Che materia stai cercando?

Letteratura Italiana Duecento e Trecento seconda parte

Esempi di poesia giocosa, Marco Polo e il Milione, Dante e la Vita Nuova, Petrarca e il Canzoniere, Boccaccio e il Decameron. Appunti di letteratura italiana basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Bani dell’università degli Studi di Bergamo - Unibg. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Letteratura italiana docente Prof. L. Bani

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

inelegante, che in un sonetto stilnovista non sceglierebbe mai. Ad esempio le rime in doppia zz. Suoni che

uno stilnovista eviterebbe perché sono aspre. Viene meno l'aspetto dolce. Problematici dal punto di vista del

suono questa continua anaforizzazione del suono della C dura, chi, che, ch’en. Insieme di elementi fonetici

aggressivi e aspri che fanno capire e che discostano questo sonetto dallo stilnovo e lo denotano come poesia

giocosa. Altro elemento importante è la scelta lessicale: quali aggettivi vengono usati, il termine LORINA

connota una caratteristica animale e abbiamo anche un identificazione felina e animalesca quasi come se

questo cappello di pelliccia di scoiattolo trasformasse la donna in animale. Registro rozzo e colloquiale. Il

ritmo è spezzato da una serie di enjambement presenti in tutto il sonetto. La donna qui celebrata è una donna

che viene connotata per esaltarne l’elemento sensuale che tra l'altro provoca quella reazione istintuale quasi

di volerla baciare con forza, molto lontani dalla donna dello stilnovo. Il fatto di chiamarla per nome è un

contravvenire a una specifica stilnovistica, la donna nello stilnovo doveva essere protetta nella sua identità,

non poteva essere identificata, l’etimo di Lucia è lux cioè luce ed è importante nella poesia religiosa e

stilnovista, la luce è una delle caratteristiche tipiche delle donne stilnovistiche. Nel primo verso c’è il

richiamo lucia-lux e è rafforzato dal verbo vedere. Lucia richiama santa Lucia ovvero protettrice della vista e

donna fondamentale per il viaggio nei tre regni del mondo di Dante (interpellata da Beatrice intercede verso

la Madonna perché Dante possa compiere il suo viaggio). È plausibile che l'incipit di questo sonetto voglia

richiamare in modo parodistico l’elemento della luce della donna e l’innamorarsi attraverso la vista.

Ribaltamento dello stilnovismo è l’animalità di Lucia e di Guinizzelli (Lucia lorina) e il poeta si paragona

indirettamente a un animale quando paragona il sobbalzare/dimenarsi al dimenarsi di una serpe a cui è stato

mozzato il capo. Animalità nella similitudine, la scelta dell’animale → la serpe è l’animale collegato al

peccato originale.

Al mostrare una donna gentile e gli effetti positivi che la donna ha sui compagni si contrappone un

imbestialimento (la donna è un animale e chi è attratto da questo tipo di donna a sua diventa un animale,

enfatizzato dal gesto aggressivo che Guinizzelli qui descrive, “vorrei prenderla con la forza e contro la sua

volontà, e contro la sua volontà baciarle il viso, gli occhi”. C’è poi nella terzina finale una sorta di

pentimento e ritrattazione che però non viene fatta, non è causata da una forma di rispetto nei confronti di

Lucia ma come un pentimento verso la donna idealizzata, tipica dello stilnovismo. È come se Guinizzelli

mostrasse il suo lato animale prendendosi anche in giro e l’unico motivo di ritrattazione è alla fine, come se

lo riportasse allo stilnovismo.

Cavalcanti - “Guata, Manetto...”

Il sonetto di Cavalcanti è una parodia ma in modo più significativo/profondo di Guinizzelli perché prende in

giro se stesso e il modo che generalmente usa per descrivere le vicende d’amore. Nella sua poesia stilnovista

Cavalcanti enfatizza l'amore come dolore, sofferenza, esito generalmente tragico, la possibile morte

intellettuale e morale dell’innamorato, qui Cavalcanti ribalta tutta la dinamica e prende in giro se stesso, il

Cavalcanti tragico e la sua concezione angosciosa e angosciata dell'amore.

Schema metrico ABBA ABBA CDE CDE, e in questo caso on modo opposto allo stilnovismo abbiamo una

forte insistenza sulle rime aspre che sono identificative del tipo di poesia giocosa. Il testo è diviso in due

parti, in due periodi; il primo coincide perfettamente con la prima quartina e descrive/apre la situazione, il

secondo periodo corrisponde alla seconda quartina e alle due terzine, questo è un complesso periodo

ipotetico, la seconda quartina è la protasi (premessa ipotetica) potosi (frase principale) ovvero la prima

terzina e l’ultima terzina è un’ulteriore conseguenza, preposizione consecutiva subordinata alla prima

terzina.

Il lessico è caratterizzato da termini popolareschi e dall'uso di diminutivi ottenuti dall’utilizzo della lettera z.

Nella seconda quartina, ultimo verso, deforma il termine “gentile” (tipico della poesia stilnovistica) in

gentiluzza, diminutivo storpiato che prende in giro l'idea di gentile della poesia stilnovistica. Nelle due

terzine invece vengono ripresi una serie di termini chiave tipici di Cavalcanti angoscioso, morte, core, c'è un

collegamento diretto con la poesia stilnovistica per parodizzarla e ribaltarne i termini

PARAFRASI

V1 guarda Manetto (fratello di Beatrice) quella piccola donna gobba

V2 e poni bene attenzione come è conciata (vestita e si atteggia)

V3 e com’è drittamente gobba (ossimolo) 6

V4 e quello che sembra quando si stringe nelle spalle

V5 ora se portasse un vestito lungo e ampio (bel vestito)

V6 con un cappellino di velo con il nastro sotto il mento

V7 e se tu la vedessi circondata/accompagnata

V8 da una serie di donne belle e gentili

V9 non proveresti una collera così forte

V10 ne saresti così angosciato d’amore

V11 ne così avvolto dalla malinconia

V12 perché tu non saresti a rischio di morte (morale delle poesie stilnovistiche)

V13 dal tanto ridere che farebbe il tuo cuore

V14 potresti morire fisicamente o scapperesti. 05/03

MARCO POLO - IL MILIONE

Parlare del Milione significa fare una piccola introduzione sul tema dei volgarizzamenti. Il Milione è un

volgarizzamento particolare. I volgarizzamenti sono un fenomeno culturale che comincia a prende

sostanziosamente piede nel XIII secolo, Perché la classe sociale emergente in questo periodo, ovvero la

borghesia, non necessariamente conosce il latino ma è più probabile che conoscano il francese o il

provenzale (per i rapporti commerciali). La sete di cultura che la borghesia mostra in questo secolo (che si

manifesta quando di è raggiunto il livello di stabilità economica e finanziaria, quindi quando le necessità

primarie sono soddisfatte) fa si che cominciano a nascere le necessità culturali. Uno dei modi per soddisfare

queste necessità culturali è tramite i volgarizzamenti, significa la traduzione di tutta una serie di testi

considerati importanti per un intellettuale e per un uomo di cultura, che sono in latino o in altre lingue,

significa quindi tradurli. Non necessariamente con il criterio della fedeltà che si adotta oggi ma abbastanza

liberamente, ciò significa che possono esserci delle aggiunte, dei commenti, dei tagli di parti considerati

inutili. Quindi testi della cultura latina classica antica o anche della cultura latina medievale o testi in

francese o provenzale. Volgarizzamenti di tutte le discipline: letteratura scientifica, teologia, filosofia, storia,

letteratura francese.

Il milione è un po’ una categoria a parte e particolare perché è un testo di viaggio, la relazione di un viaggio.

In genere tutti i testi che parlano di viaggi o si possono considerare relazioni di viaggi rientrano nella

categoria di “Odeporica” ovvero letteratura, narrativa o racconto di viaggio.

Il milione non è l’unica testimonianza di un viaggio, anzi nel medioevo si viaggiava in modo consistente

anche solo per questioni economiche. In genere in questa fase i tipi di viaggi che si compiono sono o

religiosi (Santiago de Compostela, Roma, Gerusalemme) o commerciali. È difficile che qualcuno nel

medioevo viaggiasse per svago. Il milione racconta di un viaggio a fini commerciali, l'altra particolarità è che

non è un testo antico ne classico ne medievale ma contemporaneo che però viene scritto in francese e ha una

serie di versioni in latino. Da qui nasce la necessità, se lo si vuole far circolare nella penisola italiana, di

tradurlo, in una lingua largamente comprensibile nella lingua italiana, questa lingua sarà il toscano. Testo

contemporaneo di due italiani (autore e estensore) però scritto in francese, ciò dimostra che in questa fase il

francese è ancora lingua di cultura. Il fatto che sia un racconto di un viaggio commerciale dimostra il fatto

che questa borghesia che si è affermata, consolidata e che ormai ha il potere economico non solo in toscana

ma anche a Venezia, è una borghesia è molto attiva dal punto di vista intellettuale, culturale perché è una

borghesia attenta, curiosa di sapere cosa succede nel resto del mondo e soprattutto com’è questo resto del

mondo, è chiaro che parlando del Milione si parla della descrizione di un viaggio in Cina (estremo oriente).

La borghesia di quel secolo ha sete di conoscere il mondo in tutte le sue molteplici varianti, e quindi di

conoscere una civiltà così lontana dal punto di vista culturale e dal punto di vista della storia come la Cina.

Curiosità intellettuale ma anche curiosità commerciale, perché è chiaro che andare a scoprire un mondo così

sviluppato com'era quello della Cina significava aprirsi una linea commerciale di grande successo, che

poteva portare ricchezza. Doppia finalità e doppio scopo che porta il Milione di Marco Polo ad essere così

famoso e ad avere il successo che in effetti avrà in quegli anni e nei secoli successivi. 7

Marco Polo veneziano che nasce nel 1254 e nasce e muore a Venezia nel 1324 (70 anni), nel 1271 a 17 anni

parte col padre Niccolò Polo e lo zio Matteo Polo, parte per quello che per il padre e per lo zio è il secondo

viaggio verso l'estremo oriente, invece per Marco Polo è il primo. Arrivano nell’impero cinese mongolo e

Marco Polo si conquista la fiducia dell'imperatore (Gran Khan). Tanto è vero che questo viaggio non rimane

solo un viaggio commerciale, ma Marco Polo acquisisce anche un ruolo politico alla corte del Gran Khan (ha

talmente fiducia nelle sua capacità che gli affida tutta una serie di missioni diplomatiche, o nelle province

della Cina o anche in altre terre). Torna a Venezia nel 1295 (24 anni di viaggio tra andata e ritorno) e nel

1298 partecipa a una battaglia contro i genovesi, battagli di Curzola, e pare sia questa la battaglia in cui viene

catturato dai genovesi (Genova altra repubblica marinara con Venezia, Pisa e Amalfi, le repubbliche marinare

spesso si scontravano per problemi commerciali). In carcere Marco Polo detta questa sua relazione/racconto

di viaggio a Rustichello da Pisa, un altro prigioniero, era anche lui un soldato per queste battaglie tra

repubbliche marinare ma di suo era un mediocre compositore di avventure cavalleresche (un letterato). Altro

aspetto dal punto di vista tecnico importante è il fatto che sia il narratore che il redattore hanno una perfetta

intesa tra loro (ciò si vede dalla resa che il testo è riuscito a darci). Rustichello lo scrive in francese, tanto è

vero che nelle traduzioni, soprattutto toscane, molto spesso ci sono alcune parti dei due testi (francese e

latino) che mancano, proprio perché in questa fase i traduttori non avevano il concetto di traduzione fedele al

testo che stavano traducendo, ma molto spesso si consideravano loro giudici di togliere o saltare delle parti,

quindi in effetti il testo in francese e il testo in toscano sono simili ma non sono uguali.

Il manoscritto originale ha avuto diverse versioni, nel senso che 'è il manoscritto originale e le copie hanno

avuto diversi titoli anche in francese (Devertisement du monde; e Livres des merveilles du monde) così come

una redazione in latino (meravillus mundi) che è un ulteriore versione che in parte si discosta dal testo

francese. Il problema dal punto di vista filologico è che il manoscritto originale non c'è più, non è stato più

trovato, ci sono tutta una serie di copie, che chiaramente non possono essere una fedele copia dell'originale

però sono abbastanza marcate sull'originale. Hanno delle varianti rispetto all'originale.

Copie in latino e copie in toscano oltre a francese. In toscano assumono il titolo di Milione, ovvero Emilione

(aferesi/caduta dell’iniziale) era il soprannome con cui si faceva chiamare la famiglia di Marco Polo per

distinguersi dagli altri Polo veneziani. Milione significa testo prodotto da uno di questa famiglia, cioè Marco

Polo.

Struttura; sono 209 capitoli in tutto, divisi in Prologo, Resoconto del primo viaggio in oriente senza Marco,

viaggio del padre e dello zio (dal cap 2 al 9), resoconto del secondo viaggio di Niccolò, Matteo e Marco (dal

cap. 10 al 18), il 209 conclusione mentre dal capitolo 18 al 209 è la parte centrale, è la narrazione e

descrizione puntuale delle terre visitate e viste da Marco Polo. Il resoconto del viaggio dal capitolo 10 al 18 è

un riassunto. Parte centrale è la parte in cui Marco Polo si dilunga nella descrizione di quello che ha visto ha

fatto e delle terre visitate.

Il milione è un opera che mette insieme tutta una serie di tipologie, opera mista dal punto di vista della

tipologia/testuale, opera odeporica, ma anche trattatistica e romanzesca. Trattatistica perché nella descrizione

che Marco Polo fa in questo testo ci sono delle parti in cui diventa quasi uno scienziato per descrivere tutta

una serie di fenomeni non solo culturali, sociali, di costume delle terre che visita ma anche in termini

scientifici, ne descrive l’economia, la flora e la fauna. Trattato che si spende in diverse discipline,

economico, scientifico, biologico, sociale nel momento in cui descrive costumi e usanza dei popoli e della

corte del Gran Khan, romanzesco perché molte volte capita che Marco Polo descriva cose che ha visto ma

anche cose di cui ha sentito parlare e di cui ritiene testimoni le popolazioni. Crede sinceramente a quello che

gli viene raccontato.

Questa è la fase (soprattutto questo racconto riportato) in cui nel Milione vengono inseriti gli elementi più

fantastici perché da molti di questi testimoni lui sente raccontare degli unicorni, vecchio della montagna,

setta degli assassini, una serie di animali fantastici e questi sono l'aspetto più romanzesco dell'opera.

Elemento fantastico insieme al senso dell’avventura, pur essendo quasi un trattato scientifico il gusto, il tono

che emerge è il desiderio di curiosità, di vivere e di conoscenze che porta in terre lontane, sconosciute dove

si può conoscere qualsiasi cosa, atmosfera fantastica. Presenta una dimensione avventurosa molto spiccata.

L'amore per l'avventura legato all'aspetto romanzesco, il gusto per l’osservazione precisa e scientifica e

l’attenzione agli aspetti economici e sociali, questi due ultimi punti sono da inquadrare nella tipologia del

racconto di viaggio e quello della mercatura (il viaggio che fanno è un viaggio commerciale, per trovare

degli sbocchi commerciali, dei clienti a cui vendere e dei commercianti a cui comprare merci preziose). Il

fatto che si sofferma sull'aspetto geografico con istruzioni precise sulle distanze e sulle caratteristiche del 8

paesaggio e del viaggio intrapreso, molto spesso nella descrizione delle città si sofferma sull'aspetto

commerciale, vive o meno, tutte indicazioni con finalità commerciali, devono servire a chi verrà dopo come

manuale e guida per muoversi in queste realtà sconosciute. In questo contesto rientrano anche le indicazioni

amministrative, chi regna e che tipo di regno ha. Su questo innesta anche una serie di indicazioni che magari

non hanno una finalità commerciale, tipo la religione e molto spesso si sofferma sulla storia dei luoghi (in

alcuni capitoli fa la storia delle stirpi asiatiche, da trattato commerciale a diario di viaggio) oppure a cose più

folkloristiche come la setta degli assassini e del vecchio della montagna (storia fantastica e poetica). Tuttavia

nonostante il testo abbia questo tipo di impostazione, nel Medioevo (e anche dopo) venne concepito, non

tanto per quanto riguarda gli aspetti commerciali, scientifici e odeporici ma recepito come libro delle

meraviglie e qui si entra nella dimensione romanzesca, perché molti contemporanei nel leggere questo testo

non credettero assolutamente alla veridicità di questo testo, nonostante Marco Polo ci tenga a chiarire bene le

cose, a sottolineare la veridicità delle cose che racconta, molti non gli credettero. Il libro all'inizio venne

percepito come di fantasia e di carattere favoloso appunto perché raccontava di un regno fantastico, quello

del Gran Khan e riportava tutta una serie di elementi che si legavano alle leggende che in occidente erano

conosciute (unicorni, animali fantastici e storie fantastiche).

Questa impostazione/lettura come un testo sostanzialmente fantastico si è mantenuta fino ad anni piuttosto

recenti, nel senso che la critica (critica moderna) ha letto e privilegiato del testo l’aspetto poetico, perché

secondo questa critica questo era l'aspetto che faceva dei questo testo un grande testo, un libro delle

meraviglie quasi del tipo delle “mille e una notte” della letteratura araba. Solo abbastanza recentemente la

critica ha proposto un impostazione più scientifica nell'analisi perché è tornata a privilegiare l'aspetto

trattatistico e di racconto di viaggio e quindi è tornata a privilegiare il lato scientifico del testo, tanto è vero

che la critica letteraria considera il Milione il primo e vero esempio di “prosa scientifica”, approccio

oggettivo alla realtà, anche nel momento in cui racconta cose che non ha visto e cose che sono per noi donne

e uomini di oggi fantastiche. Anche in quel caso la sua curiosità è di tipo scientifica, il suo atteggiamento è

tipico della classe sociale borghese, ovvero molto attenta al reale e agli impieghi reali delle cose. Ritorna

quindi l'aspetto commerciale, come trattato commerciale utile a chi volesse instaurare un rapporto

commerciale con il Gran Khan e con la Cina. La cornice scientifica che Marco Polo vuole dare a questo testo

(di cose dette vere) si vede sia nel prologo sia nella conclusione. 06/03

Capitolo 15 “Come lo Grande Kane mandò Marco, figliuolo di messer Nicolao, per suo messaggio”

cioè come lo mandò a fare delle ambascerie in giro per il suo regno.

