Collegamenti intertestuali
I collegamenti intertestuali offrono molteplici significati aggiunti e intensificano il rapporto autore/lettore se quest'ultimo è “intendente” (cit. Boccaccio), ovvero ha una cultura letteraria vasta e non si accontenta della superficie, comprendendo profondamente i testi che legge. G. Nencioni, Ignizione di lettura, 1967: nei cliché delle commedie classiche il lettore/spettatore riconosce citazioni e allusioni e può rimanere colpito dal confronto fra le diverse opere.
Es. Dante, Purgatorio XXX, 40-48:
“Tosto che ne la vista mi percosse l'alta virtù che già m'avea trafitto prima ch'io fuor di puerizia fosse, volsimi a la sinistra col respitto col qual il fantolin corre a la mamma quando ha paura o quando elli è afflitto, per dicere a Virgilio: “Men che dramma di sangue m'è rimaso che non tremi; conosco i segni de l'antica fiamma”.”
Traduzione ad verbum (letterale) di Virgilio. Dante conta sulla conoscenza del lettore di entrambe le opere “citate” (La Vita Nova e L'Eneide).
Tradizione dei testi
La tradizione dei testi ricrea il processo filologico di scoperta del testo originale.
Definizione di poetica
La poetica è l'insieme delle idee che un autore ha sul fare letteratura, la sua personale concezione di letteratura che si evince direttamente dal testo (es. Ariosto) o su cui si scrivono trattati (es. Tasso).
Contesto storico: medioevo
Anzitutto è necessaria una netta distinzione fra Alto Medioevo (fino al Mille) e Basso Medioevo (dopo il Mille). Gli inizi di quest'epoca furono segnati dal crollo dell'Impero romano (476 d.C. a cui si fa risalire l'inizio del Medioevo), dalle invasioni barbariche e da una gravissima crisi economica e demografica che raggiunse il culmine verso la metà del VII secolo.
Successivamente si registra una lenta e contraddittoria ripresa anche grazie alla figura di Carlo Magno, divenuto imperatore nell'800, che sognava una rinascita dell'Impero. È solo intorno al 1100 che si affacciano davvero la ripresa dei traffici e dei commerci e il nuovo sviluppo dell'urbanizzazione. Nel sud Italia i Normanni hanno sostituito gli Arabi, nel centro-nord il regno dipendeva invece dall'imperatore tedesco, sebbene da un lato cominciassero a nascere i Comuni che ne mettevano in discussione il potere. I territori del Patrimonio di San Pietro avevano di fatto già a partire dall'VIII secolo costituito uno Stato a sé.
Feudalesimo
Il fattore caratterizzante del Medioevo è il feudalesimo: un sistema economico, sociale e politico basato sulla supremazia della nobiltà terriera che si consolida nel corso dell'Alto Medioevo. Il sistema economico feudale è basato quasi esclusivamente sull'agricoltura e sull'allevamento del bestiame, mentre quello sociale è fondato sul rapporto personale di dipendenza e subordinazione che vincola il vassallo, che riceve il beneficio, al signore che glielo concede.
A sua volta il vassallo tende a imporre lo stesso rapporto ai suoi dipendenti valvassori in cambio di altri benefici e così via, sino a creare una piramide sociale estremamente rigida. I vassalli e valvassori sono tenuti a servire in guerra agli ordini del signore e gli devono fedeltà e omaggio. Fuori dall'Italia l'organizzazione feudale favorisce l'autonomia dei vassalli più potenti: l'Impero si disgrega e cominciano ad affiorare le realtà dei vari Regni nazionali come quello di Francia, Germania, Borgogna.
È questo il periodo in cui cominciano a fiorire le diverse letterature nazionali. Il romanzo cortese: vedi dopo.
Lirica provenzale
Alla fine dell'XI secolo e agli inizi del XII secolo in Provenza la produzione letteraria si specializza nella lirica in lingua d'Oc. Anche questo genere letterario è espressione della vita di corte, e anche se i poeti possono essere grandi signori feudatari come Guglielmo IX d'Aquitania (esempio di “trovatore” ossia poeta provenzale da “trobar” = fare poesia, trovare gli elementi per comporla) per lo più essi provengono dalle fila della piccola nobiltà oppure sono ministeriales, cioè dipendenti non nobili del signore.
