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700 APPUNTI ESONERO LETT ITA di Rita Nicolì

Il ‘700 è un periodo di crisi per gran parte dell’Europa, il sistema socioculturale

dell’antico regime inizia a disgregarsi e iniziano a porsi le basi per le grandi

trasformazioni che caratterizzeranno il 18esimo secolo.

Cosa resta uguale: la vita quotidiana vede cambiamenti limitati si vive come

nei secoli precedenti, resta netta la distanza tra città e campagna, i confini tra

le classi sociali si mantengono invalicabili, in ambito religioso domina la

Controriforma e il monopolio economico e culturale resta appannaggio di

nobiltà e clero (in alcuni Paesi cattolici si fa strada la figura dell’abate, come

Parini).

Cosa cambia: l’Italia non è più un elemento primario nel quadro europeo, non è

al centro di scontri e contese, si limita ad essere una pedina nei giochi di

equilibri tra altri centri irradiatori come la Francia, la Spagna dei Borboni e

l’Austria degli Asburgo, Stati ormai autonomi che non hanno più mire

espansioniste sull’Italia, (dalla Pace di Augusta - 1555 tra l’imperatore Carlo V e

i principi tedeschi; pose fine alle trentennali guerre di religione in Germania. La

pace sancì il diritto dei principi a scegliere secondo coscienza la confessione

religiosa, con l’obbligo per i loro sudditi di adottare la stessa religione - alla

Pace di Cateau-Cambrésis 1559 – trattato che definì gli accordi che posero fine

alle guerre d'Italia e al conflitto tra gli Asburgo e la Francia) si dedicano a

definire la propria identità, il non essere impegnati in scontri e guerre gli

permette di orientare le proprie energie verso altri argomenti, come la cultura.

In contesto europeo assumono rilievo altre compagini statali come la Russia

degli Zar e la Prussia di Federico II. Se il periodo precedente si era

caratterizzato per il suo dogmatismo e assolutismo religioso e politico e quindi

da una concezione statica e monolitica del sapere, in Inghilterra, Francia e

Olanda si dirama una febbrile attività di ricerca, non a caso si parla di “crisi

della coscienza europea” e alla laicizzazione del sapere (concetto laico e

borghese di cultura, premessa dell’Illuminismo). Si ricerca e interroga la realtà

in tutte le sue pieghe più concrete (fondamento poi dell’Illuminismo), la

conoscenza ha come scopo il suo stesso approfondimento, la religione

autentica non ha nulla da temere dall’indagine razionale.

Il nuovo intellettuale: abbandonata l’imposizione ideologica a favore del

confronto e della collaborazione, gli intellettuali italiani basano la propria

attività sul confronto. Non guardano più agli stranieri con sufficienza o

superiorità come nel ‘500, imparano a confrontarsi con la cultura elaborata

altrove, vi è anche un conseguente arricchimento linguistico soprattutto dovuto

al francese, superano il purismo da Accademia della Crusca. Salvo eccezioni, la

cultura è in mano a clero e nobiltà e alla nuova figura degli abati ma si sta

formando anche un nuovo ceto civile nei grandi centri come quello di Napoli,

un gruppo compatti di intellettuali ben inseriti nella corte spagnola e quindi

attivi nella politica. L’ARCADIA

In un primo periodo, tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700, troviamo una poesia

più razionale (in reazione al Barocco e al Manierismo, quindi reagiscono

all’artificiosità creando una poesia più razionale e composta). Questo porta alla

fondazione dell’Accademia dell’Arcadia (Roma 5 ottobre 1690) da 14 scrittori, e

tra loro i due più celebri restano Crescimbeni e Gravina. Aderiscono

all’Accademia quasi tutti maggiori scrittori e intellettuali italiani. L’Arcadia

raccoglie l’eredità di altre accademie romane (come quella di Maria Cristina di

Svezia, mecenate che si convertì al cristianesimo). Man mano si staccarono

varie colonie in ogni parte d’Italia che riproducevano in modo capillare la

struttura e le dinamiche dell’accademia romana. Nel 1728 erano oltre 2600 in

tutta Italia (secondo i registi delle adunanze) aderirono poeti, letterati ma

anche eruditi galileiani, scienziati e medici (Francesco Redi padre

parassitologia), storici come Muratori e Giambattista Vico.

