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Il rapporto fra Leopardi e Giordani e il "problema Recanati"

La lettera del 30 aprile 1817

Rinchiuso nella sua esigua e restìa "tana" recanatese, dove l'“ingegno non si conta fra i doni della natura”, Leopardi sentì nel 1817 la necessità di avviare una corrispondenza amichevole con un “uomo di cuore, d’ingegno e di dottrina straordinario”, con cui intessere una “interissima confidenza”. Il prescelto fu Pietro Giordani, esponente più illustre della linea classicistica italiana ed apparentabile per una certa misura al Monti.

Nato nel 1774 a Piacenza, Giordani provò l’esperienza conventuale ma senza prendere i voti. Fu favorevole al regime napoleonico (cui dedicò un Panegirico nel 1807) e dal 1817, anno in cui ricevette l’eredità paterna, godette di una indipendenza economica e di pensiero che lo portò a viaggiare in tutta l’Italia centro-settentrionale (Bologna, Milano, Firenze e Parma). Collaborò a “La Biblioteca Italiana” di Acerbi, rivista classicista, e all’”Antologia” di Viesseux, di matrice liberale. Dapprima contrario alle posizioni della De Stael, sostenendo la perfezione dell’arte greca, latina e italiana e la inevitabile decadenza cui va incontro chi non imiti tali modelli, aprì successivamente alle “bellezze grandi e nuove” di Shakespeare.

Come Leopardi conobbe Giordani

In quale modo Leopardi conobbe Giordani? In primis, grazie alle referenze positive del Marchese Benedetto Mosca, “Cugino carnale di mio padre”, che asserì di aver avuto come maestro il classicista, “adesso il primo scrittore d’Italia”; successivamente leggendo i “volumetti della Biblioteca Italiana”, che “diedero stabilità e forza alla mia conversione… le cose moderne che prima mi pareano squisite, mi parvero schifissime”.

Il deficit che il Giordani fu chiamato a colmare, fu “quel non avere un letterato con cui trattenersi, quel serbarsi tutti i pensieri per se, quel non potere sventolare e dibattere le proprie opinioni, far pompa innocente de’ propri studi, chiedere aiuto e consiglio”. Nel giovane Leopardi, quindi, si avverte un cumulo di tensioni intimistiche e monologanti ormai insostenibile, bisognoso dunque di uno sbocco, di un interlocutore di scarico. L’erudizione libraria e solitaria, insomma, divenne insostenibile, saturante, se non affiancata al dialogo, al contraddittorio.

Il "problema Recanati"

Ma torniamo più propriamente alla problematica spaziale. A Recanati, si diceva, “letteratura è vocabolo inudito”, “un grande ingegno qui sarebbe apprezzato come una gemma nel letamaio”. È un Leopardi costantemente in bilico fra ferocia e disperazione, senza dubbio sarcastico: “Veda Ella se questo è terreno da seminarci. Ma e gli studi, le pare che qui si possano fare bene?... Se si vuol leggere un libro che non si ha, bisogna procacciarselo col suo danaro, farlo venire di lontano”.

E ancora: “Che cosa è in Recanati di bello? Niente. […] Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia”.

Giordani recepì la richiesta d’aiuto e si propose di scrivere in sua raccomandazione al Mai, al Borghesi, al Perticari; cercò anche di intercedere presso il padre Monaldo recandosi di persona a Recanati. Ma fu tutto inutile. Lo stesso Leopardi, in una lettera del 18 gennaio 1819 al suo maestro, si sfogò così: “Se ci fosse volontà sincera ed efficace in uno solo di quelli che ci hanno in potere, certo che non sarebbe impossibile a noi quello ch’è facile a… mille di questa provincia, che… si mantengono o mantengono i loro figli in Roma. […] Ma non vogliono… sono contenti di vederci in questo stato… si pentono d’averci lasciato studiare… i nostri desideri paiono stravaganze, voglie pazze e intollerabili”.

Il rapporto fra Giacomo Leopardi e il padre Monaldo

Nato (manco a dirlo) a Recanati nel 1776, rimase orfano di padre all’età di quattro anni e crebbe con la sola madre. Fu educato dal precettore Giuseppe Torres, padre gesuita, che gli fece assimilare degli ideali reazionari. Appassionato erudito (formò il nucleo fondamentale di 20.000 libri della biblioteca di famiglia), scrisse i famosi “Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831” in contrapposizione alle “Operette morali” del figlio, giudicate negativamente e contrarie alla fede cristiana. Nella sua opera, propugnò gli ideali della controrivoluzione, ipotizzò la restituzione di Avignone al papato e lo smembramento della Francia a favore dei paesi adiacenti, criticò Luigi XVIII per aver stilato una costituzione (violando il sacro principio divino del suo potere) e difese l’oppressione turca sulla Grecia.

