Letteratura italiana: Manzoni
Poesie di Manzoni giovane e prima della conversione del 1810
Solitamente si studia dal Carme in lode di Carlo Imbonati, del Manzoni più adulto, per noi questo carme è parte di un percorso caratterizzato dallo sperimentalismo. Inizia a scrivere a 15 anni designandosi come Vate Trilustre e cercando la sua strada attraversando tanti modi di fare poesia, generi formali ma anche contenutistici.
Del Trionfo della Libertà - Poesia I
1801 testo miscellaneo per inquadrare l’esordio del giovane Manzoni sulla scena della poesia = poemetto in 4 canti. Lavoro cospicuo scritto in terzine di endecasillabi, in forma di visione.
In quel momento il poeta principe era Monti che aveva scritto dei poemetti tra cui In morte di Ugo Basville del 1793 (rappresentante del governo francese ammazzato dal popolo di Roma). Monti si rifaceva spesso al modello dantesco = visioni, metro e inserire nello stile il verbo di Dante. Racconta in forma di visione che l’anima di Basville appena uscita dal corpo sente dall’angelo che l’ha appena tolta dall’Inferno, la pena che dovrà sostenere prima di salire al cielo = assistere agli infiniti mali causati dalla Rivoluzione come la decapitazione del re.
Nel 1800 Monti scrisse un altro poemetto (alcuni canti vennero pubblicati a rate) In morte di Lorenzo Mascheroni (Mascheroniana) in cui si immagina l’anima di Mascheroni che sale al cielo ed è lì vede varie cose e incontra vari personaggi fra cui anche Parini che gli fornisce una lezione civile nella quale depreca lo stato di prostrazione della sua patria e chiede al Mascheroni quale sia la situazione attuale dell’Italia. Si tratta quindi di 2 riflessioni politico-civili.
Anche il giovane Manzoni riflette sulle questioni politico-civili nel Trionfo della Libertà = ha come modello Dante rivisto dai contemporanei, citazioni illustri anche di Petrarca, Monti, Parini (alto tasso di moralità e impegno civile, enfatizzati dalla generazione più giovane dopo la sua morte). TRIONFO: raffigurazione allegorica che mette in mostra un valore alto che viene personificato e trionfa su qualche altra cosa. Ha a che fare con la Pace di Luneville del 9 febbraio 1801 (pace tra Francia e Austria) Dopo il triennio giacobino nel quale si era sviluppata una poesia rivoluzionaria e quindi politica poi raccolta in un paio di volumetti Parnasso democratico. Si trattava di testi redatti in occasione di feste rivoluzionarie ad esempio quando si piantava l’albero della libertà.
Raccolta di tutto ciò che si è stampato nell’occasione del 10 fiorile anno IX (30 aprile 1801) quando a Milano si fecero le feste per celebrare la Pace di Lunéville che coincise con la posa della prima pietra del Foro Bonaparte. Vari opuscoli redatti per quest’occasione vennero raccolti per una pubblicazione contenente: il programma della festa, un’orazione di Compagnoni, un coro di Petrocchi, una cantata rappresentata alla Scala, un’ode saffica di Monti. Si tratta di produzioni comprese solo se contestualizzate in questa festa. Manzoni infatti nel costruire il suo Trionfo sembra essere stato stimolato dagli apparati spettacolari che si costruivano in queste feste. Tutta la carriera di poeta di Manzoni è improntata all’utilità. Nel canto IV in un certo senso è lui il Genio dell'Insubria poiché vorrebbe essere lui la voce del popolo.
Raccolta di tutto ciò che si è stampato nell’occasione del 10 fiorile anno IX
- Autori: Campagnoni, Petracchi, Fugazza, Monti e altri
G. Compagnoni scrisse un’orazione nella quale rivendicava una continuità tra il nascente sentimento patriottico e i fasti dell’antica Roma. Scrisse l’Encomio di Napoleone il cui nome si trova tutto in maiuscolo, il tema sono le lodi che i posteri dedicheranno alle sue gesta.
Petracchi scrisse molto nel corso della sua vita e fu presente all’assedio di Genova. L’Inno patriottico è una poesia pensata per essere cantata quindi dal significato corale, composto con decasillabo anapestico (due sillabe atone e una tronca) con accenti fissi di 3a, 6a e 9a che poi ispirarono il Manzoni maturo. Dietro c’è la tradizione della poesia cantabile 700esca facilmente memorizzabile. Sequenza di personificazioni: la Libertà, il Terrore mostro infernale sconfitto, la Vendetta figlia dell’Inferno → si ritroveranno nel testo manzoniano, immagini proprie del genere delle visioni in cui si vuole dare corpo alle immagini.