La forma principale di poesia lirica è rappresentata dalla canzone d'amore. È estremamente formalizzata, sia nella struttura metrica che in quella tematica: esordisce con una descrizione della natura, poi rappresenta la donna e ne canta le lodi e infine chiude con un congedo. Altri sottogeneri tipici della poesia provenzale sono l'alba (separazione di due amanti dopo una notte insieme) e la pastorella (incontro d'amore fra un cavaliere e una villana).
Arnaut Daniel
Su quest'arietta leggiadra e leggera: i poeti raggiungono la celebrità se i loro versi sono “giusti ed esatti” e non si può trascurare l'aspetto estetico. La produzione provenzale era solitamente poesia accompagnata da musica. L'amore era dedizione assoluta alla donna amata, che veniva appellata “midons” (mi dominus = mio signore) rimando al mondo feudale e al rapporto signore/vassallo. L'amore non era mai di tipo coniugale (il matrimonio era quasi sempre per convenienza) bensì passionale; solitamente la donna di cui si canta è già sposata e, per preservarne l'identità dai malparlieri, si utilizza un senhal, ossia uno pseudonimo che rimana a una caratteristica della donna che solo la coppia comprende.
Chretien de Troye
Arnaut Daniel lascia intendere che chi è attento ai beni terreni e al denaro non è un buon innamorato: “mille messe ascolto e offro” “accendo lumi a cera e olio”, ossia egli spende tempo e denaro senza problemi per avere l'amore della donna. Esisteva una distinzione tra il cosiddetto fin'amor, ovvero l'amore puro, ragionevole, forte ma contenuto con dignità, sintomo di equilibrio, e il fol'amor, ovvero l'esatto opposto.
Il paradosso della lirica antica occidentale è proprio quello del godimento che viene sempre allontanato e rimandato. L'aspetto biografico nella poesia provenzale interessava molto i lettori, quindi all'inizio dei libri si scriveva la vida dell'autore, ossia la sua biografia, poi il testo, e infine un commento (razo) che spiegava i motivi che lo avevano spinto a scrivere quel testo. La sovrapposizione fra io lirico e autore non era mai del tutto completa poiché la vita comune sarebbe stata banale, ma il lettore per godere a pieno della lettura “finge” di crederci.
La scuola siciliana
L'esperienza poetica dei provenzali si interrompe a causa di motivi storici. I signori delle corti provenzali avevano aderito al catarismo, che la chiesa cattolica perseguitò in quanto eretico. Quest'ultima portò avanti delle crociate contro gli Albigesi (catari) fra il 1209 e il 1229 e diverse città furono rase al suolo, molti provenzali dovettero fuggire.
Negli stessi anni, attorno al 1220, si ebbe lo sviluppo di un'attiva lirica insolitamente raffinatissima della quale non si sa bene l'origine. La cosiddetta poesia siciliana si sviluppa nella corte di Palermo di Federico II di Svevia, imperatore attento alle manifestazioni culturali che scrisse anche diversi trattati. Egli viaggiava spesso dal Nord Europa in Sicilia attraverso il suo regno, facilitando il rimescolamento culturale. In questo ambiente sorge la figura di Iacopo/Giacomo da Lentini che scrisse testi interessanti sull'esempio ideologico provenzale.
Questo autore si firmava “Il notaro” poiché infatti Federico II aveva affidato ai suoi funzionari di corte il compito di produrre una poesia perfetta in volgare che potesse rivaleggiare e contrapporsi alla cultura della Chiesa alla quale era sempre stato avverso. La realtà in cui vivono i poeti siciliani non è più quella feudale provenzale, il che spiega perché l'accento cada, nei loro testi, più che sul rapporto d'amore fra vassallo e donna, sull'amore in quanto tale.
La poesia siciliana è assai più astratta e rarefatta, più lontana dalla concretezza; la figura della donna è meno delineata, il centro lirico è costituito da una riflessione sugli effetti dell'amore. Si insiste sull'introspezione psicologica e sull'interiorità del poeta, l'esperienza d'amore diviene esperienza intellettuale.
Le strutture metriche e retoriche della poesia siciliana hanno condizionato l'intera tradizione lirica italiana, che trova in esse il modello originario. Le strutture metriche vengono ridotte a tre principali: la canzone (la forma più elevata e illustre di lirica, composta di endecasillabi spesso alternati a settenari), la canzonetta (ha una struttura narrativo-dialogica che si presta ad argomenti meno nobili ed elevati, versi più brevi e vivaci in settenari od ottonari) e il sonetto (una vera e propria invenzione siciliana, usato per la prima volta da Da Lentini, composto da quattordici endecasillabi, tratta argomenti diversi. Dai siciliani sono solitamente teorici, filosofici e morali ma anche d'amore e scherzosi).