Caratteristiche Arcadia

I poeti – guidati da un custode generale a capo dell’accademia - attingono alla

poetica petrarchesca, utilizzano il travestimento pastorale (ogni socio è

ribattezzato con un nome pastorale greco fittizio, un nome arcadico, e le

attività accademiche si svolgono in una scenografia bucolica, un mondo di

evasione, un artificio) ricreando un’antica favola classica e suggestiva che fa

sia da occasione di incontro tra i letterati e le varie iniziative, sia da

palcoscenico sociale (in termini di visibilità), ne deriva quindi un vantaggio

sociale-mondano. Le due anime contrarie dell’Arcadia

- Crescimbeni (legato alla curia romana e quindi sensibile al progetto di

restauro del controllo della Chiesa sulla cultura italiana, unico

rinnovamento e obiettivo è la polemica antibarocca e la produzione di

poesia di intrattenimento).

- Gravina (giurista napoletano dalle ambizioni più ampie, sostenitore della

laicizzazione del pensiero, percepisce come insufficiente l’antica favola

pastorale per avere un ruolo civile, mentre un’accademia così capillare

avrebbe dovuto averlo) considerato il dissidente dell’arcadia. Sostiene

che poesia strumento essenziale di conoscenza, deve indagare la realtà e

avere modalità simili alla scienza come indagine sul reale e con un

impatto sociale-didattico e non di mero intrattenimento (come Alfieri e

Foscolo molto dopo).

Dal contrasto allo scisma dell’Arcadia

Tutti questi contrasti porteranno a una rottura nel 1711 (l’Arcadia ha quindi vita

breve), Gravina abbandonerà l’Arcadia ufficiale per creare una nuova

Accademia (con Metastasio e Rolli). L’Arcadia primaria, con Crescimbeni,

continua a privilegiare la poesia come strumento di intrattenimento e a

mantenere un buon rapporto con la curia mentre la Chiesa tenta di esercitare

un certo controllo sulla cultura, una produzione letteraria innocua, facile,

cantabile, campestre e di intrattenimento. La poesia fatua crescimbeniana si

contrappone sempre più a quella filosifica graviniana.

GIAMBATTISTA VICO

Si associa all’Arcadia nel luglio 1716 (un anno prima del ridimensionamento

provinciale dell’arcadia). Vico in questo conflitto tra Crescimbeni e Gravina non

seppe collocarsi con l’indipendenza intellettuale dovuta a un autore della sua

statura, trovò via dimezzo per salvarsi dall’esclusione sociale, rimase fedele al

custode (Crescimbeni) per garantirsi un posto nell’attività culturale come

curatore e poeta d’occasione. In realtà, quando Gravina divenne un

personaggio scomodo, Vico dovette difendersi dall’accusa di aderire alla linea

graviniana (non sappiamo se è vero) ma c’è tutta una corrispondenza relativa a

questa questione, con le sue giustificazione a Crescimbeni riguardo le voci che

lo volevano aderente alla nuova Accademia di Gravina (dice di non sapere che

la nuova accademia di Gravina fosse il risultato di una scissione dall’Arcadia, la

credeva solo una nuova accademia che non c’entrava niente e che si poteva

essere parte di entrambe, altrimenti non si sarebbe mai aggregato, sarebbe

rimasto fedele a quella delle origini di Crescimbeni – una testimonianza che è lo

specchio di un clima di difficoltà per intellettuali costretti a schierarsi).

VICO E LA SCIENZA NUOVA

Le 3 edizioni: l’opera di Vico ha una genesi lunga e travagliata, durata quasi

un quarto di secolo, esistono 3 edizioni consegnate autonomamente dall’autore

con modifiche e ampliamenti gestite da lui stesso. La prima del 1725, la

seconda del 1730 con molte aggiunte e note e l’ultima uscita postuma e

universalmente citata è quella del 1744. Alcune edizioni novecentesche hanno

snaturato il testo nel tentativo di renderlo fruibile, una edizione del 2016 a cura

di Cristofolini si rifà a quella del 1725 - quindi la prima - ripristina il testo così

come l’aveva scritto l’autore. Vico lavorò a questo testo in quasi totale

isolamento, viveva a Napoli, un centro importantissimo e in fermento, l’opera

risulta quasi fuori dal suo tempo, attardata, come se Vico avesse voluto

staccarsi dall’avanzare della sua cultura contemporanea rimanendo aderente a

schemi letterari precedenti (all’alba dell’illuminismo, lui ha un canone

decisamente distante nel tempo, i suoi modelli sono Platone, Tacito per il

metodo dell’analisi storica, Bacone filosofo che coniuga verità filosofica con

conoscenza certa dei fenomeni, Grozio fondatore Giusnaturalismo corrente

filosofica giuridica su due principi, l’esistenza di un diritto naturale – natura

uomo intrinsecamente giusta – e la sua superiorità sul diritto positivo prodotto

dagli uomini, unico indice di modernità). Nonostante questo limite della Scienza

Nuova, Vico produce un’opera che per ricchezza di spunti sopravvive alla

propria epoca e diventa fonte di interpretazione della realtà anche nel secolo

successivo.