È importante perché descrive Marco e fa vedere il carattere, l’attitudine, mostra come Marco Polo quando

viene mandato in missione ufficiale, non si limita a svolgere la sua missione e basta. Il suo grande carattere

fa sì che lui usi le missioni sia per svolgerle sia per informarsi, vedere, cioè per accumulare conoscenze che

la sua curiosità gli richiede e che hanno una doppia valenza: da un lato Marco Polo è sempre un mercante

veneziano quindi conoscere serve per aprire nuovi spazi di mercatura (finalità pratica), dall’altro lato però è

insito nel suo desiderio di conoscere cose nuove, confrontarsi con lo sconosciuto e con l’altro. Questo è un

atteggiamento vivace importante e tipico di Marco Polo ma che non è limitabile alla sola persona di Marco

Polo, bensì in questa fase è allargabile anche a tutta la sua classe sociale, cioè la borghesia di quel tempo.

Quindi siamo in una fase (fine 200-inizio 300) in cui la borghesia è la stessa di quella descritta da Dante, cioè

una classe sociale molto importante perché forma la spina dorsale dell’intellettualità e della cultura italiana.

Il brano dice queste cose di Marco:

Or avenne che questo Marco, figliuolo di messer Nicolao, poco istando nella corte, aparò li costumi de’

Tartari e loro lingue e loro lettere, e diventò uomo savio e di grande valore oltra misura. E quando lo Grande

Cane vide in questo giovane tanta bontà, mandòllo per suo mesaggio a una terra, ove penò ad andare 6 mesi.

Lo giovane ritornò (da una missione): bene e saviamente ridisse l’ambasciata ed altre novelle di ciò ch’elli

(=il Gran Khan, l’imperatore cinese) lo domandò (=gli portò l’ambasciata, il risultato della sua missione e

altre novelle, cioè cose al di fuori della missione ufficiale di quelle che l’imperatore gli chiese.

Probabilmente gli chiese anche informazioni su quelle zone che aveva visitato), perché ’l giovane (=Marco

Polo) avea veduto altri ambasciadori tornare d’altre terre, e non sappiendo dire altre novelle de le contrade

fuori che l’ambasciata (=quindi lui ha visto altri ambasciatori dell’imperatore fare missioni e tornare e nelle 9

loro relazione limitarsi strettamente a ciò che competeva alla loro missione), egli gli avea per folli (=un

comportamento del genere, così culturalmente ristretto, lui lo riteneva un atteggiamento folle), e dicea che

più amava li diversi costumi de le terre sapere che sapere quello perch’egli avea mandato (=marco polo sa

che l’imperatore ama non soltanto avere un riscontro della missione ufficiale, ma anche l’imperatore, che

affida a Marco queste missioni, è una persona culturalmente elevata, è curioso, vuole sapere e conoscere,

soprattutto nel momento in cui l’imperatore, vista la sua missione, è costretto a essere legato e fermo in uno

spazio fisico ristretto. È un governante quindi che governa sull’impero così esteso, grande e diversificato,

pieno di usanze e culture diverse e quindi per conoscere queste sue terre, popoli e province, ha bisogno non

solo di ambasciatori nel senso stretto. Cioè coloro che fanno il loro lavoro e basta, ma anche di gente curiosa

che lo aiuta a conoscere, gli servono altri occhi che al posto dei suoi osservino, capiscano e riportino come

questo suo impero è fatto). E Marco, sappiendo questo, aparò bene ogni cosa per ridire al Grande Cane.

Quindi c’è in questo caso l’incontro di due persone: imperatore e Marco Polo, ugualmente intellettualmente e

culturalmente vivaci e curiosi e l’accordo tra queste due persone è dovuto probabilmente proprio al fatto che

l’imperatore cominciò non solo ad apprezzare le qualità diplomatiche di Marco Polo, ma anche ad

apprezzare come lui svolgeva il suo incarico e capisce che poteva usare Marco per conoscere meglio le sue

terre perché la curiosità di entrambi appagava e veniva utile sia all’uno che all’altro.

Tornando al prologo e alla conclusione, bisogna mettere in rilievo alcuni tratti importanti:

Già nel prologo si vede come Marco Polo dichiara di voler scrivere un libro che sia utile in cui lui racconta le

cose che ha visto e un libro che possa servire a chi non conosce queste cose per impararle aumentando il suo

bagaglio di conoscenza, funzione pedagogica. Questo tipo di rapporto con la conoscenza dell’ignoto, usanze

esotiche, sconosciuto, è indicativo di una curiosità intellettuale tipica della borghesia di quel tempo.

Quest’attitudine non ha solo implicazioni culturali (conoscenza in quanto tale) ma ha anche interessi

economici: la borghesia vuole sia diventare acculturata sia incrementare la ricchezza. Sempre nel prologo c’è

già un atteggiamento scientifico: Marco Polo dice che vuole raccontare sia le cose che ha visto sia le cose di

cui ha sentito parlare. Puntualizza sempre ciò che ha visto coi suoi occhi sia quello che gli è stato raccontato

questo è già un modo di operare scientifico, in modo tale da garantire a ciascuna delle cose che descrive una

diversa specifica di verità: quello che ho visto io ve lo posso garantire al 100%, mentre quello che vi

racconto perché me l’hanno raccontato persone comunque piene di fede, magari ve lo garantisco al 90% c’è

quindi una gradazione. Questa tassonomia, divisione, articolazione denota già un atteggiamento scientifico,

razionale, oggettivo, un rapporto con la realtà molto concreto, come se fosse uno storico molto obiettivo.

Se si legge bene il testo, innanzitutto quello del prologo, si nota un elemento:

terza riga “dove le troverete…di molte altre province”, declina le cose che sta andando a raccontare.

L’aggettivo “maraviglie” implica che sono tutto un bagaglio di nozioni che verranno descritte e sono

sconosciute e quindi, essendo sconosciute, inevitabilmente provocheranno della meraviglia non tanto perché

marco polo pensi di raccontare cose inventate, fantastiche, ma perché lo sconosciuto e il mondo nuovo

necessariamente provocano la meraviglia, proprio perché ci si aspetta di trovare qualcosa di diverso da

quello che si è abituati a vivere. Che fa riferimento a meraviglia di Cristoforo Colombo e dei suoi marinai nel

momento in cui scoprirono un mondo così diverso come il centro America, le isole delle Antille ecc. Un

mondo in un certo senso uguale perché c’erano sempre degli esseri umani, ma un mondo che apriva uno

spazio di meraviglia e che doveva essere conosciuto perché da questo mondo ci si poteva aspettare cose

meravigliose (per esempio eldorado, la città d’oro). Comunque era il contatto con qualcosa di sconosciuto e

lo sconosciuto provoca sempre della meraviglia, anche se poi non si scopre chissà cosa.

C’è una lirica di Leopardi ad Angelo Mai in cui Leopardi dedica una strofa a Cristoforo Colombo nella quale

spiega il suo concetto di sconosciuto: da un lato Leopardi esalta la grandezza di Cristoforo Colombo, ma

dall’altro lo accusa di aver inferto un grosso colpo alla fantasia dell’uomo di fantasticare perché ha fatto

diventare conosciuta la fantasia. Il conosciuto diminuisce la fantasia. Questa è l’ideologia di Leopardi ma che

va a paragonarsi all’atteggiamento di Marco Polo che va a svelare a chi non lo conosceva un altro mondo,

civiltà, uomini, popoli, religioni.

L’altro elemento è “diversitadi”, è importante perché denota la coscienza di Marco Polo (è fondamentale per

un uomo e soprattutto per un uomo del Medioevo) di andare a conoscere ed esplorare un mondo fatto di cose

diverse. Il Medioevo è un periodo storico in cui si vive culturalmente e intellettualmente in una sorta di unità

assoluta: c’è un solo Dio e tutto il mondo si conforma così come questo Dio (ovviamente il Dio cristiano)

l’ha costruito. C’è una sorta di rigidità dogmatica nella costruzione del mondo. Siamo quindi in una fase in 10

cui da questa monoliticità medievale si comincia a passare alla percezione, all’intuizione del fatto che il

mondo non è così monolitico: il mondo è complesso, non è fatto di elementi unici, bensì differenti. Poi

chiaramente possono interagire ma è fatto di diversità. Anche questo è un atteggiamento tipico della

borghesia di questi secoli e di questo periodo: è una borghesia che tende a staccarsi dalla monoliticità

medievale e a esplorare un modo diverso di approcciarsi col mondo, confrontandosi con la diversità e

complessità del mondo. “Ordinatamente” (riga 4) significa che Marco Polo ha intenzione non di divagare,

non di costruire un poema o chissà cosa, ma di costruire un trattato. La sua idea è quella di costruire un testo

che ordinatamente, in modo razionale e soprattutto in modo chiaro e facilmente accessibile a chi lo legge,

apre al lettore questo spazio meraviglioso, infinito dell’estremo oriente. Quindi ordinatamente significa che

c’è in luce una metodologia scientifica nel voler costruire questo testo. “savio e nobile” (riga 5) Marco Polo

è definito così. Questi due attributi servono retoricamente a rafforzare l’affidabilità del testimone, che è

nobile e fa parte della società intellettuale e produttiva. Nobile non significa nobile di nascita, ma che fa

parte della parte attiva della società, quella affidabile, quella che ha costruito la cultura di Venezia. Inoltre

significa anche onesto e fedele, cioè tutte cose che servono a rafforzare la sua credibilità. Poi “savio”

significa saggio. Quindi questi due attributi messi insieme danno subito nell’incipit un’immagine di Marco

Polo che è degno di fede, a cui si può e si deve credere. “acciò che’l nostro libro sia veritieri e sanza niuna

menzogna”, c’è la distinzione scientifica del fatto che egli racconta sia quello che vede sia quello che quello

che non vede ma di quello che ha sentito, però per ciascuno dei casi che racconta appartiene a una o all’altra

categoria e questo insistere sulla catalogazione dei fatti raccontati visti direttamente o di cui si è sentito

parlare, serve “acciò che’l nostro libro sia veritieri e sanza niuna menzogna” c’è un’insistenza su questo

elemento, cioè il fatto di dire “io vi do tutta una serie di elementi, per cui voi dovete credere, perché sono

saggio e nobile, quindi sono degno di fiducia, costruirò il mio libro in questo modo, quindi vi do delle

garanzie di veridicità”.

Il paragrafo successivo enfatizza altri due aspetti:

il primo ribadisce l’unicità dell’esperienza di Marco Polo: “nessuno prima di me dai tempi di Adamo

• (secondo questa ricostruzione teleologica, cristiana del tempo) quindi dall’inizio dei tempi, nessuno

ha fatto l’esperienza che ho fatto io”. Quindi dice di essere l’unico che può portare questa

testimonianza. Già questo crea otre alla veridicità di cui abbiamo parlato prima, l’unicità di questa

testimonianza.

il secondo, legato al primo aspetto, è il fatto che dice che se lui disperdesse questa sua esperienza,

• quindi se non ce la raccontasse, sarebbe un male, un peccato cristiano disperdere tutta questa

conoscenza. È importante secondo questa mentalità borghese che la conoscenza non vada persa, che

si tramandi, che dia un frutto. Anche questo è un atteggiamento tipicamente borghese: nulla va

sprecato, le cose che possono essere utili per accrescersi, diventare più ricchi, elevarsi socialmente,

cronicamente e culturalmente non vanno sprecate, tutto ciò sottolinea anche il lato borghese di

Marco Polo.

Altro elemento importante che troviamo sia nel prologo che nella conclusione: per quanto riguarda

specificatamente l’autore noi abbiamo in questi due testi rimarcato secondo un artifizio retorico l’identità

dell’autore come coscienza di sé, l’autore è cosciente di sé. Questo è importante perché nei testi medievali

non è importante l’autore: i testi medievali non sono firmati, molti sono di autori anonimi. Non è tanto

importante l’autore, quanto il testo, il contenuto, è una conseguenza tipica del fatto che molti testi medievali

erano redatti da monaci, quindi c’era un’idea della non importanza dell’identità dello scrivente, ma

l’importanza del testo soprattutto perché esso parlava di cose sacre, quindi l’autore in generale ritiene di non

essere importante lui, ma che sia importante dio e ciò di cui parla nel testo. Con la nascita della letteratura

borghese queste cose cambiano perché il borghese ha un concetto alto del proprio io, del sé. Nel testo si nota

questa piena consapevolezza di sé e quindi (richiamo all’eccezionalità della propria esperienza, legata alla

propria unicità ) e questo si vede nel momento in cui viene usata la prima persona. La prima persona per

esempio la troviamo nel secondo paragrafo del prologo: “Ma IO voglio” (io è un soggetto importante, io

Marco Polo) e nella conclusione nel secondo paragrafo: “come NOI ci partimmo: qui non è la prima persona

singolare, ma plurale perché implica tutti e tre i personaggi (Marco, Matteo e Niccolò) però è sempre di

prima persona, la sottolineatura è sempre di una o più individualità. A questa prima persona singolare o

plurale che sia, volta a sottolineare la coscienza dell’esperienza legata a questa identità, si alterna la terza

persona. La terza persona è quella che invece dal punto di vista retorico garantisce la veridicità di quanto sta

affermando: la troviamo riferita sia a Marco Polo sia allo scrivente, cioè Rustichello da Pisa. Per esempio nel

11

prologo al primo paragrafo: “E questo vi conterà il libro ordinatamente…egli medesimo le vide” questo lo

scrivente Rustichello da Pisa quindi si riferisce a Marco in questo caso in terza persona.

Oppure, nell’ultimo paragrafo del prologo: “lo quale poi … negli anni di cristo 1298”, Rustichello da Pisa

che è il redattore del milione si riferisce a sé stesso in terza persona. Anche questo riferirsi a se stesso di

Rustichello in terza persona serve per enfatizzare l’elemento oggettivo: “noi vi stiamo raccontando dei fatti e

delle cose vere”. Poi, nelle ultime righe della conclusione: “che mai cercasse tanto nel mondo quanto fece

messer Marco Polo”; ancora una volta la terza persona riferita all’autore del testo, sempre per garantire

l’oggettività e vedendo appunto come nel finale si usa generalmente la Prima Persona e poi nell’ultimo

periodo, proprio per enfatizzarne la solennità e l’oggettività della chiusa, si ritorna ancora una volta alla terza

persona. Questo continuo cambiamento dalla prima alla terza persona serve per sollecitare questi due

elementi che però si incrociano tra di loro, per enfatizzare quindi da un lato concezione del sé e dall’altro

oggettività. Altro elemento è la democraticità di questo testo: nella prima frase del testo Marco Polo

identifica idealmente il proprio pubblico con tutto il mondo, con tutte le classi sociali: signori, imperatori, re

e duci e tutte le altre genti pone l'enfasi sulla diversità. Dice di riservare il suo messaggio per tutti, quindi c’è

un elemento di democraticità insito della mentalità borghese che non è più una mentalità di classe chiusa, ma

che si rivolge in questa fase a tutto il mondo. Sempre nella conclusione c’è poi quell’elemento “io Marco

Polo vi racconto dello sconosciuto”: quella conosciuta, cioè le terre intorno al mar nero sono conosciute in

occidente perché ci navigano i pisani, i genovesi… e quindi Marco dice che è inutile che lui faccia una

spiegazione su quella zona perché già la conoscono, anche questo è un atteggiamento scientifico: non mi

concentro sul noto perché è inutile, perderei un sacco di tempo. Anche il tempo è importante, è un concetto

tipicamente borghese. Decide di concentrarsi sul non noto.

Tutto il libro si sforza di mantenere le promesse fatte da Marco nel prologo, cioè di mantenere un

atteggiamento assolutamente obiettivo, con precisione di riferimenti e descrizioni geografiche, con

attenzione alla vita economica delle varie regioni… quindi in genere questo libro mantiene le promesse fatte

da Marco Polo nel prologo. Questa ricerca e necessità di obiettività tipica di uno scrivente borghese si

riscontra anche quando poi Marco inizia a fare delle parentesi raccontando storie esotiche, storie strane,

misteriose, storie che sono quasi leggendarie oppure mitiche, che magari hanno un fondo di verità, e in

genere sono storie che non ha vissuto ma di cui ha sentito solo parlare, e su questa verità si è creata tutta una

mitologia e sono storie che magari sono arrivate anche in occidente e quando sono arrivate in occidente sono

state ulteriormente caricate di elementi misteriosi. Ciò si nota per esempio nel testo de il vecchio della

montagna e della sua setta di assassini (cap. 40-41 vedi fotocopia). Questo è uno dei casi in cui Marco non

vive direttamente la vicenda, bensì ne ha sentito parlare: ha avuto quindi delle testimonianze orali di questa

vicenda che ha raccolto direttamente nei luoghi visitati attorno allo spazio in cui questa vicenda pare che si

sia verificata, ma tuttavia paradossalmente il fatto che lui dica di aver sentito quelle cose da gente degna di

fede, quindi sono vere, anziché dissipare i dubbi sulla veridicità di queste cose, paradossalmente secondo la

critica non fanno altro che aumentarne la risonanza favolistica e fantastica. Questo perché fornisce un senso

di leggendarietà.

In questo episodio si rientra nella dimensione di romanzo. (I titoli sulla fotocopia non sempre corrispondono

al titolo originale perché a volte è stato messo dal prof per capire meglio).

Il vecchio della montagna era il nome con il quale si indicava il capo della setta ismaelita (ismaeliti sono un

gruppo di musulmani) che fino al secolo 11esimo si era resa famosa per la fedeltà assoluta ai suoi capi. Gli

assassini sono una parte della setta ismaelita e il nome di assassini deriva probabilmente dall’hashish, di cui

il vecchio della montagna, cioè il capo di questa setta, forniva per renderli assolutamente sottomessi e

ubbidienti alle sue norme. Riga 1: Milice è una città che è identificabile con Mulette, zona intorno a un

massiccio Elbruz (?) in Persia. Si pensava che il vecchio della montagna avesse la sua sede e riunisse lì la sua

setta.