La poesia siciliana piacque anche ai lettori del centro-nord che ne ricopiarono dei testi per averli con sé ma eliminarono gli aspetti tipicamente siciliani, privandoli così della loro originalità. Le rime risultavano spesso imperfette perché il toscano ha un sistema fonologico meno compatto, il siciliano ha solamente cinque vocali; nel cambiamento in toscano le rime non combaciavano.
Assumendo e ritraducendo in Toscana i testi siciliani si disegnava dunque una linea di continuità nella tradizione facendola culminare nello stilnovismo toscano, che se ne appropria e ne modifica la struttura linguistica. La scuola siciliana si conclude all'incirca nel 1250.
Dante nel De vulgari eloquentia esprime la propria ammirazione per il linguaggio illustre dei Siciliani e per la “gravità” del loro stile, di fatto ponendo se stesso e i poeti dello Stil novo come i soli legittimi continuatori di quell'esperienza.
De vulgari eloquentia
La letteratura provenzale era letta e apprezzata anche dagli autori italiani. Alla fine del 1200 Dante pubblica il De vulgari eloquentia, una specie di guida alla definizione di una lingua volgare illustre adatta a trattare gli argomenti più elevati. L'opera, lasciata in sospeso per dedicarsi alla Divina, fu scritta in latino per raggiungere un pubblico più vasto di intellettuali anche non italiani, ma sosteneva l'eccellenza della lingua italiana, che Dante reputava persino superiore al latino in quanto nata spontaneamente e appresa dalla nascita senza studio.
Anche l'altro trattato dantesco, il Convivio, viene interrotto per lo stesso motivo, ma quest'ultimo fu scritto in volgare per essere compreso anche dai meno eruditi, e doveva teoricamente coprire tutti i campi anche scientifici dello scibile umano.
Del Vulgari Eloquentia ci sono giunti solo un libro e mezzo su quattro, che discutono la qualità delle varie lingue e guidano all'interpretazione dei fenomeni letterari fino al 1200. La prima pubblicazione dell'opera risale al 1529, prima non ce n'è traccia. Dante chiarisce nel trattato che i tre sottogruppi (lingua d'oc, lingua d'oil, volgare italiano) sono sottodivisioni di un'unica lingua e rappresentano infatti numerose somiglianze. Dante a questo punto fa parlare le tre lingue che cercano di sostenere la propria eccellenza menzionando autori celebri che abbiano scritto nelle specifiche lingue (lingua d'oil > menziona il celebre ciclo bretone, lingua d'oc ossia il provenzale rivendica il fatto che tutti i poeti più abili l'abbiano usata, volgare italiano rivendica Cino da Pistoia e “il suo amico” > Dante stesso ma anche il fatto di essere la più simile al latino).
Cino da Pistoia (fine 1200) era amico di Dante, Petrarca e Boccaccio. Sapeva di non essere al loro livello per abilità poetiche ma era un grande giurista. Anche Arnaut Daniel viene citato numerose volte all'interno dell'opera, ma è soprattutto nella Divina Commedia che Dante cita poeti provenzali come Sordello da Goito e Bertran de Born. Quest'ultimo rappresentava l'eccellenza nella letteratura d'armi e di guerra e usava la poesia come mezzo politico, ma viene criticato da Dante da un punto di vista morale perché si compiace troppo nel vedere la violenza della guerra. (vedesi poesia Be-m platz lo gais temps de pascor).
Viene per questo inserito nella bolgia dei seminatori di discordia dell'Inferno dantesco dove viene sottoposto al contrappasso di avere la testa separata dal corpo per punirlo delle persone che aveva fatto “separare” in vita. (vedesi Inferno XXVIII 118-142).
Dante prende in analisi nel De vulgari eloquentia quattordici varietà di volgare ma nessuna di queste si rivela coincidente con il volgare illustre usato dai migliori scrittori, neppure il toscano. Così non resta che definirlo nei suoi caratteri ideali: illustre (capace di dare lustro a chi ne fa uso), cardinale (costituisce il cardine al quale fanno riferimento tutti gli altri volgari), regale (se in Italia esistesse una reggia vi si parlerebbe questa lingua) e curiale (risponde alle norme di una curia ideale di cui fanno parte gli italiani più prestigiosi).