Argomentazioni: tra le fondamentali argomentazioni della Scienza nuova,

troviamo il principio del verum-factum e la necessità di fondare

scientificamente l’indagine storica, la teoria delle tre età della “storia ideale

eterna”, il concetto di corsi e ricorsi storici, il ruolo della poesia, della sensibilità

e dell’immaginazione rispetto all’uso esclusivo della ragione. A lungo marginale

nel panorama filosofico eurpoeo, il pensiero di Vico è stato riscoperto nel corso

dell’Ottocento e ha avuto importanti influssi sul Romanticismo italiano, dal

concetto di Storia di Alessandro Manzoni fino all’idea di poesia di Ugo Foscolo,

ricoprendo poi un ruolo rilevante nel pensiero di Benedetto Croce. Già nelle

opere che precedono Scienza nuova, Vico dimostra la propria originalità

rispetto al panorama della filosofia seicentesca, dominata dal razionalismo

cartesiano e dalla diffusione del metodo sperimentale galileiano. Il filosofo

napoletano muove infatti dal presupposto di restituire dignità alle discipline

umanistiche - e in particolare alla Storia - come strumenti di indagine dell’uomo

e del mondo. Vico identifica il verum con il factum, cioè fissa in maniera per lui

inequivocabile il fatto che si può avere conoscenza vera solo di ciò che è stato

fatto direttamente; in tal senso, la storiografia (che studia scientificamente ciò

che l’uomo ha fatto) è la disciplina principale cui bisogna dedicarsi, dato che la

Natura è opera di Dio, e quindi trascende i nostri limiti conoscitivi. Vico ribalta

così cogito ergo sum di Cartesio, limitandolo alla sua funzione di coscienza e

non di scienza del proprio essere, e stabilisce una differenza tra conoscenza

divina e conoscenza umana. Infatti se quello divino è un intelligere, l’uomo

invece può soltanto limitarsi al pensare, ovvero al cogitare, raccogliendo fuori

di sé gli elementi necessari alla formulazione di una verità della quale potrà

solo essere partecipe senza mai riuscire a possederla. Per questa via,

spiegando che la Provvidenza divina è l’architetto della Storia mentre l’uomo

ne è il fabbro, il filosofo coniuga la scelta di fondare una “scienza nuova” su

base storiografica con l’ordine razionale divino soggiacente ai fatti umani che

Vico, cattolico ortodosso, non mette affatto in discussione. Gli strumenti della

nuova storia vichiana sono la filologia (ricerca e analisi pratica per portare

l’uomo a un sapere certo) e la filosofia (attività speculativa, idee e logiche che

portano al ragionamento e alla verità).

La storia e le sue tre età

-L’età degli Dei, in cui gli uomini, affidandosi esclusivamente ai propri sensi e

alla loro fantasia per interpretare il mondo. Così, le forze naturali diventano

divinità benefiche o punitive, di un sistema politeista generato dalla fervida

immaginazione dei primi uomini. Il potere spetta alle divinità superiori, e il loro

volere è reso noto per mezzo di auspici ed oracoli. Il linguaggio qui è ai suoi

albori, si parla quindi di poesia barbara prodotta dalla fantasia (Illiade e

Odissea).

-L’età degli eroi, in cui la società inizia a stratificarsi: un gruppo si impone con

la forza sugli altri, arrogandosi quelle qualità che prima spettavano agli Dei. Si

formano i governi aristocratico-oligarchici, fondati sul dominio dei pochi sui

molti. In questa fase la poesia è epica, celebra le gesta dei primi eroi.

-L’età degli uomini, in cui tutte le credenze precedenti ricevono una

spiegazione razionale e si impone il principio dell’uguaglianza degli uomini di

fronte alla legge. In quest’età nascono le discipline che regolano la civiltà come

la filosofia, la logica, l’economia e la politica. Ai generi poetici della fase

precedente si sostituisce l’espressione in prosa.