Riga 3: Aloodyn è il nome del penultimo vecchio della montagna che sottometteva i suoi sudditi con una

serie di artifici che vengono qui descritti. Questa setta di sudditi gli serviva per andare a uccidere i sospettati

politici e per affermare il suo potere.

(vedi numeri note sulla fotocopia)

Nota numero 1: La descrizione è fantastica, lirica. Sulla possibile veridicità della storia di questa setta si

costruisce tuttala dimensione fantastica che poi crea il mito della setta degli assassini. Il vecchio crea spazi e

ambienti come palazzi, fontane… siamo nella dimensione fantastica come in “le mille e una notte”. 12

Aldilà della dimensione fantastica, in modo molto concreto e oggettivo, Marco Polo comunque è in grado di

individuare la finalità che non è il mondo fantastico fine a sé stesso: il vecchio della montagna usa questi

giovani a fini politici, cioè trasformandoli quando gli serve in assassini fedeli, ubbidienti, li fa fumare e bere

dell’oppio, li porta in questo posto fantastico che lui ha creato e lì li fa risvegliare, li fa credere di essere in

paradiso e poi gli dice che se vogliono rimanere in quel paradiso devono fare ciò che il vecchio chiede loro,

cioè assassinare. Così li manda a fare quello che devono fare e loro ubbidiscono perché vogliono tornare in

quel paradiso fantastico. Quindi tutta una cosa macchinosa e di ambito fantastico, ma che ha una finalità

realissima, cioè quella di essere usata per fini politici e di potenza.

Il mito viene spiegato razionalmente: è tutta una questione psicologica, è tutto un inganno basato sulla

questione psicologica, crea dipendenza psicologica. Quindi c’è la cornice fantastica entro la quale però c’è

una dimensione molto realistica. Viene dichiarata in modo esplicito la volontà politica di tutto questo

meccanismo. il problema è che questa è una cosa che marco polo non vive direttamente, ne ha sentito parlare

e quindi tutta la cornice fantastica è il risultato di questo sentirne parlare senza averla vissuta in modo diretto.

Capitolo 83 “Del palagio del Gran Khan”

La dimensione fantastica però si trova anche nel momento in cui marco polo descrive anche cose che ha

visto direttamente. Più che dimensione fantastica si può definire dimensione meravigliosa perché marco polo

entra in contatto con la realtà cinese della grande corte imperiale di Gran Khan e la grandezza, meraviglia e

bellezza di questa corte sono elementi che impressionano il visitatore occidentale del 300 e quindi abbiamo

anche in questo caso un momento in cui descrive la sua corte da un lato con assoluta meraviglia per

l’imponenza e la meraviglia di questo spettacolo che non si conosceva e dall’altro di realismo. Marco Polo è

molto preciso nel descrivere tutti gli elementi (i cortigiani, i vestiti, ricchezza, numero uomini, armieri,

freccette armi, palazzo imperiale). Quindi vi è un misto di meraviglia per la grandiosità e di realismo. La

curiosità incontra cose non conosciute, ma allo stesso tempo tiene d’occhio anche il punto di vista

quantitativo attraverso descrizioni realistiche e precise. Anche nella descrizione di questi elementi reali che

lui testimonia di aver visto direttamente c’è un clima da Mille e un notte e la descrizione del palazzo

dell’imperatore mostrano l’entusiasmo che Marco Polo nei confronti di questa realtà sconosciuta che sta pian

piano imparando a conoscere. L’imperatore cinese si chiama Quibilai ed è il nipote di Gengis Khan: è

signore dei mongoli (sono i mongoli che in questa fase dominano la Cina) ed è imperatore della Cina dal

1260 a 1294. Khan è un titolo onorifico che viene dato al signore dei mongoli e significa “re” e/o

“imperatore”, infatti Marco Polo lo chiamerà “signore dei signori”, proprio per sottolineare la grandezza di

questo impero e la potenza di questo imperatore. Il palazzo viene descritto attraverso la tecnica

dell’accumulazione, non è un’accumulazione inventata bensì reale. Per descrivere la complessità della

struttura architettonica di questo palazzo Marco Polo accumula pian piano tutti i suoi elementi architettonici.

Questo da un lato per mostrarne la sua complessità e dall’altro la ricchezza: tutta una serie di palazzi che si

accumulano su palazzi che servono per custodire tutte le infinite cose possedute da questo imperatore.

Oltre ad accumulare particolari che prospetticamente ampliano la visione meravigliosa del palazzo, di cui il

perno centrale è l’enorme sala da pranzo, poi si nota come anche qui vi è un uso consapevole del termine

maraviglia. Meraviglia consapevole non perché si vedano cose strane o fantastiche, ma è la meraviglia

derivata dall’approccio con una civiltà sconosciuta che pian piano si va a scoprire e che pian piano si mostra

sempre più ricca e meravigliosa e decorata d’oro e d’argento.

Tutta questa descrizione serve per enfatizzare la grandezza, potenza, magnificenza del palazzo del Gran

Khan. È un approccio a un mondo da un lato reale e dall’altro fantastico.

Capitolo 85 “La corte del Gran Cane”

È da tenere considerato che è una magnificenza tale anche dal punto di vista dei numeri, cioè il fatto che

Marco Polo registri in modo quasi burocratico e da ragioniere serve per enfatizzare e ampliare la

magnificenza di questa corte. . In occidente si avrà una situazione simile solo con re Sole e magnificenza di

Versailles, ma tempo dopo rispetto all’oriente, quindi non c’era ancora un possibile paragone in Europa che

potesse mettersi al livello di questa corte. Anche la stessa corte papale di Roma non aveva ancora questa

meraviglia, la basilica di San Pietro così come la conosciamo non c’era ancora e quindi non c’era ancora

l’abitudine a stare a vedere o a rapportarsi con misure dell’architettura così gigantesche. Da ciò nasce la

meraviglia integrata dalla precisione dei particolari che amplificano la grandezza della corte del Gran Khan.

13

Ritualità importante nella descrizione. Serve ad enfatizzare la dimensione grande e divina dell’imperatore.

Quindi il fatto che Marco insista su questi elementi che possono sembrare apparentemente irrilevanti come

quando l’imperatore mangia, beve... è importante per enfatizzare la grandezza dell’imperatore. Se il brano

riguardo al vecchio della montagna appartiene alla dimensione romanzesca, questi due brani che abbiamo

letto relativi al Gran Khan sono quelli che fanno riferimento alla dimensione odeporica del testo cioè io

compio un viaggio e descrivo tutte le cose degne di essere descritte. C’è poi l’elemento dedicato al trattato

scientifico, cioè le parti dedicate alla descrizione della natura, delle leggi naturali, animali, pianti, minerali…

questo lo vediamo nelle citazioni che seguono: una è dedicata alla salamandra, una gli unicorni e una agli

uccelli grifoni.

La salamandra (cap 59)

La salamandra viene citata solo trasversalmente, nel senso che in realtà descrive un materiale che viene

prodotto nelle terre dell’imperatore che serve per proteggere dal fuoco. Nella mitologia la salamandra era

l’animale che poteva sopravvivere nel fuoco, nonostante ciò non sia vero da questo brano emerge la capacità

scientifica di Marco Polo. Questo mito era legato alla produzione di questo materiale ignifugo, che poi si

scoprirà essere l’amianto. Usa quindi il mito della salamandra per spiegare come veniva prodotto l’amianto

in Cina. La vera salamandra ignifuga non è l’animale (“non è bestia”), ma è l’amianto. È un discorso in parte

riportato e in parte visto coi suoi occhi, c’è una base di concretezza e realismo. Abbiamo quindi in questi

brani riportati la descrizione di tipo quasi bestiario, perché in questi tre brani Marco Polo si dedica a un

contesto naturalistico. Ci sono delle possibilità di errore a seconda che Marco Polo faccia delle esperienze

direttamente verificate oppure sentite raccontare, ma nella metodologia del linguaggio che lui usa si nota

quest’attitudine alla scientificità. Marco polo è lapidario: “e queste sono le salamandre e l’altre sono favole”

dice quindi di dirci la verità e di potercela dimostrare, anche perché una di queste tovaglie è stata mandata

anche come regalo dal Gran Khan al papa per rendere sicura il sudario di Dio.

Gli unicorni (cap 162)

Marco polo sfata un mito: gli unicorni non esistono, ma in realtà esistono e rivela cosa sono in realtà gli

unicorni. L’unicorno è il rinoceronte: lui non smentisce l’elemento dell’unicorno, ma dice che è un animale

reale e non mitologico e lo descrive nelle sue caratteristiche reali, quindi un atteggiamento scientifico che è

oltretutto confermato dal fatto che la leggenda che nei bestiami medievali era legata all’unicorno (si credeva

che questo animale si potesse far calmare solo da una donna vergine) qui viene smentita come una banale

stupidità.

Gli uccelli grifoni (cap 186)

Nei bestiari medievali dell’occidente i grifoni erano costruiti, pensati, immaginati in questo modo: mezzo

uccello e mezzo leone. In questo testo si parla di un animale che in occidente è descritto sotto una sfera

fantastica. Anche in questo caso, come nei casi precedenti l’atteggiamento di Marco Polo è un atteggiamento

scientifico, va a smantellare una serie di credenze base e dice come è realmente questo uccello. Ma qui c’è

qualcosa che non torna: in questo caso Marco Polo, pur tenendo un atteggiamento scientifico, però non

descrive qualcosa che ha visto direttamente, ma qualcosa che gli è stato raccontato a cui lui presta fede.

Quindi anche in questo caso c’è questo misto di scientificità nell’approccio ma in un certo senso senza

rendersi che poi alcune descrizioni sono esagerate, non sono realistiche, quindi Marco Polo si trova ancora in

una dimensione di poter ancora credere a determinati racconti e determinate cose. La cosa inverosimile in

questo caso è per esempio la grandezza di questo animale, ossia 20 passi, è troppo grande. Gli viene

raccontato che il grifone è un uccello normale, ma viene sovradimensionato, non solo nella grandezza ma

anche nelle capacità (quest’uccello solleva un elefante), quindi c’è anche la possibilità di credere ad alcune

cose inverosimili. Difficoltà di Marco Polo di aprirsi completamente come noi potremmo aspettarci. 14

12/03

Gran Khan personaggio principale.

Marco Polo costruisce tutto il romanzo intorno al Gran Khan, uomo e personaggio che ammira molto.

L'approccio che ha con il Gran Khan e la sua corte è misura di come Marco Polo affronta questa realtà alta e

senza pregiudizi. L'elemento più importante e più interessante è come affronta la realtà ovvero con grande

curiosità e desiderio di imparare conoscere, la mancanza di pregiudizi. Questo aspetto è legato alle

caratteristiche della nuova classe sociale nata che ha preso in mano il potere economico e politico.

Una classe sociale che affronta il mondo con razionalità senza lasciarsi influenzare eccessivamente dai

pregiudizi religiosi (poiché incontra molte religioni diverse) però nel momento in cui affronta l’impero

cinese gli si apre un mondo, e lo fa senza pregiudizi medioevali che potevano inficiare il suo giudizio e la sua

razionalità nell'affrontare questa nuova realtà. Questo non vuol dire che è un uomo che si spoglia

completamente della sua mentalità medievale, però sicuramente Marco Polo non se ne fa sovergerare (in

modo eccessivo), nel momento in cui descrive la salamandra e gli unicorni, pur mantenendo gli schemi

medievali (resta qualcosa di medioevale) nel nome di animali e altre cose, però c'è un'apertura assoluta nei

confronti del nuovo. La parte centrale è quella dedicata a questo mondo, mondo con il quale ha avuto a che

fare per due decenni, in cui è entrato pienamente, non è stato solo osservatore ma ha partecipato, è stato fatto

oggetto da parte del Gran Khan di assolvere compiti istituzionali e ne è rimasto assolutamente coinvolto. C'è

questo rapporto di ammirazione nei confronti di questo grande imperatore e di questo grandissimo impero

che è la Cina (grandissimo dal punto di vista del territorio e della varietà di popolazione). Unito a questo c'è

tutta una serie di elementi che rendono questo testo poliforme, geografico, diario di viaggi, cronaca, romanzo

perché inserisce elementi fantastici che sono più visibili soprattutto nel momento in cui Marco Polo riporta

cose di cui ha sentito parlare, non ne ha bene il controllo ma si fida di chi gliele dice ma non può verificarle

di persona. Queste ultime tre citazioni riguardano gli uomini con la coda, il carbon fossile e il petrolio

proprio per sottolineare il fatto che in questi viaggi Marco Polo riesce a scoprire cose che in occidente non

esistevano e non si conoscevano.

Gli uomini con la coda

Qui si vede la compresenza della capacità di approcciarsi a ricerche scientifiche, questi uomini con la coda

sono delle scimmie. Marco Polo sa benissimo che sono delle scimmie, ma quel che resta della sua mentalità

medievale è quella che gli fa ancora chiamare, nonostante sappia che non sono uomini, le scimmie, sistema

di schematizzazione medievale e dall'altro un approccio scientifico nel dire che sono qualcosa di diverso

dagli uomini, anche se li chiama ancora uomini.

Il carbon fossile

Anche qui un approccio con un elemento nuovo che in occidente non era ancora conosciuto, ovvero il carbon

fossile, che serve da combustibile.

Il petrolio

Nomina l'arca di Noè perché la leggenda dice che l'arca si è incagliata sul monte Ararat, sta quindi

descrivendo il monte Ararat. Il petrolio era usato per curare malattie come la Rogna e per disinfettare la

pelle.

Anche in questi tre brani c'è comunque una compresenza di capacità di affrontare/capire cose nuove pur

avendo la mentalità medievale. C'è quindi questa continua commistione (fusione) tra capacità di descrivere

cose nuove pur mantenendo le categorie di catalogazione medioevale. L’elemento più importante è il fatto

che Il Milione è un opera tipologicamente composita, nel senso che tipologicamente corrisponde a più

tipologie di opere: scientifica, trattato geografico, opera poetica (non solo per il fatto che descrive elementi

fantastici ma anche per lo sguardo che ha nel vedere le cose, ovvero vede le cose con gli occhi pieni di

desiderio di conoscenza), opera tecnica (nel momento in cui tutte queste cose, tutte le descrizioni scientifiche

sono finalizzate anche per aiutare i mercanti per percorrere queste vie commerciali e per aprirsi una via

commerciale in oriente), opera cronachistica-storica (quando racconta delle battaglie del Gran Khan) e un 15

opera fantastica (quando descrive i miti e le leggende dell’oriente). Tutte queste opere sono all’interno della

stessa opera e sono unite dall’elemento della curiosità.

DANTE ALIGHIERI – VITA NUOVA

Dante e la formazione; Nonostante Dante sia il poeta più studiato della letteratura italiana, in realtà le

informazioni che si hanno spesso non sono sufficienti e altrettanto spesso risultano generiche o inattendibili.

Questo perché molti documenti d’archivio non ci sono più e perché spesso non è facile separare, tra le notizie

che si hanno, quelle fondate e vere e quelle fasulle che però sono insieme e costituiscono l'imponente la

tradizione non documentata e non documentaria della vita di Dante. Tra queste non documentate ci sono

quelle notizie che vengono dalle tante allusioni che Dante stesso da. Non sempre Dante è sincero o

comunque non è completo nel dare queste notizie su di se e sulla sua vita. Capita che queste notizie che lui

da possono risultare tendenziose. Questo significa che in realtà, nonostante si possa pensare di sapere tutto

della vita di Dante, ci sono in realtà parti non chiare o oscure. Non tutto di Dante è chiaro, definito e

conosciuto.

La critica spesso si divide o ha pareri contrastanti, circa soprattutto la cronologia dantesca, cosa è venuto

prima, cosa dopo, dove collocare la reale composizione delle opere o alcune parti delle opere. Certo è che il

periodo fiorentino (prima dell'esilio) è quello che ha più dati reali e veritieri perché più documentato.

Dante è un diminutivo di Durante, è figlio di Alighiero e della prima moglie Bella forse della famiglia degli

Abati. Nasce a Firenze tra maggio e giugno del 1265, (lo dichiara lui stesso nel canto 22 del paradiso ).

Dante non precisa il giorno ma indica il periodo astronomico (sotto il segno dei gemelli), canto 22 del

paradiso ed è il momento in cui Dante scende dalla sala d’oro e si ritrova in un cielo di stelle fisse, dove lui

riconosce le stelle del periodo dell'anno, quindi gemelli. Io a voi stelle (nella costellazione dei gemelli) a voi

devo quale che esso sia il mio ingegno poetico. Con voi stelle della costellazione dei gemelli nasceva e

tramontava il padre di ogni mortal vita. Questa costellazione è quella sotto la quale è nato in Toscana, quando

ho sentito l'Aere tosco (aria toscana) e poi specifica, e ho avuto la fortuna di essere in questo punto del

paradiso proprio nel momento in cui questo cielo nella costellazione dei gemelli e poi quando mi è stata data

grazia da dio di entrare nella costellazione (nel cielo delle stelle fisse) ci sono entrato nel momento in cui

c’era ancora la costellazione dei gemelli.

Dante appartiene a una famiglia guelfa di piccola nobiltà di antica origine ma ormai decaduta, questo si vede

e si deduce dal fatto che il padre e il nonno esercitavano l’attività dei cambia valute, una professione

modesta, che ci da le condizioni modeste in cui era la famiglia di Dante pur essendo della piccola nobiltà. È

un momento in cui la famiglia di Dante non ricopre cariche politiche, è di parte guelfa ma non è attiva, non

ha un ruolo nella lotta tra Guelfi e Ghibellini, anche questo si capisce dal fatto che pur essendo Guelfi

risiedevano a Firenze anche dopo la battaglia di Montaperti (Guittone). Nel 1285 o 1295 (date controverse)

Dante si sposa ufficialmente Gemma dalla quale ha 3 o 4 figli che sono Jacopo, Pietro e Antonia (si fece

monaca con il nome di suor Beatrice), dovrebbe/potrebbe esserci anche un quarto figlio che potrebbe essere

primogenito Giovanni che però nella documentazione compare solo una volta come testimone in un atto. Ci

vorrebbero più documenti per inserirlo nella genealogia di Dante. I figli sono importanti perché furono tra i

primi commentatori di Dante e primi fautori della fortuna della divina commedia, con commenti in termini

critici.

