Estratto del documento

Eugenio Montale

Vita

Nasce a Genova nel 1896 e nell'ambiente ligure, dalla terra natia trae immagini ricorrenti come l'arsura del meriggio, la salsedine, l'agave, presenti nella sua prima raccolta di versi, Ossi di seppia, pubblicata a Torino nel 1925. La sua produzione, che sviluppa una coerente e risentita ricerca dell'autentico dalla consapevolezza del male di vivere, e l'illusione di una speranza da occasionali "incontri", segna uno dei momenti più alti della poesia novecentesca. Nel 1975 riceve il premio Nobel per la letteratura e in quell'occasione presenta il memorabile discorso È ancora possibile la poesia? Muore a Milano il 12 settembre 1981.

La poetica

La poetica montaliana resta evidenziata già nella sua prima raccolta di versi ove subito appaiono le divergenze tra il poeta genovese, Ungaretti e i decadenti. Ne “I limoni”, che apre gli “Ossi di seppia”, vuole esprimere il suo rifiuto per la poesia aulica, accademica, altisonante, e, nello stesso tempo, per il ruolo di poeta “vate”, “laureato”, coronato cioè con la corona d’alloro, che si conferiva anticamente a chi poeta veniva ufficialmente riconosciuto. Espressione per altro polemica nei confronti sia della tradizione carducciana, che della poesia dannunziana. Ad essa si contrappone una poesia fatta di semplici cose, simboleggiata dalle strade che portano ai fossi erbosi, e perciò costituita da un lessico più umile ed immediato, senza troppe stratificazioni letterarie.

In aggiunta a ciò nella lirica “Non chiederci la parola” egli dichiara che la poesia non può consistere in una forma di conoscenza, né può avere un valore consolatorio; la poesia dunque per il poeta non è capace di indicare la strada per uscire dalla situazione di angoscia esistenziale in cui l’uomo si trova; può solo offrire qualche “storta sillaba secca”, cioè può solo trascrivere, rinvenendola negli oggetti, la condizione di cosmico male di vivere. Perciò il poeta si sforza sempre di trovare un elemento del reale che possa svolgere una funzione di simbolo. È questa la tecnica del “correlativo oggettivo” teorizzata dal poeta inglese Eliot. Questi diceva che l’unico mezzo per esprimere un’emozione in forma d’arte è quello di trovarne un correlativo oggettivo, cioè una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi, che diventino la formula di quella particolare emozione.

La tecnica di Montale è perciò assai differente da quella di Ungaretti; questi si affida infatti tutto ad una catena di rapporti che la scintilla dell’analogia mette in moto, Montale invece cerca sempre la possibilità di soluzione simbolica che la realtà dell’esperienza gli offre. Un esempio concreto di realizzazione di questa tecnica può essere fornito dalla lirica “Spesso il male di vivere ho incontrato” dove leggiamo: “Spesso il male di vivere ho incontrato: / era il rivo strozzato che gorgoglia, / era l’incartocciarsi della foglia / riarsa, era il cavallo stramazzato”. Il poeta, interviene in prima persona, esprime il motivo di una tipica condizione esistenziale, il “male di vivere”, ma usa un verbo (ho incontrato) che materializza il concetto, presentandolo quasi come una presenza reale e fisicamente tangibile. Il “male di vivere” non viene evocato attraverso forme o complementi di paragone, in un senso metaforico e analogico, ma si identifica direttamente con le cose che lo rappresentano, emblemi nei quali si incarnano e si rivelano il dolore e la sofferenza: il rivo strozzato che gorgoglia, la foglia riarsa, il cavallo stramazzato.

La poesia di Montale dunque per sua stessa dichiarazione è poesia di natura esistenziale, la materia della poetica di Montale, essendo vissuto in disarmonia con il resto del mondo non può non essere quella della disarmonia, unica nota ottimistica è la fede nella poesia anche se “non porta salvezza perché non sa / nulla di noi e ovviamente / nulla di sé”. Singolare fu poi l’atteggiamento che il poeta assunse nei confronti di tutta la sua opera poetica quando ormai era celebrato. Di nuovo memore di quanto Leopardi aveva scritto sulle sue Operette morali, egli dichiara: “vissi al cinque per cento, non aumentate / la dose...”.

Per quanto poi riguarda il lessico montaliano, esso vorrebbe essere antiaccademico e antiretorico, rifiutare i toni alti e solenni. In realtà raggiunge una precisione realistica, non rifiuta elementi dialettali, gergali, inclina al tono discorsivo. E tuttavia talora il lessico diventa prezioso, infarcito di parole desuete, di latinismi, di neologismi. Quanto poi alla metrica il poeta non rifiutò i versi tradizionali, ma li usò in maniera libera e discontinua. Nelle sue liriche infatti si incontrano endecasillabi, settenari ed altri versi canonici, ma accostati secondo una sensibilità che mira a realizzare un ritmo tutto particolare. In questa ottica si inquadrano anche le strofe e le rime, usate senza schemi prefigurati e talora in maniera tale da realizzare inedite rispondenze.

La visione del mondo e gli orientamenti politici

La visione del mondo che Montale ci offre è improntata ad una grande tristezza e ad un forte pessimismo. Egli scoprì la condizione dell’uomo contemporaneo prigioniero di una realtà complessa e spesso desolante.

Anteprima
Vedrai una selezione di 1 pagina su 5
Letteratura italiana - Eugenio Montale Pag. 1
1 su 5
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Scienze letterarie Prof.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community