Scrisse, infine, per le riviste “La voce della Verità” di Modena e “La voce della Ragione” a Pesaro; rimarranno invece inediti i suoi “Annali recanatesi” e la sua “Autobiografia”.

Monaldo avvertì prestissimo la superiorità del figlio Giacomo su di lui e sui suoi fratelli, pertanto cercò di coltivarlo in vitro. Il suo obiettivo era quello di crescere un nuovo ecclesiastico recanatese. Leggermente diversa la volontà di Carlo Antici, amico della madre, che gli prospettò il ruolo di cardinale di curia o di bibliotecario vaticano, erede quindi di Angelo Mai.

Non stupirà, quindi, come fino al 1815 l’erudizione del giovane Giacomo rimase ancorata al razionalismo gesuitico del padre. Le sue prime fonti furono quelle apologetiche del secolo decimoottavo e decimonono (Muratori con “La pubblica felicità” e Polignac), ma anche quelle letterarie classiche (poemi omerici e virgiliani, le “Odi” di Orazio, tradotte all’età di 10 anni, Catone) e coeve o vicine (Foscolo, Monti, Alfieri e Giordani).

L’iniziale devozione di Leopardi verso il padre, nonché la rigida inquadratura culturale vigente, è testimoniata dalla lettera che Giacomo scrive a Monaldo il 24 dicembre 1810: “Carissimo e stimatissimo signor Padre. Il ritrovarmi in quest’anno colle mani vuote (nda: si riferisce a dei ‘libercoli’ che avrebbe dovuto terminare e consegnargli) non m’impedisce di venire a testificarle la mia gratitudine augurandogli ogni bene dal Cielo… […] Crescendo l’età crebbe l’audacia, ma non crebbe il tempo dell’applicazione”.

Ben presto, però, il progetto “casa-famiglia” del padre si rivelò per Giacomo fondato su pseudo-valori, che egli non riconosceva e non condivideva.

Storia editoriale dei "Canti"

Il percorso fra l’edizione del 1826 dei “Versi” e quella del 1831 dei “Canti” (prima con questo titolo) è assai complesso. Fra il 1824 e 1826, canzoni e idilli escono separatamente. Ma mentre le canzoni hanno un disegno unitario prefigurato, che combacia con l’ordine cronologico, per gli idilli (nati fra il 1819 e il 1821) c’è un ordinamento a posteriori e non cronologico, frammentario.

Nel 1825, Leopardi riceve una richiesta di collaborazione dall’editore milanese Stella: in questo periodo soggiorna a Milano e a Bologna, dove conosce il conte Carlo Piepoli. Sempre in questo periodo, escono in rivista “L’infinito” e “La sera del dì festivo”.

Presso “Le Muse”, nel 1826, Leopardi fa stampare il libro dei “Versi”, che inizia però a circolare solo nel 1827. Vi sono tutti gli idilli (compreso “Lo spavento notturno”, che in seguito sarà declassato a “frammento”, e “La ricordanza”, che diventerà “Alla luna”), le “elegie” I (poi nei “Canti” col titolo di “Il primo amore”) e II (che mancherà nell’edizione del 1831), i “Sonetti in persona di Ser Pecora Fiorentino Beccaio” (cinque canti caudati che prendono di mira un letterato insolente, il Manzi, in polemica col Giordani; sempre mancanti nell’edizione 1831), l’epistola al Pepoli; “La guerra dei topi e delle rane” e il “Volgarizzamento della satira di Simonide sopra le donne” (assenti nel 1831).

La suddivisione per generi letterari presente nel 1826 viene azzerata in seguito col titolo unificante di “Canti”. La prima stampa (Piatti, Firenze, 1831), contiene una scelta: c’è l’intero corpus delle canzoni ma non dei versi. Anche i titoli dei componimenti subiscono un’uniformazione e vedono sparire i sottotitoli; i titoli tematici soppiantano quelli indicanti il genere. Vengono così messe insieme due esperienze precedenti. Tolta gran parte della vena satirica, abbiamo così un corpus di poesia sentimentale, in netta contrapposizione alla poesia immaginativa antica.