Formazione; La formazione di Dante viene divisa in tre periodi:

retorico-grammaticale;

• formazione filosofico-letteraria;

• formazione filosofico-tecnologica;

La formazione retorico-grammaticale secondo Giorgio Petrocchi è quella che pone all’insegna, sotto il

magistero soprattutto di Brunetto Latini (personaggio importante che scrive in francese, importantissimo per

la cultura fiorentina del'200). È un personaggio che Dante riconosce come suo padre culturale. Proprio nel

canto 15 c'è questo dialogo importante e Dante esplicitamente lo riconosce come padre spirituale e culturale.

Immagine paterna. È un punto di riferimento perché ha allevato in Dante il senso della necessità di diventare

grande, di eternare (rendere eterna) la sua anima diventando poeta. Non solo ne sono consapevole ma devo

dichiararlo a tutti. Brunetto Latini non fornì probabilmente a Dante un insegnamento di tipo scolastico ma 16

sicuramente ebbe una grande influenza su Dante perché gli insegnò cosa significava essere un intellettuale

impegnato. Una delle caratteristiche che rendono eterno Dante è il fatto che egli nella sua opera e nella sua

vita volle dare l'immagine dell'intellettuale a tutto tondo, ovvero costruire una figura d'intellettuale che non si

limita unicamente ad occuparsi di arte (qualsiasi essa sia) ma lega quest'arte alla realtà in cui vive, la fa

diventare poetica, l'arte di Dante è poetica nel senso più alto della parola, nel senso che si occupa di vita.

Dante riesce a unire arte e vita in una maniera eccelsa. Il rapporto tra arte e vita è uno dei temi ricorrenti in

tutta la storia della letteratura non solo italiana. Dante non si limita a occuparsi di arte ma nega l’arte alla

realtà in cui vive e la fa diventare politica.

La capacità di farlo la riconosce in Brunetto Latini che diventa un maestro di idee, gli consente di avere

un'apertura intellettuale e culturale a 360°, che gli insegna a pensare in grande. Maestro non nel senso

letterale ma un intellettuale d’esempio a cui Dante poteva guardare.

Secondo periodo: è il periodo filosofico-letterario, questa seconda fase, siamo in anni più vicini alla nascita

dello stilnovo (verso il 300) è un periodo di questo secolo in cui Firenze è al suo massimo livello dal punto di

vista economico e culturale, grazie anche Brunetto Latini diventò il centro delle esperienze economico e

letterarie di chi scriveva in francese, provenzale. È il momento in cui Dante mostra di avere una pluralità di

interessi, come la musica (fa e suona musica), alla pittura (es. Casella) ed è il momento in cui inizia la fase

poetica di Dante che scrive libri, in questa fase poetica c'è un primo approccio che guarda al toscano e

fiorentino (Guittone d'Arezzo). Un primo modo di far poesia è legato allo stile realistico dei siculo toscani,

con un passaggio abbastanza veloce poi alle modalità dello stilnovo e modalità dello stilnovo quindi tutta una

serie di rimatori fiorentini più o meno vicini allo stilnovo, come Cavalcanti e in questo contesto è inserito

l’elemento filosofico. Avendo lo stilnovo un contatto stretto con gli elementi filosofici è questo il momento

in cui Dante viene in contatto con la dimensione filosofica. È anche questo il momento in cui Dante conosce

non solo poeti e rimatori siculo toscani fiorentini e stilnovisti ma si apre alla conoscenza di Guinizzelli. Tra

la fine del 1286 e l'inizio del 1287 soggiorna a Bologna, non ci sono documenti che testimoniano il fatto che

Dante abbia frequentato lo studio bolognese (università) ma è il momento in cui ha conosciuto la poesia di

Guinizzelli .

Terzo periodo: concentrato su aspetti filosofico-teologici ed è questo il momento in cui l'esperienza poetica

che ha acquisito nelle fasi precedenti diventa utile e strumentale per Dante per esprimere concetti teologici e

filosofici. A questo punto la poesia diventa non tanto un fine quanto un mezzo. Come Dante è maestro di

poesia ma una poesia non fine a se stessa ma che descrive aspetti filosofici e la realtà, volgarizzare (per la

comprensione delle letture) di testo teologici. È un periodo che la critica (Giorgio Petrocchi) dopo il 1290 e

ciò vuol dire che viene usato come anno discrimine (anno in cui muore Beatrice) la donna cantata da Dante

nella vita nuova e poi ruolo fondamentale alla divina commedia. L'approccio sostanziale alla filosofia e alla

teologia viene a Dante dalla crisi dopo la morte di Beatrice, per questo decide di concentrarsi su filosofia e

teologia, (discipline solenni, una sacra e l'altra profana) è il momento in cui la poesia diventa mezzo di

espressione di queste due discipline. È questo il periodo in cui Dante pare si dedichi a Boezio, a Cicerone e a

tutta una serie di studi relativi alla filosofia. È testimoniata la partecipazione di Dante, come cultore e

appassionato della materia, alle scuole e agli studi religiosi di Firenze o alle dispute filosofiche che,

all'interno di questi studi oppure sulle pubbliche piazze ogni tanto vengono organizzate per dirimere di fronte

a un pubblico scelto particolari questioni filosofiche. Parlare dei due studi fiorentini significa parlare delle

due scuole filosofiche che dominavano in quel momento a Firenze, ovvero la scuola dei francescani e dei

domenicani. Questi due ordini religiosi e che appena nati avevano già preso in palmo l’elaborazione

culturale di questo secolo. È testimoniato il fatto che Dante frequentò sia lo studio francescano di Santa

Croce (con un impostazione più mistica, Sant'Agostino ecc dei secoli precedenti) mentre invece i domenicani

avevano un impostazione più razionale come Aristotele e San Tommaso d'Aquino.

Queste tappe segnano un percorso di crescita e creano la sua grande personalità intellettuale 17

13/03

La caratteristica di Dante è che non è solo uno scrittore non è solo un poeta ma va oltre a ciò perché è un

intellettuale a tutto tondo, ovvero copre tutti i campi dell’attività intellettuale umana, si occupa anche della

realtà intorno a lui, in modo particolare della realtà politica, sociale e civile della sua città. Questi sono

piccoli tasselli che contribuiscono a creare il Dante altissimo che si vede nella divina commedia, definita

un’opera mondo, perché vi si trovano tutte le possibilità della realtà: tragico, comico, commedia, poesia,

politica, società, donne, uomini, astronomia, teologia, filosofia, e soprattutto il medioevo, di cui Dante è

l’ultimo esponente della letteratura italiana. Già Petrarca e Boccaccio sono rivolti verso il mondo moderno

che si sta aprendo. Quindi bisogna fare un piccolo escursus su quella che è l'esperienza civile e politica di

Dante, per riuscire a creare il panorama completo i questo autore. Panorama che per quanto riguarda la

politica si può aprire con una data che è il 1295 (Dante ha 30 anni), perché in quest'anno ci sono dei

cambiamenti negli ordinamenti politici e civili fiorentini, che fino ad allora erano basati su quelli che sono

chiamati “ordinamenti di giustizia” erano stati emanati da Giano Delle Bella. Questi ordinamenti erano

molto restrittivi riguardo la possibilità dei nobili di partecipare alla vita politica perché Giano della Bella era

un esponente della nobiltà che si era dato alla causa del popolo e quindi una volta preso il potere emana

questi “ordinamenti di giustizia” che consentono, in teoria, solo al popolo di partecipare alla politica. Nel

1295 vengono addolcite e anche alla nobiltà viene consentito di partecipare alla vita politica. Tuttavia

possono farlo solo se si iscrivono a una delle corporazioni ammesse e previste negli statuti di Firenze, Dante

si iscrive a un”arte maggiore”, quelle minori erano il maniscalco e il pellaio e tutti i mestieri artigianali,

mentre le arti maggiori erano quelle che si presupponeva necessitassero a una quantità di studio maggiore, si

iscrive a quella dei medici e degli speziali. Si iscrive per partecipare alla vita politica e non tanto per poter

esercitare la professione, e inizia così dal 1295 al 1301 un'intensa attività politica dantesca. Tenuto conto

però che la data del 1295 non è in assoluto il primo impegno politico ma già nel 1289 si era impegnato come

soldato al servizio di Firenze, come cavaliere, partecipa alla battaglia di Campaldino in cui i Guelfi

sconfiggono i Ghibellini e partecipa alla campagna militare contro Pisa e all’assedio di una cittadina toscana

contesa tra pisani e fiorentini, ovvero la città di Caprona (tutti questi riferimenti si trovano nella divina

commedia nel canto 21 e 22 dell'inferno).

Il primo incarico a cui viene eletto è quello nel consiglio speciale del popolo, una sorta di consiglio

comunale elettivo anche se molto più allargato, che delibera sulla politica di Firenze, una delle caratteristiche

in genere di queste cariche è che duravano per pochi mesi, per favorire il ricambio veloce di chi gestiva il

potere in modo tale che nessuno si attaccasse al potere in modo che poteva indurre in tentazione. Subito dopo

nel consiglio dei Savi, eleggeva i priori (ramo esecutivo quindi la giunta comunale e il sindaco); viene poi

eletto nel 1296 nel consiglio dei cento una sorta di senato cittadino. E una carica dopo l'altra raggiunge

l’apice della carriera politica nel 1300 quando viene incaricato di fare una prima ambasciata (ruolo

diplomatico, come fosse un gestore della politica estera) a San Giminiano. Sempre nel 1300 la carica più

importante (dal 15 giugno al 15 agosto) che viene eletto priore. In una lettera (perduta) ma che è conosciuta

parzialmente perché è stata trascritta in parte ad Leonardo Bruni (umanista con Boccaccio, uno dei massimi

studiosi critici di Dante) Dante si riferisce alla sua carriera politica e in modo particolare al suo incarico

come priore, le considerazione contenute nella lettera le fa expost, cioè le fa successivamente al suo esilio e

ha la lucidità di riconoscere tutta la filiera di cause che l'hanno portato all'esilio dal momento in cui è stato

eletto priore, dal momento che ha avuto l'incarico esecutivo perché quell'incarico è quello che gli ha

consentito di fare tutta una serie di scelte politiche che però poi hanno determinato il suo esilio, per questo

dice “tutti li mali e tutti li inconvenienti...”. Con considerazioni riferite sempre a se stesso, “forse non ero

così maturo (politicamente) per poter assurgere, non fossi maturo per assumere quella carica, comunque

avevo fatto una sorta di apprendistato e quella carica me la sono meritata”. Anche se expost ma c'è

comunque una riflessione di Dante su quello che è stato il suo percorso politico e su cosa questo percorso

politico ha significato per la sua vita e il suo destino”. La situazione di Firenze quando Dante assume le

cariche politiche e poi di priore, tra il 1295 e il 1300, presenta un quadro abbastanza complesso perché ci

sono tutta una serie di componenti sociali che si radunano in gruppi e incessantemente di combattono l'una

con l'altra, alleandosi in modo variabile anche per brevi periodi per poi cambiare alleanza. La prima

componente è il popolo grasso ovvero alta borghesia bancaria e mercantile, che era diventata potente sia per

ricchezza sia per pratica amministrativa (aveva sia potere finanziario sia il potere di amministrare la città) e

sia per cultura (poiché una volta raggiunta l'agiatezza aveva sentito la necessità di sviluppare le arti), il

popolo grasso si organizza poi nelle arti maggiori, il loro problema era che non aveva la maggioranza (non 18

aveva una forza numerica tale da poter prendere il potere da solo) e quindi doveva allearsi di volta in volta

con le altre due componenti del popolo fiorentino: il popolo minuto o con i magnati. I magnati erano i

proprietari terrieri nobili di origine feudale, in genere erano i nobili che vivevano in campagna e avevano i

feudi e appartenevano alla vecchia nobiltà feudale. Il popolo minuto era quello che rappresentava la piccola e

media borghesia dell’epoca, ovvero gli artigiani, il popolo minuto invece era quello che rappresentava la

piccola e media borghesia dell'epoca che era costituita dagli artigiani e infatti era quello che si era

organizzato nelle arti minori.

Il popolo minuto per numero/quantità avrebbe potuto (se avesse voluto) prevalere sulle altre due classi, il

problema era che mancava una guida politica abile (una persona di riferimento che fosse talmente abile

politicamente al punto da poter consentire la sua preminenza rispetto alle altre due classi sociali), aveva

sempre una politica piuttosto oscillante, perché oscillava tra il desiderio e la necessità di allearsi con il

popolo grasso contro i magnati e una politica invece che poteva e voleva essere autonoma e quindi

autoreferenziale. Giano della Bella che era un nobile per un periodo assunse la guida del popolo minuto,

rinnegò la sua nobiltà a favore di questo popolo. Il problema era che queste tre classi si paralizzavano a

vicenda perché non si riesce a progredire dal punto di vista sociale e civile. Nessuna aveva la forza di

prevalere da sola sulle altre. Quindi si creavano delle situazioni di crisi che non portavano sostanzialmente a

una qualsiasi soluzione ma che sfociavano in altre crisi, c'era quindi una successione di momenti critici nella

vita di Firenze. A ciò bisogna aggiungere che queste tre classi erano a loro volta divise al loro interno, ad

esempio il popolo grasso era diviso a causa di una fortissima rivalità tra due famiglie, la famiglia dei Cerchi

e quella dei Donati, i Cerchi sono la famiglia che raduna attorno a se i guelfi bianchi mentre i Donati

radunano i guelfi neri. Nel 1295 le rivalità incrociate tra queste tre classi e all'interno di queste tre classi

esplodono in maniera più forte del solito. Nel marzo del 1295 l'alleanza tra magnati e popolo grasso porta a

una grave sconfitta del popolo minuto con la condanna all'esilio di Giano Della Bella. C'è una sorta di colpo

di stato. Qualche mese dopo i magnati tentano un nuovo colpo di stato cercando di abolire completamente

quegli ordinamenti di giustizia (leggi emanate da Giano Della Bella), tuttavia questo secondo colpo di stato

non riesce proprio perché all’interno del popolo grasso i Guelfi bianchi per odio contro i Guelfi neri fanno

fallire il colpo di stato. Quindi Firenze da questa situazione di crisi si trova divisa in due partiti che si

combattono tra loro, Guelfi bianchi (i Cerchi,una piccola parte del popolo dei magnati e la parte più

democratica del popolo grasso) e i Guelfi neri (i Donati, la maggior parte dei magnati e la parte più ricca e

conservatrice del popolo grasso). La sostanza di questa situazione politica è che c'è sempre una situazione di

crisi che oppone in modo improduttivo e paralizzante la città. Non sono soltanto contrapposizioni

ideologiche ma diventano perfino contrapposizioni famigliari (faide tra famiglie). Questi sono quindi gli anni

in cui Firenze vive una situazione delicata e Dante decide di darsi alla politica. Ed è questo il motivo per cui

Dante in tutta quella serie di ruoli che ricopre, soprattutto quando diventa priore, è costretto a prendere

decisioni molto sofferte e molto radicali. È Dante, che pur amico di Cavalcanti (Guelfo nero) è costretto ad

esiliarlo perché si era esposto in modo violento.

A peggiorare la situazione c’è un problema di “politica estera”, Dante in quanto politico e soprattutto priore

si oppone decisamente alle mire espansionistiche che il papa Bonifacio VIII ha su Firenze. Bonifacio VIII

voleva trasformare Firenze e la Toscana (così come aveva fatto con la Romagna, l'Emilia, l'Umbria ecc) in

provincia pontificia e annettere allo stato della chiesa anche quelle province, e Bonifacio VIII ha buon gioco

in questa politica perché a lui, essendo più deboli, fanno riferimento e cercano protezione e alleanza i Guelfi

neri. Questo è il motivo per cui il partito dei Guelfi, nella lotta contro i Ghibellini sta dalla parte del papato,

mentre i Ghibellini stanno dalla parte dell'imperatore, all'interno dei guelfi vi erano due fazioni, bianchi e

neri, c'è chi appunto come Dante rivaluta il ruolo dell'imperatore e deve necessariamente opporsi alle mire

espansionistiche che il papato ha su questi territori. Dante assume un atteggiamento molto fermo e antipapale

e quest'atteggiamento caratterizza tutte le sue azioni politiche dal 1300 in avanti. Nel marzo del 1301

propone di rifiutare aiuti economici che aveva chiesto Carlo II D’Angiò, che faceva parte della schiera del

partito favorevole al papa e poi una volta rieletto nel consiglio dei 100 Dante voterà contro la richiesta

d'aiuto militare avanzata da Bonifacio VIII ai fiorentini. Cerca di mettere dei paletti alle intrusioni del potere

papale.

Nel 1301alla fine ottobre Dante viene mandato in missione diplomatica a Roma dal papa, Bonifacio VIII

aveva chiesto l’intervento di Carlo di Valois (esponente della famiglia reale francese) perché Carlo di Valois

facesse da pacere tra Guelfi bianchi e Guelfi neri. Quindi un'ulteriore intromissione del papa attraverso la

Francia, Dante con un gruppo di fiorentini viene incaricato di andare a Roma per capire il motivo

dell’intromissione, quando sono a Roma Carlo di Valois il primo di novembre entra con la forza a Firenze e

19

appoggia i neri, e mette in atto un ulteriore colpo di stato, i neri prendono il potere, e ovviamente

perseguitano i bianchi, ne perquisiscono le case, espropriano dei beni e li mandano in esilio quindi Dante si

trova tagliato fuori da Firenze che anche contro di lui prende una serie di provvedimenti molto forti. Dante

viene accusato di una serie di crimini, viene istituito una sorta di processo. Il nuovo governo di Firenze va ad

indagare quelle che sono state le azioni e gli atti dei priori dei due anni precedenti (quindi anche Dante) e

dante viene accusato di tutta una serie di crimini tra i quali quello che gli reca più fastidio è quello della

batteria (guadagni illeciti, oggi chiamato interesse privato in atto pubblico) lo si accusa, avendo fatto il

priore, di essersi arricchito facendo il priore, e poi viene accusato di opposizione al papa e a Carlo Di Valois.

