortegiano è ambientata a Urbino (il palazzo ducale è l’emblema di una corte di un piccolo Stato dell’Italia rinascimentale, giunto a un livello artistico e culturale molto elevato).

Il Cortegiano I, XXVI

In questo passo uno degli interlocutori del dialogo, il conte Ludovico di Canossa, illustra quali devono essere le qualità del perfetto uomo di corte e si sofferma in particolare sulla "sprezzatura", ovvero la capacità di svolgere qualsiasi attività senza affettazione e ostentando al contrario la massima naturalezza. È proprio questa la principale virtù del "Cortegiano" e Ludovico dichiara che essa, quando non sia un dono naturale, può essere appresa con l'esercizio e grazie all'insegnamento di ottimi maestri, facendo anche esempi negativi e positivi tratti dalla società aristocratica del Cinquecento.

Chi adunque vorrà esser bon discipulo, oltre al far le cose bene, sempre ha da metter ogni diligenzia per assimigliarsi al maestro e, se possibil fosse, transformarsi in lui. E quando già si sente aver fatto profitto, giova molto veder diversi omini di tal professione e, governandosi con quel bon giudicio che sempre gli ha da esser guida, andar scegliendo or da un or da un altro varie cose. E come la pecchia [1] ne’ verdi prati sempre tra l’erbe va carpendo i fiori, così il nostro cortegiano avrà da rubare questa grazia da que’ che a lui parerà che la tenghino e da ciascun quella parte che più sarà laudevole [...].

Ma avendo io già più volte pensato meco onde nasca questa grazia, lasciando quelli che dalle stelle l’hanno [2], trovo una regula universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano più che alcuna altra, e ciò è fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura [3], che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia; perché delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficultà, onde in esse la facilità genera grandissima maraviglia; e per lo contrario il sforzare e, come si dice, tirar per i capegli dà somma disgrazia e fa estimar poco ogni cosa, per grande ch’ella si sia. Però si po dir quella esser vera arte che non pare esser arte; né più in altro si ha da poner studio, che nel nasconderla: perché se è scoperta, leva in tutto il credito e fa l’omo poco estimato.

E ricordomi io già aver letto esser stati alcuni antichi oratori eccellentissimi, i quali tra le altre loro industrie sforzavansi di far credere ad ognuno sé non aver notizia alcuna di lettere [4]; e dissimulando il sapere mostravano le loro orazioni esser fatte simplicissimamente, e più tosto secondo che loro porgea la natura e la verità, che ’l studio e l’arte; la qual se fosse stata conosciuta, aría [5] dato dubbio negli animi del populo di non dover esser da quella ingannati. Vedete adunque come il mostrar l’arte ed un così intento studio levi la grazia d’ogni cosa. Qual di voi è che non rida quando il nostro messer Pierpaulo [6] danza alla foggia sua, con que’ saltetti e gambe stirate in punta di piede, senza mover la testa, come se tutto fosse un legno, con tanta attenzione, che di certo pare che vada numerando i passi? Qual occhio è così cieco, che non vegga in questo la disgrazia della affettazione? e la grazia in molti omini e donne che sono qui presenti, di quella sprezzata desinvoltura (ché nei movimenti del corpo molti così la chiamano), con un parlar o ridere o adattarsi, mostrando non estimar e pensar più ad ogni altra cosa che a quello, per far credere a chi vede quasi di non saper né poter errare?

  • [1] L'ape, che vola di fiore in fiore.
  • [2] Tralasciando quelli che la possiedono in modo naturale.
  • [3] Noncuranza, spontaneità.
  • [4] I quali tra gli altri loro artifici si sforzavano di far credere a tutti di non essere esperti di letteratura.
  • [5] Avrebbe.
  • [6] Un gentiluomo della corte di Urbino.

Ludovico di Canossa, uno dei principali interlocutori del dialogo, risponde alla domanda di Cesare Gonzaga sulla natura della "grazia" del cortigiano affermando che essa in molti casi è connaturata all'individuo, tuttavia può essere appresa con l'esercizio e grazie all'insegnamento di ottimi maestri, meglio se numerosi e in grado di trasmettere precetti diversi (l'allievo deve volare di fiore in fiore come l'ape e prendere il meglio da varie fonti).

L'autore cita anche due celebrati esempi di maestri attivi in epoche molto diverse, ovvero Aristotele precettore di Alessandro Magno e Pietro Monte maestro d'armi di Galeazzo Sanseverino, il conte di Caiazzo che fu al servizio dei francesi e cadde nella battaglia di Pavia del 1525, esempio quanto mai opportuno in quanto il cortigiano, come Ludovico ha precisato nei capp. precedenti, deve eccellere nell'uso delle armi e nell'arte bellica.

La migliore qualità dell'uomo di corte è poi ulteriormente precisata come la "sprezzatura", ovvero l'estrema disinvoltura e naturalezza nel fare anche le cose più difficili e l'assenza di affettazione, nemica secondo l'autore dell'eleganza: viene citato l'esempio dei grandi oratori del passato che ostentavano ignoranza letteraria per far credere che i loro discorsi fossero il prodotto di doti naturali, il che spiega che l'atteggiamento del cortigiano dev'essere attentamente studiato e finalizzato a fornire un'immagine di sé al "pubblico" (un discorso simile verrà svolto anche da Machiavelli nel Principe, che per molti versi si può considerare un trattato di comportamento anch'esso).

Ludovico cita anche l'esempio di un uomo della corte di Urbino che danza in modo sgraziato e facendo "attenzione" ai passi, il che esprime bene il concetto di "affettazione" che il perfetto cortigiano deve sempre rifuggire.

Pietro Bembo e la questione della lingua

L'evoluzione di carattere tecnologico è la stampa. Pietro Bembo nacque a Venezia nel 1470 e morì a Roma nel 1547. A Venezia collaborò con Aldo Manuzio, l'umanista tipografo che allora pubblicava solo opere in latino. Manuzio dava vita, all'inizio del secolo, al libro tascabile, pubblicando prima Virgilio, poi Orazio. Una svolta decisiva (dovuta proprio alla collaborazione di Bembo con Aldo Manuzio) fu rappresentata dalla scelta di pubblicare opere in volgare.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giadaa98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana dal 1200 al 1800 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Baldassarri Gabriele.
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