Io m'aggio posto in core a Dio servire
Giacomo da Lentini
L'attenzione è posta sugli effetti che l'amore produce sull'io lirico, su come si può sopportare l'amore > si muore e si vive allo stesso tempo. Lentini vorrebbe spiegare la bellezza della sua donna ma non ci riesce (ineffabilità) ed è perciò scontento della sua opera come un pittore che non riesce a riprodurre il modello.
I rimatori siculo-toscani e il Dolce Stilnovo
Il tramonto della civiltà letteraria siciliana coincide con il suo trapianto in Toscana. I nuovi rimatori riprendono sì la canzone e il sonetto elaborato dai Siciliani ma sperimentano anche altre forme metriche come la ballata e danno spazio alla canzone politica sul modello del sirventese provenzale che ben riflette il clima civile delle lotte politiche fra le varie città e partiti della società comunale: gli autori sono infatti cittadini, non più uomini di corte, e partecipano in prima persona alla vita politica.
Un discorso a parte è da riservare al Dolce Stilnovo. Questa è la denominazione con cui Dante definisce una nuova poetica letteraria che si affermò a Firenze nel periodo 1280 – 1310. I suoi maggiori rappresentanti furono Dante stesso e Guido Cavalcanti, ma anche Lapo Gianni e Cino da Pistoia. Il precursore e iniziatore fu però Guido Guinizzelli, che compose le sue rime qualche anno prima all'incirca fra il 1260 e 1276.
Guido Guinizzelli
Nasce e vive a Bologna, grande centro culturale dove era sorta anche la prima università, ma vive in una realtà turbolenta per via degli scontri civili fra guelfi e ghibellini, guelfi bianchi e neri. Non si sa molto della sua biografia se non che dopo il 1276 non si hanno più sue notizie per cui deve aver vissuto e operato necessariamente prima.
Ebbe un'attività pubblica molto impegnativa e una produzione poetica al contrario piuttosto contenuta, poco più di 20 testi. Di questi 15 sono sonetti molto tradizionali con temi come l'amore e la devozione verso l'amata, mentre le altre 5 canzoni manifestano un balzo stilistico e concettuale, una svolta di Guinizzelli che apre nuove prospettive, come ad esempio l'atteggiamento filosofico nei confronti dell'amore.
Temi tipici della poesia guinizzelliana sono l'identità di amore e cuore nobile, la caratterizzazione angelica della donna, la lode all'amata e il suo saluto. Guinizzelli aspirava ad un linguaggio “dolce e leggiadro” che incontrerà le lodi di Dante e dall'altra parte a un maggior impegno strutturale e dottrinario. La sua poesia infatti non si rivolge più al vasto pubblico borghese, ma a una ristretta cerchia: la nascente aristocrazia intellettuale che costituirà il pubblico eletto dagli stilnovisti toscani.
Nella seconda metà del Duecento Firenze comincia ad affermare la propria egemonia su tutta la Toscana, divenendo poi, all'inizio del nuovo secolo una delle città più popolose e ricche d'Europa oltre che uno dei centri artistici e letterari più importanti per la storia della civiltà occidentale.
La novità del “dolce stil” va cercata nell'assoluta fedeltà all'ispirazione di Amore cui si sono invece sottratti i Siciliani e siculo-toscani come Guittone d'Arezzo. Dante afferma: “Io sono uno di quei poeti che quando Amore mi ispira, annoto ciò che egli mi suggerisce per poi potermi esprimere nel modo stesso in cui egli detta interiormente” (Purgatorio XXIV).
Per gli stilnovisti l'amore non è più un semplice corteggiamento, ma diventa elevazione spirituale, adorazione di una donna che può assumere i tratti di un angelo, e cioè di una creatura intermediaria fra cielo e terra, fra il profano e il divino. Anche l'amalgama linguistico, metrico sintattico deve dunque risultare “dolce”: occorre un volgare illustre il più possibile elevato e puro, ma anche melodioso e musicale.
L'ideale stilnovistico è rappresentato da una soavità espressiva del tutto coerente con il clima rarefatto, aristocratico, lontano dalla cronaca che caratterizza la nuova poesia. Gli stilnovisti si considerano una cerchia eletta che trova nella propria superiorità culturale e nella propria raffinatezza spirituale le ragioni di un prestigio sociale non più dipendente dalla nobiltà di sangue, ma solo da quella d'animo. Nei loro versi la realtà cittadina s'intravede da un nuovo punto di vista: non quello degli scontri politici e degli odi feroci fra partiti, bensì quello degli incontri, delle occhiate e dei saluti d'amore. La donna appare per la strada e la sua bellezza, il suo fascino spirituale.
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