Il 27 gennaio 1302 poiché dante non si è presentato davanti al tribunale per rispondere di queste accuse, per

discolparsi, Dante viene condannato in contumacia (in assenza, viene condannato anche se non è presente

nel tribunale) pagamento di una multa, 2 anni di esilio e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, cioè non

può più quindi esercitare funzioni politiche e ricoprire cariche pubbliche.

Il 10 marzo non avendo pagato la multa le pene vengono maggiorate e viene condannato (insieme ad altri

che facevano parte dei Guelfi bianchi) alla confisca dei beni e soprattutto alla morte sul rogo nel caso fosse

rientrato nei territori di Firenze. Questo conclude la parabola politica di Dante a Firenze.

Dante non smette tuttavia di fare politica. Una parte cospicua della divina commedia è dedicata alla politica e

alla polemica politica, non solo contro i Ghibellini ma anche contro i Guelfi neri. Dante non si sottopone al

giudizio del tribunale perché ritiene infondata l'accusa.

Non si hanno molti dati sul processo ma alcune accuse sono solo costruite a fini politici per macchiare

l'onestà di Dante. Inizia la fase dell’esilio, una fase sulla quale si hanno meno documenti, non si sa se Dante

sia rientrato a Firenze dopo l’ambasciata a Roma o se già da Roma abbia iniziato a vagare per tutta una serie

di città e di posti. A Roma è stato trattenuto da Bonifacio VIII (perché sapeva cosa stava per succedere), sugli

anni dell’esilio e sui pellegrinaggi di Dante nelle varie corti italiane le testimonianza sono piuttosto incerte o

lacunose. Si sa che i suoi spostamenti furono parecchi. Dante non si fermò in un posto solo ma continuò a

pellegrinare da una corte all'altra e chiaramente lo fece per necessità ma la cosa gli pesò e fu dolorosa per lui.

Il fatto di non piegarsi alla condanna di Firenze e costringersi a stare in esilio, se da un lato una scelta etica

importante che dimostra la sua onestà intellettuale, dall'altro è un sacrificio che gli costa un dolore immenso

dover stare lontano dalla sua città ma soprattutto il fatto di dover vagare di corte in corte e di signore in

signore, chiedere e pregare la protezione dei signori delle corti e il fatto di doversi abbassare a svolgere

lavori umili al servizio di questi signori. Anche questo aspetto è presente nella divina commedia.

Cacciaguida Paradiso XVII (58-60) slide 111. Questi versi sono la prefigurazione dell'amarezza di questo

continuo vagare e chiedere protezione e mantenimento da parte di una serie di signori e perdere la propria

indipendenza economica.

Dante svolse una serie di mansioni più o meno alte, sia mansioni alte (dal punto di vista dell'ufficio) sia

mansioni sostanzialmente umili, svolse la mansione di redattore di documenti ufficiali e di scrivano ma fu

anche incaricato di missioni diplomatiche, dipendeva dal signore che lo ospitava. In questo periodo

partecipò a una serie di spedizioni militari organizzate dai Guelfi bianchi in esilio contro i Guelfi neri per

cercare di rientrare a Firenze. Il problema abbastanza alla svelta entra in conflitto anche con i componenti del

suo partito (Guelfi bianchi) soprattutto nel momento in cui questi, per cercare di entrare a Firenze, arrivano a

pensare di allearsi con i ghibellini, dimostrano una debolezza etica e morale che Dante non può approvare. A

questi tentativi porrà fine la battaglia di Lastra dove i Guelfi bianchi (e tutti i loro alleati) vengono

definitivamente sconfitti, tuttavia Dante non vi partecipa, aveva deciso di isolarsi nel modo più completo

assoluto dal suo partito.

Tra il 1304 e il 1306 Dante è a Treviso ospite da Gherardo da Camino e in questi anni gira per le città venete.

È importante il fatto che va a Padova perché pare che li conosca Giotto, che sta dipingendo la cappella degli

Scrovegni (interessi pittorici di Dante). Nel 1306 è in Lunigiana (regione storica italiana tra la Toscana e la

Liguria) ospite del marchese Francesco Malaspina e gli vengono affidati incarichi diplomatici, mentre nel

1307 e nel 1311 è ospite di Guido di Battifolle a Poppi nel Casentino (una delle quattro vallate principali

della provincia di Arezzo, a nord della provincia).

Dal 1308 al 1313 non si sa bene dove Dante fu, è questo però un momento molto importante per Dante

perché riacquista la speranza politica di un possibile cambiamento della situazione italiana e fiorentina

perché sono gli anni in cui Arrigo VII (in volgare, mentre in italiano Enrico VII) scende in Italia per cercare

di ristabilire l'ordine e il potere del sacro romano impero in Italia, rimette al suo posto il papa per consentire

ai bianchi (antipapali) di riacquistare il potere in tutta una serie di città, tra cui Firenze. Il problema è che 20

Arrigo VII non riesce a fare niente di tutto ciò perché nel 1313 muore improvvisamente a Buonconvento

(provincia di Siena).

Nel 1313 Dante è a Verona ospite di Cangrande della Scala (Dante gli scrive un'epistola in cui annuncia la

stesura della Divina Commedia e il modo in cui viene scritta) a Verona rimane fino al 1319 avendo rifiutato

nel 1315 di usufruire una sorta di amnistia deliberata dalla signoria di Firenze. Dante rifiuta l'amnistia

perché la considera infamante, le condizioni che gli venivano poste per essere amnistiato erano appunto

infamanti perché avrebbe dovuto ammettere tutte le cose di cui è stato accusato, non può eticamente

accettare. La condanna nei suoi confronti viene riconfermata ma allargata ai figli. L'esilio viene allargato ai

figli.

Nel 1319-1320 Dante a Ravenna Guido Novello da Polenta, anche in questo caso il signore gli da una serie

di incarichi diplomatici e proprio a causa di uno di questi incarichi/missioni a Venezia, al ritorno da questa

missione si ammala di febbri malariche, che lo porteranno nel settembre del 1321 alla morte. A questa data

l'ultima cantica della divina commedia è conclusa. Dante riconosciuto già in vita grande e sommo poeta

viene seppellito da Guido da Polenta a Ravenna nella chiesa di San Francesco e viene seppellito con tutti gli

onori e Giovanni Villani cronista fiorentino che raccontando l'episodio della sepoltura dice “ fu seppellito a

grande onore, in abito da poeta e di grande filosofo”. La combinazione dei due elementi poeta e filosofo, è

importante perché si ricollega a una fase della produzione artistica della divina commedia di Dante nella

quale la grandezza artistico-poetica di Dante diventa tanto maggiore nella misura in cui non è poesia fine a sé

stessa ma poesia posta a servizio dell'espressione di un'idea o di alcune idee, alcuni elementi, di alcuni

concetti di una visione filosofica della realtà. Tutti i più grandi poeti sono quelli che non fanno poesia fine a

se stessa ma che trasformano la poesia in strumento d'espressione di una visione del mondo.

Attività letteraria in generale di Dante

Questa attività letteraria ha caratteristiche tali da meritare alcune considerazioni per il suo sperimentalismo e

la scelta linguistica a favore del volgare, l'analisi dettagliata delle opere minori di Dante (tutte tranne la

divina commedia, che sono quasi tutte anteriori ad essa) permette di individuare alcune caratteristiche

fondamentali della personalità artistica di questo autore e permette di isolare quali sono i momenti

significativi dello sviluppo della sua vita come scrittore. Un'attività che nel giro di pochissimi decenni si

materializza in una capolavoro poetico. L'elemento stupefacente è il fatto che in una letteratura così giovane,

dopo pochi decenni (meno di un secolo), c’è questo capolavoro assoluto che è la divina commedia, ognuna

delle prove minori è di per se un risultato notevole. Ognuna di queste opere minori è espressione di una

personalità poetica già formata, già matura, già in grado di produrre delle opere degne del suo tempo. Ma

queste opere minori la critica tende a vederle non come opere in se quanto come tappe di un percorso, è

come se Dante prima di arrivare all'opera magna mettesse una serie di mattoncini nei quali sfoga liberamente

la sua capacità di autore. C'è un critico, Gianfranco Contini, che parlando di questo elemento parla

addirittura di sperimentalismo sfrenato, per enfatizzare e accentuare la capacità di Dante di provare tutta una

serie di generi, modi e tempi differenti. Questo sperimentalismo è dovuto non a una mancanza di maturità ma

alla necessità i Dante di accumulare esperienza in quella molteplicità artistica, in quelle tante possibilità di

generi, tempi ecc che poi gli serviranno per la commedia. Non è una cosa cosciente, però è il percorso che lo

porterà a poter scrivere degnamente la divina commedia. Oltre a questo Dante non è solo poeta, si sperimenta

sia nella lirica che nella prosa, copre tutti i settori dell'arte scrittoria. In Dante e nelle sue opere minori si

trova sia l’arte poetica sublime sia il comico-realistico. Nella sua dimensione stilnovista c'è Dante sublime

(poesia alta, con omaggio alla donna angelica), contemporaneamente alla vita nuova troviamo lo stile

comico-realistico (nel fiore, nella tenzone con Forese Donati) quindi diversi stili e diversi registri

contemporaneamente. Si trova anche il Dante realista, nelle rime petrose sono rime che esprimono il Dante

che compone una lirica quasi di stile guittoniano. Ed è il Dante che nella sua vita non parla solo d'amore ma

ha un repertorio tematico che va oltre l'amore, considerando anche aspetti non amorosi come la morale,

l'etica, la politica e così via. Dante sublime, comico-realistico, realista, dottrinario, didascalico e allegorico.

C'è quindi un Dante che allarga il proprio orizzonte di scrittura e sperimentazione a 360°. Riflessione sulla

lingua nel de volgari eloquentia, che poi non avrà una finalità pratica (perché nella divina commedia non

userà quel volgare illustre che viene detto nel de volgari eloquentia) però questo fa capire l'importanza dello

“studio sulla lingua” che lo porterà a decidere di scrivere in volgare. Questo è importante perché porta a un

altro elemento, cioè all'idea che Dant4e ha dell'intellettuale e come lui si sente intellettuale. Dante ha, per

l'intellettuale, l’idea più democratica possibile, perché l’intellettuale deve comunicare, non solo a delle classi

21

privilegiate e che conoscono il latino e il volgare ma deve comunicare al più largo numero di utenti e lettori

possibili, la scelta del volgare è una scelta stilistica (costruendo un fiorentino nuovo) ma è anche una scelta

etica ideologica e politica. Dante non si limita a fare arte ma riflette sulla sua arte, la vita nuova è il momento

in cui raduna le liriche migliori del periodo dello stilnovo e riflette su questa fase su queste sue opere. Quindi

si vede la complessità di questo autore. È teorico perché non si limita a fare arte ma ragiona sulla sua arte.

19/03

Ci sono tre elementi fondamentali che ci fanno capire l'originalità, la grandezza e la personalità dantesca e

sono tre elementi fondamentali e sopratutto collegati l'uno con l'altro, sperimentalismo, plurilinguismo e

visione dell'intellettuale. Sono quelli che poi mettono in moto il meccanismo magistrale e assoluto della

divina commedia. L'importanza delle opere minori, che è una considerazione necessaria, queste opere minori

sono quasi tutte anteriori alla commedia, fanno parte del periodo fiorentino di Dante e della prima parte

dell'esilio, importanti perché permettono di individuare alcune caratteristiche fondamentali della personalità

di Dante e permettono anche di isolare elementi significativi del suo percorso artistico e dello sviluppo della

sua attività letteraria (commedia). Ciascuna di queste prove minori rappresenta già di per se un risultato

assoluto e notevole rispetto a quello che fino a quel momento era stato prodotto. Già nelle opere minori

Dante raggiunge livelli magistrali. Quindi queste opere minori sono già espressione di una personalità

artistica fondamentalmente matura fin dall'inizio, che percorre un cammino ma che se non è matura

artisticamente dimostra maturità nella consapevolezza del percorso che vuole fare. Ognuna è valida di per se

ma anche come tappa di un percorso, citando Contini è un percorso di sperimentalismo sfrenato, perché

ciascuna di queste opere rappresenta l'attitudine dantesca nel volersi esercitare, scoprire, provare e mettersi

alla prova in un determinato settore letterario, queste opere minori sono il susseguirsi ininterrotto di diversi

tentativi di prosa, di poesia o l'insieme di prosa e poesia, volti a sperimentare necessariamente in successione

le più diverse tecniche, i più diversi stili e i più diversi temi (disponibilità intellettuale a 360°, non c'è

preclusione, Dante si apre su tutto). Quindi sono rappresentati ad esempio il livello sublime nella vita nuova,

perché il livello sublime dell'espressione lirica accompagnata dalla prosa (detto prosimetro l'insieme di lirica

e prosa) assume necessariamente caratteristiche sublimi di poesia, linguaggio e tematiche alte e a queste sono

contemporanee altre esercitazioni di carattere comico e realistico (tenzone con Forese Donati) e sullo stesso

livello, anche se più realistico che comico, c'è il fiore, che non è certamente attribuibile a Dante ma i critici

maggiori continuano con una buona dose di certezza, oramai la attribuiscono a Dante, il fiore è una riscrittura

compendiata (=abbreviata) del Roman de la rose (232 sonetti scritti tra 1283-1287, Dante molto giovane).

Ancora nel contesto del realismo ci sono le rime petrose, cioè rime strettamente legate anche

linguisticamente alla descrizione della realtà. Negli stessi anni in cui Dante sperimenta tutti questi passaggi

c'è anche un'apertura tematica, vuol dire che Dante guarda oltre il tema d'amore che era stringente,

necessario e vincolante per quanto riguarda lo stilnovo e si apre a tutta una serie di contenuti non amorosi.

Durante l'esilio la sua sperimentazione si estenderà al genere dottrinario, didascalico e allegorico qui si parla

ovviamente di un'altra opera in volgare che è il convivio (opera incompiuta, redatta dal 1304 al 1307, quindi

all'inizio della composizione della commedia, la composizione del convivio e l'inizio della commedia sono

contigue) è un trattato filosofico in forma di prosimetro (prosa più sonetti) partendo da delle canzoni Dante si

è addentrato in una serie di discussioni filosofiche, di natura aristotelica, tipiche del medioevo. Opera

incompiuta perché dovevano essere 15 libri ma Dante ne completerà solo 4.

La vita nuova prosimetro meno maturo rispetto al convivio perché nella vita nuova la prosa è ancora

subordinata alla poesia, mentre nel convivio la prosa diventa fondamentale per l'argomentazione filosofica, si

vede come la lingua prosastica viene piegata/lavorata da Dante perché ha una precisa intenzione

divulgativo-filosofica, per questo gli serve una lingua agile, duttile, tecnicamente valida per fare questa cosa.

In Dante ci sono anche opere in latino, il de volgari eloquentia, parla di trattatistica linguistico-teorica; le

epistole in latino, sono 13 (epistolografia: scienza delle epistole), la ripresa del filone bucolico, alcuni

t5rattati scientifici e tutta una serie di lavori in latino. Tutto questo per dire com'è composita la multiforme

sperimentazione tipologica (diversi tipi di letteratura) e linguistica. Quindi una sperimentazione lessicale,

stilistica e dottrinaria. Tutta questa serie di passaggi, tappe e ricerche sono la premessa necessaria per

arrivare al plurilinguismo (secondo elemento) che significa pluralità/varietà di registri linguistici ed

espressivi, di toni e di strati lessicali (plurilinguismo e sperimentalismo sono per Contini elementi

caratteristici di tutta la produzione dantesca e a maggior ragione sono gli elementi distintivi di tutta la

commedia, sottolineato da Contini perché questo elemento caratteristico di Dante è completamente opposto

22

alle caratteristiche di Petrarca caratterizzato da un assoluto monolinguismo e da un'assoluta unità di tono,

non ha mai delle variazioni linguistiche ed elementi di sperimentazione). Petrarca determina quella che è la

sua lingua. Frattura assoluta tra Dante e Petrarca. Parlare di pluralità di toni e di livelli linguistici diversi non

significa parlare solo di un elemento tecnico ma significa (così è stato interpretato dalla critica) come

capacità assoluta di rappresentare la varietà diversificata della realtà del mondo, cioè l'essere capaci,

adattabili ai diversi contesti che si descrivono, la commedia ne è un esempio perché si passa dal più basso

contesto, quello infernale, al più alto religioso e spirituale.

Una delle altre qualità basilari della personalità di Dante Alighieri consiste nella sua immancabile capacità di

riflettere teoricamente su quello che sta facendo, su quello che in quel momento sta facendo dal punto di

vista letterario poetico e così via. Queste riflessioni possono teoriche essere brevi cenni (liriche e sonetti) ma

possono anche assumere l'ampiezza di un trattato (in Dante troviamo delle pause di meditazione che si

traducono in un bilancio critico in una sua particolare fase letteraria e insieme rappresentano la sintesi di

quella fase letteraria e che assumono il livello di opera completa, quasi di trattato) e l'esempio sono la vita

nuova, il convivio, il de volgari eloquentia.