"All'Italia" e "Sopra il monumento di Dante": i due canti patriottici

Composte a Recanati nel settembre e ottobre del 1818 (furono pubblicate in R18, AN, B24, F31 e N35 e sempre in prima e seconda posizione. Si compongono la prima di 7 strofe di 20 versi ciascuna, la seconda di 12 strofe di 17 versi ciascuna). Ad esse si riferisce la “dedicatoria” dell’edizione R18 “al Chiarissimo Sig. Cavaliere Vincenzo Monti”: “...Oggidì chiunque deplora o esorta la patria nostra, non può fare che non si ricordi con infinita consolazione di Voi che insieme con quegli altri pochissimi... sostenete l’ultima gloria nostra, io dico quella che deriva dagli studi, e singolarmente dalle lettere e arti belle, tanto che per anche non si può dire che l’Italia sia morta. […]... canto di Simonide che sta nella prima Canzone... quel gran fatto delle Termopile fu celebrato da un Poeta greco di molta fama...[…] Imperocché quello che raccontato o letto dopo ventitre secoli, tuttavia spreme dagli occhi stranieri le lagrime a viva forza, pare che quasi veduto...[…]... dolendomi assai che il sopraddetto componimento fosse perduto, alla fine presi cuore di mettermi... nei panni di Simonide, e così, quanto portava la mediocrità mia, rifare il suo canto...”

Simonide è quindi l’alter ego eroico di Leopardi. Il Blasucci («Giornale storico della letteratura italiana», vol. CXXXVIII, 1961) conferma: “All’Italia è espressione (come “Sopra al monumento di Dante”) di una stagione animata da fervori generosi ma libreschi. […]... i vari pezzi retorici, tropi e similitudini, che affollano le due canzoni patriottiche... (sono) procedimenti letterari tradizionali di ispirazione tipicamente classicistica (nda: si veda anche, al v. 95, la raffigurazione di chi va a morire come se fosse un danzatore: anche questa è una spia del neo-classicismo leopardiano, col tema dell’incisione lapidea), con cui il giovane poeta tentava di variare ed arricchire dall’esterno una materia essenzialmente patetica, sentimentale”. Il confine che lo stesso Leopardi fissa nel 1819 per il suo passaggio da “poesia” e “filosofia”, quindi, risulta attenuato.

I due Canti succitati sono ritenuti a se stanti, ma c’è chi, come il Figurelli, ne tenta “un inserimento in blocco... nella linea maestra dei Canti... e ha additato come motivo di fondo operante nelle due canzoni il «mito della storia del mondo concepita come la progressiva caduta delle illusioni e l’inaridirsi dell’anima umana». La canzone “All’Italia” e quella “Sopra il monumento di Dante”, con gli episodi culminanti dei caduti alle Termopili e dei caduti in Russia, verrebbero così ad esprimere i due aspetti complementari di quel mito, il passato nostalgico e il presente doloroso”.

Gli echi del patriottismo leopardiano, seppure solo d’impronta letteraria, li ritroviamo nella “Lettera ai sigg. compilatori della Biblioteca italiana in risposta a quella di Mad. la baronessa di Staël Holstein ai medesimi”, del 18 luglio 1816: “...io come Talete ringraziava il Cielo per averlo fatto Greco, ringraziolo di cuore per avermi fatto Italiano, né vorrei dar la mia patria per un Regno, e ciò non per il potere d’Italia che niuno ne ha, né per il suo bel clima di cui poco mi cale né per le sue belle città di cui mi cale ancor meno, ma per lo ingegno degli Italiani, e per la maniera della italiana letteratura che è di tutte le letterature del mondo la più affine alla greca e latina».

Questa motivazione ritornerà nella lettera del 21 marzo 1817 al Giordani, dove l’amor patrio è presentato (assieme allo smoderato e insolente desiderio di gloria) come un connotato fondamentale del giovane scrittore: «Di Recanati non mi parli... Ma mia patria è l’Italia per la quale ardo d’amore, ringraziando il cielo d’avermi fatto Italiano, perché alla fine la nostra letteratura, sia pur poco coltivata, é la sola figlia legittima delle due sole vere tra le antiche».

Solo nel “Discorso di un italiano sopra la poesia romantica” (marzo 1818), il sentimento patriottico comincia a richiamarsi non solo alle ragioni letterarie, ma anche geo-politiche: “...non posso... tenermi ch’io non mi rivolga a voi, Giovani italiani, e vi preghi per la vita e le speranze vostre che vi moviate a compassione di questa nostra patria, la quale caduta in tanta calamità... non può sperare né vuole invocare aiuto nessuno altro che il vostro. Io muoio di vergogna e dolore e indignazione pensando ch’ella sventuratissima non ottiene dai presenti una goccia di sudore...”