Secondo un’analogia tra lo sviluppo dell’uomo e il progresso della Storia, Vico

istituisce un paragone tra queste tre età e i tre gradi della mente umana, che

sono quindi differenziati in senso, fantasia e ragione. Vico assegna al grado

della fantasia lo sviluppo della sapienza poetica: la poesia, nata prima ed

indipendente dalla ragione e dall’intelletto organizzato, è così l’espressione di

una facoltà a sé stante, con cui gli uomini esprimono il trascendente attraverso

il linguaggio. Esempio tipico - e per Vico forma più elevata della poesia umana -

di tutto ciò è la poesia omerica dell’Iliade e dell’Odissea, che è il racconto

corale e l’opera collettiva dell’età eroica del popolo greco, una poesia

“barbara” che però esprime verità sostanziali non ancora razionalizzabili

tramite una riflessione intellettuale. A questo servono gli “universali fantastici”,

ovverossia immagini poetiche che riproducono gli attributi topici

dell’esperienza. Alla decadenza della poesia con il sopraggiungere del

raziocinio corrisponde invece l’affermarsi, sia a livello del singolo individuo che

dello sviluppo dell’umanità, dei “concetti universali”.

La dottrina della provvidenza: all’interno della sua filosofia della storia, Vico

concilia - attraverso la metafora dell’architetto-Dio e dell’uomo-fabbro - la

libera azione umana, che si realizza nella storia delle nazioni sulla Terra, e

l’indirizzo garantito dalla volontà di Dio. La dottrina della provvidenza vichiana

prende le mosse dal rifiuto dell’azione del caso e del fato, poiché il primo rende

impossibile l’esistenza di un ordine e il secondo è un ostacolo alla libertà.

Ordine e libertà, nel percorso di costituzione del mondo delle nazioni, possono

essere assicurati solamente dall’azione della provvidenza, orienta l’azione

umana, che è in sé tendenzialmente distruttiva, in direzione della

conservazione e miglioramento del mondo della storia. Se torniamo alle

istituzioni che per Vico determinano l’incivilimento dei “bestioni” (le nozze, i

tribunali, la sepoltura dei defunti) notiamo che essi sono appunto la

provvidenziale regolamentazione di istinti primordiali: la libidine porta alla

costituzione delle famiglie, il timore della vendetta privata spinge alla

formalizzazione delle leggi, l’ansia della morte genera l’insorgere del culto dei

morti.

I corsi e i ricorsi della Storia: la storia, in una celebre formulazione di Vico,

è un ciclo di corsi e ricorsi. In questo senso, l’età degli Dei, degli eroi e degli

uomini si susseguono ciclicamente. Vico, che esemplifica questo modello della

storia universale sulla storia dell’ascesa e del declino di Roma. Tra le cause

principali che affliggono l’età degli uomini e della civilizzazione Vico individua:

lo scetticismo e il relativismo, che fanno preferire all’uomo il proprio tornaconto

rispetto al bene comune, e la laicizzazione della cultura, che intacca il valore

della religione come elemento fondante del vivere collettivo.

Fonti: Vico recupera quest’idea dalla teoria di Aristotele sulla natura sociale

dell’essere umano e spiega che è il “senso comune” a spingere l’uomo a vivere

in maniera associata con i suoi simili; tra le altre auctoritates del modello

vichiano si possono poi citare Platone, lo storico latino Tacito, il pensiero di

Francis Bacon e le opere del giurista Ugo Grozio. Questa triade di idee è

esplicitamente ripresa da Ugo Foscolo nei suoi Sepolcri, dove afferma: “Dal dì

che nozze e tribunali ed are | dier alle umane belve esser pietose | di sé stesse

e d’altrui [...]” (vv. 91-93). Parallelo a quello omerico è l’esempio di Dante e

della sua Commedia, che rappresenta per Vico il modello poetico che riassume

tutta l’eta “barbara” del Medioevo, Dante in grado di produrre con i suoi versi

espressioni tali da traghettare l’uomo oltre la barbarie.

Struttura - 5 libri

LIBRO PRIMO: dello Stabilimento dei principi, si apre con una tavola

cronologica sinottica (sintetica) con le date più importanti della storia dei popoli

antichi, dalla presunta data della creazione (Adamo e Eva, il diluvio universale)

ai romani, sono presenti annotazioni di carattere polemico contro gli studiosi

che hanno messo in dubbio la cronologia biblica. Dopo il diluvio universale i

piccoli gruppi umani dispersi iniziano a uscire dalla condizione ferina per

organizzarsi in piccole comunità. Vico introduce veri e propri assiomi, verità

inattaccabili, dogmi che lui chiama degnit

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher FUTURAfutura di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Stasi Beatrice.
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