La vita nuova è una riflessione teorica collegata alla conclusione dell'esperienza stilnovistica, Dante fa il

punto della situazione su quello che lui ha scritto fa una scelta delle sue migliori liriche ne fa una sintesi di

questa sua prima fase stilnovistica. Il convivio è invece il tentativo incompiuto di riflettere sulla fase

filosofico-letteraria (seconda fase della maturazione intellettuale di Dante) e quindi tutti gli interessi

filosofico, allegorici, morali, letterari e dottrinali, il de volgari eloquentia invece è una riflessione

sull'esperienza linguistica, non solo sua, ma di tutta la storia letterale italiana fino a quel momento, Dante

nel de volgari eloquenti passa in rassegna le varie esperienze condotte fino a quel momento condotte in

volgare (siciliani, siculo-toscani, Cavalcanti, Guinizzelli) per cercare di stabilire a livello teorico quale

potrebbe essere la lingua migliore per l'espressione letteraria e poetica italiana. A livello teorico individua un

modello di lingua italiana. Anche tutti questi elementi conducono a una convinta e razionale (da parte di

Dante) scelta linguistica, razionale, motivata e ragionata che Dante fa è quella per il volgare con una

prospettiva assolutamente diversa da quella di Petrarca. Petrarca scriverà la maggior parte delle sue opere in

latino. Poesie che per Petrarca vorrebbero sembrare occasionali, la vera produzione intellettuale di Petrarca

vuole e deve essere in latino. Ritorno del latino come lingua magistrale.

Dante qualche decennio prima fa una scelta completamente diversa ed è grazie a questa scelta che Dante è

giustamente considerato il padre della lingua e della letteratura italiana, proprio perché ha fatto questa scelta

di ripercussione. Già nei primi anni dell'esilio Dante viene definendo le sue opinioni sul ruolo dell'uomo di

cultura, legate alla scelta linguistica, quindi la scelta linguistica e la sua definizione su quello che l'uomo di

cultura deve fare e deve essere sono e vanno di pari passo e portano al terzo elemento cioè alla definizione

del ruolo dell'intellettuale. Per Dante l'uomo di cultura è colui che deve avere un ruolo impegnato e attivo

nella società, un ruolo di guida morale e intellettuale, l'intellettuale di Dante non è un intellettuale distaccato

dalla società e dalla realtà, ma è un personaggio che nel bene e nel male, vive nella società, imbeve la propria

letteratura e la propria opera di problemi sociali del momento che sta vivendo. Se l'uomo di cultura deve

giocare questo ruolo, di divulgazione del sapere e di coscienza critica della società è chiaro che l'uomo di

cultura non può e non deve rivolgersi solo a una piccola parte della società, ma deve rivolgersi a tutti gli

uomini nobili d'animo! Ovvero uomini desiderosi di apprendere e quindi necessariamente la scelta dello

strumento di comunicazione con questi uomini dovrà essere adeguata a questo nuovo pubblico (ovvero

borghese) che non può o deve conoscere il latino quindi in volgare. Un volgare che nella pratica, contro il

profilo ideale che Dante aveva nel de volgari eloquentia, non è e non potrà essere modello sovra-regionale,

anche se non riuscirà mai a creare un volgare sovra-regionale e quindi userà il volgare illustre fiorentino

(dialetto fiorentino) su cui Dante innesterà una serie di elementi, anche in questo caso dimostrandosi un

assoluto e fantastico sperimentatore. Cioè nella commedia, in modo particolare, Dante si dimostra in grado di

costruire una lingua capace di soddisfare ogni esigenza espressiva (ritorno al concetto di plurilinguismo, un

elemento di comunicazione capace di adattarsi a qualsiasi esigenza). Per fare questo parte dal fiorentino e su

questa base lui ne arricchisce tutte le possibilità (tono umile a alto, basso e sublime) operando un ingente

immissione/arricchimento lessicale soprattutto attraverso l'uso dei latinismi (arricchisce la lingua fiorentina

derivando dalla lingua latina una serie di espressioni che usa lui per la prima volta) e inventandosi una serie

di neologismi. facendo questo costruisce un modello linguistico che è uno degli elementi principali che

porteranno la sua opera ala fortuna, successo del poema, era una lingua che per la sua duttilità riesce

immediata, comprensibile e facile a tutti. L'altro elemento è che Dante imporrà nella letteratura italiana, 23

come lingua letteraria, la lingua toscana (il fiorentino). Tutto questo legato e legabile al concetto del ruolo

dell'intellettuale. Dante definendo il ruolo dell'intellettuale definisce anche se stesso.

L'intellettuale ha il dovere di conoscere e insegnare le leggi etico-sociali che devono governare la comunità

degli uomini, indicare i valori necessari per una pacifica, civile e felice convivenza tra gli uomini. Questa

necessità di avere dei valori che regolino la convivenza è dovuta all'esperienza di lotte e guerre che ha

vissuto nella società di Firenze. Per Dante l'intellettuale è quello che deve “inducere gli uomini a scienza e

vertù” tratto dal convivio (richiamo a quello che Ulisse nel canto 26 dell'inferno dice ai propri uomini, è una

frase simile (gli elementi della conoscenza e della virtù sono per Dante imprescindibili). Il ruolo

dell'intellettuale è concepito come una grandissima responsabilità morale e culturale, Dante non può pensare

a un intellettuale che lavora solo per sé stesso, per la propria fama, per il proprio successo, per la propria

conoscenza e per il proprio uno e solo miglioramento. l'intellettuale deve migliorare se stesso ma se non

trasmette la sua conoscenza diventa morto, perché fine a se stesso e non serve a nulla, c'è una visione

altruistica di intellettuale che accresce se stesso per accrescere la società e per portare benefici alla società e

per diventare una guida e un punto di riferimento per la società.

Il volgare viene difeso e elogiato da Dante come mezzo indispensabile di comunicazione con il vasto

pubblico di illetterati (non conoscevano il latino), ma il volgare non viene esaltato, difeso e scelto solo per

questo ma Dante lo considera degno al pari del latino di diventare mezzo espressivo valido anche per

comunicare concetti alti come quelli poetici e filosofici. Uso del volgare sia come mezzo comunicativo

comprensibile a tutti sia come mezzo degno di essere usato. Il volgare è “la luce nuova/sole nuovo” per

Dante che può sostituire degnamente il latino. A questo obiettivo/consapevolezza Dante arriva parallelamente

con il suo immergersi negli studi filosofici, seconda e ancora terza fase. Immergersi nelle questioni morali gli

consente di forgiare una lingua che sia adatta e usabile per esprimere quello che vuole comunicare dal punto

di vista filosofico, teologico e morale. Tutti questi elementi e la loro riflessione partiranno dal de volgari

eloquentia, avranno sviluppo profondo e maggiore nel convivio e saranno oggettivamente realizzati nella

commedia.

Nella vita nuova la riflessione sulla lingua in quanto tale è ancora a un livello approssimativo, ad esempio nel

capitolo 25 della vita nuova, Dante dice: “Lo primo che cominciò a dire si come poeta volgare si mosse però

che volle fare intendere le sue parole a donna, a la quale era malagevole d'intendere li versi latini”. Nella vita

nuova abbiamo ancora una consapevolezza teorica bassa, non ancora particolarmente sviluppata, tant'è vero

che Dante giustifica l'uso della lingua del “si” perché altrimenti le donne non avrebbero capito quello che i

poeti dicevano. È l'inizio di quello che porterà alla piena consapevolezza nel convivio.

LA VITA NUOVA

È un insieme di rime giovanili che furono dedicate ad esaltare, secondo la maniera della stilnovo, la figura di

Beatrice morta nel 1290. Beatrice rappresenta la figura femminile nella quale Dante idealizza tutta la sua

esperienza amorosa ed è la stessa donna che nel paradiso le sarà guida nell'ascesa verso Dio. Non è solo pura

idealizzazione ma è anche una donna che svolge, dal punto di vista letterario, un ruolo ben definito di vera e

propria guida. Dopo la morte di Beatrice per onorarla raccoglie il volume, probabilmente tra il 1293-94, una

scelta di 31 liriche, scritte negli anni precedenti per Beatrice, dedicati a questa figura di donna. Nella vita

nuova raccoglie le liriche e le collega una con l'altra, creando un percorso, le collega con una narrazione in

prosa (totale 42 capitoli) e in questa prosa Dante spiega l'occasione che ha determinato la scrittura di queste

liriche, spiega le vicende che hanno accompagnato la stesura di queste liriche fornendo al lettore una

spiegazione sulla loro struttura. C'è anche subito dopo le liriche una spiegazione tecnica, teoria della lirica,

spiegazione della stessa lirica. La struttura dell'opera si può considerare nuova per la letteratura italiana ma

ha precedenti nella tradizione latina. Questa stesura è un prosimetro.

La bellezza di quest'opera consiste nel fatto che non è un semplice mettere insieme le liriche e costruirci

intorno un contorno, ma la bellezza sta nel fatto che Dante la fa diventare una sorta di biografia spirituale

(attraverso il racconto del suo rapporto d'amore contrastato racconta e costruisce la sua più grande

bibliografia, di come lui si è evoluto interiormente) spiegando anche perché e come la figura di Beatrice

parte da una definizione assolutamente stilnovistica e poi diventa quello che sarà nella divina commedia, il

finale della via nuova è assolutamente fantastico perché c'è una sorta di premonizione involontaria di quello

che poi lui costruirà nella divina commedia, che ha Beatrice come figura centrale.

La costruzione di questa autobiografia Dante la struttura come tono nella dimensione della memoria, come se

scrivesse un diario a postumi. 24

20/03

Vedi scheda "La vita nuova" di Dante Alighieri

I) incipit della vita nuova (prima parte su fotocopia) → è importante perché apre al lettore la dimensione

della vita nuova come racconto di un'esperienza spirituale, quindi di crescita.

Diversi aspetti della vita nuova: da un certo punto di vista è quasi un romanzo perché racconta una vicenda

sentimentale. Dal punto di vista tecnico è un prosimetro (unione tecnica di lirica e prosa → prosa introduce

la lirica spiega il contesto in cui questa lirica nasce e poi successivamente alla lirica che occupa la maggior

parte dei capitoli tecnicamente spiega come è strutturata questa lirica, quindi ha una funzione sia introduttiva

sia esplicativa, dal punto di vista proprio della tecnica poetica). Da un altro punto di vista è un diario

spirituale di un autore che è consapevole che quella particolare vicenda esistenziale descritta nella vita nuova

è stato un percorso di crescita spirituale. Quindi la Vita Nuova potrebbe essere paragonata anche al

Canzoniere di Petrarca che anch'esso è un diario spirituale, in cui al centro ci sta l'io ipertrofico di Petrarca.

Qui l'io ipertrofico di Dante c'è sicuramente, ma forse ha un ruolo maggiore Beatrice rispetto a Laura del

Canzoniere, perché Beatrice è la protagonista più di quanto lo sia Laura nel Canzoniere. Nell'incipit Dante

pone l'accento su tutta una serie di questioni importanti che servono a dare una prospettiva esatta in cui

inquadrare quest'opera. Il primo elemento è quello della memoria: "in quella parte del libro della mia

memoria" che da una scansione temporale, sta raccontando qualcosa del suo passato e quindi sta facendo il

punto della situazione su qualcosa che l'ha condizionato. Poi viene usata la metafora della memoria "come se

fosse un libro" → topos e metafora tipicamente medievale che sottolinea importanza della memoria

paragonandola a un oggetto prezioso, infatti siamo nel Medioevo, come poteva esserlo un codice, un

manoscritto. Quindi la metafora della memoria come se fosse un libro e questa immagine del libro ha valore

nel senso di conferire preziosità alla memoria ma ha anche la finalità di finalizzare l'elemento diaristico: nel

libro c'è scritto il mio diario, io vado a pescare nella mia memoria, estraggo da questo libro gli elementi e le

vicende che ritengo significativi per farvi vedere ciò che mi è successo e come sono cambiato.

Quest'immagine/metafora della memoria come libro ritorna nella vita nuova più e più volte ed è molto

utilizzata nel medioevo.

È una scansione temporale: nella parte iniziale del libro della sua memoria prima della quale poco si

potrebbe leggere perché poco lui si ricorda → è un riferimento specifico alla gioventù, io vi racconto una

parte della mia gioventù prima della quale poco potrei raccontarvi perché c'è poco da raccontare dato che

della puerizia/infanzia poco mi ricordo → con questa perifrasi identifica proprio la gioventù, identifica con

questa perifrasi lo spazio, la cronologia della gioventù. Si trova un titolo/parte/sezione (=rubrica) la quale

dice "Incipit Vita Nova" → il testo è ovviamente scritto in volgare e nelle fasi successive vedremo che ci

sono però degli elementi, inserti in latino. In genere gli inserti in latino sono in questo caso o per identificare

l'opera dandole importanza, attribuendole un titolo in latino, oppure sono quelle parti in cui parlano diversi

personaggi, come ad esempio il dio amore. Sotto questa sezione che abbiamo identificato come essere la

giovinezza , in cui Dante si presta a raccontare le vicende relative all'amore per Beatrice, Dante trova scritto

le parole che intende trascrivere nel suo libro ("libello" → Vita Nuova) e anche se non riporterà

pedissequamente e fedelmente tutto quello che è successo in questa fase della sua vita riporterà tutte le cose

importanti oppure in alcuni casi riporterà almeno il loro significato ("sentenzia"). Sentenzia → anche questo

termine insieme a memoria, libro, rubrica.. è una parola chiave che fa capire al lettore che questo diario,

questo racconto dell'esperienza di Dante d'amore con Beatrice non è una cronaca di fatti successi, ma è

qualcosa che ha sentenzia, cioè ha un significato importante per la vita di Dante ma anche per tutti coloro che

vivono un'esperienza d'amore, quindi quei fedeli d'amore identificati come elemento portante all'interno dello

stilnovo come esperienza d'amore. Quindi la Vita Nuova è un momento importante nell'evoluzione dantesca

e proprio il rapporto alla volontà dichiarato in questo primo capitolo di capire e di cogliere il significato di

questa esperienza. Dante molto spesso ha delle fasi teorico-riflessive (teorico per quanto riguarda la sua

opera poetica, mentre riflessive per quanto riguarda la sua esperienza individuale) in cui fa il punto della

situazione: Dante è lui il primo a dividere la sua vita in quelle che lui considera delle tappe essenziali, tappe

essenziali non vuol dire soltanto concludere un'esperienza come in questo caso che si riflette su un'esperienza

che è conclusa, ma aprire una prospettiva per il futuro e Dante usa questi momenti riflessivi come snodi,

capisce di essere arrivato alla fine di un percorso e capisce di dover trarre il succo da questo percorso per

poter ripartire verso un'altra prospettiva.

Quindi il ripensamento del proprio passato per Dante si configura come una verifica e un bilancio con il

tentativo di riscoprire il senso dell'esperienza vissuta, quindi non è un diario da intendere come un rimpianto

25

o abbandono nostalgico verso il passato, ma è un diario che vuole avere un atteggiamento critico e riflessivo

e questo sia dal punto di vista esperienziale, sia da un punto di vista artistico. Dante (che in questa fase nel

92, 93, 94 ha già una notevole produzione lirica → il fiore attribuito a Dante o altre liriche che ha scritto

inserisce nella Vita Nuova) fa una selezione e già il fatto di fare una selezione implica un atteggiamento

critico nei confronti della propria opera, seleziona il meglio e questo aiuta a far capire al lettore la linea

coerente e organica del percorso lirico di Dante. Su questo meglio del percorso lirico Dante innesta

l'elemento prosastico: la prosa gli serve anche per confermare e sottolineare gli elementi lirici.

Quindi quest'opera non può e non deve essere confusa come un semplice diario e cronatistico giovanile

perché non privilegia solo frammento lirico, ma intende dare a ogni momento vissuto da Dante in questa fase

uno spessore simbolico e una valenza universale.

La valenza universale è la grandezza di quest'opera. Significa che quello che succede a Dante può valere per

tutti gli uomini. Non è un'esperienza meramente autoreferenziale o personale, bensì diventa una sorta di

esempio che vale per tutta l'umanità. La grandezza di Dante sta proprio in questo, cioè nel fatto che Dante sia

riuscito a dare una dimensione universale a tutte le sue opere, pur parlando di sé (a parte ovviamente trattati

scientifici, de vulgari eloquentia, il monarchia, in cui fa ragionamenti politici, scientifici...), nelle opere in cui

Dante parla di sé (la Divina Commedia è sostanzialmente un'opera in cui Dante parla di sé, del proprio

percorso iniziatico, anche a queste opere lui riesce a dare un valore universale ed è questo l'elemento che

secondo Goethe (che fa il critico e riflette sulla letteratura) è questo l'elemento che rende immortale un'opera.

Le opere teatrali di Shakespeare sono immortali proprio perché raccontano delle vicende che diventano

paradigmatiche di tutte le vicende dell'uomo e lo stesso vale per Dante. Il livello di universalità che Dante dà

alle sue opere è maggiorato dal fatto che Dante dà anche un valore simbolico, questa sua esperienza diventa

simbolo di un percorso di miglioramento interiore e morale e questo Dante lo fa capire inserendo all'interno

del testo tutta una serie di elementi simbolici. Basta citare per esempio il significato che già all'interno della

Vita Nuova Dante attribuisce ad esempio il numero 9, la Divina Commedia ha tutta una serie di elementi

numerologici che hanno valore simbolico. Anche nella Vita Nuova ci sono questi elementi. Col numero 9 ad

esempio lui apre il II capitolo e all'interno di tutta l'opera verrà ripetuto per ben 15 volte. Insistere su questo

elemento significa dare un valore simbolico alla persona a cui si riferisce. Il numero 9 riferito alla vita di

Beatrice sta a indicare il divino, preannuncia il destino divino di Beatrice. Dante non lo usa a caso: sa

benissimo che per lui e per il lettore medievale è simbolo della missione redentrice di Cristo sulla terra

quindi significa traslare su Beatrice, anche se in tono minore rispetto a Cristo, la missione di redimere l'uomo

con le sue parole, gesta.