Tirata contro l’Inghilterra anche lei tiranna seppur parli sempre di libertà, se tutti si alleeranno contro di essa con Napoleone a capo, non avrà più alcun valore l’essere un’isola difendibile. Si potrebbe ripetere il miracolo bellico egiziano. Pace e Guerra sono le 2 protagoniste: mantengono in equilibrio l’Europa. Nel coro vengono rievocate immagini mitologiche per glorificare Napoleone.
Il Trionfo della Pace, cantata di Fugazza, scena teatrale per attori e attrici. La pace arriva sulla terra per volere di Giove. Avviene un dialogo fra la pace e Marte, colui che la rende sicura, nel quale l’uno dà la colpa all’altra fino all’entrata in scena di Mercurio. Quest’ultimo risolve la scena dicendo che i due devono accordarsi per volere di Giove e che deve essere la Pace a prevalere.
Monti, ode La Pace → scrive una saffica, endecasillabi e quinario in rima alterna, il linguaggio è sostanzioso con rimandi alla mitologia. Presenta una costruzione della frase poetica meno lineare. Il tema presenta l’incedere della Pace personificata per scacciare la paura che attanaglia le madri e le spose. Dice di lasciare da parte i fiori che ricordano la morte. Frena l’ira di Marte. Gli dei vogliono portare a loro gli eroi ma spera non si esageri, già il generale Desaix era stato preso. La pace giova anche all’economia.
La Pace è la prima allegoria presentata da Manzoni, in veste di donna, mentre apre un corteo di Valori sia positivi che negativi che agiscono sulla scena.
Canto I
Discesa della Pace e della Libertà. Pace, Guerra, Amor Patrio (valori positivi) ma anche Tirannia e Religione intesa come superstizione per governare i popoli (disvalori assoluti), distrutti dalla Libertà sul suo carro.
Immagine della Pace che viene a chiudere le porte del tempio di Giano, nell’atto di cancellare tutti i segni della guerra: incatena le spade e cancella tutti i segni della morte e della distruzione. Tutto avviene in primavera mentre la sua anima viene presa da un vortice che trascina il poeta in un sogno. Perde tutte le forze e entra in uno stato di trance perdendo i sensi e venendo accecato ma acquisisce nuovi sensi che gli permettono di osservare gli dei.
Vede una donna, una dea “non era l’andar suo cosa mortale” (citazione di Petrarca), incedeva su un carro come Giunone e indossava una veste divina. Possedeva tutte le caratteristiche delle donne cantate ma i capelli biondi erano avvolti in un berretto frigio = segno distintivo dei rivoluzionari francesi. Si tratta della Libertà raffigurata come una dea energica che con la mano sinistra impugna l’ascia della giustizia e nell’altra la spada che abbatte i troni. Possiede lo stesso grande potere che ebbe l’antica Roma repubblicana. Seguita dalla Pace e dalla Guerra, due altre dee, accompagnate da due bandiere “pace alle genti” e “guerra ai tiranni” a giustificazione della guerra giusta cioè quella a difesa dei confini (idea ripresa da Parini). I venti accondiscendono al messaggio dei vessilli.
Si presentano poi l’Eguaglianza (v. 70) che distingue gli uomini sulla base del merito, condannandoli se delinquono e non si sottomettono alla giustizia per diritto di sangue, tiene in mano la bilancia per misurare merito e virtù; e l’Amor Patrio (v. 83) rappresentato come un ardore che infiamma le anime e trasforma i popoli oppressi in eroi, non teme le catene né i lavori forzati ma soprattutto non si sottomette.
La natura idilliaca e la situazione gioiosa della liberazione preparano, per contrasto, l’arrivo violento dei nemici della Libertà: la Tirannia (v. 104) e la Religione (v. 112) le cui immagini abominevoli e assetate di sangue appaiono come visioni crudeli, in realtà diffuse all'epoca poiché facevano rivivere la memoria dantesca contrapponendosi alle poesie leggere dell’Arcadia. Da Manzoni vengono applicate con finalità politiche: desidera far inorridire il lettore di fronte alla tirannia. Tirannia e Religione sono inseparabili, si uniscono per fare del male all’umanità, loro unica nemica è la Libertà che le accoglie con risa di scherno e con un grido di gioia per poi travolgerle con il proprio carro.
Canto II
Sfilano gli eroi della Libertà antica = Bruto spicca fra tutti.