Non va comunque dimenticata la connessione che lega il patriottismo agli altri atteggiamenti del Leopardi ventenne, in un nodo ancora indistinto d’interessi affettivi. C’è un prezioso documento di questi mesi, un argomento di elegia abbozzato nel giorno del suo ventunesimo compleanno, in cui il Leopardi ricapitola la sua situazione sentimentale, fondendo insieme in un unico movimento patetico la coscienza dolorosa del suo stato, la sua smania indistinta di grandezza, l’amore per la sua donna e l’amore per la patria infelice:

“Oggi finisco il ventesim’anno. Misero me che ho fatto? Ancora nessun fatto grande. Torpido giaccio tra le mura paterne. Ho amato te sola... E come ‘piacere’ a te? senza grandi fatti?... O patria o patria mia... che farò non posso spargere il sangue per te che non esisti più... In che opera per chi per qual patria spanderò i sudori i dolori il sangue mio?”

Da questi contributi, è chiaro come lo stimolo al Leopardi per la composizione dei due Canti sia derivato da propositi di rinnovamento letterario e di rigenerazione civile. La materia sentimentale, inoltre, si è rivelata particolarmente congeniale alla sensibilità del poeta, accomunato alla patria da una infelicità senza conforto in canti dolorosi ed eroici.

“L’ipotiposi dell’Italia non risponde, come afferma il De Sanctis, a un semplice proposito retorico, ma alla stessa esigenza del sentimento leopardiano, che postula la presenza dell’infelice per impostare con esso un colloquio, sulla base di un tu pietoso e affettuoso. Ne consegue che il vero soggetto lirico della canzone non è l’Italia, ma lo stesso personaggio eroico-elegiaco del poeta, con le sue interrogazioni incalzanti e le sue esclamazioni desolate”.

Leopardi attinge da diversi modelli, in primis quello delle canzoni civili petrarchesche: la 28, incitante alla crociata e inneggiante alla Roma augustea; la 53, denunciante una Roma vecchia, oziosa e lenta che si è discostata dal suo antiquo viaggio; la 128, invocante la pace, la fine dello spargimento di sangue fra D’Este e Visconti a Parma, la vittoria della virtù sul furore. Lo stesso Leopardi, del resto, commentando la lirica petrarchesca, afferma di ammirarne “quell’affetto... che cagiona l’eloquenza”.

Interessante anche l’ammiccamento al canto VI del Purgatorio dantesco, che recitava (vv. 76-78): “Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie ma bordello!”; da confrontare con il “Che fosti donna, or sei povera ancella” del v. 24 di “All’Italia”. Per chiudere il “triangolo”, ancora dal canto VI di Dante (vv. 124-5): “Ch’è le città d’Italia tutte piene / son di tiranni...”

La linea del citazionismo prosegue col Monti (un’ampia antologizzazione, specialmente la “Mascheroniana”), col Testi (“Ode a Ronchi”), col Bertola (“All’Italia”), col Chiabrera (“Le vittorie de’ Medici contro i Turchi”), col Foscolo (“Sepolcri”), col Filicaia, col Guidi, con Ciro di Pers (“L’Italia calamitosa”), col Varano (“Le visioni”), col Ghedini (“Sopra la città di Roma”), col Tasso (“La Gerusalemme liberata”) e molti altri. Vi è quindi, da parte del Leopardi, una ripresa dell’Arcadia e pre-Arcadia civile, un recupero delle lamentationes, del planctus, dell’esortazione secenteschi.

La sua attenzione converge su tre linee: una è quella didascalica, l’altra è quella idillica-favoristica e la terza è quella sublime-eroica, esemplificata dagli autori citati pocanzi.

"Ad Angelo Mai"

Composta nel gennaio 1820, pubblicata a Bologna in una plaquette (B20) e poi in B24 con dedica al conte Trissino. Angelo Mai, nato a Schilipario (BG) il 1782, entrò a far parte della Compagnia di Gesù nel 1799. Successivamente, nel 1808, fu ordinato sacerdote, nel 1810 fu nominato scrittore della Biblioteca Ambrosiana e nel 1819 prefetto della Biblioteca Vaticana. Protonotario apostolico nel 1830, divenne segretario della congregazione “De propaganda fide” nel 1833, e infine cardinale ne

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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