Contesto dell'opera

Composta in anni di gravi disordini, guerre a Firenze. Quindi questa Firenze percepita da Dante sembra

essersi smarrita e persa rincorrendo le lotte che dividevano partiti, fazioni, famiglie. È una Firenze che pare

aver smarrito la sua prospettiva ideale, ha perso il "centro di gravità permanente", ha perso il proprio

centro, la propria guida, la propria prospettiva e il fatto che Beatrice muore assumerà quindi non solo una

valenza fondamentale per l'evoluzione interiore di Dante (Beatrice che diventa guida spirituale di Dante), ma

come vedremo anche nel capitolo dedicato alla morte di Beatrice ha anche un risvolto politico, come se la

stessa Firenze, quindi non solo Dante, avesse perso la propria guida e anche questo dà un elemento di

universalità → Dante non è una monade isolata all'interno della città fiorentina e Beatrice non è un punto di

riferimento solo per lui, è un punto di riferimento per lui ovviamente, ma è anche un riferimento etico e

morale per tutta la città. Quindi la morte di Beatrice è simbolo di una grave crisi non solo per Dante ma

anche per la stessa Firenze. Quindi Dante nella Vita Nuova in un certo senso vuole ritrovare quella che è la

guida smarrita → vuole indicare Beatrice come questa guida e anzi vuole indicare il fatto che nonostante sia

morta, anzi proprio grazie al fatto che sia morta Beatrice diventa guida sia di Dante e di Firenze a un livello

superiore, questo perché in modo più consapevole infatti Beatrice può diventare il faro di verità e giustizia

che Firenze sembra aver smarrito. Questo discorso è sotteso al testo, non è dichiarato, ma traspare. Quindi in

questo discorso facendosi politico o civile, Dante lo sottende a tutta la discussione che lui all'interno del testo

della Vita Nuova fa sulla problematica della lirica d'amore. Quindi qui si ritorna all'aspetto di riflessione:

all'interno dell'opera, raccontando la vicenda d'amore con Beatrice e raccontando cosa Beatrice rappresenta

per sé e per Firenze, Dante è come se chiarisse la propria posizione relativamente alla poetica stilnovistica

perché quest'opera si ricollega alle teorie dell'amore mistico. Si ricollega alle teorie dell'amore mistico perché

Beatrice dopo la morte si trasforma da amore carnale (anche se platonico) in prefigurazione dell'amore 26

mistico e la storia edificante di Beatrice richiama tutta quella tradizione che si era oramai formata di

agiografia francescana di donne sante. C'era una tradizione geografica francescana che esaltava la vita di

certe donne che erano diventate o avevano trasformato la loro vita in una vita di santità e il significato che

viene dato alla vita di queste donne nell'agiografia francescana (La voce agiografia francescana offre una

panoramica sul fenomeno della primitiva letteratura biografica dedicata a san Francesco d’Assisi che iniziò

dalla fine degli anni ‘20 del XIII secolo e durò più di un secolo) è quella di essere con la loro vita un esempio

di salvezza. Dante nel ricostruire il percorso di Beatrice riprende questa tradizione/filone. Si rifà a questo

filone dell'agiografia francescana femminile e trasforma Beatrice in un elemento di salvezza, trasformandola

in oggetto di amore mistico. Questo significa che in realtà però il romanzo ha una trama abbastanza

semplice, scarna, proprio perché l'attenzione non è tanto sugli eventi, ma l'attenzione maggiore è

sull'elemento simbolico di questi eventi. Quindi dal punto di vista della trama non abbiamo un granché, ma

c'è comunque una trama, data dai primi incontri di Beatrice (in tutto 2), è data dal saluto beatificante della

donna che segna il passaggio alla fase successiva, il saluto apre una strada nuova, poi, terzo elemento della

lode di Beatrice e alla fine la sua morte. Queste sono le 4 grandi scansioni all'interno della Vita Nuova, poi ci

sono tutta una serie di avvenimenti secondari (per esempio quello del gabbo), però la trama sostanzialmente

non è particolarmente articolata. Tutti questi elementi citati sono trasformati da Dante in segni della

predestinazione di Beatrice lei è predestinata a diventare un soggetto divino e per Dante Beatrice diventa il

mezzo per praticare una faticosa scoperta della verità divina, diventa un mezzo per avvicinarsi a dio.

II) All'inizio dante ci racconta di aver incontrato Beatrice a 9 anni e quindi questo è già il primo 9, racconta

che la incontra vestita di rosso e che è simile a un angelo soave che fin da subito signoreggia (dominare) nel

senso cortese del termine l'animo di Dante, quindi ne prende possesso. Quindi abbiamo dei precisi echi

stilnovistici nella descrizione di questo primo incontro e soprattutto cavalcantiani soprattutto nel momento in

cui Dante cita teoria degli spiriti (riferimento preciso a cavalcanti) e compaiono già in questo primo incontro

alcuni elementi ripresi e sviluppati nel seguito dell'opera e che contribuiscono a costruire l'atmosfera di

sacralità che fin da subito identifica Beatrice, come per esempio la simbologia numerica: insistere sul

numero 9 già al primo incontro significa già dare una simbologia sacra, attribuire una personalità sacra a

questa donna. Inoltre c'è anche la scelta del nome e Dante infatti insiste anche su questo, ovvero la scelta del

nome è anche questo un elemento simbolico: Beatrice è fonte di beatitudine. Altro elemento che troviamo

nel secondo capitolo e che è importante è la corrispondenza, il collegamento che Dante opera tra amore e

ragione è importante perché è un elemento che differenzia Dante dallo stilnovo e soprattutto da Cavalcanti:

Dante ha una concezione di amore come forza razionale. L'amore è una forza che viene placata dal consiglio

della ragione. Quindi creando questo collegamento Dante crea una nuova armonia tra amore e razionalità.

Amore e razionalità che quindi si oppone completamente alla definizione cavalcantiana di amore come forza

irrazionale, oppure che si oppone a quella identità di amore e follia che era sostenuta da molti teorici e

moralisti medievali. Quindi in un certo senso si rientra nell'ambito della riflessione. Dante nello stesso

momento riconosce Cavalcanti come maestro e come qualcuno che l'ha introdotto nella mentalità stilnovista,

ma subito se ne discosta creando una propria linea personale di stilnovismo, un proprio modo personale di

intendere quella teoria d'amore e quella concezione di amore in cui proprio Cavalcanti l'ha introdotto.

"Già 9 volte subito dopo la mia nascita era ritornato il cielo della luce". Il cielo della luce è il cielo del sole

→ secondo il sistema tolemaico (su cui poi Dante costruirà la cosmogonia della Divina Commedia) era il

quarto cielo a girare intorno alla terra.

Già per nove era passato il cielo della luce = erano passati nove anni → senso di questa lunga perifrasi.

Era tornato quasi a un medesimo punto = non aveva ancora compiuto 9 anni, ma stava per compierli.

Quanto alla sua propria grazione = si stava compiendo quasi anche il nono anno, siamo quindi nella

primavera del 1274 → nasce nel 1265 e sta per compiere 9 anni.

L'incipit di questo primo capitolo, questo insistere su questa perifrasi astronomica o astrologica per

identificare l'anno in cui si verifica questo primo incontro (poteva dire l'anno e basta, invece fa tutto il giro di

parole per dire che stava per compiere 9 anni), dà l'impressione di essere un trattato quasi scientifico,

cosmologico → il tono è e rimane molto alto. Poi è vero che c'è anche l'elemento poetico, tutta questa

perifrasi, infatti, per arrivare a dire nove anni dal punto di vista retorico dà altezza e poeticità al testo, però

Dante insiste molto anche sugli elementi scientifici della definizione dei momenti e questo proprio per dare

maggiore autorevolezza al testo. 27

"Quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente" → qui l'elemento importante sono

gli occhi: certo c'è l'apparizione come se fosse una visione angelica, ma la cosa importante dal punto di vista

stilnovistico e cortese sono gli occhi perché attraverso gli occhi passa quell'immagine che poi arriva al cuore.

Apparve prima = apparve per la prima volta

"gloriosa"→ la chiama già gloriosa, Dante scrive nel momento in cui Beatrice è già morta, quindi si riferisce

alla condizione nel momento in cui Dante scrive di Beatrice, quindi una Beatrice già morta e accolta nella

gloria di Dio, quindi ha già assunto la sua piena funzione angelica.

"donna" → anche qui si ritorna al significato primordiale di questo termine, cioè signora, padrona,

dominatrice della mia mente, non significa solo donna che sta nella mia mente, ma essere entità che domina

la mia mente.

"chiamata da molti"--> sembra quasi che Beatrice non sia il suo vero nome, sembra quasi che, e forse era

l'impressione che Dante voleva trasmettere, che Beatrice sia il nome attribuito a questa donna proprio in

funzione della beatitudine e della grazia che questa donna dona a chi la incontra e la vede.

"li quali non sapeano che sì chiamare" →i quali non comprendevano il valore di questo nome. Quindi il

secondo elemento simbolico, oltre all'elemento simbolico numerico, è quello del nome: Beatrice ovvero colei

che porta beatitudine.

2- qui ricomincia una lunga perifrasi per ri-identificare l'età di Beatrice (prima ha identificato la sua di età

dando una nozione cronologica, mentre ora identifica l'età di Beatrice).

"ne lo suo tempo"=nella sua vita

Quindi anche qui per indicare l'età di Beatrice fa un forte riferimento astronomico: questo deriva anche, oltre

voler dare un tono alto scientifico e importanza retorica e poetica, ci rimanda alla credenza medievale e

dantesca secondo la quale la vita degli uomini era strettamente legata agli astri sotto i quali nascevano questi

uomini e queste donne → con fatto riferimento alla terzina del paradiso di Dante in cui Dante stesso rimarca

il fatto che è nato sotto la costellazione dei gemelli e proprio questo fatto ha fatto sì che crescesse in lui

genio, abilità poetica.. quindi c'è anche l'elemento di forte collegamento tra il destino, la vita degli uomini,

come gli esseri umani sono e come diventeranno con la costellazione, con il momento astrologico in cui sono

nati.

"lo cielo stellato era mosso verso la parte d'oriente de le dodici parti l'una d'un grado" → nozione

astronomica che significa che il cielo delle stelle fisse che è un altro dei nove cieli che girano intorno alla

terra aveva ruotato da occidente a oriente la dodicesima parte di un grado. Si riteneva che il cielo delle stelle

fisse si spostasse verso oriente di 1 grado ogni secolo. Quindi 1 grado = 100 anni, la dodicesima parte di 1

grado, quindi la dodicesima parte di 100 anni, corrisponde a 8 anni e 4 mesi. Quindi tutto questo giro di

parole per dire che nel momento in cui l'ha incontrata per la prima volta anche Beatrice era all'interno del

nono anno, quindi aveva 8 anni e 4 mesi. Subito dopo dice "Sì che quasi dal principio del suo anno nono

apparve a me" → seconda citazione del numero nove.

"ed io la vidi quasi da la fine del mio nono" → terza citazione del numero 9.

Quindi si incontrano entrambi all'interno del loro nono anno di vita: Dante sta per compiere il nono anno,

mentre Beatrice lo ha appena iniziato. Sono più o meno coetanei.

"Apparve vestita di nobilissimo colore", "sanguigno", perché il rosso è il colore proprio dell'alta dignità,

color porpora e la porpora per antonomasia attribuisce dignità a chi la porta (per esempio cardinali o

imperatori per sottolineare la dignità del loro ruolo). L'ambiguità però di questo colore che è anche il colore

del sangue. È come se Dante presentasse Beatrice già nella prospettiva di quello che è il suo destino di morte

terrena, cioè del fatto che dovrà morire nel 1290. "nobilissimo colore umile e onesto" = modesto e dignitoso.

C'è una sorta di doppia presenza di questo colore: da un lato è il colore dell'altissima dignità, dall'altro,

probabilmente anche per come Beatrice riesce a portarlo, È un colore che le attribuisce umiltà, portato in

modo modesto e dignitoso. Umile, onesto, modesto e dignitoso sono termini stilnovistici → ripresa messa in

prosa di una terminologia stilnovistica.

sanguigno --> quindi è un colore rosso scuro. Il rosso sanguigno quindi, a parte il termine sanguigno che

richiama il sangue, era generalmente attribuito non solo alla nobiltà ma anche al lutto, quindi c'è sempre

questa ambivalenza nella presentazione.

"Cinta" --> la veste era chiusa da una cintura preziosa. La cintura tra l'altro era un elemento importante

dell'abbigliamento dell'epoca perché dava tono, dignità e grazia, conferiva dignità alla donna che la portava.

28

Beatrice ha degli elementi che la mettono al di sopra delle altre donne, ma si presenta come le altre: è

talmente umile che non tende a discostarsi, a sottolineare qualche aspetto della propria personalità o del

proprio fisico rispetto alle altre. C'è questa preminenza, ma pur mantenendosi all'interno delle cose dignitose

della sua età.

"in quel punto" = in quel momento

"dico veracemente" = dovete credermi perché ve lo dico con verità

Spirito della vita → Dante si rifà alla dottrina scolastica che prevedeva che all'interno dell'uomo ci fossero 3

spiriti ognuno dei quali presiedeva a determinate funzioni (infatti Dante adesso li elencherà tutti e tre):

spirito vitale/della vita → spirito che presiede i sentimenti. Questo spirito vitale che dimora nella

segretissima camera del cuore cominciò a tremare così forte che questo suo tremore (tremore, termine

stilnovistico e soprattutto cavalcantiano) appariva nei minimi polsi, quindi appariva forte dove generalmente

le pulsazioni del cuore si sentono ma sono deboli, cioè nel polso. Anche nel polso, dove in genere le

pulsazioni del cuore sono deboli, il tremito di questo spirito appariva forte, quindi il polso tremava forte in

modo da incutere paura.

"orribilmente" = in modo che faceva paura.

Il tremito è quindi termine cavalcantiano, ma nella terminologia d'amore il tremito era una delle

manifestazioni dell'innamoramento: quando uno si innamorava cominciava a tremare.

"e tremando disse queste parole" → viene ribadito e sottolineato nuovamente quest'effetto del tremare. Lo

spirito della vita disse "ecco un Dio più forte di me che arriva e che mi soggiogherà".

"In quello punto" = in quel momento, quasi contemporaneamente, si passa al secondo spirito che gestisce,

presiede e domina la vita degli uomini, quindi viene ripresa tutta la teoria cavalcantiana non solo scolastica

ma anche degli spiriti che gestiscono il corpo, le sensazioni e le vicende umane.

spirito animale → è il secondo dopo lo spirito vitale e dimora nel cervello.

Spiriti del viso → spiriti della vista, esso dice "ecco che è apparsa la beatitudine vostra" e parlando agli

spiritelli della vista è chiaro che si riferisce all'apparizione, a qualcosa che si vede: appare, ecco che si

manifesta la vostra beatitudine, quello che renderà il piacere agli occhi.

Gli spiriti parlano in latino, questo per nobilitare questa entità e per dare loro autorevolezza.

Contemporaneità di eventi che occupano e che mettono in moto i tre spiriti, in quel momento,

contemporaneamente infatti appare il terzo degli spiriti:

spirito naturale → ha sede nello stomaco, fegato, nella parte che gestisce il nutrimento, è la parte più fisica

dell'entità umana. Cominciò a piangere e disse queste parole: "Ahimè, misero, d'ora in avanti sarò spesso

impedito, cioè ci sarà qualcosa che impedirà il mio normale funzionamento, mi provocherà dei sobbalzi".

Ciascuno dei tre spiriti dice quindi una frase in latino.

"sì tosto a lui dispensata"= intimamente unita a lui

"vertù" = potere

occhi, cuore, cervello e immaginazione → questo è il percorso dell'amore. L'immaginazione ovviamente è

costantemente rivolta all'amata.

"Che me convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente", essendo in così stretto rapporto con amore

dovevo, avevo l'obbligo, sentivo la necessità di fare tutto ciò che amore mi diceva di fare.

La seconda citazione in cui si riferisce a Beatrice, oltre a "gloriosa", è "angiola" un elemento sovrannaturale

che viene riferito a Beatrice. È uno stilnovismo puro.

Citazione di Omero che Dante fa in modo indiretto perché Dante non poteva conoscere il testo di Omero

direttamente dal greco, quindi probabilmente Dante conosceva testi o parti di testi di Omero dalle citazioni di

altri autori latini, quindi lo conosceva in latino e non interamente, ma a stralci, cioè quelle parti che potevano

essere state citate in altri testi latini. Qui pare che questa citazione sia presa da un testo che si trova in un

codice/scritto di Alberto Magno e si pensa che si riferisca (è una citazione trasformata, non è una traduzione

letterale) a un passo relativo a Ettore nel 24esimo dell'Iliade.

"avegna che"= benché

"E avegna che...utile a udire" → è l'ultimo riferimento di questo secondo capitolo che è importante perché

qui Dante esprime, esterna, chiarisce quella che è la sua concezione d'amore, ed è una concezione diversa,

più moderna, quasi 700 nel suo illuminismo, che prevede un amore regolato, ammansito, a stretto contatto

con la ragione, la quale deve regolamentare quelle che sono le pulsioni più estreme dell'amore, cercando di

renderlo ragionevole. È evidente che il primo accostamento che viene fatto è amore legato a nobilissima virtù

e questo accostamento dà all'amore una prospettiva rispettosa e virtuosa.

È una virtù che: "nulla volta sofferse"= non consentì mai. "lo fedele"= il fidato. 29

3- È un amore sempre che magari ha la tentazione di trasformarsi in passione irrazionale come quella di

Cavalcanti ma che nel caso di Dante viene sempre riportato a una razionale lucidità → razionale lucidità non

diminuisce la densità sentimentale, ma consente a Dante di viverlo in modo positivo, propositivo, non

depressivo, come ad esempio può viverlo Cavalcanti.

4- E poiché soffermarsi a descrivere le passioni e gli atti tipici della gioventù (si parla infatti di un Dante e di

una Beatrice giovani) può sembrare che si stia andando a recuperare delle favole tipiche della gioventù

oppure di andare a recuperare una dimensione favolosa di questo amore

5- dato che può sembrare "fabuloso", non mi soffermerò sulle vicende successe durante questi anni.

6- e tralasciando molte cose che si potrebbero trascrivere come modello ed esempio di quanto succede

durante la gioventù.

7-Il finale di questo capitolo riprende la dimensione e il tema della memoria. Quindi Dante dice che lui ci ha

accennato quello che successe in questo periodo, ma non si sofferma troppo perché parlare della passione

giovanile può sembrare favoloso e si sposterà in una fase più matura, cioè quando avviene il secondo

incontro importante con Beatrice e questo secondo incontro importante con Beatrice avviene (guarda caso)

dopo 9 anni, quindi nel diciottesimo anno dalla nascita di Dante e Beatrice. In questo secondo incontro

cambia il fatto che Dante finalmente qui riceve il saluto.