Ci troviamo sempre di nuovo di fronte a un corteo ma questa volta compare quello degli antichi eroi della Libertà fra cui spiccano Catone e Bruto. Ogni canto si apre con Manzoni che parla della propria condizione di visionario. Il corteo degli eroi romani vittime della Tirannia è ricco di figure femminili. Per primo vede Lucio Tarquinio Collatino e la moglie Lucrezia, violentata dal figlio di Tarquinio il superbo, poi si uccise. Poi Lucio Giunio Brutto eletto primo console della Repubblica, mandò a morte i propri figli rei di aver congiurato. Gaio Mucio Scevola leggendario eroe che cercò di pugnalare Porsenna e bruciò la sua mano destra colpevole di aver fallito e Clelia che per scappare da Porsenna attraversò a nuoto il Tevere. Orazio Coclite che sul ponte Sublicio fece fronte da solo all’esercito etrusco. Appio Virginio, tribuno della plebe, che sottrasse la figlia Virginia alle turpi voglie del decemviro Appio Claudio, grazie al sacrificio della stessa Virginia. Tiberio e Gaio Gracco, tribuni uccisi per aver tentato la difesa della plebe contro i patrizi. Scipione l’Africano che salvò Roma dal pericolo del cartaginese Annibale sconfiggendolo. Pompeo, il Grande, conquistò l’Asia e fu triumviro con Cesare e Crasso, per poi venir ucciso a tradimento appena sbarcato in Egitto. Marco Porcio Catone che si uccise per non difendere la libertà dopo la vittoria di Cesare e la sconfitta di Pompeo. Porcia, figlia di Catone e moglie di Bruto, secondo una leggenda si uccise come il padre inghiottendo carboni ardenti.
Spicca poi Marco Giunio Bruto al quale Manzoni fa esprimere una tirata antipapale, seguendo l’esempio di Dante. Bruto si pente di non aver convinto il popolo a godere della libertà che gli aveva donato. Per disprezzo presenta i cardinali come antichi sacerdoti nordici di riti pagani. Si scaglia contro la donazione di Costantino sottolineando la cupidigia, contro il potere temporale della Chiesa, inoltre la accusa di aver perseguitato la scienza usando idee bibliche. Manzoni sostiene che il celibato ecclesiastico vada contro natura e contro i diritti e desideri naturali. Il tema si trova qui un po’ marginale, era già stato trattato dal cristianissimo Parini che se la prendeva con il celibato forzato che portava a una degenerazione, infatti nella nobiltà solamente i primogeniti si sposavano, gli altri figli erano costretti a carriere militari o ecclesiastiche senza vocazione e formazione, costretti quindi anche al celibato.
Canto III
Schiera degli eroi moderni = spicca il generale Desaix colui che diede la vita nella battaglia di Marengo e portò alla Pace di Luneville. Immagina che la sua anima si rivolga al poeta per chiedere le condizioni dell’Italia, si accampa come motivo centrale della polemica il discorso sulla repressione della Repubblica napoletana del 1799 da parte dei Borboni. Tema sensibilissimo per Manzoni in quanto molti esuli si erano rifugiati a Milano fra cui Lomonaco.
La prima figura ad apparire è quella del generale Desaix, il fatto che Manzoni parli di lui e non di Napoleone fa pensare che non lo vedesse di buon occhio. Parte un’invettiva contro i governi Cisalpini che sembra riprendere quella di Foscolo contro il governo del Regno Italico. Desaix chiede informazioni sullo stato dell’Italia e Manzoni risponde che la situazione è critica per le questioni borboniche e papali. Prende allora parola un eroe della Repubblica Napoletana morto martire, si ipotizza sia Pasquale Battistessa, parla degli orrori della reazione borbonica voluta da Maria Carolina Borbone, dalle potenze europee e da Maria Antonietta. Dopo il resoconto di questa repressione si parla del Cardinale Ruffo che distrusse quanto la Repubblica tentò di costruire, alleandosi con bande criminali calabresi.
Tutti gli eroi vennero impiccati, dopo l’impiccagione, poiché non era morto durante essa, lui venne ucciso dentro una chiesa. In conclusione del Canto augura a Maria Carolina una morte dolorosa e senza perdono.
Canto IV
Appare il Genio di Insubria (Lombardia) che rievoca il recente passato: invasione austro-russo del 1799, la vittoria di Marengo, denuncia la corruzione della classe politica Cisalpina e il malgoverno dei governi italici contemporanei. Prende Monti come punto di riferimento.
Le anime chiedono vendetta contro ogni tiranno ma soprattutto contro la regina di Napoli. Al poeta appare il Genio di Insubria che lo riporta alla calma e invoca la Musa per poter creare una nuova poesia di impronta civile e con un messaggio positivo. Rievoca l'invasione austriaca del 1799, la battaglia di Marengo e infine descrive la corruzione della classe politica Cisalpina. Il Genio è la voce dei patrioti cisalpini italiani che non vedono realizzati i loro ideali di governo. Manzoni adoperando la satira opera una critica dei costumi corrotti dei governi e si inserisce in un filone già calcato da Fosco, Monti ecc. Tramite la musa della poesia loda Monti e poi la poesia stessa all’altezza di quella di Dante. Al congedo è affidata la speranza di eguagliare Monti per valore poetico.