Le immagini che seguono sono gli episodi più significativi della vita nuova SULLE SLIDE.

La fortuna di Dante è sempre stata una fortuna alterna perché è sempre stato riconosciuto nel modo più

assoluto il più grande poeta della tradizione italiana, però ci sono stati tutta una serie di periodi, un lungo

corso di secoli durante i quali Dante veniva formalmente riconosciuto come il più grande, ma meno se ne

parlava meglio era perché il modello di riferimento non era più Dante, ma era per esempio Petrarca. Quindi

la fortuna di Dante è stata una fortuna a fase alterne.

Ad esempio, nel 700 Dante non era particolarmente apprezzato perché nel 700 illuminista e razionalista

attribuiva al medioevo e quindi anche a Dante come unico esponente del medioevo un'oscurità e

l'appartenenza a un periodo buio che il 700 illuminista e razionalista non poteva apprezzare. Nonostante

Boccaccio sia stato il primo grande lettore critico di Dante, dal 400-500 diventa Petrarca il modello per

quanto riguarda la poesia. Nel 600 barocco l'irregolarità della forma barocca della lirica e della poesia e

quindi anche della lingua, delle metafore, di tutte quelle forme retoriche tipiche della prosodia barocca,

sicuramente non apprezzavano la regolarità (regolarità nella varietà) di Dante.

Il vero mantenimento dell'esperienza dantesca ci fu grazie all'accademia della crusca, cioè quell'accademia

che dal 600 in avanti cercò di trovare gli elementi regolari della poesia lirica italiana, di trovare dei modelli

alti nella poesia lirica italiana e nella lingua, identificabili chiaramente in Dante. Però proprio dal punto di

vista dell'operatività poetica, Dante, sì è riconosciuto come maestro, ma poi "facciamo in un altro modo".

Il mito di Dante torna veramente solo nell'800 per tutta una serie di motivi → perché l'800 risorgimentale

perché riconosce in Dante uno dei primi fautori della libertà poetica italiana, perché l'800 risorgimentale

apprezza l'aspetto politico-ideologico di Dante e perché finalmente anche dal punto di vista della pratica

poetica si torna alla purezza della lingua di Dante, almeno come modello se non come terminologia.

Anche dal punto di vista storico-artistico, cioè figurativo, Dante nell'800 torna a essere uno dei soggetti più

rappresentati e questo lo si vede in modo particolare in Inghilterra: in Italia ovviamente c'è, ma ha un

particolare sviluppo anche in Inghilterra, cioè in quell'Inghilterra dell'800 che in modo pieno e libero scopre

nell'Italia la patria della bellezza artistica, poetica, paesaggistica... questo fenomeno era cominciato già nel

tardo 600 col Grand Tour, ma che matura pienamente nell'800, l'800 ha una visione anche un po' stereotipata,

perché anche gli stereotipi in Italia cominciano nell'800 e quindi c'è tutto un pacchetto di immagini dell'Italia

che nel bene o nel male, nella verità o nello stereotipo, però diventa un immaginario comune degli stranieri

nei confronti dell'Italia.

Quindi c'è l'Italia di coloro che appena dici una parola ti accoltellano, oppure degli italiani vigorosi,

passionali però la parte più alta di questo immaginario riguarda la bellezza paesaggistica, purtroppo oggi 30

perduta, dell'Italia e soprattutto l'Italia come bacino fondamentale, irrinunciabile a cui bisogna

necessariamente attingere per le arti figurative e per la poesia.

Nello specifico si parla di: preraffaelliti → corrente tardo ottocentesca inglese che si rifà da un punto di vista

ideale, teorico alla purezza delle immagini e della parola prima di Raffaello (preraffaelliti) → secondo loro

da Raffaello in poi la bellezza figurativa o poetica diventa un po' rigida e accademica, non così spontanea e

pura come era prima. Questi preraffaelliti, quindi, in modo particolare, rifacendosi alla purezza tardo

medievale rivalutano la figura di Dante e anche la biografia dantesca e quindi Dante diventa un importante

soggetto pittorico → sia Dante che le sue vicende, sia politiche sia sentimentali, Dante come campione anche

di una spontaneità e purezza sentimentali che questi poeti vanno a ricercare.

Qui ci sono alcune immagini di questi poeti:

H. Holiday "Dante e Beatrice" 1883

Si riferisce al secondo (quello di 18 anni) incontro di Dante con Beatrice. Beatrice, come viene descritta nella

Vita Nuova, in questo secondo incontro è vestita di bianco ed è accompagnata da queste due altre donne.

Quindi viene raffigurato e descritto il gruppo stilnovistico per eccellenza, cioè la donna amata e angelicata

inserita in un contesto di altre donne sulle quali la donna angelicata emerge. Qui, a parte la bellissima

rappresentazione di Firenze, la caratteristica di Beatrice che viene enfatizzata dal colore della sua veste, è il

fatto che sia l'unica che non guarda Dante e quindi c'è questa sorta di ritegno, modestia e purezza che la

contraddistingue, a differenza della donna in parte a lei vestita di rosso. Molto più dignitosa è l'altra donna

vestita di blu che lo guarda senza fare tutti quei contorsionismi come quella vestita di rosso. Sempre

riferendosi all'ambiguità cromatica, chiaramente qui il bianco è sinonimo di purezza, il rosso (che abbiamo

detto che è la porpora, dignità ecc..) è anche però il colore della lussuria e infatti lo sguardo che la rossa dà a

Dante non ha niente di particolarmente puro.

Rossetti --> massimo esponente preraffaelita inglese

D.G Rossetti "Dante incontra Beatrice" (1855)

Il titolo è "Dante incontra Beatrice", ma sembrerebbe più corretto non riferirlo forse al secondo incontro tra

Beatrice e Dante, ma magari per esempio quello del gabbo di Beatrice → situazione in cui Beatrice prende in

giro Dante all'interno di un contesto matrimoniale, una festa di matrimonio in cui Dante fa una figuraccia e

quindi Beatrice lo prende in giro. Dante dà quasi l'idea di essere spiritato nel momento in cui vede Beatrice a

questa festa, quindi perde la padronanza dei suoi spiritelli.

Gruppo di donne vestite tutte uguali, quindi c'è una caratterizzazione cromatica di Beatrice.

D.G Rossetti "Il saluto di Beatrice" (1859)

Questa sembrerebbe più quasi una rappresentazione sacra.

È riferibile al secondo incontro in cui finalmente Beatrice saluta Dante, quindi il rapporto tra i due fa un salto

di qualità perché il saluto prevede tutta una serie di conseguenze. Mentre Holiday ha una dimensione molto

realistica, Rossetti ha poco di realismo: la cornice che contiene le immagini è assolutamente priva di realtà.

Rossetti "Morte di Beatrice"

Sempre le due ancelle accompagnano Beatrice che in questo caso è morto. Presenza dell'angelo che lascia

intendere che Beatrice va in paradiso e entra nella dimensione divina. Dante sempre vestito di rosso ma

contristato da questa palandrana nera. È una tipica preferenza dei preraffaelliti quella delle donne dai capelli

rossi → salto estetico non indifferente, la Laura di Petrarca e l'immaginario che ne consegue nei secoli è la

donna bionda. Le donne cominceranno a entrare nell'ideale estetico nel momento in cui cominceranno a

essere delle eroine cattive, in contrapposizione alle bionde. La bionda nel romanzo ottocentesco è l'eroina

buona e ingegna, mentre la mora è la perfida. Con i preraffaelliti entra nell'immaginario la donna dai capelli

rossi che dal punto di vista estetico loro prediligono e questa ne è la dimostrazione. 31

Rossetti "Beata Beatrix" (1864)

Uno dei quadri più belli dell'esperienza preraffaellita in cui c'è questa Beatrice estatica, perché è post-morte o

comunque vicina alla morte. Non si capisce bene se è una Beatrice che sta per morire in una visione statica,

mistica, o se è una Beatrice successiva alla morte. C'è però una dimensione spirituale sicuramente molto

forte. In questa sorte di Beatrice che sembra una madonna, che ha l'atteggiamento mistico della madonna,

non c'è solo dimensione estatica, ma c'è anche una dimensione di sensualità molto forte. I capelli rossi

enfatizzano l'aspetto sensuale, così come le labbra, in questo caso, di Beatrice che non denotano purezza:

sono conformate e disegnate in modo tale da esprimere sensualità. Quindi c'è un po' di ambiguità. Dietro vi è

la meridiana, che significa il tempo che passa e quindi l'avvicinamento alla morte. 16/04

Il capitolo 41 della vita nuova contiene l'ultima lirica inserita da Dante nel prosimetro, è la lirica conclusiva,

quella con cui Dante arrivato alla fine di questo percorso, vuole celebrare nel modo più completo e alto

possibile la gloria di Beatrice. Beatrice è ormai morta, anche dal punto di vista simbolico e metaforico, ha

chiuso la parte terrena della sua esistenza ed è entrata nella pienezza della sua vita santa e santificata, per

assumere il ruolo di guida generale degli uomini di Firenze. Il capitolo 41 segna la fine dell'infatuazione di

Dante per tutte quelle donne e distrazioni che all'interno della vita nuova che si sono frapposte tra lui e

Beatrice. Anche le figure di queste donne hanno un significato metaforico, nel senso che con diversa

gradualità esemplificano gli ostacoli e distrazioni terreni che ogni uomo può incontrare sulla via della

santificazione. Anche in questo caso quest'ultimo sonetto viene scritto dall'autore come risposta a una

richiesta specifica che viene fatta a Dante da due donne gentili, queste donne chiedono a Dante di inviargli

delle rime. Dante scrive questo sonetto e gliene manda altri 2 e comunque quest'ultimo sonetto è quello che

meglio di tutti sintetizza e vuole rappresenta la nuova poesia di Dante (poesia che deve celebrare Beatrice

come creatura sovrumana, dal punto di vista formale rappresenta il definitivo superamento dello stilnovo

classico e rappresenta l'anticipazione della poesia più alta che verrà usata per la divina commedia soprattutto

nel paradiso. Sonetto ponte, chiude un fase e ne fa prevedere un'altra. La vita nuova Dante la scrive anche

per fare un bilancio della sua esperienza stilnovistica, questo sonetto chiude appunto lo stilnovo.

Due donne gentili mi pregavano di mandar loro alcuni testi lirici. Scrivere qualcosa di nuovo.

Spiega che non gli manda solo un sonetto ma ne manda tre (il sonetto del capitolo 40, quello del capitolo 32

e un sonetto nuovo, ovvero questo che stiamo per leggere). E gli manda tutto il pacchetto insieme.

Già il titolo “oltre la spera” ovvero oltre la sfera celeste. La dimensione ultraterrena nella quale Beatrice ora

vive e opera. Da notare il fatto che generalmente l'analisi e la spiegazione sulla struttura del sonetto viene

messa dopo il sonetto mentre in questo caso abbiamo una spiegazione molto lunga per un sonetto molto

articolato diviso in 5 parti. Dante premette l'analisi perché questo sonetto è particolarmente importante e

complesso, perché è un sonetto che comincia a parlare di dimensioni ultraterrene. Tratta una materia che non

è facilmente comprensibile e non è facilmente spiegabile al lettore. Un mondo in cui la materia necessita di

un livello linguistico molto complesso e quindi non sempre la lingua e il testo riesce a spiegare

completamente la materia, l'oggetto espresso. Se prima la lingua poteva risultare insufficiente ad esprimere

grandezza, bellezza e onestà di Beatrice, Dante spesso vuole e deve scusarsi perché l'ineffabilità di Beatrice è

difficilmente comunicabile ma l'ineffabilità di Beatrice è inserita in un contesto divino e paradisiaco, quindi

ultraterreno. Peraltro spesso spesso Dante si appella alle muse poiché lo aiutino ad avere una lingua

sufficientemente pronta e alta per spiegare le cose. Questo sonetto ha in se 5 parti, nella prima parte dico

dove il mio pensiero va ma non mi limito a dire dove va. Nella seconda parte spiego da cosa questo mio

pensiero è attirato in paradiso, nella terza dico quello che vede (ovvero l'immagine di Beatrice) e poi

definisco questo mio pensiero che viene attirato nel paradiso da Beatrice e lo chiamo pellegrino perché il

pensiero di un essere mortale come io ancora sono, non è ancora casa sua il paradiso ma un pensiero che

peregrinerà (non sono ancora morto e in un certo senso il paradiso devo ancora inventarmelo), nella quarta

c'è tutto un giro di parole complesso per dire che il mio pensiero si eleva al paradiso e quindi a Beatrice ma

pur vedendola difficilmente (proprio perché si produce contatto con il mistero divino) la vede ma

difficilmente riesce a capirla, non ne comprende tutto il significato, non riesce ancora ad essere all'altezza di

quello che questa visione paradisiaca comprende e indica, chiude questa specifica dicendo:”Così come

l'occhio nudo non può reggere la vista del sole, così il mio pensiero non può reggere e capire la vista di 32

Beatrice”. Riferimento ad Aristotele che dice la stessa cosa che sta dicendo qui Dante nel secondo libro della

metafisica. Nella quinta dico che benché io non posso intendere e capire tutto quello che vedo la, ciò

nonostante il pensiero di quella donna (Beatrice) è costantemente presente nella mia mente.

In realtà questa spiegazione che Dante da è preliminare perché secondo Dante è talmente profonda la

materia che si tratta che potrebbero esserci delle ulteriori suddivisioni ma questo è sufficiente per il

momento, ma non mi intrometto e non vado oltre a quanto ho scritto.

Un aspetto da tenere a mente nella lunga spiegazione che Dante premette a questo sonetto è che il passaggio

successivo è dovuto al fatto che pienamente adesso la poesia di Dante diventa anche filosofica, trattando

elementi innaturali e spirituali. La poesia si fa molto più densa e difficile. Ciò rispecchia la crescente

difficoltà che si trova nella divina commedia, c'è uno stile più semplice per l'inferno e man mano si procede

verso il paradiso lo stile diventa più difficile proprio perché l'argomento trattato prevede un livello più alto di

scrittura ma anche una difficoltà maggiore di espressione, in questo sonetto si comincia a vedere la difficoltà

linguistica legata alla trattazione di un elemento alto.

PARAFRASI

il pensiero che esce dal mio cuore passa oltre il cielo che ruota più largamente oltre la terra,

una nuova capacità/desiderio di comprendere che l'amore mette in lui, quando il mio pensiero è giunto la

dove desidera arrivare vede Beatrice che riceve onore dagli angeli e dai beati, pienamente e meritatamente

inserita nel contesto paradisiaco che la accoglie. Ritorna il concetto del sole e degli occhi che lo guardano,

Beatrice è come il sole che emana luce e splendore, l'anima di Beatrice emana luce e splendore. Attirato da

questa lucentezza e lo spirito viene definito peregrino perché si trova al di fuori del suo contesto naturale, in

uno spazio di difficile comprensione e dove è inserito soltanto per l'intermediazione di amore.

Vede Beatrice risplendente in tal modo e me lo riferisce io non lo capisco perché il mio pensiero riporta una

visione/discorso talmente complesso che io non riesco a comprenderlo. Parlando in modo così complesso è il

cuore che chiede di riferirgli ciò che ha visto ma il pensiero gli riferisce una visione talmente complessa e

difficile da descrivere che il mio cuore la percepisce ma non riesce a capirla pienamente. Il mio cuore sa che

il pensiero parla di quella gentile perché so che questa visione corrisponde a Beatrice perché Beatrice è

costantemente presente nel mio pensiero. Così che anche se non capisco perfettamente il mio pensiero vede

proprio quella di Beatrice.

Dopo che Dante ha avuto questa visione sostanzialmente si chiude la vita nuova con il capitolo 42, nel quale

promette di non parlare più di Beatrice finché non potrà dire di lei quello che non è mai stato detto per

nessun'altra donna, cioè promette di tornare a parlare di beat5rice soltanto quando sarà pienamente capace e

le sue possibilità poetiche e capacità intellettuali, filosofiche e morali saranno all'altezza del tema Beatrice.

Questa è una forma di ulteriore santificazione di questa donna, è talmente alto questo argomento che allo

stato attuale Dante non è più in grado e non ha più mezzi di parlarne, deve compiere un percorso e una strada

che mi renda un poeta sufficientemente alto e meritevole (sostanzialmente un poeta nuovo) per poter parlare

nuovamente di Beatrice. Questa parte è quella che è stata interpretata come una sorta di premonizione alla

divina commedia, non si sa se Dante stava già pensando alla divina commedia o di scrivere un opera con

Beatrice al centro.

Capitolo 42

La seconda parte della vita nuova è spesso scandita da “visione”, proprio perché il contatto con il mondo

ultraterreno era molto forte, come se la visione anticipasse il suo futuro, ovvero il futuro di scrittore della

divina commedia, Dante dice espressamente che vuole scrivere ancora di Beatrice e si sta formando per

farlo, studio quanto posso per poter essere eticamente e moralmente degno e capace di parlare ancora di

Beatrice. Lei sa che io mi sto preparando a scrivere qualcosa di nuovo. Se mi verrà concesso di vivere un

numero di anni sufficiente per scrivere (Dante muore nel 1321 e fortunatamente dopo aver concluso anche la

terza cantica, avrà quindi effettivamente tutto il tempo per poter scrivere tutta la divina commedia.

Finché la mia anima, una volta conclusa quest'opera che sto pensando, possa raggiungere Beatrice in cielo e

accompagnarla nella visione di Dio. 33


PAGINE

63

PESO

409.60 KB

PUBBLICATO

4 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature straniere moderne
SSD:
Docente: Bani Luca
Università: Bergamo - Unibg
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lucia_Mezzera di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bergamo - Unibg o del prof Bani Luca.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Letteratura italiana

Letteratura italiana A1 + A2
Appunto
Appunti di letteratura italiana sull'emigrazione (Ottocento e Novecento)
Appunto
Letteratura italiana Duecento e Trecento prima parte
Appunto
Appunti di letteratura italiana sull'immigrazione. Autori trattati in particolare: Lakhous e Scego
Appunto