Come il divo Alighier l’ingrata Flora - Poesia III
Sonetto con schema ABAB ABAB CDE CDE, databile tra la fine del 1801 e l’inizio del 1802, stampato per la prima volta nel volume delle Vite degli eccellenti italiani composte per Francesco Lomonaco. L’editore permise a Manzoni una nota: A Francesco Lomonaco sonetto per la vita di Dante di Alessandro Manzoni giovane pieno di poetico ingegno e amicissimo dell’Autore.
Il Lomonaco partecipe dell’esperienza rivoluzionaria della Repubblica Partenopea, fu esule a Milano per scampare alla sanguinosa repressione nell'estate del 1799 e conobbe Manzoni dopo il giugno 1801 stringendo con lui una profonda amicizia. Manzoni fu influenzato da Lomonaco nell’adesione politica alla prospettiva rivoluzionaria e alla figura del filosofo stoico.
Il sonetto è strutturato in 2 ampi movimenti:
- alle quartine è affidato il parallelismo tra l’esperienza di esule di Dante e quella di Lomonaco → vv. 1-4 = Dante esule da Firenze costretto a vagare per l’Italia. vv. 5 -8 = anche Lomonaco è esule e narra di Dante, la terra è matrigna e non madre delle anime gentili.
- mentre le terzine svolgono una violenta perorazione contro l’Italia, colpevole di sacrificare da secoli i figli migliori e incapace di cambiare la propria natura → vv. 9 - 11 = l’Italia schiaccia i suoi figli migliori e poi li piange e li fa divini quando sono ormai morti. vv. 12 - 14 = piange e si lamenta dei suoi danni ma non cambia mai.
Francesco. E non fu mai chi per sentiero - Poesia V
Sonetto con schema ABAB ABAB CDE CDE, indirizzato a Francesco Lomonaco per le sue Vite degli eccellenti italiani costituisce un dittico con Come il divo Alighier l’ingrata Flora, di questo non si aveva però alcuna notizia, fino al ritrovamento del 1989 nel fondo Fauriel.
Va sottolineata la profonda differenza di prospettiva rispetto al precedente sonetto e la sostanziale autonomia tematica. Tema centrale delle quartine è il conflitto che oppone gli animi nobili di coloro che percorrono il difficile sentiero della gloria letteraria e si scontrano con 3 ostacoli: la mediocrità del reale rappresentata dal vulgo che disprezza quanto è gentile, il sentimento diffuso dell’invidia e la dimensione degli affetti.
Nelle terzine sostituisce al motivo della deprecatio verso l'Italia incapace di riconoscere le proprie glorie, un confronto più personale tra la saggezza stoica del Lomonaco e la propria inquietudine giovanile, divisa tra il desiderio amoroso e quello della gloria poetica.
Nuovo intatto sentier segnami, o Musa - Poesia VII
Sonetto con schema ABAB ABBA CDE CDE, databile 1802 grazie al manoscritto autografo ma sicuramente corretto in maniera sostanziale.
La ferma e determinata opzione di inseguire una propria vocazione poetica dichiara il superamento delle esitazioni espresse a Lomonaco nel sonetto Francesco, e non fu mai chi per sentiero → non può essere infatti casuale che la parola tematica sentiero appaia nel primo verso anche di quel sonetto, creando una profonda relazione fra i due testi.
Il componimento ha una studiata struttura circolare: l’avvio con l’invocazione alla Musa affinché additi al poeta la strada e la successiva interrogativa retorica se esistano vie poetiche non ancora intraprese da altri, trova riscontro nell’ultima terzina nell’invocazione a Clio (Musa della poesia epica) e nella determinazione del poeta a tentare nuovi percorsi anche a scapito del successo, nel segno di una forte autonomia creativa.
Alla parte centrale, seconda quartina e prima terzina, è affidata l’esemplificazione delle grandi esperienze poetiche passate e recenti di Dante, Petrarca, Tasso, Alfieri e Parini, qui richiamate con perfetto equilibrio fra antichi e moderni. Straordinaria l’assenza di Monti.
Capel Bruno: Alta fronte: Occhio loquace - Poesia II
Sonetto autoritratto concepito sull’esempio dell’Alfieri e ad emulazione (secondo Bardazzi) di Foscolo.
Johann Caspar pubblica nel 1770 un trattato sulla fisiognomica (disciplina pseudoscientifica che pretende di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle, una teoria alla quale aderirono in molti fra cui Goethe: Il lavater portatile = compendio.
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